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domenica 27 maggio 2012

144) LE ELEZIONI AMMINISTRATIVE 2012

 

SCONFITTA PER IL PDL, TIEPIDA VITTORIA DELLA SINISTRA, AFFERMAZIONE DELL'ANTIPOLITICA CON IL NON VOTO E CON BEPPE GRILLO.


Per il secondo anno consecutivo il partito del Popolo delle Libertà ha perso le elezioni amministrative, dopo aver rifilato una serie impressionante di vittorie, tra il 2007 e il 2010, in tutti i tipi di elezioni che si sono susseguite. Quest’anno non è stata una sorpresa la sconfitta, era nell’aria, ma io credevo, non rinnegando il collasso elettorale, che sarebbe stata peggiore, molto peggiore. Il partito di Berlusconi solo sei comuni capoluoghi è riuscito a conquistare (tre al primo turno, tre al secondo) e ne ha persi una dozzina; complessivamente ha conquistato quarantaquattro comuni con popolazione superiore ai quindicimila abitanti, molti dei quali nel Lazio. La Lega Nord ha perso sonoramente, salvando la faccia con il solo Tosi a Verona: ha pagato gli scandali e la divisione dal Pdl, che è costata la consegna di molte amministrazioni comunali lombarde, tradizionali feudi leghisti – berlusconiani, alla sinistra. Ci consoliamo con il fatto che le grandi metropoli italiane politicamente sono sempre state in mano alla sinistra, tranne Milano; la quale ora è stata sostituita con Roma: la più grande città d’Italia ed è in mano alla destra, sperando che vi rimanga.  Il segretario del Partito Democratico Bersani mostra con fierezza i risultati raggiunti (la conquista di oltre novanta municipi popolati da oltre quindicimila anime) per ottenebrare le sue batoste nelle principali città: avvenute o per mano dei suoi alleati di sinistra o per opera dei nuovi movimenti apolitici.

Clamorosa è stata l’affermazione del “Movimento Cinque Stelle” a Parma, una formazione che non è un partito politico e si batte contro la politica tradizionale e degli sprechi. Qualcuno ha paragonato questo successo a quello della Lega Nord a Milano con Formentini nel 1993, stesse analogie: un movimento anomalo si afferma, partiti tradizionali in crisi e travolti dagli scandali, crisi economica, ecc.. Il volgarissimo Beppe Grillo, il megafono del movimento, detta legge; i suoi adepti quando conoscono il potere si rendono conto che è facile parlare dall’esterno, ma quando si è al dentro delle cose è tutto un altro mondo, non lo ascoltano più e non rinunciano agli stipendi da politici e ai finanziamenti ai partiti, compreso il Cinque Stelle.
Rileggete questo mio testo del 30 marzo 2010 sulle elezioni regionali, nel periodo in cui si iniziava ad annusare di questo movimento:

“Due parole sulle liste di Grillo: ora a sinistra tutti si sono fissati, o lo elogiano o lo temono, ma cosa deve fare? Son proprio sicuri che quelle briciole di voti li toglie solo a loro? Sogna di ripetere le esperienze della Lega e di imitarla (sempre se supererà l’1% nazionale), radicalizzandosi sul territorio; alla fine tutti i partiti che non trovano collocazione tra gli schieramenti, cercano alleanze politicizzandosi, vedi Lega, Idv, Radicali. Anche i Verdi sembravano chissà che cosa, oggi non esistono più.”



L’ex comico in politica è nato e cresciuto su internet, raccoglie simpatie tra i tradizionali elettori di sinistra, ma delle volte parla come uno di destra, in particolare nella questione migratoria, che per egli fa parte del megacolossale magna – magna politico. Su internet e nei comizi è facile sparlare, di confrontarsi con gli altri politici in televisione, dove non si può urlare, dire parolacce ed inveire, si ha paura. I partiti tradizionali iniziano a corteggiare i grillini, essi in linea di principio non potrebbero coalizzarsi: perderebbero il senso per cui sono nati; serviranno solo a togliere voti e a determinare l’ingovernabilità. Non tutte le opere pubbliche a cui si oppongono i seguaci di Grillo sono inutili, alcune sono essenziali per garantire sviluppo, occupazione e prosperità. Un’opera strategica, come il ponte sullo Stretto di Messina, non si riesce a portare a termine per colpa dei soliti chiacchieroni; se ci avesse pensato a suo tempo Benito, oggi tutti apprezzerebbero ed elogerebbero la grandiosa utilità e non se ne parlerebbe più.

Il partito Udc, amareggiato di non aver intercettato i voti di destra del malcontento berlusconiano, stravolge completamente le sue strategie e pone fine all’esperienza del Terzo Polo, scaricando un Fini che ormai nessuno cerca più. Casini già brama di offrirsi al miglior offerente: Pd o Pdl che sia; se così non fosse non sarebbe da democristiani, non sarebbe da Pierfurby. L’alleanza dei centristi con il Partito Democratico difficilmente  s’attuerà con l’aggiunta di Di Pietro e di Vendola. Un’alleanza tra Pdl e Udc, per noi ala destra Popolo delle Libertà, saprebbe troppo di centro e se si aggiungesse pure Montezemolo……. Attenderò con impazienza le decisioni di La Russa, Gasparri e Matteoli, i quali negli ultimi mesi hanno avuto frequenti diverbi con “i vecchi volponi da Manuale Cencelli” annidati nello stesso partito, primo fra tutti Pisanu. Stiamo apposto se ancora andiamo in giro con Pisanu. Moderati di qua, moderati di là: noi diciamo basta al moderatismo! Occorre trovare una convergenza comune per tenere unito il partito a destra, così da non orientarsi o verso il centro o verso l’estremità.
Sarà anche vero che le elezioni amministrative non sono adatte per svolgere un’analisi politica completa, poiché vota solo una fetta della popolazione, in ogni caso dei messaggi e dei segnali lasciano. L’avviso di quest’anno è la disaffezione alla politica. La cosa essenziale sarà quella di riconquistare la gente, di riportarla nelle cabine elettorali: non dimentichiamolo, che moltissimi non hanno votato, perché sconfortati dalla difficile situazione che si vive. Infatti qualche neosindaco ha capito, dichiarando che non potrà essere il sindaco di tutti.

sabato 19 maggio 2012

143) IL MASSACRO DEI FRATELLI GOVONI

 

67 anni fa i partigiani rossi uccidevano i sette fratelli Govoni. Oggi ne sfregiano le epigrafi



Sette. Come i fratelli Cervi, che in quanto partigiani fucilati dai nazisti sono ricordati dalla storia. Ma ben pochi sapranno che altri sette fratelli sono stati uccisi dai partigiani rossi a guerra finita. Era l’11 maggio 1945. I sette fratelli Govoni si chiamavano Dino, Emo, Augusto, Marino, Giuseppe, Primo e Ida. Solo uno di loro, il primogenito Dino, falegname, ha risposto alla chiamata della Repubblica Sociale, gli altri sono semplicemente sospettati di aver simpatizzato per il fascismo.
La famiglia Govoni, di ceppo contadino, viveva a Pieve di Cento, borgo bolognese al confine con la provincia ferrarese. Era composta dal capofamiglia Cesare Govoni, la moglie Caterina Gamberini e otto figli, sei maschi e due femmine.
Il primogenito Dino, quarantunenne nel 1945, si era iscritto al Partito fascista repubblichino. Dopo Dino veniva Marino, 33 anni, sposato con figlia, che aveva combattuto in Africa. Terzogenita Maria, nata nel 1912, sarà l’unica a salvarsi perché, dopo sposata, si è trasferita con il marito e non è mai stata rintracciata dai partigiani.
E ancora: Emo, 32 anni, artigiano falegname che non aveva aderito alla R.S.I.; Giuseppe, 30 anni, appena sposato, faceva il contadino e neppure lui era iscritto al P.F.R.: quando lo uccisero, era diventato padre da tre mesi; Augusto, di 27 anni; Primo, di 22. Questi ultimi non si erano proprio mai interessati di politica.
E infine la più giovane: Ida, appena 20 anni, sposata da poco e mamma di una neonata.
Al tramonto del 10 maggio 1945, i partigiani rossi della seconda Brigata Paolo danno il via ai prelevamenti dei fratelli Govoni, il primo a cadere nelle loro grinfie è Marino. Brano tratto dal libro “I giorni della strage” di Giorgio Pisanò
In realtà, i partigiani contavano di arrestare, quella sera, tutti i fratelli Govoni. In casa, però trovarono solo Marino, il terzogenito. Gli altri, fatta eccezione per le due figlie che abitavano ormai altrove, erano tutti in giro per il paese. I più giovani si erano recati a ballare. I Govoni, infatti, non sospettavano lontanamente d’essere già tutti in “lista”. Nei giorni successivi all’arrivo delle truppe di soldati angloamericani erano stati convocati dal comando partigiano, interrogati e quindi rilasciati perché a carico loro non era emersa alcun’accusa. Il mancato prelevamento degli altri fratelli indusse i partigiani ad accelerare i tempi dell’azione nel timore di vedersi sfuggire le prede dalle mani”. “Riuscirono così, nella notte, a raccogliere tutti gli altri fratelli, compresa la giovane Ida che implorava di non staccarla dalla bambina che doveva allattare, anzi, presero anche il marito che poi fu scaricato dal camion che li trasportava, cammin facendo.
Il breve convoglio riparte per Argelato con il carico di prigionieri. Ida Govoni implora di essere lasciata andare, ha un neonato che la aspetta a casa. Nessuno le risponde. Verso le otto, i due automezzi raggiungono il podere del colono Emilio Grazia, dove già si trova prigioniero Marino Govoni.
In un vasto interno adibito a magazzino, comincia a sfogarsi la ferocia dei partigiani: pugni, calci e colpi di bastone. Non ci sono solo i fratelli Govoni in quel magazzino: anche altre dieci vittime, tutte di San Giorgio di Piano, vengono prelevate, picchiate e seviziate.
Per comprendere la crudeltà del massacro, non documentabile, basta pensare che nessuna delle vittime muore per colpi da arma da fuoco.
Si era sparsa, frattanto, tra i partigiani della 2ª brigata Paolo e delle altre formazioni, la voce che stava per incominciare una “bella festa” nel podere del colono Emilio Grazia. Dapprima alla spicciolata, poi sempre più numerosi, i comunisti cominciarono a giungere alla casa colonica dove erano già prigionieri i sette Govoni. Non è possibile descrivere l’orrendo calvario degli sventurati fratelli. Tutti volevano vederli e, quel che è peggio, tutti volevano picchiarli. Per ore nello stanzone in cui i sette erano stati rinchiusi si svolse una bestiale sarabanda tra urla inumane, grida, imprecazioni. L’indagine condotta dalla Magistratura ha potuto aprire solo uno spiraglio sulla spaventosa verità di quelle ore. La ferrea legge dell’omertà instaurata dai comunisti nelle loro bande ha impedito che si potessero conoscere i nomi di quasi tutti coloro, e che furono decine, che quel pomeriggio seviziarono i fratelli Govoni”. “Si accertò, quando molti anni furono scoperti i corpi, che quasi tutte le ossa degli uccisi presentavano fratture e incrinature
Ida, la mamma ventenne, muore tra sevizie orrende, invocando la sua bambina. Delle altre 16 vittime, alcune vengono uccise per strangolamento dopo le percosse e torture, altre muoiono prima.
Gli assassini si ripartiscono gli oggetti d’oro in possesso dei prelevati, mentre quelli di scarso o nessun valore vengono gettati in un pozzo: saranno ritrovati in fase di indagini. I corpi vengono sepolti in una fossa anticarro, non molto distante dalla casa colonica.
I resti dei fratelli trucidati saranno recuperati sei anni più tardi. Ci sarà anche un processo, ma gli assassini fuggiranno facendo perdere ogni traccia. Successivamente,  il crimine è stato coperto da amnistia.
Lo Stato italiano, dopo lunghe esitazioni, ha deciso di corrispondere a Cesare e Caterina Govoni una pensione di 7.000 lire mensili per i figli perduti, pari a 1.000 lire per ogni figlio assassinato.
Caterina Govoni, la mamma dei sette fratelli assassinati dai comunisti, si imbatte in un ex partigiano, tal Filippo Lanzoni, un giorno del 1949. Gli si avvicina e lo implora di dirle dove sono sepolti i suoi figli. Lanzoni le risponde: «Vuoi trovarli? Ti procuri un cane da tartufi.» Assieme all’ex partigiano ci sono due donne comuniste, che si lanciano addosso a Caterina Govoni, già settantenne, e la picchiano a sangue.
Testimonianze e ricostruzioni tratte dal libro “I giorni della strage” di Giorgio Pisanò, unico a documentare la follia del massacro dei fratelli Govoni e delle altre dieci vittime.
Tempi andati, che non torneranno più. Tempi di guerra civile e di odio.
O forse no, perché ancora oggi c’è chi si ispira e simpatizza per i partigiani rossi della brigata Paolo.
Ancora oggi c’è c
hi si permette di sfregiare le epigrafi dedicate ai fratelli Govoni, nella loro Pieve di Cento.
Alcune epigrafi, come si può vedere nella foto sotto, sono infatti state deturpate con la falce e martello, la stella a cinque punte e la scritta “spie”.
Degni eredi dei partigiani assassini del 1945. Purtroppo, 67 anni dopo, ci sono ancora.




IN AGGIUNTA A CIO', COPIATO E INCOLLATO, DA UNO DEI SOLITI SITI DI MIA VISIONE CONCLUDO CON LA BELLISSIMA PREGHIERA DEL LEGIONARIO, INZUPPATA DI MISTICISMO E NATURALMENTE PATRIOTTISMO, PER REMINISCENZA VERSO TUTTI I CADUTI.




sabato 12 maggio 2012

142) I DATI SULLE ELEZIONI COMUNALI 2012

 

A CORI (LT) TRAVOLGENTE E SCHIACCIANTE VITTORIA DELLA COALIZIONE DI CENTROSINISTRA USCENTE




CONTI TOMMASO 4.348 (64,35%)

Afilani Ennio 586/Bilà Domenico 106/Campagna Loretta 38/Centra Paolo 158/Cimini Paolo 146/Cochi Chiara 350/De Cave Roberto 236/De Lillis Mauro 513/Felici Massimo 202/Ferri Diletta 81/Milanini Antonella 101/Nuglio Fausto 226/Palliccia Giovanni 142/Pistilli Sabrina 149/Proietti Aristide 199/Zampi Luca 418.
 
Partiti: Pd, Idv, Sel, Pdci, Prc, Psi, Verdi, movimenti locali




RICCI CRISTINA 2.220 (32,85%)



 
Battisti Fabio 124/Betti Antonio 222/Bianchi Tommaso 287/Canale Bruno 225/Carpineti Quintilio 58/Cecinelli Domenico 88/Ciardi Massimo 133/Cochi Tiziana 80/Fralleoni Massimo 79/Massa Angelo 46/Marchetti Giuseppe 84/Porcari Sandra 150/Proietti Umberto 35/Silvi Evaristo 153/Sorcecchi Angelo 76/Tora Matteo 48.
Partiti: Pdl, Fli, Udc, Api,indipendenti.





PALLICCIA ANGELO 189 (2,80%)



Salviati Mara 35/Lancioli Luca 13/Giovangrossi Sabrina 12/Di Meo Alfiero 11/Innocenti Alessandro 0/Cioeta Roberto 3/Nardocci Maurizio 14/Cappa Valentina 6/Baglieri Giuseppina 0/Giansanti Tatiana 15/Agnoni Angelo 6/Tuzi Giancarlo 5/Pellacchi Alessio 4.








Inscritti: 8.994
Votanti: 7.024 (78,11%)
Voti validi: 6.757 (96, 05%)
Schede bianche: 65 (0,96 %)
Schede nulle: 202 (2,99%)



Consiglio Comunale
Maggioranza: Tommaso Conti (sindaco), Ennio Afilani, Mauro De Lillis, Luca Zampi, Chiara Cochi, Roberto De Cave, Fausto Nuglio, Massimo Felici, Aristide Proietti, Paolo Centra, Sabrina Pistilli, Paolo Cimini.
Minoranza: Cristina Ricci, Tommaso Bianchi, Bruno Canale, Antonio Betti, Evaristo Silvi.




  • LE RAGIONI DI UNA DISFATTA
Nell’ultimo scritto, al totocalcio delle elezioni mi ero giocata la tripla, ma c’è stato il segno 1. Sinceramente non mi sarei mai aspettato un 1 così: è come se i giocatori sul campo avessero vinto 10-0. In casi come questi avverrebbe l’esonero dell’allenatore. Avevo espresso delle perplessità sulla scelta del candidato sindaco, su queste alleanze ricombinate in tre giorni, cancellando di colpo sei anni di feroci scontri, e su chi dettava legge. Avevo altresì invitato a cambiare le strategie nella campagna elettorale: non è certo questo il periodo delle promesse, sia per il lavoro e sia per risolvere completamente i problemi della criminalità. Ripeto: non che fossi contrario ad un’alleanza con l’Udc; tuttavia ciò sarebbe dovuto avvenire attraverso un cammino, un dialogo che doveva iniziare moltissimo tempo prima e non due mesi prima del voto. Ugualmente sarebbe dovuto accadere per le altre fazioni di destra in lotta tra loro. Non si può stare per cinque anni ad affermare con fermezza, durezza e rigore: “mai più con Dolci!” o “mai più con Bianchi!” e poi qualche giorno prima del voto ammucchiarsi nuovamente tutti per convenienza. Si credeva che la Signora Cristina Ricci, sconosciuta da quasi tutti, potesse fare i miracoli: la collaboratrice della Presidente della Regione Lazio che dà una svolta decisiva la paese, occultando le onnipresenti lacerazioni tra coloro che la sostenevano. Non è accaduto esattamente così: probabilmente si riteneva che il popolo avesse la memoria corta. Sentendo le voci del popolo di sinistra, i personaggi centristi che erano dietro le quinte di questo cartello elettorale non hanno influito positivamente, così come nel 2004 non fecero una buona pubblicità “i vecchi personaggi di sinistra” per la sconfitta di quella parte politica. Dell’Udc si salvano Canale e Betti: il primo ha il suo giro di voti a Giulianello, mentre il secondo ha i voti di coloro che sono legati alla Chiesa, in particolar modo delle storiche famiglie della Parrocchia del Monte. Tutto il centrodestra, quello dell’odierna alleanza ricostituita, ebbe la sua occasione otto anni fa, nell’anno della seconda vittoria, che fu una vittoria netta, a differenza della prima fortuita: l’avessero  tutti quanti sfruttata allora quell’opportunità, specialmente coloro che non seppero aspettare il loro turno, che con la maturità e l’esperienza sarebbe arrivato, e vollero bruciarsi subito; le conseguenze di quella rovinosa caduta continuano a perseguitare. Il cercare l’accordo con la sinistra, perché quello con la destra sembrava irrecuperabile, è un altro fattore che non ha influito ai fini dell’affidabilità dei membri del centro, ma pure di tutti gli altri, di “Territorio Comune”. Il signor Vincenzo Afilani avrebbe dovuto fare da traghettatore: ho letto una sua lettera in giro; nel numero elettorale de “Il Corace” sarebbe stato inopportuno. Anch’io in quel giornale ho vissuto un’esperienza analoga qualche anno fa, ma la mia era una situazione diversa: io mi dilettavo per svago, mentre lui ha un ruolo politico. Non è servito mettere in ogni cassetta postale l’ultimo dei tre principali giornalini coresi ancora in vita.

Se la campagna elettorale del 2004 è stata la campagna elettorale dei periodici locali e la campagna elettorale del 2007 è stata la campagna elettorale dei blog, questa è stata una tornata anonima da quei punti di vista: un po’ per la crisi economica, un po’ per la diffusione dei canali telematici Facebook e Twitter, dove ognuno, anche se è imboscato e non è visibile illimitatamente per tutti, si sente realizzato e soddisfatto esternando un pensiero su cose personali e pubbliche, condividendolo con una ristretta cerchia di parenti e amici (e quando sono tantissimi?), e non ha più occorrenza di scatenarsi nell’anonimato sui blog. La diffusione dei canali telematici rende vani gli sforzi economici per stampare un periodico locale; ma esso ha un'utenza totale, soprattutto per gli anziani e per le altre persone che non hanno molta attinenza con i mezzi informatici, mentre un sito internet, per qualunque genere di informazione, c’è bisogno di ritrovare il suo minuscolo pianeta in mezzo a milioni e milioni di galassie.

Il neo costituito circolo Fli, molto attivo dal punto di vista telematico, non è riuscito a far eleggere alcun rappresentante al Consiglio Comunale, neanche Sorcecchi, già consigliere e già assessore. Ha ottenuto un ottimo successo personale l’ex sindaco Bianchi, al debutto come candidato consigliere in questa fase politica, togliendo voti ai compagni di partito Pdl Ciardi e Silvi: il primo non ce l’ha fatta ad essere riconfermato, il secondo ce l’ha fatta per un pelo. Avendo la fama di sindaco che ha lavorato bene, ha raccolto moltissimi consensi: a mio avviso se si fosse ricandidato come primo cittadino per l’ennesima volta, non avrebbe vinto, ma portato “Territorio Comune” a più alti risultati si; comunque peggio di così non avrebbe potuto fare. Si sente dire: “ci vogliono volti nuovi!”  Il volto nuovo è arrivato ed abbiamo perso sonoramente. Ha sicuramente influito in questa grande batosta la crisi economica, il sostegno del Pdl al governo Monti, il governo delle stangate: una parte del nostro elettorato non ha votato ed un’altra parte ha portato i voti a sinistra, contribuendo allo straordinario successo. Il Movimento Civico ha solo pensato a danneggiare il centrodestra e a favorire il centrosinistra.

La sinistra era contornata da candidati giovani, quasi tutti per cinque anni hanno ricoperto un ruolo specifico, divenendo punti di riferimento per i cittadini, ed hanno avuto contatti e collaborazioni con altrettanti giovani (per giovani possono intendersi anche 40enni e passa che non sono pochi) e con le molteplici associazioni presenti sul territorio. L’unico neo per essi è stata la bocciatura dell’assessora Milanini. Gli aspetti negativi di questa amministrazione sono passati in secondo piano per l’elettorato: sporcizia dovuta alla mancanza per le strade dei secchi dell’immondizia, delinquenza, nepotismo e altre cose. Una parte di elettorato cattolico ha dato il suo voto alla vittoriosa compagine, ma non so se ci sono dei propri esponenti eletti, precedentemente c’erano Bruschini e Chiominto che non si sono ripresentati. Siamo tornati agli anni ’70, ’80, alle schiaccianti maggioranze bulgare, così da sconfessare completamente la mia inchiesta sulla crisi della sinistra a Cori di qualche mese fa: elaborata e pubblicata con l’augurio che fosse di buon auspicio per queste elezioni. Nella festante passerella del dopo voto si son riviste sventolare con fervore le vecchie bandiere rosse, falce e martello, sulle note di “Bella Ciao”: quella falce e quel martello furono l’emblema del lavoro, nei campi e nelle officine, dei contadini e degli operai; in quasi tutti gli stadi, ma anche in altri ambiti, i termini "contadino" e "pecoraro" sono usati a fini denigratori, pure dagli ultrà radical chic vicini alla sinistra estrema. La gran parte degli sconfitti ha accettato il verdetto con serenità, ha assistito alla festa degli avversari, senza andarsi a nascondere per la vergogna, ha fatto loro gli auguri per la vittoria, la Signora Ricci per prima: sono stati dei veri signori. Questa donna ricorda tanto i modi di sua madre, l’insegnante Giraldi, la quale oltre alla musica insegnava la vita. Quando è apparsa la figlia mi son tornati di colpo in mente tutti i discorsi morali della madre a distanza di tanti anni: era una che lasciava il segno. Era anche l’unica che era ancora attaccata al patrio valore, trasmettendolo ai suoi alunni: negli anni ’70, ’80 l’inno nazionale e la bandiera italiana, di cui soltanto recentemente di entrambi c’è stata rivalutazione a livello scolastico, erano soltanto segni rappresentativi delle nazionali di calcio ed olimpiche; lei insegnava l’inno ai suoi alunni, andando controcorrente, insieme alla “Canzone del Piave”, a “La Bandiera dei tre colori”  e a tante altre, narrando la loro storia. Gli ideali patriottici e di destra sociale ora saranno rappresentati dal consigliere di minoranza Evaristo Silvi e, visto che siamo tornati indietro allo strapotere comunista, vestirà i panni che i Ceracchi vestirono in quegli anni. Io dal canto mio continuerò a battermi come un leone per le mie idee, non sono come coloro che vanno come va il vento: quando la nave affonda affondo anch’io, non salgo su quella dei vincitori.

giovedì 3 maggio 2012

141) PRONOSTICI DA TOTOCALCIO


 

PER LE ELEZIONI COMUNALI 2012 GIOCHIAMO AL TOTOCALCIO



Ho ascoltato i molti comizi che si sono tenuti per le elezioni comunali coresi 2012. Questa sarà la quinta volta in cui parteciperò aI voto comunale come elettore. Quanti anni sono trascorsi dalla prima volta: sembra ieri l’aprile 1995, in cui avevo compiuto diciotto anni da pochi giorni e votai, in occasione delle elezioni comunali, provinciali e regionali. Le mie idee sono note a tutti; per le comunali in passato ho votato: Ilardi (Milita) prima e Bianchi (Silvi) poi. Stavolta la competizione non mi ha attratto ed entusiasmato come nelle precedenti occasioni; sinceramente non so come potrà finire, non possiedo le sfere, non faccio pronostici, anche perché potrei rivelarmi un pessimo profeta. Immaginiamo di giocare al Totocalcio e la sinistra gioca in casa, sia perché nel nostro paese è presente una sua discreta tradizione e sia perché quel poco di lista civica proviene da destra, per cui la stessa si presenta divisa, tre potranno essere gli scenari possibili:

1)     la sinistra vincerà nettamente: significherà che negli ultimi cinque anni ha fatto cose  reputate ottime dagli elettori e non ci sarà nulla da dire;
X)        la sinistra vincerà di misura: non ha lavorato bene e a destra ci sarà rimpianto per non aver sfruttato questa occasione, magari cercando un candidato alternativo, propriamente politico, che avrebbe potuto ricucire quel poco di strappo che si è venuto a creare;
2)     la candidata sostenuta dall’alleanza di centrodestra vincerà: i coresi avranno giudicato la sinistra assai negativa, mentre la candidatura di un sindaco vicino al Presidente della Regione sarà visto come un capolavoro strategico ai fini del miglioramento della qualità della vita nel nostro paese e sarà un’ennesima vittoria di chi ha proposto per primo questo nome.

Il segno 2, ovvero il colpaccio, non so se ci sarà, quindi mi gioco la tripla. Tutto dipenderà dal popolo e dallo spirito di comunicazione e di iniziativa di ciascun candidato, battendo porta a porta il comune, tentando di convincere i singoli cittadini a dare il voto a questo o a quello. È assai importante il contatto faccia a faccia, perché nei comizi si ascolta sempre la solita retorica, la solita minestra riscaldata, in cui uno parla male dell’altro.

A sinistra si hanno continuato l’azione avviata dai predecessori per la riqualificazione dei centri storici, fuori da esso non si è visto nulla, a parte qualche intervento urgente per causa del dissesto idrogeologico ( e Via Impero?). I marciapiedi non sono stati creati: certo Piazza Signina e Via del Soccorso avrebbero tutt’altro aspetto adornate di percorsi pedonali, anziché avere i parcheggi selvaggi e improvvisati, come hanno adesso, poi se aggiungiamo i “baracconi” che si costruiscono i pubblici locali, il tutto è proprio un fiore all’occhiello (tempo addietro bastava tirare una piccola tenda nel periodo in cui faceva caldo e si mettevano i tavolini all’aperto). Quelli imboscati negli alberi non si notano, gli altri in mezzo alle strade non sono belli a vedersi esteticamente. Finalmente stanno allargando la Strada del Casalotto, sono anni che se ne parla; un’altra idea potrebbe essere l’allargamento della stradina che da Via San Nicola conduce a San Francesco: potrà essere un veloce e comodo collegamento Monte – Valle, nel frattempo che il desiderio si adempia sarebbe appropriato eliminare il doppio senso di marcia. Nelle aree infestate dalle sterpaglie, vicino al museo e nel cinema Olimpo, potrebbero essere realizzati dei parcheggi. Per i casermoni di Piazza della Croce, gli eterni incompiuti, sarebbe ora che si decidesse che cosa fare (sono più di venti anni che sono in quelle condizioni): o demolirli, o portarli a compimento; perché non giovano all'immagine di Cori a coloro che si trovano a transitare di passaggio nei loro pressi.

Le opportunità di lavoro divengono, come sempre, il principale cavallo di battaglia di tutti i candidati: chi promette e chi si vanta del lavoro che è stato creato. Non solo a Cori, in tutte le parti, per lavorare bisogna rientrare nelle grazie di coloro che detengono le redini di un ente pubblico o di una società privata, mai una volta che si premiasse il merito. Il supermercato Conad ha creato qualche posto di lavoro, allo stesso tempo ha tolto il lavoro ai piccoli commercianti. Sarebbe stato più opportuno farlo aprire in area periferica, lasciando le piccole botteghe alimentari e le altre artigiane, come elemento tipico dei centri antichi e attrazioni dal punto di vista turistico.

La cultura è patrimonio di tutti, non esclusiva prerogativa di una parte, gli uomini acculturati hanno varie idee politiche. È venuto Scalfari a Cori, dal punto di vista politico nettamente schierato; se invece fossero venuti Ferrara o Feltri nel nostro paese che si sarebbe detto?




Come ho detto in un’altra occasione se non si prenderanno provvedimenti drastici a livello nazionale, ben poco si potrà fare per arginare il fenomeno della crescente delinquenza proveniente dall’Est Europa; quel poco che si potrebbe attuare, di competenza dei sindaci (controllo sulla regolarità degli affitti e sui mezzi per il sostentamento) potrebbe non bastare, considerato i molti delinquenti dislocati fuori del nostro comune, ma occorrerà badare anche a questo minimo. Non sono belle mentalità: quelle secondo le quali dobbiamo rassegnarci ad essere sommersi, discriminati, massacrati e guai a reagire. Se un delinquente straniero uccide un nostro connazionale dopo qualche anno sarà fuori, se un italiano, in particolar modo un tabaccaio o un gioielliere, uccide per legittima difesa passerà molti anni in gattabuia; solo se uccide un altro italiano l’attenuante difensiva gli verrà riconosciuta. Diveniamo rigidi e fiscali prima che il razzismo e la xenofobia dilaghino.

Il succo finale del discorso è un appello rivolto a tutti i candidati di rimanere con i piedi per terra, di guardare la realtà, regalando meno sogni e di non  elogiare fatti o cose che sono stati realizzati, quando in verità sono condizionati e non tutto va come si vorrebbe far credere. Buona fortuna e 1, X, 2!

martedì 1 maggio 2012

140) OCCIDENTE SVEGLIATI!!!

 

Massacri di cristiani nell’Africa islamica: è ora di dire «basta»

Basta! Non è più tempo delle denunce! Basta! Non possiamo continuare a piangerci addosso! Basta! Finiamola una volta per tutte con il porgere l'altra guancia! Di fronte all'ennesima strage di cristiani in Nigeria, Kenya e Pakistan, al ripetersi degli attentati terroristici islamici in Siria, alle conquiste territoriali di Al Qaida nello Yemen e nel Mali, alla riconferma della connivenza del governo con gli estremisti islamici in Egitto, alla certezza che i fanatici di Allah sono più che mai attivi dentro casa nostra determinati a imporre la sharia, la legge coranica, in questa Europa che ha perso la propria anima, noi dobbiamo dire: basta!

È stata una domenica di sangue. Sangue sugli altari delle chiese in Nigeria e in Kenya. Nel corso di una funzione religiosa cristiana nell'auditorium dell'università Bayero a Kano, città nel nord della Nigeria a maggioranza musulmana, i terroristi islamici del Boko Haram legati ad Al Qaida hanno massacrato almeno 20 fedeli. Chi sono? Boko Haram significa «la cultura occidentale è proibita». Considerano «haram», proibito, la democrazia, votare alle elezioni, i diritti fondamentali della persona quale la pari dignità tra uomo e donna, così come condannano a morte gli ebrei, i cristiani, gli infedeli e gli apostati. Il loro nome completo è Jamáatu Ahlis Sunna Liddáawati wal-Jihad, ovvero «Comunità fedele agli insegnamenti del profeta e al Jihad». Che cosa significhi concretamente essere fedeli a Maometto e militanti della Guerra santa islamica l'hanno dimostrato massacrando oltre un migliaio di persone dal 2009, tra cui circa 160 vittime a Kano lo scorso gennaio, l'italiano Franco Lamolinara e l'inglese Cristopher McManus lo scorso marzo nel corso di un tentativo di salvarli dal covo dove erano stati sequestrati.

Domenica di sangue anche a Nairobi, in Kenya, dove un sacerdote è stato ucciso e decine di fedeli sono rimasti feriti durante la celebrazione della messa in una chiesa dopo il lancio di una granata. Anche in questo caso si ritiene che dietro all'attentato terroristico ci sia un'organizzazione locale legata ad Al Qaida.

Sempre ieri si è saputo che il cittadino britannico Khalil Rasjed Dale, di origine yemenita, è stato decapitato. La sua colpa è di operare per la Croce rossa. Era stato rapito lo scorso gennaio in uno Stato dove i cristiani sono istituzionalmente discriminati, sono perseguitati in virtù della legge sulla blasfemia che condanna chiunque viene denunciato, anche arbitrariamente, per aver offeso il Corano o Maometto, così come sono stati a più riprese oggetto di efferati massacri. Lo sgozzamento e la decapitazione di tutti coloro che a vario titolo vengono condannati come nemici dell'islam è una prassi di Al Qaida e dei terroristi islamici che si rifà all'esempio di Maometto che nel 627 alle porte di Medina partecipò di persona alla strage di circa 800 ebrei della tribù dei Banu Qurayza con questo atroce rituale, nel convincimento che in questo modo la testa non si ricongiungerà mai più al corpo nel Giorno del Giudizio universale.

Venerdì scorso, giorno della preghiera collettiva islamica, a Damasco un terrorista suicida si è fatto esplodere di fronte a una moschea. Nove persone sono morte tra cui sette poliziotti. Nello stesso quartiere di Midan lo scorso gennaio un attentato terroristico islamico aveva provocato 26 morti e 63 feriti. Eppure gli Stati Uniti e l'Unione Europea affiancano ciecamente la Lega Araba, ormai sottomessa ai Fratelli Musulmani al potere dal Marocco all'Egitto nonch´ alla teocrazia wahhabita dell'Arabia Saudita, nella condanna cieca e pregiudiziale del regime di Assad, facendo finta che sul fronte opposto non ci siano bande armate dei Fratelli Musulmani siriani e gruppi terroristici di Al Qaida di cui fanno parte degli stranieri.

Sempre in tema di crescita della dittatura islamica, il 24 aprile il tribunale egiziano ha scagionato l'esercito e gli estremisti islamici che lo scorso 9 ottobre avevano ucciso 27 cristiani copti e ferito oltre 320 manifestanti, nel corso di un corteo di protesta di fronte alla sede della Televisione di Stato al Cairo, archiviando per «mancanza di prove» il processo a carico di «ignoti». Secondo i giudici nominati dal ministero della Giustizia sarebbero stati gli stessi cristiani a sparare e ammazzare i propri correligionari, nonostante le immagini diffuse dalle televisioni attestino in modo inconfutabile la responsabilità dei militari e degli estremisti islamici che li affiancavano.

Ebbene come è possibile che di fronte a questo quadro lo scorso 23 aprile il presidente Napolitano, accompagnato dai ministri dell'Interno Cancellieri e della Cooperazione Internazionale Riccardi, si siano recati in visita alla Grande Moschea di Roma nelle stesse ore in cui si annunciava l'arresto di due cittadini italiani legati ad Al Qaida e che attraverso un sito Internet promuovevano la Guerra santa islamica nel nostro Paese? Come hanno potuto Napolitano e Riccardi esaltare la cosiddetta «Primavera araba», attribuendo una legittimità democratica ai regimi islamici al potere che dichiarano pubblicamente la volontà di imporre la sharia, arrivando a sostenere che ora «le ragioni della convivenza sono più forti»?

Basta! Non possiamo più andare oltre in questo deliberato suicidio di un'Italia e di un'Europa ingenui, ignoranti, pavidi, collusi con gli islamici! Basta! È ora di reagire recuperando il diritto a usare la ragione, riscoprendo il sano amor proprio, riscattando il nostro legittimo dovere a salvaguardare la nostra civiltà laica e liberale che, piaccia o no ai catto-comunisti, agli adoratori dell'euro e agli infatuati dell'islamicamente corretto che ci governano, si fonda sulle radici giudaico-cristiane! Basta! Noi non siamo una terra di nessuno e non vogliamo diventare una terra di conquista!

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venerdì 27 aprile 2012

139) FASCISMO E POSTFASCISMO


RICORDO DI AJMONE FINESTRA: L’UOMO CHE NEL 1993 A LATINA, A SORPRESA  (MA NON PIU’ DI TANTO, VISTO LE ORIGINI DELLA CITTADINA), CON IL SOLO MSI (ANCORA NON C’ERANO FI E GLI ALTRI PARTITI DELLE ALLEANZE DI DESTRA) SEGNO’ LA SVOLTA, VENENDO ELETTO SINDACO E ROMPENDO IL CINQUANTENARIO E SCHIACCIANTE DOMINIO DEMOCRISTIANO NELLA CITTA’.


LATINA PERDE AJMONE FINESTRA, FIGURA STORICA DELLA DESTRA ITALIANA

È morto nella notte, all’età di 91 anni, Ajmone Finestra, figura storica della destra italiana, ex sindaco di Latina per due mandati dal 1993 al 2002 ed ex senatore della Repubblica. Finestra era stato, in gioventù, militante della Repubblica di Salò. Il suo impegno politico si è intrecciato con la storia del Msi di Giorgio Almirante, al quale l’ex senatore rimase ancorato senza mai accettare la svolta finiana. Il sindaco di Latina ha annunciato per domani la proclamazione del lutto cittadino e l’allestimento di una camera ardente pubblica.
L’aula del Senato ha tributato un applauso in omaggio a Finestra, già componente di palazzo Madama nell’ottava e nona legislatura. Il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, ha ricordato la figura dell’ex sindaco di Latina, ricordando, fra l’altro, che “inauguro il meccanismo dell’elezione diretta del primo cittadino, quando il suo partito era ancora l’Msi”. “È stato un combattente – ha aggiunto Gasparri – un protagonista della destra italiana”. E in tempi di antipolitica e di processi sommari alle classi dirigenti, la figura di Finestra “è un riferimento di moralità e onestà”.
Nell’esprimere le proprie condoglianze ai familiari, la moglie e i due figli, per la morte di Finestra, il coordinatore nazionale del Pdl, Ignazio La Russa ha sottolineato che “con lui se ne va un riferimento di passione e di coerenza per tutte le generazioni della Destra italiana. Un uomo che ha sempre dedicato il suo impegno politico al servizio delle istituzioni avendo come unico obiettivo l’interesse dei cittadini”.
Il cordoglio per la scomparsa di Finestra è unanime. La presidente della Regione Lazio, Renata Polverini ha espresso “vicinanza alla comunità di Latina a cui Finestra ha dedicato tutto il proprio impegno non solo negli anni che lo hanno visto sindaco del capoluogo pontino”, mentre Giorgia Meloni osserva: “Con Ajmone Finestra se ne va una storia italiana di coerenza e onestà, di passione politica e civile. Giovane e dinamico fino all’ultimo giorno della sua lunga vita. Mancherà molto a me, ma credo anche a coloro che erano distanti dalle sue idee. Accade quando scompare un uomo per bene”.
“La scomparsa del senatore Ajmone Finestra mi ha commosso profondamente, privando la città di uno dei più importanti protagonisti e testimoni della storia e dello sviluppo di Latina. La sua passione, l’attaccamento, l’amore per la terra in cui era cresciuto hanno segnato ogni momento della vita pubblica e privata, politica e professionale di un uomo cui i nostri cittadini, ieri come oggi devono molto”. Questo il ricordo del sindaco di Latina, Giovanni Di Giorgi. “Un segno di riconoscenza, oltre che di affetto, per un uomo il cui impegno al servizio delle istituzioni ha sempre avuto come unico obiettivo l’interesse comune, il bene della città e dei sui cittadini – ha aggiunto – La sua attività pubblica, sempre connotata da rigore morale e profonda onestà, ne ha fatto apprezzare la vocazione di uomo delle istituzioni che egli servì da sindaco di Latina, da parlamentare della Repubblica, da consigliere regionale, provinciale e comunale portando sempre un’impronta innovativa e uno spirito autenticamente riformista con quell’anima di combattente che sempre lo ha contraddistinto dagli anni della Repubblica sociale fino alle battaglie condotte da primo cittadino”.



ALCUNI ASPETTI POSITIVI DEL REGIME FASCISTA, SENZA TRALASCIARE QUELLI NEGATIVI, I QUALI POSERO LE BASI PER I SUCCESSIVI MIRACOLI ECONOMICI DEL DOPOGUERRA.

SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO? UN SERENO CONFRONTO TRA DEMOCRAZIA E FASCISMO


LA DEGENERAZIONE DELLA POLITICA ITALIANA, IN ATTO ORMAI DA UN TRENTENNIO, STA METTENDO IN DISCUSSIONE I FONDAMENTI DELLA REPUBBLICA

Con questo pezzo qualcuno mi bollerà come un nostalgico fascista, o, al limite, uno dei tanti qualunquisti. Il tentativo in questa sede è invece quello di confrontare l’attuale fase decadente della nostra Repubblica - ormai in corso da un trentennio (Berlinguer già nel 1984 parlava di “questione morale”) e fatta di storie di corruzioni, volgarità, scandali vari ed eventuali - con la prima fase del Regime fascista (1922-1936), nel corso della quale furono realizzate importanti riforme legislative (alcune rimaste in vigore fino a pochi anni fa), grandi opere pubbliche e importanti innovazioni culturali.

Molti sono gli stereotipi che portano all’automatica e totale bocciatura del Fascismo, con una conseguente promozione della democrazia divenuta stancamente scontata, al punto che i politici per anni hanno fatto quello che gli pareva e piaceva grazie al nostro totale disinteresse. Facendoci giungere alla situazione drammatica attuale.

Di seguito riporto un elenco di quanto compiuto dal Fascismo prima del mortale abbraccio col Nazismo di Hitler, che portò il Paese prima alla drammatica promulgazione delle Leggi razziali e poi all’ingresso nella Seconda guerra mondiale; alla quale l’Italia non era assolutamente preparata.

LA CORRUZIONE - Di Benito Mussolini e della grandissima maggioranza dei gerarchi Fascisti, (come dimostrò la Commissione sui "profitti del regime" costituita per volere dei vincitori e degli antifascisti,  subito dopo il 25 Aprile ‘45) nessuno può dire che ci si arricchì a scapito degli Italiani, cosa che è ben difficile, se non impossibile da dire dei politicanti di questa turpe e sgangherata  repubblica delle banane nata dalla demoniaca ideologia resistenziale.

LE OPERE PUBBLICHE – Benito Mussolini ed il Fascismo hanno espropriato latifondi, hanno creato poderi fertili laddove erano paludi malsane, hanno rimboscato territori, hanno costruito intere città in due-tre anni, hanno trasformato braccianti "sanculotti" in contadini proprietari. Benito Mussolini ed il Fascismo hanno collegato organicamente l'Italia costruendo autostrade, sviluppando ed elettrificando la rete ferroviaria, ristrutturando porti e dotando l'Italia del primo Codice della Strada. Benito Mussolini ed il Fascismo hanno costruito immensi acquedotti portando l'acqua in territori che per secoli erano stati aridi, trasformando un'agricoltura di sussistenza in agricoltura fertile e redditizia.
Benito Mussolini ed il Fascismo hanno organizzato la crescita organica ed ordinata dei centri abitati dotando l'Italia della sua prima Legge Urbanistica ed imponendo i Piani regolatori e di sviluppo sia a livello comunale che Regionale.
Oggi sappiamo quanti anni passano per la conclusione di un tratto stradale, di una ferrovia, o di una qualsivoglia opera pubblica. Il tutto col dovuto magna magna di politici e addetti ai lavori.

LE RIFORME LEGISLATIVE E IL WELFARE - Benito Mussolini ed il Fascismo hanno fatto le prime riforme che hanno ammodernato e rimesso ordine nei campi della Giustizia con il Codice Rocco ed in quello della Scuola con la Riforma Gentile.
Benito Mussolini ed il Fascismo hanno dato ai lavoratori, prima sfruttati come bestie da soma, da una borghesia cinica, operante nel vile silenzio di una Chiesa Cattolica inetta; un orario di lavoro umano, l'assicurazione contro le malattie, contro gli infortuni, l'invalidità e l’indennitá di disoccupazione, la pensione per la vecchiaia, gli assegni famigliari, gli sgravi fiscali per le famiglie numerose, l'istituzione del "Dopolavoro", le colonie marine e montane per i figli del ceto popolare, le scuole obbligatorie, l’apprendistato, l'assistenza alle lavoratrici durante la maternità e molto altro ancora.
Oggi sappiamo quanto il Welfare sia stato gradualmente smantellato e come le riforme in generale siano continuamente annacquate e rinviate.

LO SVILUPPO INDUSTRIALE - Benito Mussolini ed il Fascismo hanno sviluppato organicamente l'industria con la creazione delle aree industriali, primo grande esperimento Italiano di progettazione di tutte le componenti strutturali, logistiche, economiche ed umane del mondo del lavoro.
Ma la cosa più importante di tutte fu la legge sulla Socializzazione delle Imprese, varata poco dopo la costituzione della Repubblica Sociale Italiana, legge che darà all’operaio una posizione di autorità, oltre che di dignità, ancora oggi  assolutamente sconosciuta ed impensabile ovunque nel mondo. Con tale legge infatti, per la prima volta nella storia delle società umane, gli operai entravano nei Consigli d'Amministrazione delle industrie, diventando “giuridicamente” un elemento sostanziale  della gestione aziendale.
Oggi c’è la fuga delle aziende dall’Italia, anche di quelle italiane stesse.

Voi che bocciate il Fascismo a priori siete in realtà i primi artefici del degrado della Democrazia, perché la difendete senza ormai pretendere più di tanto da essa. E fu proprio questo atteggiamento a spalancare le porte alla dittatura.

 

FONTE: http://lucascialo.blogspot.it/  http://www.ilduce.net/fascismoedemocrazia.htm

mercoledì 25 aprile 2012

138) GLI ECCIDI INSABBIATI


IN OCCASIONE DEL 25 APRILE OCCORRE RICORDARE COLORO CHE VENNERO TRUCIDATI, MA NON SONO MAI STATI MENZIONATI DALLA STORIA, PERCHE' SCONFITTI. E' GIUSTA QUEST'OPERA DI REVISIONE E DI RIVALUTAZIONE DEI MARTIRIZZATI "DELLA PARTE SBAGLIATA", COME E' GIUSTO RICORDARE LE STRAGI NAZIFASCISTE, CHE SONO STATE SEMPRE DESCRITTE SUI LIBRI DI SCUOLA.

(TESTO TRATTO DA VARI SITI)


La strage di Oderzo (Treviso)Negli ultimi giorni di aprile del 1945, esattamente il 28, 126 giovani militi dei Btg. “Bologna” e “Romagna” della GNR e 472 uomini della Scuola Allievi Ufficiali di Oderzo della R.S.I. (450 allievi più 22 ufficiali) si arresero al C.L.N. con la promessa di avere salva la vita. L’accordo fu sottoscritto nello studio del parroco abate mitrato Domenico Visentin, presenti il nuovo sindaco di Oderzo Plinio Fabrizio, Sergio Martin in rappresentanza del C.L.N., il Col, Giovanni Baccarani, comandante della Scuola di Oderzo e il maggiore Amerigo Ansaloni comandante del Btg. Romagna. Ma quando scesero i partigiani della Brigata Garibaldi “Cacciatori della pianura” comandati dal partigiano Bozambo l’accordo fu considerato carta straccia e il 30 aprile cominciarono a uccidere. Molti furono massacrati senza pietà fra il 30 aprile e il 15 maggio. La maggior parte, ben 113, fu uccisa al Ponte della Priula, frazione di Susegana e gettati nel Piave. Pare si trattasse di 50 uomini del “Bologna”, 23 del “Romagna”, 12 della Brigata Nera, 4 della X^ MAS, e gli altri di altri reparti fra cui gli allievi della scuola. Altri furono trucidati sul fiume Monticano.La banda di "Bozambo", "boia di Montaner", al matrimonio tra Adriano Venezian e Vittorina Arioli, entrambi partigiani, al banchetto di addio al celibato di Venezian uno della banda affermò :- Ti auguriamo che tu abbia ad avere dodici figli e perché questo augurio abbia ad essere consacrato domandiamo che siano uccisi, vittime di propiziazione, dodici fascisti -.Fu così che la mattina del 16 maggio scelsero tredici allievi ufficiali della Scuola di Oderzo e li assassinarono nei pressi del Ponte della Priula. (Particolare delle stragi di Oderzo). (Contributo di Francesco Fatica dell’ISSES Napoli)Vedi anche, qui appresso i caduti sulla corriera della morte. In totale le vittime fra gli ufficiali della scuola di Oderzo furono 144.

La corriera della morte
Verso la metà di maggio (esattamente nella notte fra il 14 e il 15) tre camion della Pontificia Opera di Assistenza venivano dal bresciano e trasportavano verso sud reduci della R.S.I. che cercavano di rientrare a casa. Uno veniva da Rezzato, uno da Erbusco e uno da Brescia. Su quest’ultimo c’erano anche 15 o 16 allievi della scuola di Oderzo. A Bondanello, però, la polizia partigiana che aveva sede nella casa del popolo di Moglia, fermò i camion (almeno due). Il primo, proveniente da Brescia trasportava 43 persone. Queste furono consegnate alla polizia partigiana di Concordia che ne rinchiuse 25 (pare) a Villa Medici, ribattezzata “Villa del pianto”. Questi furono depredati di tutto e massacrati il 17 maggio. Gli altri, due notti dopo, vennero caricati su un camion e fatti proseguire per Carpi . Ma giunti a San Possidonio furono scaricati, condotti a gruppi nella campagna circostante, depredati, seviziati e uccisi. Era la notte del 19 maggio. Fra tanto orrore un fatto ancora più orrendo: fra quei poveretti c’era anche una giovane donna con marito e figlio. Questi ultimi finirono massacrati con gli altri. La donna, al sesto mese di gravidanza, fu violentata da nove uomini e poi abbandonata in stato confusionale davanti ad un albergo di Modena. Dalle risultanze processuali pare che gli uccisi fossero, in totale, più di ottanta. Diversi responsabili furono identificati ma, come al solito, pur essendo stati ritenuti colpevoli, beneficiarono dell’amnistia (e del minaccioso sostegno del partito comunista) e rimasero impuniti.

Gli uccisi di Pescarenico (Lecco)
La sera del 26 aprile transitò per Lecco una colonna di 160 uomini del Gruppo Corazzato “Leonessa” e del Btg. “Perugia” che ripiegava su Como. A Pescarenico furono attaccati dai partigiani. Asserragliati in alcune case i militi si difesero per tutta la notte e per tutto il giorno 27. A sera, avendo quasi esaurite le munizioni, fu trattata la resa. Le condizioni erano che i militi dovevano avere la libertà e gli ufficiali la prigionia secondo la Convenzione di Ginevra. Dopo la resa tutti gli uomini furono picchiati e insultati e minacciati tutti di morte. Il giorno 28 i tredici ufficiali e tre vice brigadieri furono uccisi. Prima di morire lasciarono ai religiosi che li assistettero,toccanti lettere per i familiari.

La strage di Monte Manfrei (Savona)
In questo luogo isolato dell’Appennino Ligure, fra Genova e Savona, nei giorni tragici di fine aprile, primi maggio 1945, i partigiani trucidarono i 200 marò del presidio di Sassello della Divisione “San Marco”, quando la guerra si era ormai conclusa. I cadaveri, sepolti sotto poca terra nei dintorni, non sono stati ancora rinvenuti tutti, anche per l’omertà delle popolazioni, minacciate ancora adesso dagli assassini dell’epoca. Una grande croce ricorda ora i caduti e ogni anno, l’8 luglio, numerose persone salgono lassù e li ricordano con una toccante cerimonia.

La strage di Rovetta (Bergamo)
Il 26 aprile 1945 un plotone della 6^ Compagnia della Legione Tagliamento di presidio al Passo della Presolana, al quale si aggiunsero alcuni militi della 5^, sentite le notizie della disfatta tedesca decise, malgrado la contrarietà di alcuni, di arrendersi, sollecitato in tal senso anche dal Franceschetti, proprietario dell’albergo che ospitava i militi e si diresse verso Clusone. Ma, giunti a Rovetta (BG), trattarono la resa col locale C.L.N. che promise un trattamento conforme alle convenzioni internazionali. Erano 46 militi comandati dal giovane S.Ten. Panzanelli di 22 anni. Deposte le armi, furono alloggiati nelle locali scuole elementari. Il prete del luogo, Don Giuseppe Bravi, era anche segretario del C.L.N. locale e garantiva il rispetto degli accordi. Ma una masnada di feroci partigiani, giunti da Lovere su due camion, impose la consegna dei prigionieri e il 28 aprile, dopo feroci maltrattamenti, 43 di loro (uno, Fernando Caciolo, della 5^ Cmp, sedicenne di Anagni, riuscì a fuggire e tre giovanissimi, Chiarotti Cesare, 1931, di Milano, Ausili Enzo, 1928, di Roma e Bricco Sergio, 1929, di Como, vennero risparmiati) vennero condotti presso il cimitero di Rovetta e qui fucilati. Ben 28 di loro avevano meno di 20 anni. L’ultimo ad essere ucciso, dopo aver assistito alla morte di tutti i camerati, fu il Vice brigadiere Giuseppe Mancini, figlio di Edvige Mussolini sorella del Duce.Dopo la guerra alcuni di quei partigiani ritenuti responsabili della strage furono individuati e processati. Ma la sentenza fu di non luogo a procedere in forza del Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 194 del 12 aprile 1945, firmato da Umberto di Savoia, che in un unico articolo dichiarava non punibili le azioni partigiane di qualsiasi tipo perché da considerarsi “azioni di guerra”. Fu, cioè, dalla viltà dei giudici, considerata azione di guerra legittima anche il massacro di prigionieri inermi compiuta, per giunta, quando la guerra era ormai terminata.

La strage di Lovere (Bergamo)
Mercoledì 25 aprile 1945 un piccolo presidio della Legione “Tagliamento”, 26 militi della 4^ Cmp, II Rgt, di stanza nell’edificio delle scuole elementari a Piancamuno in Val Canonica venne sorpreso da un gruppo di partigiani fra i quali erano dei polacchi in divisa tedesca. Malgrado la sorpresa i militi reagiscono, ma le perdite sono gravi : 9 morti fra cui il comandante aiutante maresciallo Ernesto Tartarini e tre feriti. Anche il comandante partigiano, però, tale Luigi Macario, viene ucciso insieme ad altri due, cosicché i partigiani, rimasti senza comandante, cedono al fuoco intenso dei militi superstiti e si ritirano. A questo punto giunge in aiuto una squadra del plotone Guastatori al comando del brigadiere Amerigo De Lupis.Egli si rende conto che i tre feriti che giaccioni all’Ospedale di Darfo non hanno una assistenza adeguata. Uno dei tre, infatti, Sandro Fumagalli, muore la mattina del 26Allora nel pomeriggio il De Lupis, con una piccola scorta, porta i due feriti. ancora vivi all’Ospedale di Lovere, sul lago d’Iseo. Ma egli non sa che i partigiani stanno occupando la città. Al mattino, infatti, il locale presidio del 612° Comando Provinciale della G.N.R. comandato dal Ten. Agostino Ginocchio si è arreso a un gruppo di partigiani e altri partigiani stanno affluendo dalle montagne. Così il De Lupis e i suoi uomini vengono sorpresi all’uscita dall’Ospedale e catturati. Condotti presso la casa canonica (Palazzo Bazzini) che veniva utilizzata come prigione, vennero rinchiusi insieme agli uomini del Ten. Ginocchio. Testimoni dell’epoca affermano che ai prigionieri vennero inflitti pesanti maltrattamenti. Il 30 aprile un legionario, Giorgio Femminini di 20 anni, ottenne di potersi sposare con la sorella di un commilitone, Laura Cordasco, così fu condotto in chiesa col De Lupis e il commilitone Vito Giamporcaro come testimoni. Ma poichè la cerimonia si prolungava i partigiani condussero via tutti gli uomini del De Lupis e li portarono dietro il cimitero dove furono massacrati con raffiche di mitra. Gli uccisi furono sei: Amerigo De Lupis, Aceri Giuseppe, Femminini Giorgio, Mariano Francesco, Giamporcaro Vito, Alletto Antonino. I due legionari: Le Pera Giovanni e De Vecchi Francesco, ricoverati, come si è detto, in ospedale per gravi ferite, furono quasi ogni giorno percossi e maltrattati e, infine, prelevati da partigiani fra il 7 e l’ 8 di Giugno, oltre 40 giorni dopo la fine della guerra, percossi, seviziati e, infine, gettati nel lago e annegati.

I massacrati di Ponte Crenna (Pavia)
Il 12 agosto 1944 quattro giovani militi venivano catturati dai partigiani e barbaramente assassinati a Ponte Crenna nell’Oltrepo Pavese. Fra essi Walter Nannini, medaglia d’Argento alla memoria.

La strage di S.Eufemia e Botticino Sera (Brescia)
Fra il 9 e il 13 maggio 1945 furono prelevati 11 fascisti a Lumezzane e altri a Toscolano Maderno. Orribilmente seviziati, 23 vennero uccisi proprio di fronte alla chiesa di S.Eufemia mentre altri 16 vennero uccisi e gettati in una fossa a Botticino, in una località detta Mulì de l’Ora. I civili erano 16 e 23 i militari di cui 9 erano della Divisione San Marco. I cadaveri furono ritrovati in stato di avanzata decomposizione, con tracce di inaudita violenza e le unghie strappate. Autori dell’eccidio furono i partigiani comandati da tale Tito Tobegia.

L’eccidio dell’Ospedale psichiatrico di Vercelli
Nei giorni dal 23 al 26 aprile 1945 si erano concentrate a Vercelli tutte le forze della R.S.I. della zona, circa 2000 uomini, che andarono a costituire la Colonna Morsero, dal nome del Capo Provincia di Vercelli Michele Morsero. Tale colonna partì da Vercelli alle ore 15 del 26 aprile, dirigendo verso nord per raggiungere la Valtellina. I reparti che costituivano la colonna erano : Il 604° Comando Provinciale GNR Vercelli Comandato dal Colonnello Giovanni Fracassi, la VII^ B.N. “Punzecchi di Vercelli, parte della XXXVI^ B.N. “Mussolini” di Lucca, CXV° Btg “Montebello”, I° Btg granatieri “Ruggine”, I° Btg d’assalto”Ruggine”, I° Btg rocciatori (poi controcarro) “Ruggine”, III° Btg d’assalto “Pontida”. La colonna raggiunse Castellazzo, a Nord di Novara, la mattina del 27 aprile e, dopo trattative, la sera decise, dopo molte incertezze, di arrendersi ai partigiani di Novara dietro promessa di essere trattati da prigionieri di guerra. Il 28 aprile i prigionieri vengono condotti a Novara e rinchiusi in massima parte nello stadio. Subito cominciarono gli insulti e i maltrattamenti e il 30 cominciarono i prelevamenti di gruppi di fascisti dei quali non si ebbe più notizia. Lo stesso accadde nei giorni successivi insieme a feroci pestaggi. Il 2 maggio Morsero viene portato a Vercelli e fucilato. Intanto sono giunti gli americani che tentano di ristabilire un minimo di legalità. Ma il Corriere di Novara dell’8 maggio parla di molti cadaveri di fascisti ripescati nel canale Quintino Sella. Finché il 12 maggio giungono da Vercelli i partigiani della 182^ Brigata Garibaldi di “Gemisto” cioè Francesco Moranino che prelevano circa 140 fascisti elencati in una loro lista. Questi uomini saranno le vittime della più incredibile ferocia. Portati all’Ospedale Psichiatrico di Vercelli saranno, in buona parte massacrati all’interno di questo. Le pareti dei locali dove avvenne l’eccidio erano lorde di sangue fino ad altezza d’uomo. Altri saranno schiacciati in un cortile da un autocarro, altri fucilati nell’orto accanto alla lavanderia, altri, pare tredici, fucilati a Larizzate e altri ancora, infine, portati con due autocarri e una corriera (quindi in numero rilevante) al ponte di Greggio sul canale Cavour e qui, a quattro a quattro, uccisi e gettati nel canale. Nei giorni successivi i cadaveri ritrovati nei canali di irrigazione alimentati dal canale Cavour furono più di sessanta. Solo il giorno 13 maggio, domenica, gli americani prenderanno il controllo dei prigionieri ed eviteranno altri massacri. Era già pronta la lista dei prigionieri da prelevare quello stesso giorno alle ore 18.

Il massacro di Schio (Vicenza)
La notte del 7 luglio 1945 una pattuglia partigiana irruppe nel carcere di Schio dove erano detenute 91 persone presunti fascisti. Di queste, che erano state radunate in uno stanzone e contro cui furono sparate molte raffiche di mitra, ne furono massacrate ben 54 di cui 19 donne, mentre 14 rimasero ferite (11 in modo grave). Il tribunale militare alleato individuò alcuni degli esecutori materiali del crimine ed emise alcune condanne, però mai eseguite. Dai dibattimenti emerse che molte di quelle persone non avevano alcuna colpa e nei loro confronti era già pronto l’ordine di scarcerazione. Il governatore militare alleato ebbe ad affermare che i fatti di Schio “costituiscono una macchia per l’Italia ed hanno avuto una larga pubblicità nei giornali statunitensi, britannici e sudafricani dove vengono considerati senza attenuanti".

Il massacro di Avigliana (Torino)
Qui furono uccisi, a guerra finita, dopo che si erano arresi ed erano stati disarmati, 33 militari della R.S.I..

I morti di Agrate Conturbia (NO)Caduti per la Patria” sta scritto su una croce che fa la guardia a 33 salme di fascisti senza nome, trucidati nel sottostante bosco detto “la Bindellina”.

I feroci massacri del Biellese
A Bocchetta Sessera (Vercelli) una stele ricorda le decine di cadaveri di fascisti, non solo uomini ma anche donne, stuprate e seviziate prima di essere uccise, che si presume ancora si trovino nel bosco sottostante. Fu questa, una delle zone dove la ferocia partigiana toccò livelli inimmaginabili. Qui operava Francesco Moranino detto Gemisto che, ricordiamolo, nel 1955 fu condannato all’ergastolo dalla Corte d’Appello di Firenze per strage di partigiani non comunisti e che fuggì a Praga, da dove rientrò in Italia dopo che il P.C.I. lo ebbe fatto eleggere Senatore.

Gli N.P. trucidati a Valdobbiadene (Treviso)
Qui, dopo che il 9 marzo 1945 il grosso del Btg N.P. della X^ fu trasferito sul fronte del Senio, rimasero a presidio soltanto 45 marò. Essi, che avevano sempre vissuto in buona armonia con la popolazione e, quindi, pensavano di non avere nulla da temere, dopo il 25 aprile, a guerra finita, si consegnarono ai partigiani della Brigata “Mazzini” (Comandante Mostacetti). Ma nella notte fra il 4 e il 5 maggio essi furono divisi in tre gruppi per essere, si disse loro, trasferiti altrove. Il primo gruppo fu condotto in località Saccol di Valdobbiadene, spinto in una galleria e, qui, trucidato a colpi di mitra e di bombe a mano. La galleria, poi, fu fatta saltare per occultare il crimine. Il secondo gruppo fu condotto in località Madean di Combai. Qui ai marò vennero legate le mani dietro la schiena con filo di ferro, indi, dopo essere stati depredati, vennero uccisi e bruciati. Stessa sorte ebbe il terzo gruppo, condotto in località Bosco di Segusino.

L’eccidio del 2° R.A.U.
Gli uomini del 2° R.A.U. ( Reparti Arditi Ufficiali) appartenente al R.A.P (Raggruppamento Anti Partigiano), che operava in Piemonte, si arresero ai partigiani il 27 aprile a Cigliano, a nord di Torino, essendo stato promesso il trattamento dovuto ai prigionieri di guerra e l’onore delle armi. Ma il 29 vengono divisi in due gruppi: nel primo vengono inclusi quasi tutti gli ufficiali, le ausiliarie e due signore mogli di ufficiali, nel secondo gli altri. Il primo gruppo viene condotto a Graglia fra inauditi maltrattamenti, senza cibo ne acqua per tre giorni. Fu negata l’acqua anche alla signora Della Nave, incinta. Il 2 di Maggio 1945 furono divisi in tre gruppi: il primo fu condotto al ruscello che divide il comune di Graglia da quello di Netro, il secondo in località Paiette e il terzo alla Cascina Quara presso il Santuario. E furono tutti trucidati. Oggi tutte le salme riposano in una tomba-ossario nel cimitero di Graglia dove una lapide bronzea recante il gladio della R.S.I. che ne ricorda il sacrificio.

L’eccidio dei fratelli Govoni
Alle ore 23 dell’11 Maggio 1945, venerdì, ad Argelato (Bologna), frazione Casadio, podere Grazia, assieme al altri dieci fascisti prelevati a San Giorgio in Piano, partigiani emiliani trucidavano, dopo averli condotti, legati a 3 a 3, presso una fossa anticarro, i sette fratelli Govoni che erano stati prelevati a Pieve di Cento la mattina alle 6,30 : Dino, 40 anni, falegname, Marino, 34 anni, contadino, Emo, 31 anni, falegname, Giuseppe, 29 anni, contadino, Augusto, 27 anni, contadino, Primo, 22 anni, contadino e Ida, di appena venti anni, sposata ad Argelato e madre di un bambino. Prima della morte tutti furono picchiati a sangue e seviziati in vario modo. Solo Dino e Marino avevano militato nella R.S.I., Marino come brigadiere della G.N.R. e Dino come semplice milite. Nel 1951, quando fu scoperta la fossa dove giacevano i corpi dei 7 fratelli insieme a quelli degli altri dieci fascisti, si scoprì lì vicino un’altra fossa con i resti di 25 cadaveri.

Gli uccisi del XIV Btg Costiero da Fortezza
Il 5 Maggio 1945, a guerra ormai conclusa, 20 militi del battaglione, che aveva valorosamente combattuto a difesa dei confini orientali, si consegnarono ai partigiani, fidando nelle leggi internazionali che tutelano i prigionieri di guerra. Ma i partigiani, totalmente irrispettosi di ogni legge, li condussero, dopo molte marce, a Sella Doll di Montesanto e qui, fattili inginocchiare sul bordo di una trincea della prima guerra mondiale, barbaramente li uccisero con un colpo alla nuca.

La strage di Codevigo (Padova)
Qui nei primi giorni del Maggio 1945 (fra il 3 e il 13) furono seviziate e uccise oltre 365 persone fra cui 17 fascisti (uomini e donne) dello stesso Codevigo (12 maggio). I militari, appartenenti a formazioni R.S.I. della provincia di Ravenna, erano stati catturati negli ultimi giorni di aprile e chiusi in carcere. Ma i partigiani romagnoli di Arrigo Boldrini li prelevarono dicendo che li avrebbero condotti a Ravenna. Li condussero, invece, a Codevigo e qui, dopo averli seviziati, li condussero al ponte sul fiume Brenta e li uccisero a due a due, gettandoli poi nel fiume. Molte salme furono trascinate via dalla corrente. Altre, gettate nei cimiteri dei dintorni, furono recuperate per l’opera instancabile di Rosa Melai che, il 27 maggio 1962 riuscì a inaugurare l’Ossario dove potè radunare le salme ritrovate. Oggi sono 114 i caduti che qui hanno trovato riposo e rispetto.

I trucidati a Ponte di Greggio (VC)
I fatti avvennero nei primi giorni del Maggio 1945.

I massacri dei bersaglieri del “Mussolini”
Come è noto il Btg di bersaglieri volontari “Mussolini” fronteggiò gli slavi del X° Corpus sul fronte orientale fin dal 10/12 ottobre 1943. Il 30 Aprile 1945, dopo la morte di Mussolini e la resa delle truppe italo-tedesche, anche gli uomini del “Mussolini” decisero di arrendersi ai partigiani di Tito, alle condizioni stabilite che prevedevano l’immediato rilascio dei soldati e la trattenuta dei soli ufficiali per accertare eventuali responsabilità. Ma i “titini” si guardarono bene dal rispettare le condizioni concordate e, invece di lasciare liberi i soldati, condussero tutti a Tolmino e li rinchiusero in una caserma. Da qui qualcuno fortunatamente riuscì a fuggire, ma, dopo alcuni giorni, 12 ufficiali e novanta volontari furono prelevati, condotti sul greto dell’Isonzo e, qui, trucidati. Dopo altri giorni altri dodici furono prelevati, condotti a Fiume e uccisi. E ancora il 18 maggio dall’Ospedale Militare di Gorizia furono prelevati 50 degenti e uccisi. Dieci erano bersaglieri. Intanto i sopravvissuti avevano iniziato una marcia allucinante, senza cibo né acqua, picchiati e seviziati, e altri furono uccisi durante la marcia. Finalmente giunsero al tristemente famoso campo di prigionia di Borovnica ove fame, epidemie, sevizie e torture inumane seminano morte fra gli odiatissimi bersaglieri. Alla chiusura di quel campo, nel 1946, i sopravvissuti furono internati in altri campi ove le condizioni non migliorarono assolutamente. Alla fine, il 26 giugno 1947, soltanto 150 bersaglieri, ridotti in condizioni inumane, poterono tornare in Italia. Dei quasi quattrocento caduti del battaglione, ben 220 furono quelli uccisi dopo il 30 aprile 1945.

La strage delle Ausiliarie
Negli ultimi giorni dell’ Aprile e nei primi di Maggio 1945 l’odio bestiale dei partigiani si scatenò con particolare accanimento contro le donne che avevano prestato servizio in qualità di ausiliarie nell’esercito della R.S.I. Esse subirono torture, pestaggi, sovente stupri ripetuti, e si tentò di umiliarle in ogni modo, spesso denudandole ed esponendole così al ludibrio di folle imbestialite.Giorgio Pisanò, nella sua “Storia delle Forze Armate della R.S.I.” (cui si rinvia per approfondimenti) ricorda diecine di casi di ausiliarie, spesso giovanissime, catturate da sole o in piccoli gruppi e, poi, martirizzate e trucidate. L’elenco delle ausiliarie cadute che compare in detta opera è di 200 nominativi, ma si avverte che tale elenco non è completo proprio perché non è mai stato possibile fare luce completa sulla quantità di crimini commessi dai partigiani in quella primavera di sangue a danno di queste giovani donne coraggiose e fedeli fino alla fine. Nella sola Torino ne furono massacrate 18.

L’olocausto della “Monterosa”
Tra il 24 e il 25 Aprile tutte le truppe schierate sul fronte alpino occidentale ricevettero l’ordine di ripiegare sul fondovalle. Così anche gli uomini della Divisione Alpina “Monterosa” iniziarono il ripiegamento. E, a cominciare dal 26 aprile, molti reparti, ad evitare spargimenti di sangue ormai inutili, si arresero al C.L.N. della zona avendo formali promesse di trattamento conforme alle leggi internazionali. Purtroppo tali leggi non furono rispettate e anche qui, come altrove, decine e decine di uomini ormai disarmati, furono trucidati con bestiale ferocia. Non è possibile ricostruire tutti i fatti, molti dei quali, probabilmente, non sono mai stati resi noti. E’ molto noto, invece, il caso degli uomini del Btg “Bassano” che si erano arresi il 26 aprile al C.L.N. di Saluzzo. Come al solito essi avevano avuto ampie garanzie di salvaguardia della loro incolumità. Ma, ancora come il solito, tali promesse non erano state rispettate. E l’Avv. Andrea Mitolo di Bolzano, già ufficiale del “Bassano”, con una circostanziata denuncia alla Procura della Repubblica di Saluzzo, descrive la fine di ventidue uomini, ufficiali e soldati, trucidati dai partigiani di “Gianaldo” (Italo Berardengo) dopo che si erano arresi ed erano stati disarmati.Né, parlando della Monterosa, possiamo non ricordare l’infame attentato alla tradotta che trasportava sul fronte occidentale gli uomini della “Monterosa” che erano stati ritirati dal fronte della Garfagnana. Tra Villafranca e Villanova d’Asti fu minata la linea ferroviaria e l’esplosione, provocata al passaggio della tradotta, travolse due vagoni e uccise 27 alpini ferendone altri 21 anche in modo molto grave. Malgrado l’odiosità del vile attentato non fu attuata alcuna rappresaglia.

I trucidati della Divisione “Littorio”
Negli ultimi giorni di Aprile anche i reparti della “Littorio” che, come è noto, difendevano i confini occidentali, iniziarono il ripiegamento verso il fondo valle. Anche qui, come altrove, i reparti che rimasero in armi fino all’arrivo degli anglo-americani, si consegnarono a questi e furono avviati ai campi di concentramento.Quelli, invece, come il III° Btg del 3° Rgt granatieri, si consegnarono ai partigiani, ebbero sorte diversa. Era stato raggiunto un accordo coi partigiani del capitano Aldo Quaranta per un indisturbato deflusso di tuti i reparti e il III° Btg, giunto il 27 aprile a Borgo San Dalmazzo, si arrese al capo del CLN del luogo, tale Oratino. L’accordo era che i militari sarebbero stati messi gradualmente in libertà forniti di lasciapassare. Fra gli uomini del Btg e i partigiani non c’erano mai stati scontri o altri incidenti, per cui il patto fu accettato dagli uomini della “Littorio” fidando nella parola dell’Oratino. Ma anche questa volta gli uomini del CLN e i partigiani non tennero fede alla parola data e il Maggiore Grisi, comandante del III Btg, il maggiore Montecchi, il Ten. Buccianti, il Cap. Calabrò, i Marescialli Sanvitale e Magni, il Caporal Maggiore Sciaratta ed altri furono uccisi alcuni dopo un processo sommario, altri senza processo e, soprattutto, senza che fossero loro contestate reali colpe.

I morti della Divisione “San Marco”
Negli ultimi giorni di Aprile, a guerra conclusa, molti uomini della Divisione “San Marco” furono uccisi dai partigiani. Giorgio Pisanò, nella sua “Storia delle Forze Armate della R.S.I.” ne elenca alcune centinaia fra cui circa 300 ignoti ancora in divisa ma privi di ogni segno di riconoscimento, trucidati a Colle di Cadibona, Monte Manfrei (vedi sopra), Passo del Cavallo, Santa Eufemia e in altri luoghi.Il Deposito Divisionale, ritiratosi a Lumezzane V.T., qui il 27 aprile accettò la resa con l’onore delle armi e un promesso salvacondotto per tutti. Ma una volta deposte le armi i partigiani, fedifraghi come sempre, condussero gli ufficiali a Gardone e, dopo due giorni, li trucidarono a S.Eufemia della Fonte (BS). Fra di essi il Comandante del Deposito Ten. Col. Zingarelli, la cui salma, ritrovata con le altre orrendamente mutilate, potè essere identificata in virtù di un maglione blu che era solito indossare.

I trucidati della 29° Divisione SS italiane
I reparti più atti al combattimento di questa divisione ( Btg “Debica” e Gruppo di combattimento “Binz”) si arresero agli americani nei giorni 29 e 30 aprile. Il resto della divisione, invece, ( Btg Pionieri e Btg dislocati a Mariano Comense e a Cantù) dopo una strenua resistenza condotta fino all’esaurimento delle munizioni, fu catturato dai partigiani. Gli ufficiali furono tutti trucidati. Il Ten. Luigi Ippoliti, ferito, fu prelevato in ospedale il 5 maggio 1945, condotto presso il cimitero di Meda e qui massacrato legato alla barella.

I caduti del 3° Rgt. Bersaglieri volontari
Il I° Btg era schierato a Genova e a levante di Genova. I reparti che erano a levante di Genova si sacrificarono quasi interamente per contrastare l’avanzata del negri della 92^ Div. “Buffalo”. I reparti che si trovavano in città furono attaccati dai partigiani e si difesero fino all’ultima cartuccia. Essendo ormai disarmati, furono catturati e, immediatamente, quasi tutti uccisi. Il II° Btg si trovava, invece, in Liguria in difesa del confine occidentale. Quando giunse l’ordine di ripiegamento, risalì insieme alla 34^ Div. Tedesca fino a Quagliuzzo in Piemonte e qui, il 3 maggio, si arrese al CNL locale previo rilascio di un lasciapassare per tutti gli uomini. Malgrado il lasciapassare, però, il Cap. Francoletti e il Ten. Casolini furono condotti sul greto della Dora e qui massacrati. I corpi non furono mai ritrovati. Questo Btg ebbe anche due giovani mascotte, di quattordici e dodici anni, assassinate dai partigiani.

I caduti dei Guastatori del Genio II° Btg.
Anche questo reparto (che aveva poi assunto il nome di II° Btg Pionieri “Nettuno”) ebbe i suoi caduti dopo la cessazione delle ostilità. Nei giorni successivi al 25 aprile 1945 il Btg fu sciolto a Somma Lombardo (Varese). La popolazione del luogo si adoperò in ogni modo per salvare gli uomini del Btg, favorendo il rientro nelle loro famiglie. Malgrado il generoso intervento, i partigiani catturarono il Capitano Dino Borsani e, dopo due settimane di torture, lo trucidarono insieme a tre militari sulle rive del Ticino. Era il 10 maggio 1945.

Gli uccisi del Btg Volontari Mutilati “Onore e Sacrificio”
Anche questo Battaglione che la Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra aveva voluto costituire (come già accadde durante la campagna etiopica del 1936), ebbe trucidati molti dei suoi appartenenti. Il Btg era stato costituito a Milano e qui era sempre rimasto, a svolgere compiti territoriali. Dopo la resa anche su questi mutilati infierì la ferocia partigiana e, allorché ebbero deposto le armi, molti furono gli assassinati.

L’eccidio di Ozegna
Pur non essendo accaduto dopo il termine della guerra, si ritiene opportuno narrare qui anche questo fatto, per la vigliaccheria con cui venne consumato l’agguato. L’8 di luglio del 1944 un reparto motorizzato del Btg “Barbarigo” della X^ MAS, che dalla metà di giugno si trovava in Piemonte, al ritorno da una missione fece sosta nella piazza di Ozegna. Lo comandava il Capitano di Corvetta Umberto Bardelli, comandante del Battaglione. Sulla stessa piazza si trovavano alcuni partigiani coi quali Bardelli avviò una pacata discussione invitandoli a non combattere contro altri italiani per conto dello straniero invasore. La conversazione fu pacata e i partigiani ammisero che occorreva fare fronte comune contro gli stranieri. Ma l’atteggiamento remissivo e non ostile nascondeva l’agguato. Infatti, mentre essi parlavano in quel modo con Bardelli, un centinaio di partigiani si ammassarono nelle vie che sboccavano nella piazza e, non appena i parlamentari partigiani si allontanarono, un inferno di fuoco si scatenò sugli uomini del “Barbarigo”. Bardelli tentò di organizzare la resistenza, gridando: - Barbarigo non si arrende - , ma cadde quasi subito sotto il fuoco delle armi partigiane della banda di Piero Urati (detto Piero Pieri) insieme a dodici marò. I sopravvissuti, molti dei quali erano feriti, dovettero arrendersi.

Il massacro del Distaccamento “Torino” della X^
Il 26 aprile 1945 le forze del Presidio militare di Torino lasciarono la città agli ordini del comandante regionale militare Gen. Adami-Rossi. Ma il distaccamento “Torino” della Decima Flottiglia MAS non le seguì e si chiuse nella caserma Montegrappa preparandosi ad una resistenza ad oltranza. Disponeva anche di qualche carro armato. La resistenza durò tre giorni ma alla fine, esaurito il carburante per i carri e scarseggiando le munizioni, il 30 aprile cessò. Qualcuno riuscì a mettersi in salvo attraverso certi cunicoli sotterranei, ma sui rimasti si abbattè la ferocia partigiana. Circa 70 uomini furono fucilati nel cortile della caserma, altri furono massacrati dalle varie formazioni partigiane che avevano partecipato all’assalto e alla cattura di prigionieri. Alla fine, dopo che avevano dovuto assistere al martirio dei camerati, vennero fucilate anche tutte le ausiliarie del reparto.

Il sacrificio della Compagnia “Adriatica” della X^ MAS
All’atto dell’abbandono di Ravenna il Ten. Di Vasc. Giannelli costituì, coi marinai presenti, una compagnia di fucilieri. Era il 1° dicembre 1944. Spostatasi a Chioggia, la compagnia si aggregò alla X^ e, nel gennaio 1945, partì per Fiume e, da qui, si portò sull’isola di Cherso. Qui, nel maggio 1945, la compagnia si sacrificò pressoché per intero per la difesa dell’isola.

Il sacrificio della Compagnia “D’Annunzio” della X^ MAS
Costituitasi a Fiume nel maggio 1944, fu l’estremo avamposto della Decima sui confini orientali. Posta alla difesa di Fiume, costituì anche tre distaccamenti: Laurana, Lussimpiccolo e Lussingrande. Il 25 aprile 1945 Laurana venne attaccata dai “titini” e i 130 marinai si difesero strenuamente fino all’arrivo dei soccorsi. Ma ben 90 caddero nello scontro. Gli altri due distaccamenti si difesero eroicamente fino alla totale distruzione. Fiume si difese con uguale valore fino al 1° maggio, nella vana attesa di uno sbarco anglo-americano. E il 2 maggio i superstiti furono catturati dagli iugoslavi. Ben pochi rientrarono dalla prigionia nel 1947.

Il sacrificio della Compagnia “Sauro” della X^ MAS
Costituita a Pola nel settembre 1943 con gli uomini del deposito del Reggimento San Marco rimasti, dopo la visita di Borghese passò alle dipendenze della X^. A fine aprile e fino al 3 maggio combattè strenuamente fino all’ultimo per la difesa della città. Pochi sopravvissero e furono catturati dagli slavi.

I trucidati della base operativa “Est” della X^
La Base “Est” aveva sede a Brioni Maggiore ma, a fine aprile, col precipitare degli eventi, si concentrò presso il Comando di Marina-Pola. Dopo aver partecipato alla difesa della città, quando essa cadde il personale fu catturato dagli slavi. Solo quattro marinai furono risparmiati. Ufficiali, sottufficiali e 50 fra graduati e marinai furono trucidati a Portorose, a Brioni e a Pola.

Il sacrificio della Scuola Sommozzatori della X^
Questa scuola, costituita a Portofino nel gennaio 1944, nell’estate fu trasferita in Istria, sul confine orientale, a Portorose. Una parte del personale, catturata negli ultimi giorni di aprile, fu subito passata per le armi. Altri, caduti prigionieri a Pola ove si erano concentrati, finirono nei terribili campi di concentramento iugoslavi. Pochi i sopravvissuti.

I morti del Btg. “Sagittario” della X^
Il 30 aprile 1945 il Btg., insieme ad altri reparti del II° Gruppo di Combattimento, raggiunse Marostica e qui, secondo gli ordini, si dette in prigionia agli americani. Ma, dopo la resa, il Comandante Ten.Vasc.F.M. Ugo Franchi e numerosi marinai, furono prelevati e assassinati dai partigiani.

L’assassinio del Maggiore Adriano Visconti
Il 29 aprile 1945 a Gallarate il Primo Gruppo Caccia dell’Aeronautica Repubblicana si arrendeva al CLN del luogo previo accordo che garantiva a tutti l’incolumità. Gli ufficiali vennero condotti a Milano nella Caserma del “Savoia Cavalleria” in Via Vincenzo Monti. Qui, contrariamente agli accordi, gli ufficiali, cui era stato concesso di tenere le proprie armi, vennero disarmati. E mentre attraversavano il cortile della caserma, il Maggiore Adriano Visconti, comandante del Gruppo e il S.Ten. Valerio Stefanini, Aiutante Maggiore, vennero vilmente assassinati con raffiche di mitragliatore sparati alle spalle. Furono sepolti nel cortile stesso della caserma.

I massacrati del Btg. “Folgore”
Il 29 aprile 1945 il Btg. “Folgore” del Rgt “Folgore” si stava dirigendo verso Venaria Reale. Contemporaneamente una pattuglia su un autocarro si diresse a Torino per ritirare alcuni autocarri presso il deposito reggimentale e per recuperare i feriti del Btg presso l’O.M. Ma a Porta Susa un blocco partigiano impedì la realizzazione del progetto. Allora il sottufficiale capo-pattuglia parlamentò coi partigiani ed ebbe l’assicurazione che i feriti sarebbero stati rispettati. Purtroppo, invece, tutti i feriti furono massacrati. Il 1° maggio il Btg., giunto a Strambino il giorno prima, si sciolse, e il Capitano Fredda sciolse gli uomini da ogni obbligo. Ma quasi nessuno abbandonò il reparto che il 5 maggio, ad Ivrea, si consegnò in prigionia di guerra agli americani ricevendo l’onore delle armi. L’ausiliaria Portesan e il sergente maggiore Ciardella furono i soli a lasciare il Btg il 2 maggio, ma, appena fuori dalla zona presidiata, furono trucidati dai partigiani.

Le stragi di Genova Fra il 26 e il 27 aprile 1945 cessava la resistenza dei presidi della GNR rimasti in città. Con l’assunzione del potere da parte del CLN iniziarono i massacri che coinvolsero anche gran parte dei familiari dei militi. Massacri che continuarono anche dopo l’arrivo a Genova della 92^ Div. “Buffalo” americana.

Le stragi di Imperia
I partigiani entrarono in Imperia il 25 aprile 1945. Fu subito costituita una “commissione di giustizia” che arrestò 500 fascisti o presunti tali. Si disse che era per salvaguardarne la vita. Ma il 4 maggio una quarantina di loro fu seviziata e uccisa. E anche nella provincia avvennero massacri spaventosi.

Le stragi di Milano
Il 608° Comando Provinciale GNR, fedele alle consegne, non si sbandò il 25 aprile 1945 e, chiusisi i vari distaccamenti nelle caserme, resistè fino all’ultima cartuccia. Dopo di che, malgrado le promesse di rispetto della vita, ci furono i massacri, compiuti prevalentemente dai partigiani dell’Oltrepo pavese. Interi plotoni vennero passati per le armi. E le uccisioni continuarono anche quando i pochi superstiti ritornarono alle loro case dai campi di concentramento.

Le stragi di Varese
Anche qui le forze del 609° Com. Prov. GNR rimaste sul posto, dopo essere state sopraffatte il 26 aprile 1945, subirono le atroci vendette dei partigiani che, dopo aver subito fucilato il Cap. Osvaldo Pieroni con alcuni altri, continuarono fino a tutto maggio le esecuzioni sommarie, abbandonando insepolti i cadaveri, spesso rimasti senza nome.

Le stragi di Como
Nella notte del 27 aprile 1945 il Colonnello Vanini aveva ordinato la resa e lo scioglimento del 610° Com. Prov. GNR. Ciò fu fatto, come dagli altri reparti della R.S.I., per evitare il bombardamento della città che sarebbe stato richiesto dai partigiani. Subito dopo cominciarono, anche qui, le sevizie e le uccisioni di numerosissimi militari, che continuarono per quasi tutto maggio.

Le stragi di Sondrio
Il 25 aprile 1945 a Sondrio comandava i circa 3000 uomini della R.S.I. il generale Onorio Onori che avrebbe dovuto organizzare il famoso ridotto della Valtellina. Altri 1000 uomini al comando del Maggiore Renato Vanna sono a Tirano e cercano di raggiungere Sondrio. Il Maggiore Vanna, con 300 uomini, tenta di forzare gli sbarramenti opposti dai partigiani, ma ecco che il generale Onori e Rodolfo Parmeggiani, federale di Sondrio, gli vanno incontro a Ponte in Valtellina, a 9 Km da Sondrio, gli comunicano di essersi arresi il giorno prima e lo invitano a fare altrettanto. E’ il 29 aprile. Tutti i prigionieri vengono chiusi nel carcere di via Caimi o nell’ex casa del Fascio. E qui, malgrado le solite promesse di trattamento civile e conforme alle convenzioni internazionali, ai primi di maggio ebbero inizio le uccisioni di massa. Il 4 maggio furono prelevati 8 uomini, condotti ad Ardenno, obbligati a scavarsi la fossa e uccisi. Il 6 maggio ne furono prelevati 13, condotti a Buglio in Monte e uccisi. Il 7 maggio fu la volta di altri 15. Condotti vicino a Bagni del Masino, furono mitragliati alle gambe e, poi, bruciati vivi. Si calcola che, in totale, gli uccisi siano stati oltre 200. Secondo alcuni addirittura 500. Fra gli uccisi anche l’ausiliaria Angela Maria Tam, il maggiore Vanna e due Capitani medici. Il S.Ten. Paganella fu gettato da un campanile. Molti uccisi ebbe anche il I° Btg Milizia Francese, dipendente dallo stesso Comando.

Le stragi di Brescia
Gli uomini del 613° Com. Prov. GNR si arresero fra il 28 e il 30 aprile 1945. Subito ci furono sevizie e uccisioni compiute dai partigiani. Il maggiore Spadini subì un vergognoso processo e fu condannato a morte e fucilato il 13.2.1946. Il 23.4.1960 la vedova ricevette una telefonata del Ministro di Grazia e Giustizia On. Guido Gonella che gli annunciava l’annullamento della sentenza della Corte d’Assise Straordinaria di Brescia e la riabilitazione del marito.

Le stragi di Pavia
Le forze del 616° Com. Prov. GNR furono particolarmente pressate dalle ingenti bande partigiane della zona. Il 25 aprile 1945 il presidio di Strabella visse un episodio eroico. Per consentire al grosso delle truppe di ritirarsi verso nord, dodici giovanissimi volontari si assunsero il compito di impegnare le forze partigiane. I dodici giovani, poi ridotti a sei, si difesero disperatamente per tutto il giorno e tutta la notte. Poi accettarono la resa con l’onore delle armi. Ma poco dopo, furiosi per essere stati tenuti in scacco da sei ragazzi, i partigiani li prelevarono (ad eccezione di uno che riuscì a fuggire) e li fucilarono insieme ad altre 14 persone. La stessa sorte fu riservata a molti militi degli altri presidi.

Le stragi di Vicenza
Gli uomini del 619° Com.Prov. GNR, all’atto dello sfondamento del fronte nell’aprile 1945 si ritirarono verso le montagne. Ma qui dovettero arrendersi ai partigiani. Vari distaccamenti, però, si difesero strenuamente finchè vennero sopraffatti e massacrati con inaudita ferocia. Vedi anche il terribile massacro di Schio.

Le stragi di Treviso
Anche in questa provincia gli uomini del 620° Com. Prov. GNR, dopo la resa avvenuta fra il 27 e il 30 aprile 1945, subirono la feroce vendetta partigiana. A Revine Lago, a Oderzo, a Susegana furono soppressi centinaia di uomini. Quelli del presidio di Fregona, arresisi il 27 aprile, furono portati a Piano del Cansiglio e infoibati.

Le stragi di Padova
Il 623° Com. Prov. GNR cessò di esistere il 28 aprile 1945. In tutta la provincia infierirono gli uomini della brigata garibaldina di “Bulow” (Boldrini) che commisero innumerevoli eccidi.

Le stragi di Bologna
Il 629° Com. Prov. GNR partecipò, il 21 aprile 1945, alla difesa di Bologna, poi si ritirò verso il Po e qui si sciolse. I suoi uomini furono braccati e moltissimi furono gli assassinati e lasciati senza sepoltura.Pare che gli uccisi dopo il 21 aprile 1945 nel bolognese ammontino a 773 di cui 334 civili fra cui 42 donne.

Le stragi di Parma
Il 631° Com. Prov: GNR partecipò alla difesa della città il 23 aprile 1945, poi una colonna si ritirò fino a Casalpusterlengo ove si sciolse. Ma i presidi di Colorno e di Salsomaggiore furono massacrati al completo. E il 26 aprile a Parma in via Giuseppe Rondinoni furono uccisi 10 bersaglieri della divisione “Italia”.

Le stragi di Modena
Il 633° Com.Prov.GNR nell’aprile 1945 si ritirò ordinatamente fino quasi a Como dove si sciolse. Ma nella provincia di Modena le uccisioni indiscriminate di fascisti continuarono fino al 1946. I fascisti uccisi nel modenese pare ammontino a 893.

Le stragi di Forlì
Gli uomini del 636° Com. Prov. GNR ripiegati al nord, confluirono nel Btg. “Romagna” che fu inviato nel Veneto. Qui, negli ultimi giorni di aprile 1945 avvenne la resa e, dopo la resa, il pressoché totale annientamento ad opera dei partigiani.
Le stragi del 3° Rgt M.D.T. “D’Annunzio”.
Il 3° Reggimento “Gabriele D’Annunzio”, che era di stanza a Fiume, negli ultimi giorni di aprile 1945 tentò il ripiegamento verso Trieste e Gorizia. I suoi uomini, costretti ad arrendersi agli slavi il 3 maggio subirono orrende sevizie, numerose uccisioni, e anche infoibamenti.