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sabato 12 marzo 2022

488) LA RIVOLTA CÒRSA NELL’INDIFFERENZA

NON C’È QUASI NESSUNA NOTIZIA SUI MEZZI D’INFORMAZIONE SULLA RIBELLIONE DEL POPOLO CÒRSO (A SEGUITO DELLA VIOLENTA AGGRESSIONE DI UN INDIPENDENTISTA IN CARCERE) CONTRO LE AUTORITÀ FRANCESI.

In questi giorni in Corsica è scoppiato il finimondo (degli scontri tra separatisti locali e forze militari francesi), ma pochissimi mezzi d’informazione italiani ne stanno parlando, poiché essi sono concentrati tutti sulla guerra in Ucraina. All’origine dei fatti ci sarebbe l’aggressione in carcere, da parte di un estremista islamico, su un noto esponente nazionalista còrso, Yvan Colonna, detenuto dal 1998 per l’uccisione del prefetto Claude Erignac. Ora l’aggredito è in coma e i rivoltosi non sono del tutto convinti sulla versione ufficiale, accusando il Governo francese di non aver fatto nulla per evitare il pestaggio del loro conterraneo. Nonostante i marinai còrsi abbiano cercato di impedirne lo sbarco, la Francia ha inviato le forze armate sull’isola per dare manforte alla gendarmeria nel contenere i dimostranti, formati da studenti, organizzazioni nazionaliste e sindacati. Gli scontri vanno avanti ormai da giorni. Nella notte tra mercoledì e giovedì fra Ajaccio, Bastia e Calvi, diverse barricate hanno preso fuoco. Si sono verificati anche moltissimi lanci di oggetti e di bombe molotov contro le forze dell’ordine. 

Manifestanti in Corsica

Nelle città italiane, tra il silenzio e l’indifferenza generale, si stanno organizzando delle manifestazioni di solidarietà e di vicinanza alla Corsica, da parte di coloro che sentono i còrsi come fratelli italiani. Non dimentichiamo che l’isola, pur appartenendo all’area geografica italiana, fa parte politicamente della Francia dal 1768, allorquando la Repubblica di Genova fu costretta a cederla ai transalpini, intervenuti per reprimere una rivoluzione, per i debiti contratti con essi, con la clausola che una volta saldati la Corsica sarebbe ritornata ai liguri. Gli indipendentisti Còrsi e gli irredentisti italiani puntano su questo punto, oltre che sul mancato plebiscito popolare per il passaggio di autorità (allora ancora non era prassi effettuare referendum e l’Organizzazione delle Nazioni Unite non esisteva). I nazionalisti còrsi, pur puntano sulla piena indipendenza e non intenzionati ad unirsi all’Italia, chiedono al nostro paese di far pressioni sulla Francia per far valere le clausole del Trattato di Versaglia del 1768, che sancì il passaggio della Corsica da Genova al Regno francese. Roma è troppo legata a Parigi per andare allo scontro (verbale) sulla Corsica. La soluzione finale, auspicata tra l’altro sia dai còrsi autonomisti, sia dagli italiani vicini alla loro causa, sarebbe quella di una Corsica indipendente: essendo un territorio povero, per non soccombere economicamente sarà costretta a legarsi all’Italia da qualche trattato, per giungere ad una sorta di Confederazione italo – còrsa. 


Bel dipinto a Pievepelago (Mo) con l'Italia includente la Corsica e non solo

Sarà molto difficile che questi raggiungeranno i loro obbiettivi e se ciò accadesse si aprirebbe un precedente pericoloso, incitando i separatisti di tutta Europa e anche d’Italia: ad esempio gli altoatesini potrebbero, dall’esempio della Corsica, staccarsi dalla Repubblica italiana ed unirsi all’Austria. Se così sarà probabilmente perderanno tutti i privilegi di regione autonoma italiana. Ma non andiamo troppo oltre, per ora seguiamo con attenzione l’evolversi degli eventi in Corsica.

lunedì 15 marzo 2021

464) CORSICA, ISOLA ITALIANA (PER GEOGRAFIA E CULTURA)


L’ITALIA FESTEGGIA I 160 ANNI DI UNITÀ POLITICA, MA ANCORA MANCANO DEI TASSELLI PER COMPLETARLA. IN CORSICA LA COSTITUITA ASSOCIAZIONE “PASQUALE PAOLI” HA LO SCOPO DI FAR RISCOPRIRE LE RADICI E LA CULTURA ITALIANA SULL’ISOLA, COME PRIMO PASSO VERSO LA DIFFICILE INDIPENDENZA DALLA FRANCIA.


IL 17 marzo 1861 a Torino fu proclamato il Regno d’Italia, dopo che c’erano stati vari conflitti per arrivarci. Per arrivare alla completa unità 160 anni fa mancavano ancora ampie porzioni di territorio italiano che furono redente negli anni, nei decenni successivi: 1866 Veneto, 1870 Roma, 1918 Trento, Trieste, Istria, Zara. L’Istria e Zara andarono perdute dopo l’ultima guerra mondiale, spopolandosi quasi interamente di italiani; oggi con la libera circolazione, nell’ambito dell’Unione Europea, alcune zone delle terre italiane che passarono alla Jugoslavia, potrebbero tornare a ripopolarsi dei discendenti italici dei giuliani – dalmati che scapparono per sfuggire alla pulizia etnica. In altri territori per geografia e per cultura italiani, come Nizza e Corsica, la scomparsa dell’italianità è avvenuta per altre ragioni. Soltanto la Savoia delle terre italiane passate alla Francia è sempre stata francofona. A Nizza, che diede i natali a Giuseppe Garibaldi e che appartenne a Casa Savoia per secoli, di italiano non c’è più nulla perché fu francesizzata completamente: i suoi abitanti dovettero cambiare i nomi e i cognomi dall’italiano al francese.

In Corsica invece solo in parte riuscì quell’operazione, poiché la lingua e la cultura corsa non riuscirono a cancellarla completamente. Oggi nell’isola la gente ha solo i nomi francesi, i cognomi sono molto simili a quelli italiani. La lingua corsa, parlata nella sua isola e anche a nord della Sardegna, deriva dal toscano (quindi dall’italiano); in molte parole (non in tutte) si differenzia dall’italiano solo per la u finale. Recentemente su quell’isola si stanno affermando dei movimenti politici autonomisti ed indipendentisti, i quali chiedono alla Francia il riconoscimento ufficiale dell’idioma isolano. Un tempo in Corsica anche l’italiano era lingua ufficiale, ma fu abolito a vantaggio del francese. Sono bene informato perché seguo attentamente un gruppo social della costituita “Associazione Pasquale Paoli” italo – corsa, il quale ha lo scopo di far riscoprire le radici e la cultura italiana sull’isola appartenente politicamente alla Francia. Questa associazione, fondata in parte da corsi trapiantati in Italia, ha come scopo finale l’indipendenza dell’isola e poi un’unione confederale con la Repubblica Italiana. Essa prende il nome dall’eroe corso Pasquale Paoli, che nei pochi anni di indipendenza dell’isola a metà ‘700, redasse una costituzione in italiano, nella lingua colta.

Statua al Pincio, Roma

"Siamo còrsi per nascita e sentimento ma prima di tutto ci sentiamo italiani per lingua, origini, costumi, tradizioni e gli italiani sono tutti fratelli e solidali di fronte alla storia e di fronte a Dio… Come còrsi non vogliamo essere né schiavi né "ribelli" e come italiani abbiamo il diritto di trattare da pari con gli altri fratelli d’Italia… O saremo liberi o non saremo niente… O vinceremo con l’onore o soccomberemo con le armi in mano... La guerra con la Francia è giusta e santa come santo e giusto è il nome di Dio, e qui sui nostri monti spunterà per l’Italia il sole della libertà." Pasquale Paoli

Il trattato di Versailles del 1769 (quando nacque il corso Napoleone Bonaparte che con la Francia sottomise l’Europa) stabilì il passaggio della Corsica dalla Repubblica di Genova (che la possedeva da cinque secoli circa) alla Francia, per i debiti contratti dai genovesi con i francesi, quando li invocarono per aiutarli a reprimere la rivolta corsa. In quel trattato c’era anche una clausola che stabiliva il ritorno della Corsica a Genova, se questa avesse pagato i debiti: su questo puntano gli indipendentisti odierni. Poiché la Repubblica ligure non esiste più, dovrebbe essere l’Italia a muoversi, ma al momento solo pochi parlamentari italiani si sono interessati a questa vicenda e non è neanche nell’attenzione mediatica. In un ipotetico referendum sull’indipendenza corsa vincerebbe sicuramente il no, per via dei molti francesi trapiantati sull’isola e a causa della paura di non disporre dei mezzi economici per essere un piccolo stato autosufficiente. Gli indipendentisti corsi puntano a far riprendere la residenza sulla loro isola ai loro corregionali emigrati in Francia e in Italia per affrontare senza paure l’eventuale referendum sul distacco dalla Francia e se raggiungeranno il loro obbiettivo, essi proporranno di stringere dei legami economici (e non) con l’Italia.

giovedì 25 febbraio 2021

463) I PALAZZI DELLE ISTITUZIONI DI ROMA CAPITALE

 

UNA PANORAMICA SUI PALAZZI DEL POTERE ROMANI, A 150 ANNI DALLA PROCLAMAZIONE DI ROMA CAPITALE D’ITALIA.

 

Il grandioso monumento a Vittorio Emanuele II o Altare della Patria, il principale e più grande monumento realizzato a Roma dopo l'Unità d'Italia, inaugurato nel 1911 a celebrazione della stagione risorgimentale, in stile neoclassico.

Nel febbraio del 1871 ci fu la proclamazione di Roma capitale d’Italia, che allora era una città assolutamente impreparata a svolgere le funzioni di centro nevralgico di una grande nazione moderna. Nonostante ciò, essa era ritenuta la città ideale per svolgere tale compito, poiché da millenni era al centro del mondo: nella Roma antica e nella Roma cristiana. Nella terza era di Roma, capitale del Regno d’Italia, accantonata l’ipotesi di costruire una cittadella del potere, per le molte istituzioni, fuori delle Mura aureliane, si scelse di rimanere all’interno della città, in mezzo al fascino delle rovine della Roma antica. Il palazzo del Quirinale, già residenza estiva papale, divenne il principale alloggio del Re, nel Palazzo di Montecitorio, sede della Polizia pontificia, fu ricavata l’aula della Camera dei deputati, nel Palazzo Madama, antica casa nobiliare, quella del senato. Il Re ed il governo decisero di trasferirsi subito da Firenze a Roma, senza attendere il tempo necessario per preparare la città al ruolo di capitale, come, ad esempio, hanno fatto a Berlino nel 1990: allorquando ci vollero diversi anni per il trasferimento da Bonn. A Roma, all’inizio per le sedi dei vari ministeri si scelsero dei conventi requisiti dallo stato agli ordini religiosi, col passare dei decenni vennero costruiti dei nuovi colossali edifici. La città nel 1870 aveva poco più di 200.000 abitanti, a fine secolo raggiunse mezzo milione di residenti; i nuovi abitanti di Roma, piemontesi e non, venivano definiti "buzzurri". Furono decenni di grandi trasformazioni urbanistiche e speculazioni (nuove strade larghe, muraglioni sul lungotevere, Altare della patria), i quali culminarono nello scandalo del fallimento della Banca romana. La città oggi è al pari delle altre grandi capitali europee occidentali, tranne che per il trasporto su metropolitana: infatti le moltissime rovine di Roma antica nel sottosuolo rendono estremamente difficile la realizzazione di una vasta ed efficiente rete di trasporto sotterraneo.

Garibaldi e gli eroi risorgimentali sul Colle Gianicolo a Roma, dove si combatterono aspri combattimenti durante la Repubblica Romana, quando Roma Capitale di un'Italia unita ero solo un miraggio.

 

PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA E CAMERE

Piazza del Quirinale: il Palazzo omonimo sulla destra e il Palazzo della consulta a sinistra, dietro l'obelisco: due dei pochi edifici scelti per le istituzioni che già c'erano prima del 1870.

·         Palazzo del Quirinale (Sede della Presidenza della Repubblica): costruito tra il 1573 ed il 1583 è stata la residenza dei Papi e dei Re d’Italia.

·         Tenuta presidenziale di Castelporziano (Residenza di campagna): già convento e residenza nobiliare, il palazzo e la tenuta furono acquistati dallo stato nel 1872, come dimora di caccia del Re d’Italia.

·         Palazzo Madama (Senato della Repubblica): è del XV secolo, apparteneva alla famiglia Medici, poi ai Lorena, infine divenne un palazzo pontificio per alcune istituzioni.

·         Palazzo Giustiniani (Presidenza del Senato della Repubblica): è del XVI secolo è appartenuto a diverse famiglie nobiliari, tra cui Giustiniani.

·         Palazzo Montecitorio (Camera dei deputati): fu realizzato nel 1563 da Gian Lorenzo Bernini per la famiglia Ludovisi. Ha ospitato anche pubblici uffici pontifici. La prima aula parlamentare realizzata nel 1871 era scomoda ed inadeguata, per cui l’edificio subì una radicale trasformazione nel 1918 e solo la facciata principale fu conservata.

 

GOVERNO

Panoramica dei principali palazzi del potere, tra cui Montecitorio, Palazzo Madama, Palazzo Chigi, Quirinale, Palazzo Senatorio (Comune di Roma), Farnesina, Viminale,  e altre sedi ministeriali.

·         Palazzo Chigi (Presidenza del Consiglio dei ministri): è del 1578 ed è appartenuto a diverse famiglie nobiliari, tra cui i Chigi di Siena. Ha ospitato ambasciate nello Stato Pontificio e, quando fu acquistato dallo Stato italiano, divenne Ministero degli esteri. Fu brevemente scelto da Mussolini come sede del governo e dal 1961 è destinato a quella funzione.

·         Villa Madama (Sede di rappresentanza della Presidenza del Consiglio dei ministri): è del 1525 ed è appartenuta alla famiglia Medici.

·         Villa Doria Pamphilj (Sede di rappresentanza del governo): è un’antichissima abitazione che ha subito diverse trasformazioni fino al 1972. Vi avvennero dei combattimenti durante la Repubblica romana.

·         Palazzo della Farnesina (Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale): fu costruito in diverse fasi tra il 1937 ed il 1959 e divenne l’unica sede del Ministero degli esteri.

·         Palazzo del Viminale (Ministero dell'interno): fu inaugurato nel 1925 per ospitare la Presidenza del Consiglio dei ministri e il Ministero degli interni. Durante il fascismo la sede governativa fu spostata altrove, vi tornò dal 1943 al 1961, dopo l’edificio fu destinato al solo Ministero degli interni.

·         Palazzo Baracchini (Ministero della difesa): realizzato nel 1876 per ospitare il Ministero della Guerra e lo Stato maggiore dell’esercito.

·         Palazzo Piacentini (Ministero della giustizia): fu realizzato tra il 1914 ed il 1924

·         Palazzo delle Finanze (Ministero dell'economia e delle finanze): fu il primo grande edificio per le istituzioni realizzato a Roma dopo il 1870, essendo stato inaugurato nel 1876. Ha anche ospitato il Consiglio dei ministri del Regno.

·         Palazzo del Ministero della pubblica istruzione (Ministero dell'istruzione): fu inaugurato nel 1926.

·         Collegio Romano (Ministero per i beni e le attività culturali): è del 1584 ed era un collegio gestito dall’ordine Gesuitico.

·         Palazzo Piacentini (Ministero dello sviluppo economico): è del 1932 e ospitava il Ministero delle corporazioni.

·         Palazzo dell'Agricoltura (Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali): è del 1914.

·         Villa Patrizi (Ministero delle infrastrutture e dei trasporti): in origine era una villa in stile rococò, dell’originale non rimane nulla. Nel 1907 fu venduta alle Ferrovie dello stato ed ancora oggi ne è la sede.

·         Villa Lubin (Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro): fu costruita nel 1908 come sede dell’Istituto internazionale di agricoltura.


GIUSTIZIA

Palazzo di giustizia

·         Palazzo della Consulta (Corte costituzionale): è situato sul Colle Quirinale, vicino all’omonimo palazzo, fu costruito nel 1737 in stile barocco per ospitare gli uffici del Sant’Uffizio. Dopo Roma capitale è stato palazzo del Principe Umberto, successivamente ha ospitato vari ministeri. Dal 1955 ospita la Corte costituzionale.

·         Palazzo Spada (Consiglio di Stato): di stile barocco fu realizzato da Francesco Borromini nel 1540.

·         Palazzo di Giustizia (Corte suprema di cassazione): detto anche “palazzaccio” ci vollero ben 22 anni per edificarlo, tra il 1889 e il 1911, è di stile umbertino. Il tipo di terreno alluvionale sul quale sorge l’edificio, ha reso necessari diversi interventi di consolidamento.

domenica 20 settembre 2020

452) ANNIVERSARIO DELLA PRESA DI ROMA

CENTOCINQUANT’ANNI FA, A SEGUITO DELLA BRECCIA DI PORTA PIA, ROMA DIVENNE CAPITALE DEL NUOVO STATO ITALIANO E FINÌ IL MILLENARIO POTERE TEMPORALE DEI PAPI.

Il neonato Regno d’Italia, all'inizio degli anni 1860, non sentiva realizzato appieno il processo di unificazione perché Roma ancora non era stata liberata e fatta capitale. La città eterna veniva vista come il cuore ideale della neonata nazione, sia per motivi storici, sia per motivi geografici: era ed è a metà distanza tra nord e sud. Il papa Pio IX, dopo aver perso Romagna, Marche e Umbria, nel 1870 governava soltanto 2/3 dell’odierna Regione Lazio ed era posto da oltre 20 anni sotto la protezione dell’Impero francese di Napoleone III, il quale  dopo aver sconfitto la Repubblica Romana (quando ancora non era imperatore ma Presidente della repubblica), aiutò i piemontesi nel processo di unificazione d’Italia, in cambio di Nizza e Savoia, ma non permetteva che Roma e il Lazio si unissero al neonato Regno d’Italia. Il Governo italiano non intendeva andare in rotta di collisione con Parigi per Roma, per questo fermò ed arrestò più volte Garibaldi, il quale con dei volontari al seguito, intendeva prendere a tutti i costi la città papalina. Il Re Vittorio Emanuele II si riteneva un fedele cattolico e intendeva proteggere il Papa Pio IX, e il clero in generale, dai molti anticlericali, dai massoni garibaldini e dagli esuli romani, bramosi di vendette, di ritorno a Roma; un po’ gli piangeva il cuore mettersi contro il Papa Pio IX, per realizzare il sogno suo e degli italiani di Roma capitale.

 

Per tranquillizzare la Francia la capitale fu trasferita da Torino a Firenze: il citato trasferimento faceva parte del trattato tra Italia e Francia del settembre 1864, in cui l’Italia si impegnava a non toccare lo Stato Pontificio. Nonostante ciò, il Generale Garibaldi nel 1867 riuscì a penetrare nello Stato della Chiesa, dopo che seppe che c’era stata un’insurrezione fallita ad opera dei Fratelli Cairoli, ma fu sconfitto dagli Zuavi francesi a Mentana che avevano i nuovi fucili a tiro rapido Chassepot. A Roma non mancavano rivoluzionari e cospiratori che, quando venivano scoperti venivano ghigliottinati: fu il caso di Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, ritenuti responsabili di un attentato mortale contro gli Zuavi pontifici, e di altri che avevano appoggiato Garibaldi a Mentana. Nel 1869 il Concilio Vaticano I proclamò l’infallibilità del Papa in materia di fede. Roma era allora una città sporca e ciabattona che contava 230.000 abitanti, di cui 50.000 erano disoccupati e 30.000 accattoni, con una Curia e un’aristocrazia sceiccali, e una borghesia di avvocati, notai e appaltatori che formavano il sottogoverno laico della Curia. Splendidi palazzi barocchi erano incastrati in ragnatele di tuguri.

Nel 1870 scoppiò la guerra tra Prussia a Francia e quest’ultima, che non era preparata al conflitto, chiese aiuto all’Italia, ma il Governo italiano pretendeva la cessione di Roma come prezzo dell’intervento e Napoleone III interruppe le trattative. Quando nel settembre 1870 l’Impero francese e Napoleone III decaddero, a seguito della loro sconfitta a Sedan nella guerra contro i prussiani, il presidio militare francese aveva abbandonato Roma, il Governo italiano sentiva mano libera e chiese al papa Pio IX l’avvio dei negoziati per l’annessione di Roma all'Italia, mantenendo il rispetto per la sua figura spirituale. Di fronte al rifiuto opposto dal Pontefice al conte Ponza di San Martino, che aveva tentato di indurlo ad accettare l’invasione e ad avviare trattative con l’Italia, il 12 settembre il generale Cadorna, con al seguito 50.000 soldati e anche cronisti, esuli, curiosi, entrò nel territorio pontificio, avanzò senza incontrare resistenza fino alle porte di Roma, dove giunse il 17 settembre. Dopo un ennesimo tentativo di mediazione compiuto dal ministro prussiano presso la Santa Sede, il conte Arnim, la mattina del 20 l’artiglieria italiana iniziò ad attaccare le mura della capitale pontificia. Aperta una breccia presso Porta Pia, alle ore 10 fanteria e bersaglieri entrarono in città, mentre l’esercito papale alzò bandiera bianca (era desiderio di Pio IX evitare spargimenti di sangue). Alle 14 il generale Cadorna e il generale Kanzler, comandante delle forze pontificie, firmarono la capitolazione. Edmondo De Amicis scrisse: “in Piazza del Quirinale arrivano di corsa i reggimenti, i bersaglieri, la cavalleria. Le case si coprono di bandiere. Il popolo si getta tra i soldati plaudendo”. Il Regio esercito italiano mantenne l’ordine in città, evitando le vendette e il linciaggio degli odiati soldati pontifici, caduti prigionieri e che non incutevano più terrore tra il popolo; solo pochi di essi, che si trovavano in giro da soli, furono uccisi.

Manifesto affisso a Cori il 20 settembre 1870

Il Governo italiano propose al Papa le “Leggi delle guarentigie”, per regolarne i rapporti, il Pontefice le rifiutò, lanciando scomuniche, e proclamandosi prigioniero dello Stato italiano. Il potere temporale dei papi terminava dopo oltre mille anni: da alcuni fu definito l’evento del secolo, anzi no, del millennio. Il 2 ottobre 1870, con un grande plebiscito (40.785 voti favorevoli e 46 contrari), Roma dichiarava la sua annessione all'Italia. Pochi mesi dopo a Firenze si riunì il nuovo parlamento, comprendente i rappresentanti di Roma e del Lazio. Il 2 luglio 1871 il Governo si trasferiva nella Città Eterna, che iniziava la sua nuova vita come Capitale dell’Italia! Le matasse della Questione italiana e della Questione romana, dopo svariati rompicapi italiani ed europei, venivano sbrogliate, anche se ci vorrà il 1929 per la regolarizzazione dei rapporti tra Regno d’Italia e Chiesa Cattolica con un trattato, che sancirà la nascita del minuscolo stato papale della Città del Vaticano.

Fontie parziale: http://www.storico.org/risorgimento_italiano/presa_roma.html

lunedì 4 maggio 2020

444) SOLENNITÀ SI E SOLENNITÀ NO


IL 25 APRILE (ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE) E IL 1° MAGGIO (FESTA DEL LAVORO) SONO DUE FESTIVITÀ NAZIONALI E LAICHE A CUI SI DEVE DARE MOLTA IMPORTANZA, MENTRE NESSUNO RICORDA COME È NATA L’ITALIA COME STATO, NEL COSIDDETTO RISORGIMENTO.


Il 25 aprile e il 1° maggio sono due festività nazionali, laiche a cui si è tenuti a dare molta importanza e considerazione. Sono due ricorrenze sentite particolarmente dal popolo che è politicamente simpatizzante per il centrosinistra. D’accordo che la libertà e il lavoro sono due elementi importanti da cui dipende il vivere bene degli esseri umani, ma se uno a cui non interessa la politica osa dire che queste festività sono, né più né meno, eguali agli altri giorni festivi che ci sono e sono solo una scusa per un lungo ponte (se c’è vicina anche la Pasqua ancora meglio), apriti cielo. Se si dice la stessa cosa del Natale, della Pasqua, del Ferragosto, del Capodanno, nessuno contesta. Per tutti i giorni festivi ci saranno dei validi motivi se sono tali. Io sono per il mantenimento di queste due feste, ma sono contrario all'eccessiva esaltazione e alluso politico (specie del 25 aprile) che se ne fa.

Anche il 2 giugno, la Festa della Repubblica, rischierà in futuro di finire al pari delle altre due già citate massime solennità. Essa è l’unica grande festa nazionale rimasta in piedi, in cui si ricorda la nascita dell’istituzione repubblicana dello stato italiano. Mentre non c’è nessuna festa e non si parla quasi mai di come il nome Italia a suo tempo non fosse più considerato solo una tipica espressione geografica, rinascendo come entità territoriale, come stato, nel periodo del cosiddetto Risorgimento. Per il compleanno dello stato italiano dovrebbe esserci una grande festività solenne, superiore a tutte le altre civili, con parata militare, frecce tricolori, bandiere tricolori in ogni angolo delle città e dei paesi, storia risorgimentale in televisione. Ci sarebbero diverse date a disposizione: 17 marzo (quando nel 1861 a Torino fu proclamato il Regno d’Italia ancora incompleto), 20 settembre (nel 1870 ci fu la presa di Roma, che divenne capitale, concludendosi così la prima parte dell’Unità d’Italia), 4 novembre (nel 1918 fine Prima Guerra Mondiale e unione all’Italia dei territori che ancora mancavano). Un tempo il 4 novembre era festivo, oggi invece è un giorno feriale in cui c’è la festa delle forze armate italiane. Si tende a sminuire il processo politico e militare che fece della penisola italiana dopo millenni, in cui tutti la sottomisero, con l’assenso e gli interessi dei vari monarchi, nobili locali e papi, un unico stato. Nelle rivoluzioni del 1848 gli stati provvisori e indipendenti che si crearono in Italia avevano per bandiera il tricolore italiano. Quella fu una grande rivoluzione voluta da tutti gli italiani dell’800, del nord e del sud, che avevano contro quasi tutta l’Europa di allora, formatasi col Congresso di Vienna del 1815 (qualche alleato europeo che aveva a cuore la Causa italiana il Conte Cavour, grazie alle sue manovre di tessitore, lo trovò, anche se dietro c’erano interessi, come per la Francia di Napoleone III).



Oggi se si parla del Risorgimento, se ne parla solo per denigrarlo, per sminuire la grandezza di quell'impresa. Dopo oltre 150 anni sono sorti dal nulla alcuni movimenti neo borbonici con le loro teorie, spesso menzognere. È vero che dopo il 1861 ci furono dei problemi, soprattutto al sud, il quale si aspettava nell'immediato sviluppo ed equità sociali, con guerriglia da parte dei briganti manovrati con promesse dagli ex regnanti, e dura repressione dell’esercito, ma alla lunga anche il sud guadagnò con l’Unità d’Italia (riduzione dell’analfabetismo, scuole, ferrovie, strade), riducendo la tradizionale arretratezza a cui da sempre era sottoposto. Senza Unità d’Italia oggi il nord sarebbe ancor più ricco e il sud ancor più povero, come concordano molti autorevoli storici meridionali.



Parlando qui diverse volte del 25 aprile e scrivendo che se i partigiani, che liberarono le città del nord poco prima dell’arrivo degli Alleati, avessero atteso che arrivassero gli stessi senza fare nulla, probabilmente molte stragi nazifasciste non ci sarebbero state (forse non tutte); ora riprendendo l’argomento, confrontando due fasi storiche (25 aprile, Risorgimento) e, analizzando bene, anche dopo il 25 aprile 1945 ci furono gli stessi problemi, come dopo il 1861 nel sud, e altro sangue fu versato, soprattutto sopra gli sconfitti. Per dire che ogni momento della storia che uno ritiene positivo ha i suoi risvolti oscuri e negativi. Bisogna guardare il lato positivo: uno stato italiano libero ed indipendente era sorto dopo circa 1400 anni e coi decenni le condizioni di vita del popolo un po’ migliorarono. Negli Stati Uniti d’America c’è la grandissima ricorrenza del 4 luglio, in cui si ricorda come sia nata la nazione, che nel 1776 proclamò l’indipendenza dalla Gran Bretagna e che divenne ufficiale dopo sei anni di guerre. Sarebbe bello anche in Italia trovare una data per il suo compleanno tra le tre proposte precedentemente.

sabato 24 agosto 2019

427) VIAGGIO IN TRENTINO – ALTO ADIGE


Cronaca di una breve vacanza in trentino – alto adige ad agosto 2019


Ad un secolo dalla fine della Grande Guerra, che culminò con la redenzione di Trento e Trieste principalmente, dopo aver visto la Venezia Giulia e Trieste la scorsa estate, quest’agosto, ho visitato brevemente il Trentino -Alto Adige, concentrando la vacanza nelle sue due maggiori città (Trento e Bolzano), situate lungo una valle stretta tra le Alpi, dove passano i fiumi, poi spostandomi in altre località minori. Tanta gente affolla la regione tutto l’anno: per le dolomiti, per la natura, per la neve d’inverno e per il fresco l’estate, badando poco ai suoi due maggiori agglomerati urbani che vale la pena di visitare, Trento in particolare, il quale è ricca di monumenti, storia e cultura. 




La citata regione è divisa in due province autonome, riducendo l’istituzione regionale a pura formalità. Essa è divisa in due, se non in tre, anche dal punto di vista delle etnie che la popolano: gli italiani in Trentino e per 2/3 nella città di Bolzano, i tedeschi e i ladini nel resto dell’Alto Adige o del Tirolo del Sud, in quest’area vige il bilinguismo. Bolzano è la città di frontiera per eccellenza tra le genti italiche ed alemanne, più su, fino al passo del Brennero, snobbano l’italiano o lo parlano, per ragioni turistiche, con un forte accento germanico. Durante il fascismo ci fu un tentativo di italianizzazione dell’Alto Adige, poi quando l’Italia si alleò con la Germania, tra gli accordi, c’era la possibilità per i germanofoni altoatesini di trasferirsi in Austria e Germania; terminata la Seconda Guerra Mondiale e i regimi fascista e nazista molti espatriati tornarono nel Sud – Tirolo e il governo italiano concesse l’autonomia e il riconoscimento ufficiale della lingua tedesca. In questi decenni non sono mancati attentati di gruppi separatisti filoaustriaci. Quella dell’Alto Adige è oggi l’unica comunità tedesca sopravvissuta dopo l’ultima guerra al di fuori delle odierne Austria, Germania, Svizzera. Il centro storico di Bolzano è carino, ben curato e zeppo di locali caratteristici; non si può dire altrettanto di alcune altre parti della città in degrado, dove stranieri bivaccano e ci sono i loro locali. Un quartiere bolzanino, dove spicca il maestoso monumento della vittoria nell’omonima piazza, ha lo stesso stile (razionalista) delle città di fondazione nostrane del ventennio fascista e dell’Eur a Roma: infatti è stato realizzato in quel periodo. Con un viaggio di una decina di minuti in cabinovia si arriva negli elevati altipiani sopra Bolzano, dove ci sono molti paesini collegati tra loro da un trenino tipico. 


Trento è elegante, curata, non solo nel centro storico; nei giardini vicini alla stazione c’è il divieto di bivaccare. Dall’autostazione del capoluogo regionale si possono prendere delle corriere e in un’ora, un’ora e qualcosa, percorrendo la Val di Non, ricca di meleti e vigneti, si giunge ai rinomati laghi, affollatissimi di turisti, come quello di Molveno o di Garda. La statua di Dante Alighieri di Trento fu una concessione degli austriaci come riconoscimento dell’italianità della città. Il capoluogo trentino fu governato per secoli dal vescovo principe, che era suddito degli imperatori del Sacro Romano Impero, poi passò sotto il controllo diretto dell’Impero d’Austria. C’è il maestoso duomo, realizzato in più secoli, ed attaccato ad esso è presente il primo palazzo vescovile ornato da merli (oggi museo diocesano) e spicca la grande torre civica. Sotto le fondamenta del duomo si possono ammirare le rovine della prima basilica paleocristiana di Trento, edificata dopo l’Editto di Costantino del IV secolo, e indossando degli speciali occhiali si può vedere virtualmente com’era quell’edificio di culto quando era attivo. Altri ruderi romani di Trento è possibile visitare nel sottosuolo della città. Il Castello di Trento (detto del Buonconsiglio) nacque come fortezza militare, in seguito vi fissarono la propria residenza i vescovi governatori trentini: al proprio interno è presente il museo che parte dalla preistoria e arriva ai giorni nostri, partendo dai reti e dalla fondazione romana di Tridentum. Nel medesimo castello nel 1916, nel corso della Prima Guerra Mondiale, furono passati per le armi dagli austriaci, mediante impiccagione, gli irredentisti Cesare Battisti (trentino) e Fabio Filzi (istriano), rei d’essere passati al Regio Esercito Italiano. L’irredentismo si diffuse in Trentino nel corso della seconda metà dell’Ottocento e fu duramente contrastato dalle autorità austriache. Cesare Battisti era socialista, fu eletto legislatore nel parlamento di Vienna (come Alcide De Gasperi) e fu più volte imprigionato per la sua propaganda filoitaliana; nel 1914 andò in Italia al momento dello scoppio del conflitto e fu tra i più accesi fautori dell’interventismo.  C’è un grande mausoleo in sua memoria posto su una collinetta sopra Trento, a cui ho voluto rendere omaggio (l’ultima cosa rilevante che mi mancava da visitare), salendo di corsa una ripidissima scalinata e a un’ora dalla partenza del mio treno di ritorno a casa. 

Trento Memoriale di Cesare Battisti


Noi possiamo goderci quest’Italia unita dal Brennero a Lampedusa e apprezzarne le varie bellezze durante le vacanze, grazie al sacrificio di Battisti e di altri delle guerre risorgimentali, i quali l’hanno fatto sì la nostra nazione ma non se la sono potuta godere.

domenica 6 gennaio 2019

412) LA CITTÀ DI BOLOGNA


BOLOGNA è UN INTERESSANTE CITTà RICCA DI STORIA E DI CULTURA AL CONFINE TRA GLI APPENINI E LA PIANURA PADANA.


Tutte le città d’Italia da nord a sud sono bellissime e ricche di storia e di cultura. Nella gran parte dei casi la loro storia inizia con la fondazione da parte dei popoli preromani o dei romani stessi e si conclude con l'annessione al Regno d’Italia durante il Risorgimento. Nel lungo periodo intermedio tra Roma antica e l’Italia nazione le città della nostra patria hanno lasciato profonde tracce di cultura, vestigia, tradizioni: ogni potentato locale voleva primeggiare sui rivali e per farlo essi cercavano delle smanie di grandezza nell’arte, nell’architettura, nella letteratura, nella musica.  

Anche Bologna rientra tra le grandi città d’arte italiane e rispecchia le considerazioni precedenti. Essa fu fondata col nome di Felsina dagli Etruschi, poi fu occupata dai Galli e dai Romani, questi ultimi la ricostruirono col nome di Bonomia lungo l’importante Via Emilia; durante il periodo del libero comune conobbe le guerre tra Guelfi e Ghibellini, con le città rivali e tra signori bolognesi per accaparrarsi il potere. La citata città finì sotto il potere temporale dei papi sino al periodo napoleonico; il dominio della Chiesa terminò definitivamente nel 1859, quando il popolo, sollevatosi, dopo vari tentativi falliti riuscì a cacciare definitivamente i presidianti Austriaci e Bologna fu unita al Regno Sabaudo. Durante la Seconda Guerra Mondiale e durante gli anni di piombo la città romagnola pagò con un elevato tributo di sangue. Dal punto di vista politico B. è stata amministrata ininterrottamente da amministrazioni di sinistra dal dopoguerra in poi, tranne cinque anni agli inizi degli anni 2000 (ricorda la storia politica di un certo paese sui Monti Lepini). I monumenti simbolo di Bologna sono: la Torre degli Asinelli (una delle poche torri superstiti delle centinaia che c’erano anticamente), la Statua di Nettuno, la Cattedrale di San Petronio (il vescovo patrono) ed altre chiese, i tantissimi portici, uno dei quali, dopo un percorso di oltre tre chilometri, conduce alla collina dove c’è la grande chiesa della Madonna di San Luca, la quale domina la città. Altri simboli di questa città sono le eccellenze gastronomiche che vi sono nate: tortellini, mortadella, tagliatelle al ragù, lasagne. I canali che c’erano nei secoli precedenti sono tutti scomparsi e qualcuno è nel sottosuolo. Nella centralissima Piazza Maggiore, dove c’era il Palazzo della Borsa (o delle poste) e poi il palasport, hanno realizzato un grande centro cultura, con biblioteche, sale video, postazioni internet, bar, quotidiani e riviste a disposizione per leggere ma bisogna attendere pazientemente il proprio turno per sfogliare un giornale o usufruire di una postazione internet; quando tutto è gratuito…... Nella città felsinea sono presenti molti musei, tra i quali spicca la casa del poeta e letterato Giosuè Carducci, divenuta ora un luogo di visita; il mausoleo è diviso in due: c’è il museo risorgimentale e c’è l’abitazione privata dello scrittore rimasta come ai suoi tempi (nel giardino non manca “il verde melograno dai bei vermigli fior”).

Mentre i bolognesi e i turisti in massa spensierati camminano per le strade, le statue di Giuseppe Garibaldi e del Padre Ugo Bassi dall’alto li guardano sorridenti e soddisfatte: si rendono conto che le loro lotte non sono state vane. Nel 1849 proprio a Bologna furono fucilati il padre barnabita emiliano Ugo Bassi e il milanese garibaldino Giovanni Livraghi per aver lottato per la Repubblica Romana, come abbiamo visto nelle ultime scene del film “in nome del popolo sovrano”. Neanche a farlo apposta mentre ero a Bologna, di notte, in televisione, nella camera d’albergo, ho visto la citata pellicola, che, strana coincidenza, stava trasmettendo un canale televisivo. Io l’ho interpretato come un segno: subito dopo aver visto dal vivo la statua di Bassi, voluta anche da Carducci, e la lapide di dedica a Livraghi nel suo basamento (“Giovanni Livraghi milanese capitano di Giuseppe Garibaldi condivise con Ugo Bassi il martirio 8 agosto 1849”) ed aver ripensato alle loro storie, ho rivisto anche il film che le narrava e faceva vedere quel monumento a loro dedicato, così ho pensato di concludere con loro, per non dimenticare il sacrificio di coloro che hanno permesso a noi di farci vivere in un’Italia libera dall’oppressore ed indipendente; oggi lo diamo per scontato, dimenticando con quanta fatica e titaniche imprese varie arrivarono a tale risultato.

venerdì 30 novembre 2018

408) L’IRREDENTISMO ODIERNO



OGGI SONO UTOPIE E SOGNI LE RIVENDICAZIONI TERRITORIALI, CIOÈ IL PORTARE LO STATO ITALIANO AI SUOI CONFINI NATURALI. LA SITUAZIONE ATTUALE DEI TERRITORI APPARTENENTI ALL’ITALIA SOLO GEOGRAFICAMENTE.

A cent’anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale, l’ultimo conflitto in cui l’Italia annesse dei nuovi territori in forma permanente (successivamente una parte delle terre guadagnate furono perse: con la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale), i movimenti irredentisti stanno rinascendo silenziosamente. Questi chiedono, esattamente come un secolo fa, l’estensione dello stato italiano entro i suoi confini geografici naturali. Gli irredentisti di oggi, a differenza di ieri, non sono presi in grande considerazione dai mezzi d’informazione, dalla politica, dalle istituzioni, le quali nel diritto costituzionale nostrano ed internazionale non prendono iniziative in tal senso. Sono anche cambiate le mentalità degli stati europei occidentali, i quali è impensabile che facciano tra loro delle guerre sanguinarie, come hanno fatto per secoli, per contendersi una porzione di territorio. Con la diplomazia ed i trattati si potrebbe provare, però dubito sull’ottenimento di risultati concreti.
Come si può vedere nella mappa del Movimento Irredentista Italiano (https://movimentoirredentistaitaliano.wordpress.com/), i territori rivendicati sono i seguenti: Corsica, Nizza, Svizzera italiana (Canton Ticino, parte del Canton Grigioni), San Marino, Istria, Dalmazia, Malta. Di questi luoghi, non considerando San Marino, solo la Svizzera italiana è totalmente italofona, ma ben pochi italiani di Svizzera sognano di unirsi alla madrepatria: temono di perdere il loro alto tenore di vita con la dissoluzione della Confederazione Elvetica. In Corsica ed a Malta l’italiano è compreso bene, anche se è stato abolito come lingua ufficiale da tempo a favore del Francese e dell’Inglese, i cognomi della gente si può dire che siano italiani; anche in queste due isole non ci sono mai stati grandi sentimenti d’aspirazioni italiane da dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Malta ha molte leggi ispirate al cattolicesimo intransigente, se la piccola isola si unisse all’Italia dovrebbe rinunciarvi in nome della laicità dello stato. La Corsica più che l’Italia sogna l’indipendenza: la lingua corsa, riconosciuta ufficialmente dalla Francia, è molto simile alle parlate toscane, rappresenta l’orgoglio isolano. Quando la Repubblica di Genova cedette la suddetta isola alla Francia, per i debiti contratti, per far sedare la rivolta sull’isola dai francesi, nel trattato c’era una clausola che avrebbe potuto far ritornare la Corsica genovese, sotto pagamento di denaro, l’acquisizione non fu mai registrata agli organismi internazionali e sottoposta a plebiscito popolare: su questo puntano i separatisti corsi; oggi lo Stato Genovese è stato assorbito dalla Repubblica italiana, quindi……



Nizza era una città italianissima, tanto è vero che diede i natali a Giuseppe Garibaldi, il maggior artefice del Risorgimento, il quale soffrì molto per la perdita e provò nel 1871 a fare tornare italiana la sua città. Senza l’aiuto francese, i piemontesi non ce l’avrebbero mai fatta da soli a liberare la Lombardia e quindi ad unificare l’Italia, il prezzo di quell’alleanza fu altissimo: la cessione di Nizza e della Savoia (la terra natale della casa regnante del Piemonte, della Sardegna, poi dell’Italia). La Savoia era già francofona, Nizza lo diventò in fretta: i cognomi dei nizzardi furono francesizzati in fretta e senza che nessuno gridasse al razzismo, alla discriminazione etnica (ad esempio Bianchi divenne Le Blanc, Del Ponte fu trasformato in Dupoint). La Repubblica di San Marino è l’ultimo piccolo stato indipendente dell’era dei liberi comuni medioevali; nel periodo risorgimentale non fu unito al resto d’Italia, sia perché, non essendo uno stato assoluto ma liberale, il popolo godeva di alcuni diritti, sia perché vi avevano trovato rifugio molti patrioti ed esuli ricercati dai molti regimi preunitari (incluso lo stesso Garibaldi seguito dalla moglie Anita). Istria e Dalmazia sono appartenute per secoli a Venezia, la percentuale degli italiani presente era alta fino all’ultimo conflitto mondiale, dopo ci furono le foibe e l’esodo ed oggi in quelle terre si contano pochi italofoni. Gli istriani e i dalmati, dopo il loro esodo, formarono interi quartieri nelle maggiori città d’Italia, oggi i discendenti potrebbero tornare nei luoghi d'origine e convivere con Croati e Sloveni. La “Grande Italia” nelle condizioni attuali è solo un sogno, domani chissà.

domenica 4 novembre 2018

406) IL CENTENARIO DELLA VITTORIA NELLA GRANDE GUERRA



1a GUERRA MONDIALE 1915 – 1918 (FRONTE ITALIANO)


1915
  • ​​​24 maggio - l'Italia entra in guerra contro l'Austria-Ungheria. I soldati italiani superano dovunque i vecchi confini e attaccano le posizioni nemiche.
  • 25 maggio - 28 maggio - Occupazione di monte Altissimo, di Ala, Cortina d'Ampezzo.
  • 12 giugno - I soldati italiani occupano la conca di Plezzo.
  • 16 giugno - Con ardita azione gli alpini conquistano il Monte Nero.
  • 23 giugno - 7 luglio - Prima battaglia dell'Isonzo.
  • 18 luglio - 4 agosto - Seconda battaglia dell'Isonzo.
  • 18 ottobre - 4 novembre - Terza battaglia dell'Isonzo.
  • 10 novembre - 2 dicembre - Quarta battaglia dell'Isonzo.
1916
  • 11 marzo - 19 marzo - Quinta battaglia dell'Isonzo.
  • 12 aprile - Gli italiani attaccano sull'Adamello. Si combatte a oltre 3000 metri d'altitudine.
  • 18 aprile - Viene fatta saltare con una mina e conquistata la cima del Col di Lana.
  • 15 maggio - 31 maggio - Gli austriaci lanciano sugli altipiani la "Strafexpedition" (spedizione punitiva) contro l'Italia. Dopo sanguinosi combattimenti l'attacco fallisce.
  • 29 giugno - Gli austriaci lanciano gas asfissianti nella zona del monte S. Michele.
  • 12 luglio - Vengono impiccati Cesare Battisti e Fabio Filzi, catturati pochi giorni prima durante un'azione sul monte Corno.
  • 6 agosto - 17 agosto - Sesta battaglia dell'Isonzo. Gorizia è conquistata dagli italiani. Il primo giorno della battaglia cade Enrico Toti.
  • 28 agosto - L'Italia dichiara guerra alla Germania.
  • 14 settembre - 17 settembre - Settima battaglia dell'Isonzo.
  • 10 ottobre - 12 ottobre - Ottava battaglia dell'Isonzo.
  • 1º novembre - 2 novembre - Nona battaglia dell'Isonzo.
1917
  • 12 maggio - 28 maggio - Decima battaglia dell'Isonzo.
  • 10 giugno - 29 giugno - Battaglia dell'Ortigara.
  • 17 agosto - Undicesima battaglia dell'Isonzo e vittoria italiana sull'altipiano della Bainsizza.
  • 24 ottobre - Tedeschi e austro-ungarici ingaggiano la dodicesima battaglia dell'Isonzo e riescono a sfondare allo sbocco della valle dell'Isonzo, fra Tolmino e Caporetto.
  • 8 novembre - Il Generale Cadorna viene esonerato dal comando dell'esercito. Lo sostituisce il generale Diaz.
1918
  • 15 giugno - 23 giugno - Battaglia del solstizio. Gli austro-ungarici riescono a superare il Piave. I soldati italiani resistono. Il 23 gli avversari si ritirano.
  • 9 agosto - Volo di D'Annunzio su Vienna.
  • 24 ottobre - 3 novembre - Gli italiani scattano all'offensiva sul Grappa e sul Piave. Le truppe italiane occupano Vittorio Veneto. Il fronte austriaco crolla dovunque. L'Austria-Ungheria chiede l'armistizio.
  • 4 novembre - fine delle ostilità tra l'Italia e Austria-Ungheria: Bollettino della Vittoria.
  • 11 novembre - Armistizio tra gli Alleati e la Germania, le cui armate si ritirano dovunque. La Grande Guerra è finita.


BOLLETTINO DELLA VITTORIA
Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12 Bollettino di guerra n. 1268
La guerra contro l'Austria-Ungheria che, sotto l'alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l'Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatre divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d'Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l'irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d'Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L'Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell'accanita resistenza dei primi giorni e nell'inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.​​
(Armando Diaz, comandante supremo del Regio Esercito)



FILM “LA GRANDE GUERRA”
La grande guerra è un film del 1959 diretto da Mario Monicelli, prodotto da Dino De Laurentis, tra i principali attori figurano: Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Silvana Mangano. Per la prima volta quella guerra venne descritta diversamente da come era stata narrata sino ad allora; motivo per cui ebbe dei problemi di censura. Si narrano le vicende dei due protagonisti: un soldato romano ed uno milanese, i quali cercano in tutti i modi di fuggire dalle situazioni di pericolo, fin quando, catturati dal nemico con indosso dei cappotti austro – ungarici, per salvarsi le loro vite sono disposti a tradire i loro commilitoni italiani, poi, venendo irrisi per la loro codardia, rivolgono degli insulti al comandante austriaco e vengono fucilati. Nel frattempo gli italiani, impegnati in prima linea, resistono agli assalti nemici e passano alla controffensiva; ci si lamenta che i due, i vigliacchi, i meno efficienti, ancora una volta l’hanno fatta franca, ignorando che sono morti da eroi, per non tradirli.