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domenica 19 aprile 2026

martedì 26 aprile 2022

491) COMBATTENTI ITALIANI IN UCRAINI

POCHI ITALIANI VANNO A COMBATTERE IN UCRAINA (DA AMBO LE PARTI): MOLTI DI ESSI VANNO PER FARE DELLE ESPERIENZE NUOVE, ESOTICHE, SENZA SAPERE NULLA DI COSA SIA UNA GUERRA.


In questi giorni è stata diffusa, da fonti russe, la notizia di alcuni mercenari combattenti italiani in Ucraina che sarebbero stati passati per le armi dai russi in quanto tali: difatti per i mercenari, in caso di cattura, non valgono le convenzioni internazionali per i prigionieri di guerra. In particolare si sta parlando del calciatore Ivan Luca Vavassori (di origini russe ma adottato da una famiglia italiana) che, partito per combattere con gli Ucraini, è sparito misteriosamente. Il Governo italiano ha confermato la scomparsa di alcuni nostri connazionali, smentendo seccamente la notizia delle esecuzioni.

Non ci saranno folle oceaniche di stranieri che partono volontari per l’Ucraina; quei pochi che ci sono, per svariate nazioni (in maggioranza ex militari nei paesi di provenienza), nel complesso formano un grande numero che fa molto comodo all’Esercito ucraino. Agli Ucraini non cambia nulla e, anzi, non potrà essere che positivo l’allargamento del conflitto e l’afflusso nei loro ranghi di volontari da tutto il mondo, mentre al resto d’Europa cambierebbe molto, eccome, ma in peggio. Idem per i familiari di quei volontari combattenti. Tra questi certamente ci saranno coloro che, rendendosi conto di un popolo che soccombe, prendono a cuore la causa, volendo dare una mano; ci sono altresì molti altri che vanno per fare delle esperienze insolite, particolari, pensando che la guerra sia una scampagnata, poi quando “si fanno male” piangono (magari piangere fosse l’unica avversità!). Bisogna considerare che le leggi italiane vietano gli arruolamenti mercenari nelle varie legioni straniere. I volontari nostrani cercano di imbucarsi, pensando di potersela cavare, rendendosi conto che sia tra i Russi, che tra gli Ucraini, ci sono, tra i soldati regolari, semplici ragazzini di leva, che fino a poco tempo fa non avevano mai impugnato un’arma, non ci sono solo i combattenti professionisti, che da anni hanno appreso una preparazione militare sofisticata, particolareggiata, e che sono ben addestrati, sia allo scontro in prima linea, sia alla guerriglia nelle retrovie.


Tutti si aspettavano che in pochi giorni i Russi chiudessero la partita, invece l’Ucraina, ben armata dagli occidentali, ha resistito tenacemente, perdendo poche porzioni di territorio e si percepisce che lo scontro bellico andrà per le lunghe. Qui si tratta di una guerra tradizionale, con due eserciti regolari che si fronteggiano tenacemente; nelle guerre recenti, che vedevano protagonista una grande potenza, di solito la nazione meno potente si lasciava occupare facilmente e poi fronteggiava gli occupanti tramite guerriglia, mettendoli in seria difficoltà e costringendoli, alla lunga, ad andarsene (vedasi Vietnam, Afghanistan varie volte, Iraq, Palestina).

Agli Ucraini non importa nulla delle guerre lampo, delle azioni di sabotaggio nelle retrovie, dei vari pericoli: molti di loro, anche se non hanno mai impugnato un’arma, vedono la loro gente che soccombe, la loro terra invasa, martoriata, e vogliono difenderla a tutti i costi, a sacrificio delle loro stesse vite. Si tratta della loro stessa esistenza e non è solo un gioco, un’esperienza esotica o televisione, come per il resto del mondo.

domenica 27 marzo 2022

489) LE GUERRE SPETTACOLI TELEVISIVI

DALLA GUERRA DEL GOLFO IN POI DEL 1991 (LA PRIMA IN DIRETTA TELEVISIVA), SUPERATA LA GRANDE PAURA, SIAMO ABITUATI A VEDERE I CONFLITTI BELLICI COME SPETTACOLI TELEVISIVI (JUGOSLAVIA, AFGHANISTAN, IRAQ, ISRAELE, LIBIA, UCRAINA) E PENSIAMO CHE MAI E POI MAI POTRANNO GIUNGERE SINO A NOI.

 


Quando sentiamo parlare di guerra, noi in Italia, pensiamo immediatamente ai racconti dei nostri nonni o in minima parte dei genitori che l’hanno vissuta in tenera età. Oggi, nonostante la generazione della Seconda Guerra Mondiale sia quasi estinta, conserviamo dentro di noi quelle drammatiche testimonianze, senza immedesimarci completamente in esse perché non le abbiamo vissute direttamente. Successivamente abbiamo avuto gli anni di piombo con la strategia della tensione, ma non possono essere paragonati a delle vere e proprie guerre. Le prime belligeranze successive al 1945 (Corea, Vietnam, Algeria, Israele varie volte e altre) erano per noi considerati eventi che accadevano molto lontano o sommosse locali che non ci coinvolgevano direttamente.

La prima guerra in cui tornò la grande paura fu quella del Golfo nel 1991: infatti l’Italia partecipò, in una coalizione promossa dall’Onu, con l’aereonautica militare per colpire degli obbiettivi ben definiti. Essa fu la prima guerra in diretta televisiva della storia: fu l’amplificazione mediatica che fece scaturire nelle masse un gran timore che potesse arrivare sino da noi o al massimo che avremmo potuto subire qualche attacco missilistico. Iniziarono tutti a fare gradi scorte di cibo, di acqua confezionata (per timore che i nemici infiltrati potessero avvelenare le sorgenti), le mogli e le madri erano preoccupate che potessero richiamare i loro mariti, i loro figli, alle armi, si parlava di confinare e di tenere sotto sorveglianza gli individui di etnia araba che erano allora presenti. Col passare delle settimane, la gente comodamente seduta in salotto e mentre assisteva via cavo all’evolversi degli eventi bellici (tra case distrutte, sangue, morti, feriti), si rese conto che quella guerra era uno dei tanti spettacoli televisivi, se non interessava bastava cambiar canale; che tutti quei timori erano infondati e che eravamo inattaccabili, essendo chiusi in una botte di ferro.

Fu così che non ci furono più preoccupazioni per i conflitti che seguirono, compresi quelli vicino casa nostra, come in Jugoslavia, dove l’Italia tornò in una coalizione internazionale nel 1999 per bombardare la Serbia, o in Libia (eravamo sotto protezione americana ci spaventarono  poco i missili su Lampedusa). Un po’ di preoccupazione tornò dopo l’11 settembre 2001, ma avevano colpito gli americani, i “cattivi del mondo”, “noi cosa abbiamo fatto di male?” si diceva. Trovavamo sempre delle giustificazioni anche quando altri attentati della stessa matrice colpivano le città europee, non preoccupandoci tanto per le città italiane. Mentre altre nazioni erano impegnate in prima linea nella lotta al terrorismo, diversi contingenti militari italiani parteciparono negli anni a delle missioni di pace, al fine di mantenere l’ordine pubblico in aree instabili (Congo, Bosnia, Kosovo, Somalia, Iraq, Libano, Afghanistan), sebbene ci fossero stati molti caduti, come in Afghanistan, in Iraq, in Somalia, in Congo nel 1961. Abbiamo avuto nel corso dei decenni dei caduti militari italiani sì, sempre lontano dalla patria. Conseguentemente gli italici sono abituati a vedere le guerre come eventi lontani di un'altra dimensione e non fanno parte delle loro realtà, tranne nei rari casi in cui si hanno dei familiari caduti all’estero in missione.

Oggi, con l’odierna guerra tra Russia e Ucraina, è tornato il grande evento mediatico, che ha il fine di terrorizzare, che occupa interamente gli spazi televisivi. Essendo la Russia la seconda potenza nucleare del mondo, c’era molta preoccupazione per un ipotetico intervento della Nato per contrastarla, col passare del tempo si è capito che nessuno interviene per non scatenare una Terza Guerra Mondiale devastante e tutti sono tornati a vedere il conflitto come un normale evento televisivo, uno spettacolo drammatico con le immagini scioccanti: la maggioranza dei telespettatori prova dispiacere, tristezza, compassione, angoscia, pensando che a loro non potrà mai succedere una cosa del genere. La preoccupazione che li coinvolge di più sembra quella per l’aumento dei prezzi. Fatta l’abitudine alla belligeranza, i media hanno ricominciato a dare qualche spazio ad altri fatti ed avvenimenti: hanno ripreso il Covid, hanno parlato della nazionale di calcio non qualificata ancora una volta per i mondiali. Dovrebbe finire come le altre volte, però non si sa mai, tutti i conflitti sono imprevedibili: a volte basta un niente per farli allargare, coinvolgendo altre nazioni. Speriamo di no.

sabato 21 agosto 2021

475) AFGHANISTAN VENTI ANNI DI NULLA

IN AFGHANISTAN DOPO IL RITIRO DELLE FORZE ARMATE DELLA NATO SONO TORNATI AL POTERE I FONDAMENTALISTI ISLAMICI CACCIATI NEL 2001. BISOGNA COMBATTERE (AFGHANI IN PRIMIS) PER RIPRISTINARE UN GOVERNO CHE TUTELI I DIRITTI CIVILI, INVECE DI PENSARE UNICAMENTE ALL’IMMIGRAZIONE DI MASSA IN OCCIDENTE.


In Afghanistan, a venti anni di distanza, sono tornati al potere i fondamentalisti islamici denominati talebani, che furono cacciati nel 2001 in seguito all’intervento militare americano, dopo i noti attentati dell’11 settembre. Il governo democratico era sostenuto unicamente dalle forze militari della Nato, presenti in questi 20 anni sul suolo afghano. Si pensava che le forze armate afghane, ben addestrate ed equipaggiate dagli occidentali, avrebbero potuto tener testa alla guerriglia nel paese, ma sono collassate subito: hanno preferito arrendersi e consegnare tutto, anziché lottare per quelle libertà in cui una generazione di afghani è stata allevata in un ventennio.

Mi chiedo allora perché molti tra la popolazione di quella nazione, a cui non vanno a genio i talebani, cercano la fuga anziché la lotta per cambiare le cose? Posso capire le donne e i bambini, le categorie più deboli, ma per gli altri è un controsenso. Si parla tanto della perdita dei diritti delle donne conquistati in Afghanistan senza che si veda una dura e forte presa di posizione di quei movimenti femministi che, spesso, in casa nostra scatenano dei polveroni per fatti da poco conto. Ci sono esempi di donne che nei paesi islamici guerreggiano per non essere sopraffatte, come molte tra quelle curde, che impugnando un’arma, hanno combattuto e combattono tuttora contro lo Stato Islamico (Isis) nel Medio Oriente, al fine di evitare di essere sottomesse. Qualcosa di simile sta per accadere in Afghanistan: la resistenza e la guerriglia ai talebani comincia ad organizzarsi sotta la guida del figlio del leggendario comandante Massoud (il Leone del Panjshir che lottò contro sovietici prima e i talebani poi, venendo ucciso in un attentato dagli ultimi) e molte donne decidono di aderirvi.

Combattenti curde

Per le grandi potenze straniere non è mai stato un gioco da ragazzi sottomettere l’Afghanistan: abbiamo visto con gli americani, che molti paragonano (sbagliando) la loro ritirata e la caduta di Kabul a quella del Vietnam con la caduta di Saigon. Mentre in Afghanistan la pace e l’ordine sotto gli Usa erano garantiti in massima parte, con poca guerriglia esistente, nel Vietnam dovettero ritirarsi perché non erano più in grado di supportarla. Essi prima o poi sarebbero dovuti andare via non potevano rimanere all’infinito sul suolo afghano: la guerra ai talebani era iniziata dopo l’attentato terroristico alle Torri Gemelle di Nuova York: fu necessaria perché quegli integralisti islamici proteggevano Bin Laden, l’ideatore dell’attentato, e molti terroristi. Una volta distrutta l’organizzazione Al Qaeda gli obiettivi americani erano stati raggiunti, ma oggi c’è il rischio concreto che tornino i terroristi più fanatici ad addestrarsi nello straziato paese. Si parla di potenze straniere, come Cina e Russia, che appoggerebbero i talebani, con l’intenzione di sostituirsi agli americani nei piani economici, in particolari su quelli legati alla ricostruzione della nazione martoriata da troppo tempo. Nonostante questi fanatici facciano di tutto per dimostrare che sono cambiati e oggi con essi si può dialogare, a telecamere spente mostrano la loro vera natura di sempre, come si dice: il lupo perde il pelo ma non il vizio. Fu per i sovietici l’Afghanistan come il Vietnam per gli americani. Essi, dopo avervi insediato un governo amico traballante, per l’opposizione armata, l’invasero con lo scopo di cercare uno sbocco nel Golfo Persico, ma dopo dieci anni dovettero ritirarsi per la resistenza dei mujahidin, aiutata anche dagli Usa, che erano divisi in molte fazioni, tra cui quelli che sarebbero divenuti i talebani, fortemente sponsorizzati dai pakistani.

Caduti italiani in Afghanistan (per nulla)

Quindi un popolo che è da sempre abituato a lottare, se vuole mantenere le conquiste di un ventennio che stavano portando prosperità, bisogna che non ceda così di schianto e sarà necessario che i paesi occidentali non abbandonino l’opposizione e la resistenza del paese asiatico, fornendo alcuni tipi di aiuto. Non bisogna trovare nell’immigrazione di massa verso l’occidente l’unica soluzione possibile: continuando ad ingrossare il numero degli islamici da qui agli anni, ai decenni a venire, ci sarà il rischio che la nostra identità nazionale legata al cristianesimo venga seriamente messa a rischio; potrebbero rischiare di non esserci più le festività natalizie, pasquali, patronali. Tra le decine di milioni di musulmani che saranno presenti da noi ci saranno moltissimi estremisti che potrebbero affermarsi come avviene oggi in Afghanistan. I paesi limitrofi all’Afghanistan, con la loro stessa cultura e religione e che sono in pace, potranno ospitare coloro che fuggono con l’aiuto dell’Onu. L’Occidente (Italia compresa) dovrà limitarsi ad accogliere coloro che hanno collaborato con le varie forze armate occidentali e che sono ricercati dai fondamentalisti afghani, finché non tornerà la democrazia. Stati Uniti e Canada, essendo sconfinate nazioni, potranno dare accoglienza ad un numero più consistente di rifugiati rispetto ai paesi europei.

lunedì 11 gennaio 2021

460) NATALE DI SANGUE (FIUME 1920)

 

CENT’ANNI FA A FIUME CI FU LO SCONTRO A FUOCO TRA REGIO ESERCITO E VOLONTARI DI GABRIELE D’ANNUNZIO CHE POSE FINE ALLA REGGENZA DEL CARNARO ITALIANA NELLA MEDESIMA CITTÀ.

 

Nel Natale del 1920 avvenne lo scontro decisivo tra Regio Esercito italiano e volontari di Gabriele D’Annunzio, al fine di liberare la città di Fiume e restituirla alla piena indipendenza, come fu stabilito nei trattati internazionali. Fiume fu occupata dal patriota e letterato Gabriele D’Annunzio, con delle proprie truppe al seguito, nel settembre 1919, per protesta contro le decisioni della conferenza di Versailles, che non assegnavano all’Italia una parte della Dalmazia, come era stabilito dal Patto di Londra del 1915. Nel 1915 fecero grandi promesse al Regno d’Italia per farlo intervenire in guerra a fianco dell’Intesa; il successivo intervento degli Stati Uniti, decisivi per la vittoria degli stati dell’Intesa, cambiava tutti i precedenti trattati. L’Italia ottenne il Trentino fino al passo del Brennero, Trieste, l’Istria e in Dalmazia solo la città di Zara. La città di Fiume, popolata in maggioranza da italiani, nel Patto di Londra del 1915 non era stata promessa all’Italia ed era destinata a divenire una città stato indipendente. In tutto il Regno si diffuse un pesante malcontento per la vittoria che fu definita mutilata. Una volta stabilitosi a Fiume D’Annunzio inaugurò un proprio governo che fu definito “Reggenza del Carnaro” (il Carnaro era il territorio di Fiume): reggenza perché doveva trattarsi di una sistemazione temporanea, in attesa di unire la città all’Italia. 



Fu preparata uno statuto avveniristico per l’epoca, che tra l’altro stabiliva il diritto di voto per le donne e parità di diritti senza distinzioni di razze, sesso, religioni, condizioni sociali. Il Regno d’Italia alla fine però accettò i trattati internazionali e ne stipulò anche un altro con il neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (che diverrà Regno di Jugoslavia) che stabiliva i confini tra i due stati, riconoscendo la piena indipendenza di Fiume. Il Governo italiano lanciò così un ultimatum al Governo d’occupazione fiumano per lo sgombero della città; al rifiuto degli uomini dannunziani partì la guerra nel periodo del Natale 1920 (il 25 dicembre ci fu una breve tregua) che culminò con il ritiro degli occupanti. Nel 1924 dopo l’avvento del Fascismo il territorio della libera città di Fiume fu spartito tra Italia e futura Jugoslavia: la città andò all’Italia, i sobborghi ai Serbi/Croati/Sloveni. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, con quello che ne conseguì (invasione italiana della Jugoslavia, successive vendette slave con le foibe), gli italiani di Fiume, della Venezia Giulia e della Dalmazia abbandonarono le loro terre per non divenire Jugoslavi e oggi gli italiani nei litorali di quelle terre si contano sulle dite, quando un tempo erano la maggioranza. Ci manco poco che anche Gorizia e Trieste passassero agli slavi.


Il Vittoriale di D'Annunzio sul Garda


Italiani oggi in Istria


Sullo Stesso argomento : 

343) LE FOIBE, UNA VIOLENZA NON CONSIDERATA

lunedì 29 luglio 2019

425) LE POLEMICHE INUTILI VALGONO PIÙ DI TUTTO


LE POLEMICHE INUTILI SUL TRATTAMENTO DEGLI ASSASSINI AMERICANI E I SOLITI ATTACCHI STRUMENTALI CONTRO SALVINI SUEPERANO LA tragedia per la MORTE DI UN CARABINIERE. LA SPERANZA è CHE NON CI SIA UN ALTRO CASO AMANDA KNOX.




Ha suscitato profonde e giuste indignazioni e commozioni la faccenda del carabiniere Mario Cerciello Rega, ucciso a Roma con delle coltellate mentre era in servizio. Il rischio è che le polemiche inutili, a questo crimine allegate, facciano passare in secondo piano la tragedia per la morte di quest’uomo. 

Risultando colpevoli due americani che sono stati fermati per acquisto di droga dal carabiniere ucciso ed hanno reagito pugnalandolo più volte, sta suscitando indignazione la fotografia che ritrae uno degli assassini bandato in caserma: non sarà molto, ma molto, molto, molto più grave quello che ha fatto questo assassino?  Sono stati puniti i carabinieri responsabili, quando sarebbe bastato un semplice richiamo verbale. In qualche modo i media per una benda vorrebbero la testa di Salvini, Ministro degli Interni e quindi il primo superiore delle forze dell’ordine, ma sarà soltanto un boomerang per costoro perché la gente capisce che la sola vittima è il militare assassinato. Polemiche a non finire per una benda, su Salvini e sui Carabinieri da parte di esponenti e mezzi d’informazione di sinistra che superano il cordoglio per la perdita tragica di un servitore dello stato. Addirittura, un’insegnante ha esultato per la morte del carabiniere ed è stata giustamente sospesa dal servizio. Ci sono stati inoltre dei duri attacchi e dei volgari insulti da parte degli esponenti della cosiddetta “intellighenzia rossa” e di persone comuni contro il solito “mostro”, titolare del dicastero del Viminale perché auspicava pene severissime per gli assassini, i quali, se fossero stati nella loro patria, negli Stati Uniti, in alcuni stati federali avrebbero rischiato la pena capitale. Non penso che tutta queste persone avrebbero avuto le stesse reazioni su una cosa del genere fosse capitata ad un loro congiunto. 



Onore al carabiniere Mario Cerciello Rega, eroe italiano, che è caduto nell’adempimento del suo dovere e onore a tutti i carabinieri e alle forze dell’ordine in generale che rischiano ogni giorno la vita per la nostra sicurezza e la nostra incolumità.  L’auspicio è che non si ripeta, considerando la potenza degli americani, un caso analogo ad Amanda knox, che in Primo Grado fu condannata per l’omicidio a Perugia di Meredith Kercher e poi assolta in Appello; qualche maligno sostiene che i dollari abbiano stravolto tutto. A differenza di quella vecchia storia, in questa ci sono delle prove schiaccianti e gli omicidi sono rei confessi, perlopiù potrebbero esserci soltanto delle pene lievi se le cose non andranno come dovrebbero andare. 

sabato 23 marzo 2019

417) I COMBATTENTI ITALIANI IN SIRIA



L’ISIS, CIOè LO STATO ISLAMICO, è STATO BATTUTO (PER ORA) IN SIRIA. ANCHE DEI VALOROSI NOSTRI CONNAZIONALI SI BATTONO IN SIRIA PER LA LIBERTà E PER LA NOSTRA SICUREZZA E UNO è CADUTO (lorenzo orsetti) tra l’indifferenza generale e delle istituzioni.




Situazione Siria oggi


la guerra in Siria ancora non è finita ma sembra sia arrivata ad una svolta: infatti l’Isis, ovvero lo stato terroristico islamico, è stato sconfitto dopo che è caduta l’ultima roccaforte da esso controllata. Diverse fazioni, che controllano vari territori, se non si metteranno d’accordo continueranno a fronteggiarsi tra di esse: il Regime di Assad, i ribelli e i curdi. Una svolta decisiva ad Assad l’hanno data i russi e in piccola parte gli americani. Lo Stato Islamico nel 2014 era all’apice: controllava quasi tutta la Siria, oltre che una fetta di Iraq, e organizzava attentati sanguinari in Europa. I curdi, che vivono tra Siria, Iraq e Turchia, sono secoli che vogliono un loro stato indipendente e, con la pretesa di combattere il terrorismo opprimente, cercano di raggiungere il loro scopo primario, con la libertà e i diritti che gli oppressori negano. 

Situazione Siria 2014



Dall’Europa sono partiti molti volontari per unirsi alla lotta, non solo per battersi dalla parte sbagliata dopo raggiri, illusioni ed indottrinamenti. Molti giovani europei, italiani compresi, hanno sentito lo stimolo di battersi anch’essi per delle giuste cause: per i diritti, le emancipazioni di quelle genti e per prevenire gli attentati terroristici in Europa. Nella società occidentale odierna, dove vigono il consumismo sfrenato, la comodità, il materialismo e le nuove generazioni sono molli, delicate, può sembrare un paradosso. Nell’800, quando gli italiani erano quasi tutti più poveri, spinti dalla necessità erano costretti a combattere per l’Italia unita al fine di conquistare la libertà e il riscatto sociale che non arrivò subito. (Domani non è detto che delle nuove necessità non si ritorni a pugnare) Invece nel contesto italiano odierno si resta meravigliati dalle scelte di questi coraggiosi; le popolazioni locali mediorientali sono costrette a combattere per la loro stessa esistenza, la maggior parte di noi pensa che, si ci minacciano o ci colpiscono con attentati, basta individuare gli autori e colpirli dal cielo per sradicare altre eventuali azioni eclatanti.



La morte del fiorentino Lorenzo Orsetti, di idee anarchiche e che combatteva a fianco dei curdi, non ha suscitato un clamore generale e c’è stato poco cordoglio, anche perché subito dopo sono accaduti eventi di maggiore rilevanza mediatica; appunto, sempre per rimanere in tema di terrorismo. Ma già il giorno stesso della sua morte i politici e le istituzioni non hanno espresso parole di cordoglio. I suoi familiari erano preparati al peggio e si sono detti orgogliosi del loro congiunto e delle scelte che aveva fatto. Anch’io dal mio piccolo lo ringrazio di aver dato la propria vita anche per noi, per farci vivere un po’ più tranquilli, anche se i pericoli non sono completamente scongiurati. 

domenica 4 novembre 2018

406) IL CENTENARIO DELLA VITTORIA NELLA GRANDE GUERRA



1a GUERRA MONDIALE 1915 – 1918 (FRONTE ITALIANO)


1915​
  • ​​​24 maggio - l'Italia entra in guerra contro l'Aust​ria-Ungheria. I soldati italiani superano dovunque i vecchi confini e attaccano le posizioni nemiche.
  • 25 maggio - 28 maggio - Occupazione di monte Altissimo, di Ala, Cortina d'Ampezzo.
  • 12 giugno - I soldati italiani occupano la conca di Plezzo.
  • 16 giugno - Con ardita azione gli alpini conquistano il Monte Nero.
  • 23 giugno - 7 luglio - Prima battaglia dell'Isonzo.
  • 18 luglio - 4 agosto - Seconda battaglia dell'Isonzo.
  • 18 ottobre - 4 novembre - Terza battaglia dell'Isonzo.
  • 10 novembre - 2 dicembre - Quarta battaglia dell'Isonzo.
1916
  • 11 marzo - 19 marzo - Quinta battaglia dell'Isonzo.
  • 12 aprile - Gli italiani attaccano sull'Adamello. Si combatte a oltre 3000 metri d'altitudine.
  • 18 aprile - Viene fatta saltare con una mina e conquistata la cima del Col di Lana.
  • 15 maggio - 31 maggio - Gli austriaci lanciano sugli altipiani la "Strafexpedition" (spedizione punitiva) contro l'Italia. Dopo sanguinosi combattimenti l'attacco fallisce.
  • 29 giugno - Gli austriaci lanciano gas asfissianti nella zona del monte S. Michele.
  • 12 luglio - Vengono impiccati Cesare Battisti e Fabio Filzi, catturati pochi giorni prima durante un'azione sul monte Corno.
  • 6 agosto - 17 agosto - Sesta battaglia dell'Isonzo. Gorizia è conquistata dagli italiani. Il primo giorno della battaglia cade Enrico Toti.
  • 28 agosto - L'Italia dichiara guerra alla Germania.
  • 14 settembre - 17 settembre - Settima battaglia dell'Isonzo.
  • 10 ottobre - 12 ottobre - Ottava battaglia dell'Isonzo.
  • 1º novembre - 2 novembre - Nona battaglia dell'Isonzo.
1917
  • 12 maggio - 28 maggio - Decima battaglia dell'Isonzo.
  • 10 giugno - 29 giugno - Battaglia dell'Ortigara.
  • 17 agosto - Undicesima battaglia dell'Isonzo e vittoria italiana sull'altipiano della Bainsizza.
  • 24 ottobre - Tedeschi e austro-ungarici ingaggiano la dodicesima battaglia dell'Isonzo e riescono a sfondare allo sbocco della valle dell'Isonzo, fra Tolmino e Caporetto.
  • 8 novembre - Il Generale Cadorna viene esonerato dal comando dell'esercito. Lo sostituisce il generale Diaz.
1918
  • 15 giugno - 23 giugno - Battaglia del solstizio. Gli austro-ungarici riescono a superare il Piave. I soldati italiani resistono. Il 23 gli avversari si ritirano.
  • 9 agosto - Volo di D'Annunzio su Vienna.
  • 24 ottobre - 3 novembre - Gli italiani scattano all'offensiva sul Grappa e sul Piave. Le truppe italiane occupano Vittorio Veneto. Il fronte austriaco crolla dovunque. L'Austria-Ungheria chiede l'armistizio.
  • 4 novembre - fine delle ostilità tra l'Italia e Austria-Ungheria: Bollettino della Vittoria.
  • 11 novembre - Armistizio tra gli Alleati e la Germania, le cui armate si ritirano dovunque. La Grande Guerra è finita.


BOLLETTINO DELLA VITTORIA
Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12 Bollettino di guerra n. 1268
La guerra contro l'Austria-Ungheria che, sotto l'alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l'Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatre divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d'Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l'irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d'Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L'Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell'accanita resistenza dei primi giorni e nell'inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.​​
(Armando Diaz, comandante supremo del Regio Esercito)



FILM “LA GRANDE GUERRA”
La grande guerra è un film del 1959 diretto da Mario Monicelli, prodotto da Dino De Laurentis, tra i principali attori figurano: Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Silvana Mangano. Per la prima volta quella guerra venne descritta diversamente da come era stata narrata sino ad allora; motivo per cui ebbe dei problemi di censura. Si narrano le vicende dei due protagonisti: un soldato romano ed uno milanese, i quali cercano in tutti i modi di fuggire dalle situazioni di pericolo, fin quando, catturati dal nemico con indosso dei cappotti austro – ungarici, per salvarsi le loro vite sono disposti a tradire i loro commilitoni italiani, poi, venendo irrisi per la loro codardia, rivolgono degli insulti al comandante austriaco e vengono fucilati. Nel frattempo gli italiani, impegnati in prima linea, resistono agli assalti nemici e passano alla controffensiva; ci si lamenta che i due, i vigliacchi, i meno efficienti, ancora una volta l’hanno fatta franca, ignorando che sono morti da eroi, per non tradirli.

domenica 23 ottobre 2016

330) AVANTI RAGAZZI DI BUDA, AVANTI RAGAZZI DI PEST



IL 23 OTTOBRE 1956 INIZIÒ LA RIVOLUZIONE UNGHERESE CONTRO LA DITTATURA COMUNISTA.



In seguito ad una manifestazione del 23 ottobre 1956 iniziò la sollevazione del Popolo Ungherese contro il Regime Comunista che era al potere. Il Partito dei Lavoratori Ungheresi che deteneva le redini ungheresi, dopo aver tentato di sedare la rivolta attraverso la polizia politica segreta, si sottomise ai rivoltosi ed avviò un processo di riforme. L’Unione Sovietica, nazione guida dei Stati del’Est, non permise quel cambio di rotta politica: intervenne con i militari e i carri armati per sedare la rivolta, perdendo oltre 700 uomini. Invece gli
Ungheresi che morirono in quella guerra furono oltre 2.652. Seguirono dei processi in cui furono condannati a morte militari, politici, giornalisti che avevano appoggiato la rivolta. La rivoluzione d’Ungheria del 1956 fu una delle principali ribbellioni nei paesi del’Est: seguiranno la Primavera di Praga e il Movimento di Solidarnosc prima delle decisive sollevazioni del 1989 che porteranno alla fine dei Regimi Comunisti nell’esteuropeo.  In ricordo di quei tragici eventi di sessant’ani fa c’è il canto “Avanti ragazzi di Buda, avanti ragazzi di Pest“ (della capitale d’Ungheria Buda è il centro storico, mentre Pest sono i quartieri nuovi).





Avanti ragazzi di Buda, avanti ragazzi di Pest/studenti braccianti operai, il sole non sorge più ad est/Abbiamo vegliato una notte, la notte dei cento e più mesi/quell’alba radiosa di ottobre, quell‘alba dei giorni ungheresi.

Ricordo tu avevi un moschetto, su portalo in piazza ti aspetto/nascosta fra i libri di scuola, anch’io porterò una pistola/Sei giorni, sei notti di gloria durò questa nostra vittoria/al settimo sono arrivati i russi con i carri armati.

I carri ci spezzan le ossa, nessuno ci viene in aiuto/il mondo è rimasto a guardare sull’orlo della fossa seduto./Ragazza non dire a mia madre che io morirò questa sera/ma dille che vado in montagna e che tornerò a primavera.

Compagno il plotone già avanza, già cadono il primo e il secondo/finita è la nostra vacanza, sepolto l’onore del mondo/Camerata riponi il fucile torneranno a cantare le fonti/e allora serrate le file che noi scenderemo dai monti.

Avanti ragazzi di Buda, avanti ragazzi di Pest/studenti braccianti operai, il sole non sorge più ad est.

domenica 5 giugno 2016

315) QUALE FESTA REPUBBLICANA?


UNA VOLTA IN OCCASIONE DELLA PARATA MILITARE DEL 2 GIUGNO SI SENTIVA L’ORGOGLIO DI UN’APPARTENENZA PATRIOTTICA CHE OGGI NON SI PROVA PIÙ. 


In questo giugno 2016 la Repubblica Italiana sta festeggiando il suo 70° anniversario. Possibili brogli al referendum monarchia/repubblica portarono settant’anni fa alla nascita di questa forma istituzionale (c’erano gli americani che volevano la repubblica ad ogni costo). Non so se effettivamente quelle scorrettezze ci furono o no, in ogni caso non credo che la storia italiana degli ultimi settant’anni sarebbe cambiata molto con i re al posto dei presidenti della repubblica: i monarchi avrebbero svolto le stesse funzioni di arbitri imparziali, dando gli incarichi di governo ai rappresentanti dei partiti più votati e la Nato non avrebbe mai permesso delle svolte autoritarie antidemocratiche. I pochi movimenti monarchici che ci sono oggi in Italia puntano di più sul ramo Savoia Aosta, che sui discendenti diretti dei Savoia ultimi Re d’Italia: probabilmente perché Umberto II, il Re di maggio, preferì far interrare con la sua salma, sotto le sue ascelle, i sigilli reali, anziché consegnarli al figlio Vittorio Emanuele; dopo che quest’ultimo sposò una borghese i rapporti tra i due si incrinarono. 



Ricominciando a parlare delle  commemorazioni per il sette decenni della Repubblica d’Italia, con le solite parate militari che ci sono ogni 2 giugno, constato che ormai non provo più quell’orgoglio patriottico vedendo i vari reparti militari che sfilano e le istituzioni che assistono. Le forze armate italiane, capeggiate da quei governanti, dovrebbero difendere la patria, i suoi sacri confini, non essere le fautrici di un’infinita invasione che alla lunga distruggerà la nostra civiltà e tutto quello che con sacrificio abbiamo conquistato. Le stragi in mare continuano nonostante l’impegno delle molte marine europee per scongiurarle. Ogni tanto Renzi e Mattarella si fanno i loro giri in Africa: anziché dire che in Europa, in Italia specialmente, c’è crisi, la povertà e la disoccupazione aumentano, invece di spronare gli africani più colti, più benestanti, ad impegnarsi per lo sviluppo del loro continente con l’aiuto europeo ed invitarli a non consegnare i loro risparmi ai criminali che li porteranno alla morte, dicono, che non serve costruire muri, che loro vanno a prendere tutti e i molti media della loro parte danno manforte. Il messaggio che viene recepito è il seguente: è cosa buona e giusta affidarsi ai trafficanti di uomini ed ammucchiarsi al’inverosimile in delle piccole imbarcazioni fatiscenti. All’inizio dicevano che accoglievano solamente chi fuggiva dalle guerre (una piccola percentuale tra coloro che arrivano): a tutti sembra che nessuno viene identificato ed ognuno è libero di scorazzare senza né arte, né parte, per tutta Italia, in tutta Europa, finendo tra le grinfie della delinquenza e del terrorismo islamico. Anche lo status di rifugiato viene concesso con superficialità: alcuni basta che si dichiarano omosessuali (già, perché in molti stati africani l’omosessualità è un reato) ed è fatta. Tutta Europa si sta blindando, solo noi no. Recentemente il Dalai Lama, il capo della religione Buddista (il Buddismo è una religione tanto in voga tra gli intelletti di sinistra), ha dichiarato che l’Europa non può perdere la sua anima, il suo sangue, divenendo araba e musulmana; aggiungendo a quanto detto, che è meglio che gli immigrati si impegnino nei loro paesi. Quel poco di autorità che c’è in Libia si è detto disponibile a tornare agli accordi stipulati con Gheddafi (chissà i libici quanti soldi vorranno però), atti ad impedire le partenze illegali verso la Sicilia e così salvare veramente le vite: perché aspettare ancora e non approfittare di quella proposta? Un governo non di sinistra avrebbe colto al volo l’occasione, per cui dovrà insediarsi il prima possibile: il referendum di ottobre per provare a mandare a casa questo esecutivo è troppo lontano. Si stanno raccogliendo le firme per un altro quesito referendario, il quale tenterà di abrogare alcune norme della legge sulle unioni civili, così almeno, in caso di successo, si salverà la sacralità della famiglia, considerando che quelle patriottiche e religiose sono andate perdute. 


Concludo gioendo alla conclusione (si spera definitiva) della vicenda dei due marò tenuti prigionieri in India per alcuni anni: la loro mancata partecipazione alla parata militare del 2 giugno, anniversario della Repubblica, sono stati degli ennesimi motivi di non piacimento di quella sfilata e della perdita dell’orgoglio dell’appartenenza alla patria italiana.

lunedì 9 maggio 2016

312) OTTANT’ANNI FA NASCEVA L’IMPERO


IL 9 MAGGIO 1936 MUSOLINI PROCLAMÒ LA CONQUISTA DELL’ETIOPIA E LA NASCITA DELL’IMPERO ITALIANO.


Il 9 maggio 1936 dopo sette mesi di guerra il Regno d’Italia annesse l’Etiopia, che si unì alle due vecchie colonie italiane della Somalia e dell’Eritrea, formando l’Africa Orientale Italiana, o Impero d’Etiopia. La carica di imperatore fu assunta da Vittorio Emanuele III, già Re d’Italia. La guerra fu provocata dall’Etiopia, la quale attaccò il forte italiano presso Ual – Ual in Eritrea, causando numerose vittime tra italiani ed ascari. Già alla fine dell’800 l’Italia aveva tentato di penetrare in terra etiopica, ma fu sonoramente sconfitta e si accontentò del possesso delle colonie della Somalia e dell’Eritrea. L’Italia nella guerra del 1935 – 36 perse quasi 500.000 militari, tra italiani ed indigeni, mentre l’Etiopia ne perse all’incirca 300.000. La propaganda fascista esaltò la Campagna d’Etiopia: oltre al nuovo impero “proclamato sui colli fatali di Roma”, vi era la civiltà da esportare, la modernizzazione, attraverso le opere pubbliche, e l’eliminazione delle barbarie, come la schiavitù che era ancora ammessa laggiù. Gli abissini erano accusati di combattere con i proiettili dun dun, che esplodevano al momento dell’impatto, mentre gli italiani usarono i gas asfissianti, che molti eserciti impiegarono nella Grande Guerra. I generali italiani che diressero le operazioni militari furono: De Bono prima e Badoglio poi dal fronte eritreo e Graziani dal fronte somalo. 


Possedimenti italiani alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale: Libia, Albania, Isole dell’Egeo ed Africa Orientale Italiana.


Le maggiori potenze del mondo di allora, collocate in Europa, non vedevano di buon occhio l’espansione coloniale italiana, infatti dopo la Prima Guerra Mondiale mancarono le promesse territoriali (e coloniali) fatte all’Italia alla vigilia, come ricompensa per l’intervento: tramite la Società delle Nazioni imposero le sanzioni economiche contro la nostra nazione per la conquista dell'Etiopia. Come risposta il Regime Fascista organizzò la raccolta dei metalli, oro compreso: moltissimi donarono le fedi nuziali e in sostituzione ricevettero quelle d’acciaio. Il Negus (imperatore) Selassié fuggì dalla capitale Abis Abeba e riparò a Londra, mentre nel 1937 si insediò Amedeo Duca d’Aosta come viceré d’Etiopia. Nei cinque anni di occupazione italiana in Abissinia (o Etiopia) vennero realizzate opere pubbliche, venne abolita la schiavitù, alcuni coloni italiani si insediarono, venne tutelato l’ambiente, regolarizzata la caccia con la tutela di alcune specie protette, fu coniata una lira esclusiva etiope e le ribellioni vennero duramente represse. Nel 1941 l’Africa Orientale Italiana fu accerchiata e conquistata dai britannici nel corso della Seconda Guerra Mondiale, i quali restituirono il trono ad Hailé Selassié, ponendo fine al dominio italiano. 

Furono composte moltissime canzoni relative alla Seconda Guerra Italo – Etiope: parlano principalmente della liberazione della schiavitù etiope e della creazione dell’impero. La canzone più famosa di tutte è senz’altro “Faccetta Nera”: fu scritta in romanesco da Renato Micheli e fu musicata da Mario Ruccione nell’aprile 1935, ancor prima dell’inizio della guerra. Parlava dei liberatori italiani che avrebbero liberato gli schiavi, cancellando così l’arretratezza dell’Abissinia. Successivamente il Regime, visto il successo, sfruttò quella canzone, modificando alcune parti in chiave politica ed eliminò il dialetto romano, adottando l’italiano nazionale.  A me piace di più “Le Carovane del Tigrai”, che posto a conclusione di questa pagina di storia, unitamente al discorso di Mussolini del 9 maggio 1936.


Mentre in ciel lassù, nella notte blu/tremano le stelle tutte d’or,/s’ode da lontan, lieve un canto stran,/pieno di nostalgico dolor…/E cantando va, nell’oscurità/chi giammai conobbe libertà!

Vanno.../le carovane del Tigrai,/verso una stella che oramai/brillerà e più splenderà d'amor.

Mentre,/nell'ombra triste della sera,/s'innalza un umile preghiera/che dà un brivido in ogni cuor:
"Signore, Tu,/che vedi tutto di lassù,/fa che doman/finisca questa schiavitù!"

Vanno.../le carovane del Tigrai,/verso una stella che oramai/brillerà e più splenderà d'amor! …

Quando giunse il dì/che lontan s’udì/echeggiare il rombo del cannon,/ogni schiavo allor ascoltò il fragor,/con il cuore pieno di emozion!

Ora incontro va/alla civiltà/che le sue catene spezzerà!/Sotto sole d’or/verso il tricolor,/vanno... le carovane del Tigrai ecc.



Ufficiali! sottufficiali! Gregari di tutte le forze armate dello stato, in Africa e in Italia! Camicie nere della rivoluzione!Italiani e italiane in patria e nel mondo! ascoltate!
Con le decisioni che fra pochi istanti conoscerete e che furono acclamate dal Gran Consiglio del Fascismo, un grande evento si compie: viene suggellato il destino dell’Etiopia, oggi, 9 maggio, XIV anno dell’era fascista.
Tutti i nodi furono tagliati dalla nostra spada lucente e la vittoria africana resta nella storia della patria, integra e pura, come i legionari caduti e superstiti la sognavano e la volevano. L’Italia ha finalmente il suo impero, impero fascista, perché porta i segni indistruttibili della volontà e della potenza del littorio romano, perché questa è la meta verso la quale durante quattordici anni furono sollecitate le energie prorompenti e disciplinate delle giovani, gagliarde generazioni italiane Impero di pace perché l’Italia vuole la pace per sé e per tutti e si decide alla guerra soltanto quando vi è forzata da imperiose, incoercibili necessità di vita. Impero di civiltà e di umanità per tutte le popolazioni dell’Etiopia.
Questo è nella tradizione di Roma, che, dopo aver vinto, associava i popoli al suo destino. Ecco la legge, o italiani, che chiude un periodo della nostra storia e ne apre un altro come un immenso varco aperto su tutte le possibilità del futuro:
1°) i territori e le genti che appartenevano all’impero di Etiopia sono posti sotto la sovranità piena e intera del Regno d’Italia.
2°) il titolo di imperatore d’Etiopia viene assunto per sé e per i suoi successori dal Re d’Italia.
Ufficiali! sottufficiali! gregari di tutte le forze armate dello stato, in Africa e in Italia! Camicie nere! Italiani e italiane!
Il popolo italiano ha creato col suo sangue l’impero. lo feconderà col suo lavoro e lo difenderà contro chiunque con le sue armi.
In questa certezza suprema, levate in alto o legionari, le insegne, il ferro e i cuori a salutare, dopo quindici secoli, la riapparizione dell’impero sui colli fatali di Roma.
Ne sarete voi degni? (la folla prorompe in un formidabile: «sì!»)
Questo grido è come un giuramento sacro, che vi impegna dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini, per la vita e per la morte!
Camicie nere, legionari, saluto al re!

Benito Mussolini