bandiera

bandiera
Visualizzazione post con etichetta 25 aprile e resistenza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 25 aprile e resistenza. Mostra tutti i post

domenica 28 aprile 2024

523) DA CHE PARTE SONO OGGI ODIO E VIOLENZA?

IN NOME DI UN ANTIFASCISMO, CHE ORAMAI APPARTIENE SOLO ALLA STORIA, SI SCENDE IN PIAZZA CON DIMOSTRAZIONI D’ODIO E DI VIOLENZA, IN UNA RICORRENZA IN CUI SI DOVREBBERO RAMMENTARE TUTTI I CADUTI DELLA GUERRA CIVILE ITALIANA (1943 – 1945) E DELL’IMMEDIATO DOPOGUERRA. CHI SONO I VERI INTOLLERANTI E VIOLENTI: I MEMBRI DI UN GOVERNO DEMOCRATICO O COLORO CHE SCENDONO IN STRADA?

 


Quest’anno in occasione del 25 aprile ci sono state numerose manifestazioni violente in una giornata in cui si dovrebbe ricordare la fine della guerra nel 1945, del fascismo e la liberazione dagli occupanti nazisti. Addirittura i discendenti di quella che era la Brigata Ebraica nella Resistenza sono stati apostrofati come nazisti: proprio loro i cui nonni e genitori furono le principali vittime di quel regime. Ci sono state altresì dimostrazioni di violenza, con atti di vandalismo, tra i quali il dar fuoco ad immagini e fantocci raffiguranti esponenti del governo di centrodestra. La realtà ci dice che oggi non c’è nessun governo fascista in Italia, forse è presente solo nella mente di questi soggetti. A parte il fatto che questa cosiddetta "resistenza" non è patrimonio esclusivo di quella sola componente politica, infatti vi aderirono tutti i partiti di allora, compresi i liberali e i monarchici, e se non fosse stato per gli Alleati, avrebbe mai trionfato? Il fascismo è finito nel 1945, sono passati quasi 80 anni: in questo lasso di tempo da noi c’è sempre stata democrazia. Fascismo e antifascismo si studiano solamente a scuola. 

Proprio in questi mesi ricorrono gli 80 anni esatti di molte stragi nazifasciste in Italia: è ovvio che siano ricordate e commemorate, è giustissimo; però delle stragi commesse per mano della parte avversa durante la guerra e nel dopoguerra se ne è sempre parlato poco e non tutte quelle vittime avevano avuto a che fare con il fascismo. Ecco allora come dovrebbe essere impostato il 25 aprile: dovrebbe essere una giornata per ricordare, oltre il ritorno della democrazia, tutte le vittime militari e civili, morte da entrambe le parti tra il 1943 ed il 1945. C’è da chiedersi chi siano i violenti e gli odiatori: i membri di un governo democraticamente eletto che pensano solo a lavorare per il bene del paese o coloro che scendono in piazza e, erigendosi a palatini della libertà e della democrazia, si dimostrano violentemente intolleranti verso chi non la pensa come loro?

lunedì 4 maggio 2020

444) SOLENNITÀ SI E SOLENNITÀ NO


IL 25 APRILE (ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE) E IL 1° MAGGIO (FESTA DEL LAVORO) SONO DUE FESTIVITÀ NAZIONALI E LAICHE A CUI SI DEVE DARE MOLTA IMPORTANZA, MENTRE NESSUNO RICORDA COME È NATA L’ITALIA COME STATO, NEL COSIDDETTO RISORGIMENTO.


Il 25 aprile e il 1° maggio sono due festività nazionali, laiche a cui si è tenuti a dare molta importanza e considerazione. Sono due ricorrenze sentite particolarmente dal popolo che è politicamente simpatizzante per il centrosinistra. D’accordo che la libertà e il lavoro sono due elementi importanti da cui dipende il vivere bene degli esseri umani, ma se uno a cui non interessa la politica osa dire che queste festività sono, né più né meno, eguali agli altri giorni festivi che ci sono e sono solo una scusa per un lungo ponte (se c’è vicina anche la Pasqua ancora meglio), apriti cielo. Se si dice la stessa cosa del Natale, della Pasqua, del Ferragosto, del Capodanno, nessuno contesta. Per tutti i giorni festivi ci saranno dei validi motivi se sono tali. Io sono per il mantenimento di queste due feste, ma sono contrario all'eccessiva esaltazione e alluso politico (specie del 25 aprile) che se ne fa.

Anche il 2 giugno, la Festa della Repubblica, rischierà in futuro di finire al pari delle altre due già citate massime solennità. Essa è l’unica grande festa nazionale rimasta in piedi, in cui si ricorda la nascita dell’istituzione repubblicana dello stato italiano. Mentre non c’è nessuna festa e non si parla quasi mai di come il nome Italia a suo tempo non fosse più considerato solo una tipica espressione geografica, rinascendo come entità territoriale, come stato, nel periodo del cosiddetto Risorgimento. Per il compleanno dello stato italiano dovrebbe esserci una grande festività solenne, superiore a tutte le altre civili, con parata militare, frecce tricolori, bandiere tricolori in ogni angolo delle città e dei paesi, storia risorgimentale in televisione. Ci sarebbero diverse date a disposizione: 17 marzo (quando nel 1861 a Torino fu proclamato il Regno d’Italia ancora incompleto), 20 settembre (nel 1870 ci fu la presa di Roma, che divenne capitale, concludendosi così la prima parte dell’Unità d’Italia), 4 novembre (nel 1918 fine Prima Guerra Mondiale e unione all’Italia dei territori che ancora mancavano). Un tempo il 4 novembre era festivo, oggi invece è un giorno feriale in cui c’è la festa delle forze armate italiane. Si tende a sminuire il processo politico e militare che fece della penisola italiana dopo millenni, in cui tutti la sottomisero, con l’assenso e gli interessi dei vari monarchi, nobili locali e papi, un unico stato. Nelle rivoluzioni del 1848 gli stati provvisori e indipendenti che si crearono in Italia avevano per bandiera il tricolore italiano. Quella fu una grande rivoluzione voluta da tutti gli italiani dell’800, del nord e del sud, che avevano contro quasi tutta l’Europa di allora, formatasi col Congresso di Vienna del 1815 (qualche alleato europeo che aveva a cuore la Causa italiana il Conte Cavour, grazie alle sue manovre di tessitore, lo trovò, anche se dietro c’erano interessi, come per la Francia di Napoleone III).



Oggi se si parla del Risorgimento, se ne parla solo per denigrarlo, per sminuire la grandezza di quell'impresa. Dopo oltre 150 anni sono sorti dal nulla alcuni movimenti neo borbonici con le loro teorie, spesso menzognere. È vero che dopo il 1861 ci furono dei problemi, soprattutto al sud, il quale si aspettava nell'immediato sviluppo ed equità sociali, con guerriglia da parte dei briganti manovrati con promesse dagli ex regnanti, e dura repressione dell’esercito, ma alla lunga anche il sud guadagnò con l’Unità d’Italia (riduzione dell’analfabetismo, scuole, ferrovie, strade), riducendo la tradizionale arretratezza a cui da sempre era sottoposto. Senza Unità d’Italia oggi il nord sarebbe ancor più ricco e il sud ancor più povero, come concordano molti autorevoli storici meridionali.



Parlando qui diverse volte del 25 aprile e scrivendo che se i partigiani, che liberarono le città del nord poco prima dell’arrivo degli Alleati, avessero atteso che arrivassero gli stessi senza fare nulla, probabilmente molte stragi nazifasciste non ci sarebbero state (forse non tutte); ora riprendendo l’argomento, confrontando due fasi storiche (25 aprile, Risorgimento) e, analizzando bene, anche dopo il 25 aprile 1945 ci furono gli stessi problemi, come dopo il 1861 nel sud, e altro sangue fu versato, soprattutto sopra gli sconfitti. Per dire che ogni momento della storia che uno ritiene positivo ha i suoi risvolti oscuri e negativi. Bisogna guardare il lato positivo: uno stato italiano libero ed indipendente era sorto dopo circa 1400 anni e coi decenni le condizioni di vita del popolo un po’ migliorarono. Negli Stati Uniti d’America c’è la grandissima ricorrenza del 4 luglio, in cui si ricorda come sia nata la nazione, che nel 1776 proclamò l’indipendenza dalla Gran Bretagna e che divenne ufficiale dopo sei anni di guerre. Sarebbe bello anche in Italia trovare una data per il suo compleanno tra le tre proposte precedentemente.

mercoledì 9 marzo 2016

304) LE MAROCCHINATE NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE


Otto marzo, riflettiamo sulle 'marocchinate'

Ci scrive il Senatore Ferdinando Signorelli, facendo il punto su una delle pagine più orrende della nostra storia

 

"Manca tuttora nel grande libro della nostra memoria storica collettiva, la pagina veritiera riguardante la dolorosa vicenda delle 60.000 donne italiane definite le "marocchinate". Un brutto termine usato per indicare quelle vittime che, durante la seconda Guerra Mondiale, in Italia,subirono la violenza degli stupri da parte delle truppe marocchine del contingente francese della V Armata Americana. Fatti questi, che si susseguirono ed accompagnarono la loro avanzata, dallo sfondamento del fronte di guerra di Cassino nel Maggio 1944, sino ai  territori del Lazio, del Grossetano, del Senese. E' stata richiesta l'istituzione della memoria delle "marocchinate" e la locuzione di "crimine contro l'umanità", senza alcun risultato. Come pure sono stati interessati i vari governi per conoscere la sorte toccata alle 60.000 pratiche presentate dalle donne violentate per l'accertamento finalizzato al loro riconoscimento di vittime civili di guerra,ma senza nessun apprezzabile riscontro da parte della burocrazia, nelle cui agghiaccianti voragini si sono lasciate spegnere le speranze di un riscatto. E' ormai impensabile, oggi, ogni possibile ripristino di questo iter, che avrebbe effetto su un numero inconsistente di soggetti sopravvissuti. In mancanza ed in attesa di un atto formale che ponga quegli eventi nelle loro giusta collocazione storica, come avvenuto per le vittime delle foibe, riteniamo, ancora una volta, che la celebrazione internazionale per la Donna possa rappresentare l'occasione di stimolo, di solidarietà e di memoria nei confronti della vergognosa inerzia dello Stato Italiano, che non si comporta come Patria Comune.

Nei giorni che seguirono la caduta di Esperia, avvenuta il 17 Maggio 1943, 7000 "goumiers" devastarono, rubarono, razziarono, uccisero e violentarono circa 3.500 donne, di età compresa tra gli 8 e gli 85 anni. Vennero sodomizzati circa 800 uomini, tra cui alcuni ragazzi ed anche un sacerdote, Don Alberto Terrilli, parroco di Santa Maria di Esperia, che morì due giorni dopo a causa delle sevizie. Molti uomini che tentarono di proteggere le loro donne vennero impalati. In una relazione degli anni '50 si legge che "su 2.000 donne oltraggiate, il 20% fu riscontrato affetto da sifilide, il 90% da blenorragia; molti i figli nati dalle unioni forzose. Il 40% degli uomini risultarono contagiati dalle mogli. Senza contare la distruzione dell'80% dei fabbricati, la sottrazione di gioielli, abiti, denaro e del 90% del bestiame.

Queste truppe furono fatte sfilare, come "marcia premiale" , il 4 Giugno 1944, in via dei Fori Imperiali, a Roma!

 Il Presidente Onorario dell'Associazione Nazionale " Vittime delle marocchinate"

Sen. Ferdinando Signorelli


domenica 28 febbraio 2016

303) CRONISTORIA ITALIANA DAL 1940 AL 1945

LO SCRITTORE ARRIGO PETACCO RACCONTA DETTAGLIATAMENTE MESE PER MESE LA VITA QUOTIDIANA DEGLI ITALIANI (E GLI EVENTI BELLICI) DAL 10 GIUGNO 1940 AL 25 APRILE 1945, CIOÈ NEGLI ANNI DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE.


Lo scrittore, giornalista e storico Arrigo Petacco, già direttore de "La Nazione", de "La Storia Illustrata" e dello "Speciale Tg1", ha pubblicato un libro che racconta la vita quotidiana degli italiani dal 10 giugno 1940 al 25 aprile 1945: negli anni del Secondo Conflitto Mondiale. Si tratta di una piccola enciclopedia che, mese per mese nei cinque anni di guerra, narra la vita della gente comune, impegnata nella lotta per la sopravvivenza, tra i bombardamenti e tra la quantità di cibo scarso e razionato. Pochi prima d'ora avevano affrontato gli anni dell'ultima guerra in Italia da questo punto di vista: infatti i principali storici mettevano e mettono in primo piano gli eventi bellici e politici di quegli anni. 
                                                                                                   
Come tutti sapranno i cinque anni di guerra italiani sono divisi in due fasi: giugno 1940 - settembre 1943, con il Regno d'Italia parte integrante dell'Asse Roma - Berlino (e successivamente) Tokyo, in guerra contro gli Alleati (Francia e Gran Bretagna prima, Unione Sovietica e Stati Uniti dopo); settembre 1943 - aprile 1945, con la guerra (civile e non) nel territorio italiano diviso in due: occupato dai tedeschi al nord, in collaborazione con i fascisti, e dagli Alleati al sud con a fianco il governo monarchico. Nella prima fase di guerra può essere individuata un'altra parte che porta così a tre le divisioni dei periodi di guerra dell'Italia: 1940 - 1941 guerra parallela (indipendente) italiana all'interno dell'Asse, 1941 - 1943 guerra congiunta italo - tedesca (dopo le prime sconfitte italiane in Africa ed in Grecia nel primo anno). 

Già da mesi, prima del giugno 1940, si facevano le prove sugli allarmi aerei e si costruivano i rifugi; puntualmente i bombardamenti sulle città italiane settentrionali  iniziarono subito dopo il 10 giugno 1940 e ci furono alcune vittime. Roma invece fu risparmiata dalle bombe fino al 1943: per rispetto dei suoi millenari monumenti e del Papa. Il primo militare caduto fu il milanese Carlo Milinverni che era impegnato sul fronte francese. Complessivamente l'Italia ebbe tra il 1940 ed il 1945 circa 450.000 morti (300.000 militari e 150.000 civili), un numero inferiore rispetto ai caduti italiani tra il 1915 ed il 1918 (600.000 e quasi tutti militari) e altresì un numero inferiore rispetto ai caduti degli altri stati europei nella Seconda Guerra Mondiale: ad esempio l'Unione Sovietica ebbe oltre 23 milioni di morti e la Germania oltre 7 milioni. In Italia gli effetti dei bombardamenti furono inferiori in confronto al resto d'Europa: per il fatto che le case erano costruite in pietra e ciò limitava il dilagare delle fiamme, ma quando una o più bombe cadevano nelle vicinanze dei rifugi antiaerei, spesso non c'era nulla da fare e si faceva la fine dei topi. Chi poteva fuggiva dalle grandi città e si rifugiava nelle campagne, già dall'estate del '40: i quotidiani cercavano di minimizzare, visto che tutti dicevano che la guerra sarebbe durata poche settimane (molti si affrettavano ad arruolarsi con la speranza di fare in tempo), dicendo che la fuga dalle città era una corsa anticipata alle vacanze. I giornali non descrivevano realmente la situazione sui vari fronti, particolarmente quando le nostre forze armate erano in difficoltà: quando c'erano le sconfitte non se ne parlava e si dava risalto ai successi dell'Asse nei fronti ove non era impegnata l'Italia. "L'Albo della Gloria" era una rubrica dei fogli d'informazione che riportava i nominativi dei nostri militi caduti in combattimento (alcune volte pubblicavano anche le fotografie), successivamente si limitò a fornire solamente i numeri dei morti, dei feriti e dei dispersi. Dei fatti di cronaca nera non se ne parlava sui media di allora: si dava notizie solo delle sentenze di morte, mediante fucilazione, per i reati più gravi, come gli omicidi, lo spionaggio militare pro - Alleati e in alcuni casi la borsa nera. Nel cuore della guerra, dopo circa vent'anni ricominciarono gli scioperi nelle fabbriche. I contadini e gli operai non avevano la certezza di conservare il posto di lavoro, una volta terminato il conflitto, spogliati dalle vesti militari e tornati alla vita civile, potevano solo sperare sul buon cuore dei padroni; gli impiegati invece erano privilegiati da quel punto di vista.

alcuni manifesti invitanti al silenzio, onde evitare lo spionaggio nemico

Nonostante la guerra e le privazioni, gli svaghi e i divertimenti fino al 1943 non mancarono: cinema, teatro, campionati di calcio, ciclismo, Mostra del Cinema di Venezia.  Quando i militari tornavano a casa per le licenze, davano ai familiari un quadro reale della situazione sui fronti e nelle retrovie, smentendo le visioni fasulle dei giornali, dei cinegiornali e della radio. Il fenomeno della Resistenza, cioè della guerriglia interna contro gli occupanti, nacque nella Seconda Guerra Mondiale: gli Italiani, prima di ritrovarsela in casa, la fronteggiarono in Jugoslavia ed in Grecia. I civili in Italia avevano diritto a una quantità modesta di cibo al mese, bisognava avere un'apposita tessera, ma chi era benestante illegalmente ricorreva alla borsa nera e nelle campagne si soffriva meno la fame. Anche i ristoranti dovettero adeguarsi alla magra di quel tempo di guerra. In quegli anni si inventavano cibi alternativi: surrogati di caffè, sigarette con comuni foglie, pane non fatto col grano e la farina, la biancaspuma, che sostituiva il latte e lo zucchero; si realizzarono metodi alternativi ala legna da ardere per scaldarsi, come ad esempio bagnare la vecchia carta, farla asciugare. Nelle città saltarono fuori i ciclotaxi, il cuoio fu bandito dalle suole delle scarpe e fu sostituito dal cartone. Si raccoglieva metallo ovunque, anche spogliando le recinzioni dei parchi pubblici, per realizzare cannoni ed altre armi da guerra. Nelle aree verdi pubbliche delle città nacquero gli orticelli di guerra. Le inserzioni sui giornali, con l'avanzare della guerra, si intensificarono: la gente comune metteva in vendita quasi tutti gli averi per comprare cibo. Con l'arrivo degli Alleati al sud la grande fame in un primo momento si attenuò. Sono descritti i noti episodi della Resistenza e della "Campagna d'Italia": incursioni partigiane, rappresaglie, combattenti di Salò, del Regno del Sud, Anzio, Montecassino, liberazione di Roma, di Firenze, del Nord, uccisione di Mussolini. Non solo i tedeschi, anche gli americani alcune volte si macchiarono di crimini contro i civili, ma a differenza dei primi, quando venivano scoperti, i loro comandi li processavano e li condannavano a morte; non si può dire altrettanto per i marocchini. Con il ripristino dell'autorità monarchica a Roma anche il direttore del carcere di Regina Coeli, Pietro Caruso, fu processato e condannato a morte per collaborazionismo con i tedeschi, mentre il suo vice fu linciato dalla folla. 

Insomma questo volume è un bel lavoro. Ora non so come l'autore del libro la pensi politicamente, ma sembra che sia molto obbiettivo: descriva gli eventi come cronaca senza schierarsi.

domenica 26 aprile 2015

267) LA STORIA SCRITTA DAI VINCITORI (?)


IL FASCISMO ITALIANO CERTAMENTE NON FU TUTTO ROSE E FIORI (MA QUALE CORRENTE POLITICA LO FU?), PERO' I PRESUNTI VINCITORI RISCRISSERO LA STORIA A MODO LORO, RIMUOVENDO DALLA MEMORIA MOLTE COSE POSITIVE DI QUEL REGIME, CHE PER ANNI GODE' DI UN AMPIO CONSENSO POPOLARE.
 


Soltanto recentemente è iniziato un revisionismo storico, riguardante il Fascismo e le vicende belliche dell'ultimo conflitto mondiale, mentre per molti anni nelle scuole ci hanno fatto studiare una storia scritta a senso unico dai vincitori. Tengo a precisare che io non sono fascista (nel mio ambito familiare sono state presenti molte varietà di opinioni politiche: Fascismo prima della guerra, Dc nel dopoguerra, nell'altro ramo anche Pci ), però devo riconoscere che il Fascismo apportò molti cambiamenti positivi nella società italiana ed attuò delle buone politiche pro - masse popolari, da millenni sfruttate e trattate come animali: grandi opere pubbliche, come costruzioni di nuovi quartieri, di nuove città, di grandi vie di comunicazione, nuovi terreni agricoli strappati alle malsane paludi, riforme degli affari sociali (pensioni, settimana corta lavorativa, Inps, Inail), iniziative del dopolavoro/doposcuola (treni domenicali e radio a prezzi popolari, colonie marine per i bambini), sviluppo industriale (Iri), incremento demografico.

Gli unici nei furono che sia all'inizio che alla fine, quel regime si affermò e se ne andò in un clima di violenza generale e di guerre (soprattutto alla fine con la fatale e devastante alleanza con Hitler che causò le leggi razziali), in cui non solo i fascisti si macchiarono di gravi crimini. Nelle guerre civili ognuno cerca di tirare l'acqua nel proprio mulino per risparmiare il maggior numero di caduti dalla propria parte: fu così anche per i partigiani e per gli Anglo - Americani. Senza gli Alleati l'Italia non sarebbe stata liberata; nel centro - sud non ci fu nemmeno molta Resistenza, la quale non era un'esclusiva Pci. Penso che gli eccidi, sia quelli nazifascisti, sia quelli partigiani, sia quelli Alleati, vadano condannati tutti. Tra il proprio prologo e il proprio epilogo il Regime Fascista ha goduto di un vastissimo consenso popolare, perfino molti strati del clero lo appoggiavano, soprattutto dopo i Patti Lateranensi, e nella guerra civile i preti si divisero tra Repubblica Sociale e Resistenza: in entrambe le parti alcuni furono fucilati. Riporto una frase del futuro Papa Giovanni XXIII in occasione della caduta di Mussolini nel 1943:
"La notizia più grave del giorno è il ritiro di Mussolini dal potere. L'accolgo con molta calma. Il gesto del Duce lo credo atto di saggezza, che gli fa onore. No, io non getterò pietre contro di lui. Anche per lui sic transit gloria mundi. Ma il gran bene che lui ha fatto all'Italia resta. Il ritirarsi così è espiazione di qualche suo errore. Dominus parcat"


La verità è che le masse si genuflettono con facilità alla cosa o alla moda del momento, a tal proposito mi viene in mente un noto proverbio corese che fa al caso nostro: "quando tata mmazzé jo porcio tutti disseno: "tata nostro!"; quando i sbiri venneno 'n casa tutti disseno "cchiappate tata!" Tata è Mussolini che fonda l'Impero e tutti lo osannano e l'acclamano; gli sbirri che vengono in casa sono gli Anglo - Americani: tutti quelli che acclamavano il Duce si fanno partigiani e lo catturano. Se fossero arrivati i russi tutti sarebbero divenuti comunisti, se un domani arriverà l'Isis tutti si faranno islamici. Il Fascismo era lo stato: tutti volenti o nolenti sono stati costretti a servirlo (tranne una piccola minoranza di oppositori) e ad indossare le divise; quelli che le uniformi mostravano con più orgoglio, magari nel dopoguerra si fecero intellettuali, dirigenti e militanti dei tre maggiori partiti (Dc, Pci, Psi) e indicavano Mussolini come il male assoluto. Fra tutti i totalitarismi il Fascismo italiano fu il meno peggiore. Non bisogna dimenticare che il Comunismo provocò 100 milioni di morti; anche in democrazia ci furono delle stragi, quelle di mafia, con i politici democristi siculi collusi. Ed anche le grandi religioni si sono macchiate di gravi crimini. Le condizioni di oggi non consentono un ritorno fascista, per cui è inutile che tutti si allarmino quando la Lega Nord (agli antipodi col Fascismo) organizza delle democratiche manifestazioni: si scagliano contro dei ragazzini che non conoscono a fondo la storia o l'hanno fatta interpretare loro in malo modo. Non sono neanche un leghista.

venerdì 25 aprile 2014

224) LE AUSILIARIE DELLA R.S.I.

Durante la Repubblica Sociale Italiana fu istituito il Servizio Ausiliario Femminile di supporto logistico ai vari reparti militari impegnati nei fronti. In casi di estrema necessità le donne, da “angeli dei focolari”, da coloro che donavano una numerosa prole alla patria, divennero molto utili nell’assistenza e nel sostegno. Il loro numero fu superiore a 6.000.




L’ELENCO DELLE CADUTE DOPO IL 25 APRILE


Amodio Rosa: 23 anni, assassinata nel luglio del 1947, mentre in bicicletta andava da Savona a Vado.
Antonucci Velia: due volte prelevata, due volte rilasciata a Vercelli, poi fucilata.
Audisio Margherita: Fucilata a Nichelino il 26 aprile 1945.
Baldi Irma: Assassinata a Schio il 7 luglio 1945.
Batacchi Marcella e Spitz Jolanda: 17 anni, di Firenze. Assegnate al Distretto militare di Cuneo altre 7 ausiliarie, il 30 aprile 1945, con tutto il Distretto di Cuneo, pochi ufficiali, 20 soldati e 9 ausiliarie, si mettono in movimento per raggiungere il Nord, secondo gli ordini ricevuti. La colonna è però costretta ad arrendersi nel Biellese ai partigiani del comunista Moranino. Interrogate, sette ausiliarie, ascoltando il suggerimento dei propri ufficiali, dichiarano di essere prostitute che hanno lasciato la casa di tolleranza di Cuneo per seguire i soldati. Ma Marcella e Jolanda non accettano e si dichiarano con fierezza ausiliarie della RSI. I partigiani tentano allora di violentarle, ma le due ragazze resistono con le unghie e con i denti. Costrette con la forza più brutale, vengono violentate numerose volte. In fin di vita chiedono un prete. Il prete viene chiamato ma gli è impedito di avvicinare le ragazze. Prima di cadere sotto il plotone di esecuzione, sfigurate dalle botte di quelle belve indegne di chiamarsi partigiani, mormorano: “Mamma” e “Gesù”. Quando furono esumate, presentavano il volto tumefatto e sfigurato, ma il corpo bianco e intatto. Erano state sepolte nella stessa fossa, l’una sopra l’altra. Era il 3 maggio 1945.
Bergonzi Irene: Assassinata a Milano il 29 aprile 1945.
Biamonti Angela: Assassinata il 15 maggio 1945 a Zinola (SV) assieme ai genitori e alla domestica.
Bianchi Annamaria: Assassinata a Pizzo di Cernobbio (CO) il 4 luglio 1945.
Bonatti Silvana: Assassinata a Genova il 29 aprile 1945.
Brazzoli Vincenza: Assassinata a Milano il 28 aprile 1945.
Bressanini Orsola: Madre di una giovane fascista caduta durante la guerra civile, assassinata a Milano il 10 maggio 1945.
Buzzoni Adele, Buzzoni Maria, Mutti Luigia, Nassari Dosolina, Ottarana Rosetta: Facevano parte di un gruppo di otto ausiliarie, (di cui una sconosciuta), catturate all’interno dell’ospedale di Piacenza assieme a sei soldati di sanità. I prigionieri, trasportati a Casalpusterlengo, furono messi contro il muro dell’ospedale per essere fucilati. Adele Buzzoni supplicò che salvassero la sorella Maria, unico sostegno per la madre cieca. Un partigiano afferrò per un braccio la ragazza e la spostò dal gruppo. Ma, partita la scarica, Maria Buzzoni, vedendo cadere la sorella, lanciò un urlo terribile, in seguito al quale venne falciata dal mitra di un partigiano. Si salvarono, grazie all’intervento di un sacerdote, le ausiliarie Anita Romano (che sanguinante si levò come un fantasma dal mucchio di cadaveri) nonché le sorelle Ida e Bianca Poggioli, che le raffiche non erano riuscite ad uccidere.
Carlino Antonietta: Assassinata il 7 maggio 1945 all’ospedale di Cuneo, dove assisteva la

sua caposquadra Raffaella Chiodi.



Castaldi Natalina:Assassinata a Cuneo il 9 maggio 1945.
Chandrè Rina, Giraldi Itala, Rocchetti Lucia: Aggregate al secondo RAU (Raggruppamento Allievi Ufficiali) furono catturate il 27 aprile 1945 a Cigliano, sull’autostrada Torino – Milano, dopo un combattimento durato 14 ore. Il reparto si era arreso dopo aver avuto la garanzia del rispetto delle regole sulla prigionia di guerra e dell’onore delle armi. Trasportate con i loro camerati al Santuario di Graglia, furono trucidate il 2 maggio 1945 assieme ad oltre 30 allievi ufficiali con il loro comandante, maggiore Galamini, e le mogli di due di essi. La madre di Itala ne disseppellì i corpi.
Chiettini (si ignora il nome): Una delle tre ausiliarie trucidate nel massacro delle carceri di Schio il 6/7 luglio 1945.
Collaini Bruna, Forlani Barbara: Assassinate a Rosacco (Pavia) il 5 maggio 1945.
Conti – Magnaldi Adelina: Madre di tre bambini, assassinata a Cuneo il 4 maggio 1945.
Crivelli Jolanda: Vedova ventenne di un ufficiale del Battaglione “M” costretta a denudarsi e fucilata a Cesena, sulla piazza principale, dopo essere stata legata ad un albero, ove il cadavere rimase esposto per due giorni e due notti.
De Simone Antonietta: Romana, studentessa del quarto anni di Medicina, fucilata a Vittorio Veneto in data imprecisata dopo il 25 aprile 1945.
Degani Gina: Assassinata a Milano in data imprecisata dopo il 25 aprile 1945.
Ferrari Flavia: 19 anni, assassinata l’ 1 maggio 1945 a Milano.
Fragiacomo Lidia, Giolo Laura: Fucilate a Nichelino (TO) il 30 aprile 1945 assieme ad altre cinque ausiliarie non identificate, dopo una gara di emulazione nel tentativo di salvare la loro comandante.
Gastaldi Natalia: Assassinata a Cuneo il 3 maggio 1945.
Genesi Jole, Rovilda Lidia: Torturate all’hotel San Carlo di Arona (Novara) e assassinate il 4 maggio 1945. In servizio presso la GNR di Novara. Catturate alla Stazione Centrale di Milano, ai primi di maggio, le due ausiliarie si erano rifiutate di rivelare dove si fosse nascosta la loro comandante provinciale.
Greco Eva: Assassinata a Modena assieme a suo padre nel maggio del 1945.
Grill Marilena: 16 anni, assassinata a Torino la notte del 2 maggio 1945.
Landini Lina: Assassinata a Genova l’1 maggio 1945.
Lavise Blandina: Una delle tre ausiliarie trucidate nel massacro delle carceri di Schio il 6/7 luglio 1945.
Locarno Giulia: Assassinata a Porina (Vicenza) il 27 aprile 1945.
Luppi – Romano Lea: Catturata a Trieste dai partigiani comunisti, consegnata ai titini, portata a a Lubiana, morta in carcere dopo lunghe sofferenze il 30 ottobre 1947.
Minardi Luciana: 16 anni di Imola. Assegnata al battaglione “Colleoni” della Divisione “San Marco” attestati sul Senio, come addetta al telefono da campo e al cifrario, riceve l’ordine di indossare vestiti borghesi e di mettersi in salvo, tornando dai genitori. Fermata dagli inglesi, si disfa, non vista, del gagliardetto gettandolo nel Po. La rilasciano dopo un breve interrogatorio. Raggiunge così i genitori, sfollati a Cologna Veneta (VR). A metà maggio, arriva un gruppo di partigiani comunisti. Informati, non si sa da chi, che quella ragazzina era stata una ausiliaria della RSI, la prelevano, la portano sull’argine del torrente Guà e, dopo una serie di violenze sessuali, la massacrano. “Adesso chiama la mamma, porca fascista!” le grida un partigiano mentre la uccide con una raffica.
Monteverde Licia: Assassinata a Torino il 6 maggio 1945.
Morara Marta: Assassinata a Bologna il 25 maggio 1945.
Morichetti Anna Paola: Assassinata a Milano il 27 aprile 1945.
Olivieri Luciana: Assassinata a Cuneo il 9 maggio 1945.
Ramella Maria: Assassinata a Cuneo il 5 maggio 1945.
Ravioli Ernesta: 19 anni, assassinata a Torino in data imprecisata dopo il 25 aprile 1945.
Recalcati Giuseppina, Recalcati Mariuccia, Recalcati Rina:  Madre e figlie assassinate a Milano il 27 aprile 1945.
Rigo Felicita: Assassinata a Riva di Vercelli il 4 maggio 1945.
Sesso Triestina: Gettata viva nella foiba di Tonezza, presso Vicenza.
Silvestri Ida: Assassinata a Torino l’1 maggio 1945, poi gettata nel Po.
Speranzon Armida: Massacrata, assieme a centinaia di fascisti nella Cartiera Burgo di Mignagola dai partigiani di “Falco”. I resti delle vittime furono gettati nel fiume Sile.
Tam Angela Maria: Terziaria francescana, assassinata il 6 maggio 1945 a Buglio in Monte (Sondrio) dopo aver subito violenza carnale.
Tescari -Ladini Letizia: Gettata viva nella foiba di Tonezza, presso Vicenza.
Ugazio Cornelia, Ugazio Mirella: Assassinate a Galliate (Novara) il 28 aprile 1945 assieme al padre.
Tra le vittime del massacro compiuto dai partigiani comunisti nelle carceri di Schio (54 assassinati nella notte tra il 6 ed il 7 luglio 1945) c’erano anche 19 donne, tra cui le 3 ausiliarie (Irma Baldi, Chiettini e Blandina Lavise) richiamate nell’elenco precedente.
In via Giason del Maino, a Milano, tre franche tiratrici furono catturate e uccise il 26 aprile 1945. Sui tre cadaveri fu messo un cartello con la scritta “AUSIGLIARIE”. I corpi furono poi sepolti in una fossa comune a Musocco. Impossibile sapere se si trattasse veramente di tre ausiliarie.
Nell’archivio dell’obitorio di Torino, il giornalista e storico Giorgio Pisanò ha ritrovato i verbali d’autopsia di sei ausiliarie sepolte come “sconosciute”, ma indossanti la divisa del SAF.
Cinque ausiliarie non identificate furono assassinate a Nichelino (TO) il 30 aprile 1945 assieme a Lidia Fragiacomo e Laura Giolo.
Al cimitero di Musocco (Milano) sono sepolte 13 ausiliarie sconosciute nella fossa comune al Campo X.
Un numero imprecisato di ausiliarie della “Decima Mas” in servizio presso i Comandi di Pola, Fiume e Zara, riuscite a fuggire verso Trieste prima della caduta dei rispettivi presidi, furono catturate durante la fuga dai comunisti titini e massacrate.


martedì 11 febbraio 2014

215) GLI SFREGI AI MARTIRI DELLE FOIBE

A DIECI ANNI DI DISTANZA DALL’ISTITUZIONE DELLA GIORNATA DEL RICORDO PER LE FOIBE, SI FA DI TUTTO PER NON RICORDARE E TORNARE ALL’OBLIO.




Il massacro delle foibe, per lungo tempo occultato, da una ventina d’anni è divenuto di dominio pubblico, nel giusto contesto di un sano revisionismo storico. Tra il 1943 ed il 1945 si stima che oltre 10.000 italiani delle terre dalmate – istriane siano stati uccisi e poi gettati in degli inghiottitoi carsici. A seguito dell’annessione dell’Istria alla Jugoslavia oltre mezzo milione di abitanti italiani lasciarono la loro terra per sfuggire alla pulizia etnica. Le violenze dei partigiani jugoslavi di Tito non guardavano in faccia nessuno, senza distinzione di età, di sesso, di opinione politica, si salvarono soltanto i compiacenti partigiani comunisti italiani. I profughi istriani che arrivavano nelle maggiori città italiane non erano visti di buon occhio: furono aiutati a condizione di tacere su tutto quello che avevano vissuto. Dopo il 1945 per decenni ci fu un silenzio totale sul dramma delle Foibe; soltanto all’inizio degli anni ’90 si cominciarono a diffondere quelle notizie sotterrate per lungo tempo, sino ad istituire nel 2004 la giornata del ricordo, che ricade ogni 10 febbraio.
 



Oggi non a tutti piace ricordare, si avvisano dei crescenti segnali di malumore e di sfregio verso quelle vittime, considerate di Serie B, da parte del popolo e da qualche politico: i viaggi della memoria nell’Istria sono stati cancellati dal sempre più fazioso neosindaco di Roma, la rappresentazione di Simone Cristicchi “Magazzino 18” viene spesso contestata dal pubblico e snobbata dalle televisioni e i monumenti che ricordano i massacri vengono sfregiati sempre frequentemente. Anche dall’altra parte le vittime della Shoah sono continuamente sfregiate e ne viene offesa la memoria; noi condanniamo senza appello, così come per tutti gli altri eccidi nazifascisti. Bisogna mettere tutte sullo stesso piano le vittime della follia umana di tutte le epoche e in tutto il mondo.

domenica 9 febbraio 2014

214) UN LIBRO DI GIAMPAOLO PANSA

Così il Pci scatenò il terrore per impadronirsi del Paese

In "Bella ciao" Giampaolo Pansa racconta la strategia delle Brigate Garibaldi per sterminare i fascisti. E non solo

Giampaolo Pansa - Ven, 07/02/2014 - 08:34

Pubblichiamo, per gentile concessione dell'editore, un estratto da Bella Ciao. Controstoria della Resistenza (Rizzoli, pagg. 430, euro 19,90; in libreria dal 12 febbraio) di Giampaolo Pansa. Nel saggio Pansa ricostruisce con dovizia di particolari il ruolo del PCI all'interno della guerra civile che ha insanguinato l'Italia dall'8 settembre del '43 sino al 25 aprile del '45 (anche se in molti casi le violenze si sono trascinate ben oltre).
Il giornalista documenta come i comunisti si battessero per obiettivi ben diversi da quelli di chi lottava per la democrazia. La guerra contro tedeschi e fascisti era soltanto il primo tempo di una rivoluzione destinata a fondare una dittatura filosovietica. Pansa racconta come i capi delle brigate Garibaldi abbiano tentato di realizzare questo disegno autoritario. Ricostruisce il cammino delle bande guidate da Luigi Longo e da Pietro Secchia sino dall'agosto 1943. Poi le prime azioni terroristiche dei Gap, l'omicidio di capi partigiani ostili al Pci, il cinismo nel provocare le rappresaglie nemiche, ritenute il passaggio obbligato per allargare l'incendio della guerra civile.
A distanza di tanti decenni colpisce sempre la strategia messa in atto dai militanti del Pci. In molti luoghi dell'Italia del Nord e del Centro, senza strutture apposite, comandi riconosciuti, progetti elaborati, basi predisposte. All'inizio tutto avvenne per iniziativa di singoli militanti, a volte sconosciuti anche ai dirigenti comunisti periferici. Fu così che si mise in moto un'offensiva fondata su uno schema semplice e terribile. Lo schema può essere riassunto nel modo seguente. Un attentato, una rappresaglia nemica. Un nuovo attentato, una nuova rappresaglia più dura. Un terzo attentato, una terza rappresaglia ancora più aspra. E così via, con una catena senza fine che aveva un solo risultato: allargare l'incendio della guerra civile e spingere alla lotta pure chi ne voleva restare lontano. Scriverà Giorgio Bocca: «Il terrorismo ribelle non è fatto per prevenire quello dell'occupante, ma per provocarlo, per inasprirlo. Cerca la punizione per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell'odio».
Ecco qual era la strategia dei Gruppi di azione patriottica, i Gap. Fondati verso la fine del 1943 per iniziativa del Comando generale della Brigate Garibaldi, ossia di Longo e di Secchia. Uno degli spagnoli, Francesco Scotti, poi raccontò: «Qualche compagno sosteneva che non era giusto scatenare il terrore individuale, perché questo era contrario ai principi marxisti leninisti. Anche in Francia avevo ascoltato critiche di questo genere».
Aderire alla strategia dei Gap, anche soltanto sul terreno del consenso politico, era difficile per molti iscritti al Pci clandestino. Gente semplice e coraggiosa che rischiava l'arresto perché aveva in tasca una tessera o partecipava a una raccolta di denaro per i primi nuclei ribelli. Ma trovare dei compagni disposti a sparare alla schiena di un avversario, e a sangue freddo, risultava un'impresa davvero ardua. [...]
Il vertice delle Garibaldi non perdeva tempo a strologare su queste esitazioni. Voleva vedere subito dei morti nelle strade. Secchia incitava ad agire «contro le cose e le persone» dei fascisti. Le azioni non venivano quasi mai rivendicate. E questo accentuava la paura seminata dalle molte uccisioni.
Pochi si rendevano conto che i Gap erano piccoli nuclei armati, composti soltanto da militanti comunisti, clandestini nella clandestinità, capaci di vivere nell'isolamento più totale. Una solitudine in grado di mettere a dura prova la resistenza nervosa anche del più freddo terrorista.
In realtà i gappisti veri e propri, quelli professionali e in servizio permanente, erano una frazione davvero minuscola rispetto ai tanti comunisti che iniziarono a sparare quasi subito contro i fascisti.
Gli omicidi di dirigenti del nuovo Partito fascista repubblicano, di solito segretari federali, vennero preparati e compiuti da terroristi dei Gap. Ma gli altri delitti, ben più numerosi, furono il risultato di iniziative decise da singoli militanti, decine e decine di volontari, senza nessun rapporto con il vertice delle Garibaldi. Erano pronti a sparare e a uccidere, sulla base di una tacita parola d'ordine diffusa da nessuno.
Ecco qualche esempio di queste azioni, di solito destinate a non entrare nella storia della guerra civile. Il 5 novembre 1943, a Imola, venne ucciso il seniore della Milizia Fernando Barani. Il 6 novembre, a Medicina, sempre in provincia di Bologna, furono accoppati quattro fascisti. Il 7 novembre, a San Godenzo (Firenze) altri quattro fascisti caddero sotto le rivoltellate di sconosciuti.In seguito Giorgio Pisanò scrisse che questo attentato era stato compiuto da un gruppo guidato dal meccanico Alessandro Sinigaglia, poi capo dei Gap fiorentini. Anche lui uno spagnolo reduce da Ventotene, perse la vita nel febbraio 1944 in una sparatoria.
Nel Reggiano, dopo la fine del Tirelli, si cercò di accoppare il commissario della nuova federazione fascista, l'avvocato Giuseppe Scolari. Era l'imbrunire del 13 novembre e l'attentato fallì. Andò a segno il terzo colpo, messo in atto il 17 dicembre. L'obiettivo era Giovanni Fagiani, cinquantenne, seniore della Milizia e già comandante della 79ª Legione. Abitava nel comune di Cavriago e stava ritornando a casa in bicicletta. Era in compagnia della figlia Vera, 19 anni, che pedalava accanto a lui. In località Prati Vecchi, il seniore venne affrontato da due ciclisti, in apparenza contadini avvolti nel tabarro per difendersi dall'umidità invernale. Gli spararono e lo uccisero. Mentre Vera si gettava sul padre, tirarono anche su di lei e la colpirono al volto. La ragazza sopravvisse, ma rimase cieca.
A Genova il gruppo di Buranello, ormai divenuto il Gap della capitale ligure, il 27 novembre 1943 cercò di intervenire in appoggio agli operai meccanici e ai tranvieri scesi in sciopero. L'agitazione era stata indetta dal Pci per adeguare il salario al carovita e ottenere l'aumento della quantità di alcuni generi alimentari tesserati. Ma l'aiuto si limitò a un paio di attentati contro i tralicci dell'alta tensione. Più pesante fu l'intervento in occasione del nuovo sciopero deciso tra il 16 e il 20 dicembre. Due fascisti vennero uccisi, forse dai Gap o da altri. Per reazione, le autorità repubblicane fucilarono due operai già in carcere perché trovati in possesso di armi mentre tentavano di sabotare dei tram. La rappresaglia, resa pubblica il 20 dicembre, fece terminare subito l'agitazione.

domenica 10 febbraio 2013

174) I MARTIRI DI SERIE B

Gli italiani nelle fosse della memoria

In quasi 30mila vennero giustiziati dalle truppe titine

Per non dimenticare le vittime della pulizia etnica perpetrata dai partigiani comunisti, italiani e jugoslavi, tra il 1943 e il 1945 in Istria, Dalmazia e Venezia Giulia. 
Ma c'è ancora chi nega questo massacro. La vergognosa nota dell'Anpi di Torino: "Quelli morti nelle foibe erano tutti criminali fascisti e si sono meritati quella fine!". E nessuno s'indigna

“Tito, Tito, maresciallo assassino, quanti fratelli hai infoibato? Quanti innocenti hai assassinato?”
Era questo il ritornello di una canzone della “Compagnia dell’anello”, che tanti ragazzi ha fatto commuovere. 
Ma non tutti la pensano così, non a tutti ha fatto lo stesso effetto. C’è chi, ancora oggi, ha il coraggio di schierarsi dalla parte dell’ex Presidente jugoslavo. Ma, cosa ancor più grave, contro quelle vittime innocenti che hanno perso la vita in maniera assurda. 
“In fondo se la sono meritata. Le vittime delle foibe sono solo dei criminali di guerra e non meritano il riconoscimento dello Stato italiano”. Questa è la nota vergognosa apparsa sul sito dell’Anpi (Associazione nazionale partigiani italiani) di Torino,  la scorsa settimana. E non basta. Non più tardi di due giorni fa, sempre nel capoluogo piemontese, è stata distrutta la targa che ricordava l’eccidio degli italiani trucidati in Istria e Dalmazia. 
Chiamatela provocazione, chiamatelo negazionismo, chiamatela pure “strategia” o “manovra” pre-elettorale. La cosa certa è che al peggio non c’è mai fine. Viene voglia di gridare allo scandalo. Gettare fango su quei martiri è un oltraggio troppo grande. Eppure, quella delle Foibe, non è una storiella inventata dai “fascisti” per giustificare le loro azioni. E non è nemmeno retorica. Ma una storia vera, purtroppo, una tragedia a causa della quale persero la vita migliaia di persone, con l’unica, vera, insensata colpa di essere italiani. Una vergogna probabilmente “inconfessabile”.
E a distanza di sette giorni, nessuna smentita, nessuna condanna, nessuna nota di scuse apparsa sui giornali. Siamo in democrazia d’altronde.  
Tutto questo alla vigilia della “Giornata del ricordo”, istituita nel 2004 per non dimenticare lo scempio delle foibe titine. 
E se qualcuno avesse osato fare dichiarazioni simile nel “Giorno della Memoria”? Cosa sarebbe successo? Tutte le prime pagine dei quotidiani avrebbero gridato allo scandalo.
Il problema, però, non è questo. La cosa che deve far riflettere è il tentativo  di far dimenticare, ogni volta che se ne ha l’occasione, le vittime di una follia. Non importa quale sia il “colore” o la “razza”. Si perde ogni volta, l’occasione per stare zitti, per far riposare in pace chi ha già sofferto. Questo è stato un salto all’indietro, l’ennesimo. Per tutti gli italiani e per il concetto di “recupero dell’identità nazionale”.
Addirittura, proprio per il 10 febbraio, a Torino, è stato organizzato “l’immancabile” presidio antifascista, con tanto di  mostra fotografica con immagini che giustificano le violenze di Tito.
Quando questo Paese avrà la capacità di rispettare i martiri, indipendentemente dal colore politico, e senza strumentalizzazioni, forse diventerà, finalmente, un popolo. Ma siamo ancora molto lontani da questo traguardo..
Dalla parte dell’Italia e delle innocenti vittime dei partigiani comunisti? No, meglio Tito, per alcuni. Vergogna. Vergogna. Vergogna!
“Han ballato sui loro corpi, han sputato sul loro nome, han nascosto le loro tombe, ma non li possono cancellare”

La memoria storica d’Italia è, da sempre, una memoria a metà. Come se qualche cosa che aleggia nell’aria impedisse di ricordare i fatti, o meglio, alcuni fatti, per quello che sono: una tragedia umana.
C’è un pezzo di storia di questo nostro Paese che i libri non sembrano voler raccontare, forse perché troppo scomoda. È il dramma, quasi sconosciuto, dei martiri delle foibe. Un vero e proprio sterminio perpetrato dai partigiani comunisti senza alcuna ragione. Una cieca violenza che si è riversata su uomini, donne, giovani e bambini, la cui unica colpa era quella di essere nati italiani.
Le stime ufficiali parlano di un numero di vittime compreso fra le 6.000 e le 7.000, cui vanno aggiunti le oltre 3.000 persone morte nei gulag, i campi di concentramento del Maresciallo Tito. Ma questo calcolo, è da considerarsi del tutto inattendibile. Sarebbero non meno di 30.000 le esecuzioni effettuate dai partigiani comunisti fra il ’43 ed il ’45. Eppure, fare un calcolo esatto è pressoché impossibile. Molte delle foibe sono, ancora oggi, irraggiungibili e di altrettante se ne scopre l’esistenza solamente ora, a distanza di quasi sessant’anni.
Le esecuzioni e gli infoibamenti: I tedeschi, dal giorno successivo all’armistizio, assumono il controllo della zona di Trieste e, poco dopo, anche di Pola e Fiume. Il resto della Venezia Giulia, rimane in balia dei partigiani italiani che occupano la regione con l’aiuto delle truppe titine. La situazione precipita il 13 settembre quando, unilateralmente, l’Istria viene dichiarata territorio croato.  È a questo punto che iniziano le assurde rappresaglie dei comunisti nei confronti della popolazione locale. I partigiani istituiscono improvvisati tribunali di guerra, utilizzati esclusivamente per emettere condanne a morte nei confronti di fantomatici oppositori politici. Ad essere giustiziati dovrebbero essere i gerarchi fascisti rimasti fedeli a Mussolini e alla RSI. In realtà, i “Comitati popolari di liberazione” a cui i tribunali facevano capo, dispongono l’uccisione di centinaia e centinaia di civili, la cui unica colpa era quella di essere italiani.  Lo scopo delle truppe titine era quello di eliminare chiunque potesse rappresentare un ostacolo per il nascente “Grande Stato comunista jugoslavo”. E, si sa, gli avversari più temibili sono sempre rappresentati dalla gente comune. 
Ma ciò che resta, ancora oggi, inspiegabile è l’efferatezza con la quale i partigiani comunisti perpetravano le esecuzioni. Le vittime , prima di essere uccise, subivano maltrattamenti indicibili. Gli uomini venivano torturati per giorni, le donne stuprate e seviziate senza alcuna pietà. Sfiniti dalle violenze, i condannati venivano trasportati su degli enormi furgoni, stipati come animali e portati nelle vicinanze delle foibe, delle profondissime gole di roccia, tipiche della zona della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia. Gli italiani erano legati insieme con il fil di ferro, in gruppi di due o tre. I partigiani, per non “sprecare” le pallottole giustiziavano con un colpo secco in testa solo una delle vittime che, cadendo nella foiba, si trascinava dietro anche chi era legato con lei.
In moltissimi, quindi, morirono per le fratture riportate nella caduta, di fame o di stenti in quelle che si trasformarono in pochissimo tempo in vere e proprie fosse comuni naturali.
Si stima che in appena un mese, fra il settembre e l’ottobre del ’43, vennero giustiziati e gettati nelle gole carsiche dai comunisti più di 600 italiani. Non solo. È impressionate ciò che è emerso dallo studio della Foiba di Basovizza, dove venivano portati i condannati a morte della zona di Trieste. In soli tre anni (dal 1943 al 1945) la profondità di quello che nasceva come un pozzo minerario, diminuì di quasi un terzo. Dopo la fine della guerra, vennero ritrovate un numero di salme che occupava più di 500 metri cubi di spessore. Sarebbero oltre 2000 i corpi estratti solamente a Bassovizza. Quasi tutti gettati nella foiba da vivi e deceduti in un’indicibile agonia dopo un volo di duecento metri.
La storia di Norma Cossetto: Se ne potrebbero raccontare centinaia di storie di italiani, civili, innocenti, trucidati e uccisi dal cieco odio comunista, eppure ce ne sono alcune che meglio spiegano l’insensatezza di quell’assurdo sterminio.
Aveva 23 anni, Norma Cossetto. Era bella. Una bella ragazza italiana. Viveva a Visignagno, un paesino dell’Istria, e studiava all’Università. Suo padre, membro del PNF, era un uomo molto conosciuto. In seguito all’armistizio dell’8 settembre, la famiglia Cossetto iniziò ad essere minacciata. Dopo appena due settimane, un partigiano comunista di nome Giorgio si presentò a casa di Norma per arrestarla. Un uomo che abitava nei pressi della vecchia caserma in cui la ragazza venne portata raccontò, solo molto tempo più tardi, di aver sentito le urla di Norma mentre veniva stuprata, ripetutamente, da un gruppo di partigiani, legata mani e piedi ad un tavolo. Il giorno dopo la Cossetto, insieme agli altri italiani arrestati venne obbligata ad arrivare a piedi presso la vicina foiba di Villa Surani, dove fu gettata, ancora viva non prima di essere nuovamente violentata. Quando il suo corpo venne ritrovato, i vigili del fuoco di Pola che estrassero la salma si trovarono difronte ad un corpo martoriato, che aveva subito l’ennesimo sfregio. Norma era caduta supina nella foiba, profonda oltre 136 metri, nuda, con le braccia legate con il filo di ferro, su un cumulo di altri cadaveri. Entrambi i seni riportavano i segni di alcune pugnalate. E non basta, i partigiani l’avevano spinta nel vuoto non prima di averle conficcato fra le gambe un pezzo di legno.
Dal 2004, il 10 febbraio è il “Giorno del ricordo”, dedicato alla memoria di chi, come Norma Cossetto, ha dovuto subire dai partigiani comunisti una vera e propria pulizia etnica.
Eppure c’è chi, a distanza di sessant’anni, ancora cerca di impedire che questa tragedia venga raccontata. Perché, si sa, la storia viene scritta dai vincitori e per le vittime innocenti di un eccidio vergognoso rischia di non esserci spazio. Ecco, la risposta più forte al negazionismo strisciante è continuare a ricordare. Perché la memoria è l’unica arma che si possa opporre al silenzio.
"Ora non sarà più consentito alla Storia di smarrire l’altra metà della Memoria. I nostri deportati, infoibati, fucilati, annegati o lasciati morire di stenti e malattie nei campi di concentramento jugoslavi, non sono più morti di serie B." Annamaria Muiesan, sopravvissuta al massacro delle truppe titine.
E dopo 60 anni l'odio comunista non è cessato

“Tito, Tito, maresciallo assassino, quanti fratelli hai infoibato? Quanti innocenti hai assassinato?
Era questo il ritornello di una canzone della “Compagnia dell’anello”, che tanti ragazzi ha fatto commuovere. Ma non tutti la pensano così, non a tutti ha fatto lo stesso effetto. C’è chi, ancora oggi, ha il coraggio di schierarsi dalla parte dell’ex Presidente jugoslavo. Ma, cosa ancor più grave, contro quelle vittime innocenti che hanno perso la vita in maniera assurda. “In fondo se la sono meritata. Le vittime delle foibe sono solo dei criminali di guerra e non meritano il riconoscimento dello Stato italiano”. Questa è la nota vergognosa apparsa sul sito dell’Anpi (Associazione nazionale partigiani italiani) di Torino,  la scorsa settimana. E non basta. Non più tardi di due giorni fa, sempre nel capoluogo piemontese, è stata distrutta la targa che ricordava l’eccidio degli italiani trucidati in Istria e Dalmazia. Chiamatela provocazione, chiamatelo negazionismo, chiamatela pure “strategia” o “manovra” pre-elettorale. La cosa certa è che al peggio non c’è mai fine. Viene voglia di gridare allo scandalo. Gettare fango su quei martiri è un oltraggio troppo grande. Eppure, quella delle Foibe, non è una storiella inventata dai “fascisti” per giustificare le loro azioni. E non è nemmeno retorica. Ma una storia vera, purtroppo, una tragedia a causa della quale persero la vita migliaia di persone, con l’unica, vera, insensata colpa di essere italiani. Una vergogna probabilmente “inconfessabile”.E a distanza di sette giorni, nessuna smentita, nessuna condanna, nessuna nota di scuse apparsa sui giornali. Siamo in democrazia d’altronde.  Tutto questo alla vigilia della “Giornata del ricordo”, istituita nel 2004 per non dimenticare lo scempio delle foibe titine. E se qualcuno avesse osato fare dichiarazioni simili nel “Giorno della Memoria”? Cosa sarebbe successo? Tutte le prime pagine dei quotidiani avrebbero gridato allo scandalo.Il problema, però, non è questo. La cosa che deve far riflettere è il tentativo  di far dimenticare, ogni volta che se ne ha l’occasione, le vittime di una follia. Non importa quale sia il “colore” o la “razza”. Si perde ogni volta, l’occasione per stare zitti, per far riposare in pace chi ha già sofferto. Questo è stato un salto all’indietro, l’ennesimo. Per tutti gli italiani e per il concetto di “recupero dell’identità nazionale”.Addirittura, proprio per il 10 febbraio, a Torino, è stato organizzato “l’immancabile” presidio antifascista, con tanto di  mostra fotografica con immagini che giustificano le violenze di Tito.Quando questo Paese avrà la capacità di rispettare i martiri, indipendentemente dal colore politico, e senza strumentalizzazioni, forse diventerà, finalmente, un popolo. Ma siamo ancora molto lontani da questo traguardo. Dalla parte dell’Italia e delle innocenti vittime dei partigiani comunisti? No, meglio Tito, per alcuni. Vergogna! Vergogna! Vergogna!
“Han ballato sui loro corpi, han sputato sul loro nome, han nascosto le loro tombe, ma non li possono cancellare”
Micol Paglia e Paolo Signorelli (Il Giornale d'Italia)

giovedì 22 novembre 2012

162) IL FRATELLO DI ANTONIO GRAMSCI



Mario Gramsci

Nel settantesimo della morte di Antonio Gramsci, vogliamo dedicare queste poche righe alla memoria di un uomo che seppe vivere e morire per le sue idee.

Non ci riferiamo ad Antonio, il pensatore e leader comunista, ma a suo fratello Mario dimenticato da tutti perché ebbe la sventura di vestire la camicia nera.

Più giovane di dodici anni, Mario Gramsci aderì al fascismo al ritorno dalla prima guerra mondiale che combatté con il grado di sottotenente.

A nulla valsero i tentativi del fratello Antonio di convincerlo ad abbandonare la fede fascista per aderire a quella comunista, non ci riuscirono neppure le bastonate dei compagni che lo ridussero in fin di vita.

Fu il primo segretario federale di Varese, volontario per la guerra d’Abissinia e combattente nel ’41 in Africa settentrionale.

Dopo l’8 Settembre ’43, quando l’Italia si svegliò col fazzoletto rosso attorno al collo e la bandierina americana in mano,
Mario Gramsci, invece di gettare la sua divisa come fecero molti suoi coetanei, continuò a combattere.

Ma lo fece dalla parte sbagliata, dalla parte dei perdenti.

Aderì infatti alla Repubblica Sociale Italiana.

Fatto prigioniero, fu torturato per fargli abiurare la sua fede fascista.

Poi fu deportato in uno campo di concentramento in Australia dove le durissime condizioni di detenzione riservate ai militari fascisti non renitenti, cominciarono a minare la sua salute.

Rientrò in Patria sul finire del ’45 e subito dopo morì in un ospedale di terz’ordine attorniato solo dall’affetto dei suoi cari.

Andò sicuramente meglio al celebre fratello Antonio che quando si ammalò in carcere, a causa di una malattia contratta da adolescente, fu scarcerato e, da uomo libero, poté curarsi a spese del Regime in una famosa clinica privata.

Non pretendiamo che Mario Gramsci sia ricordato alla stregua del fratello maggiore a cui, giustamente, sono dedicati libri e intitolate piazze - perché al di là del giudizio storico rimane un grande del novecento – ma un piccolo pensiero, crediamo, lo meriti anche lui.

Con Mario Gramsci vogliamo onorare tutti fratelli “minori”, come il fratello di Pier Paolo Pasolini ucciso dai partigiani comunisti. Dimenticati, questi fratelli d’Italia, perché caddero dalla parte sbagliata.

 
Gianfredo Ruggiero, Presidente del Circolo Culturale Excalibur