bandiera

bandiera
Visualizzazione post con etichetta Spettacoli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Spettacoli. Mostra tutti i post

domenica 27 marzo 2022

489) LE GUERRE SPETTACOLI TELEVISIVI

DALLA GUERRA DEL GOLFO IN POI DEL 1991 (LA PRIMA IN DIRETTA TELEVISIVA), SUPERATA LA GRANDE PAURA, SIAMO ABITUATI A VEDERE I CONFLITTI BELLICI COME SPETTACOLI TELEVISIVI (JUGOSLAVIA, AFGHANISTAN, IRAQ, ISRAELE, LIBIA, UCRAINA) E PENSIAMO CHE MAI E POI MAI POTRANNO GIUNGERE SINO A NOI.

 


Quando sentiamo parlare di guerra, noi in Italia, pensiamo immediatamente ai racconti dei nostri nonni o in minima parte dei genitori che l’hanno vissuta in tenera età. Oggi, nonostante la generazione della Seconda Guerra Mondiale sia quasi estinta, conserviamo dentro di noi quelle drammatiche testimonianze, senza immedesimarci completamente in esse perché non le abbiamo vissute direttamente. Successivamente abbiamo avuto gli anni di piombo con la strategia della tensione, ma non possono essere paragonati a delle vere e proprie guerre. Le prime belligeranze successive al 1945 (Corea, Vietnam, Algeria, Israele varie volte e altre) erano per noi considerati eventi che accadevano molto lontano o sommosse locali che non ci coinvolgevano direttamente.

La prima guerra in cui tornò la grande paura fu quella del Golfo nel 1991: infatti l’Italia partecipò, in una coalizione promossa dall’Onu, con l’aereonautica militare per colpire degli obbiettivi ben definiti. Essa fu la prima guerra in diretta televisiva della storia: fu l’amplificazione mediatica che fece scaturire nelle masse un gran timore che potesse arrivare sino da noi o al massimo che avremmo potuto subire qualche attacco missilistico. Iniziarono tutti a fare gradi scorte di cibo, di acqua confezionata (per timore che i nemici infiltrati potessero avvelenare le sorgenti), le mogli e le madri erano preoccupate che potessero richiamare i loro mariti, i loro figli, alle armi, si parlava di confinare e di tenere sotto sorveglianza gli individui di etnia araba che erano allora presenti. Col passare delle settimane, la gente comodamente seduta in salotto e mentre assisteva via cavo all’evolversi degli eventi bellici (tra case distrutte, sangue, morti, feriti), si rese conto che quella guerra era uno dei tanti spettacoli televisivi, se non interessava bastava cambiar canale; che tutti quei timori erano infondati e che eravamo inattaccabili, essendo chiusi in una botte di ferro.

Fu così che non ci furono più preoccupazioni per i conflitti che seguirono, compresi quelli vicino casa nostra, come in Jugoslavia, dove l’Italia tornò in una coalizione internazionale nel 1999 per bombardare la Serbia, o in Libia (eravamo sotto protezione americana ci spaventarono  poco i missili su Lampedusa). Un po’ di preoccupazione tornò dopo l’11 settembre 2001, ma avevano colpito gli americani, i “cattivi del mondo”, “noi cosa abbiamo fatto di male?” si diceva. Trovavamo sempre delle giustificazioni anche quando altri attentati della stessa matrice colpivano le città europee, non preoccupandoci tanto per le città italiane. Mentre altre nazioni erano impegnate in prima linea nella lotta al terrorismo, diversi contingenti militari italiani parteciparono negli anni a delle missioni di pace, al fine di mantenere l’ordine pubblico in aree instabili (Congo, Bosnia, Kosovo, Somalia, Iraq, Libano, Afghanistan), sebbene ci fossero stati molti caduti, come in Afghanistan, in Iraq, in Somalia, in Congo nel 1961. Abbiamo avuto nel corso dei decenni dei caduti militari italiani sì, sempre lontano dalla patria. Conseguentemente gli italici sono abituati a vedere le guerre come eventi lontani di un'altra dimensione e non fanno parte delle loro realtà, tranne nei rari casi in cui si hanno dei familiari caduti all’estero in missione.

Oggi, con l’odierna guerra tra Russia e Ucraina, è tornato il grande evento mediatico, che ha il fine di terrorizzare, che occupa interamente gli spazi televisivi. Essendo la Russia la seconda potenza nucleare del mondo, c’era molta preoccupazione per un ipotetico intervento della Nato per contrastarla, col passare del tempo si è capito che nessuno interviene per non scatenare una Terza Guerra Mondiale devastante e tutti sono tornati a vedere il conflitto come un normale evento televisivo, uno spettacolo drammatico con le immagini scioccanti: la maggioranza dei telespettatori prova dispiacere, tristezza, compassione, angoscia, pensando che a loro non potrà mai succedere una cosa del genere. La preoccupazione che li coinvolge di più sembra quella per l’aumento dei prezzi. Fatta l’abitudine alla belligeranza, i media hanno ricominciato a dare qualche spazio ad altri fatti ed avvenimenti: hanno ripreso il Covid, hanno parlato della nazionale di calcio non qualificata ancora una volta per i mondiali. Dovrebbe finire come le altre volte, però non si sa mai, tutti i conflitti sono imprevedibili: a volte basta un niente per farli allargare, coinvolgendo altre nazioni. Speriamo di no.

mercoledì 19 dicembre 2018

410) DALLE SERIE TV MARCO POLO



LA STORIA DI MARCO POLO, DESCRITTA DALL’OMONIMA SERIE TELEVISIVA DEL 1982 E DA ALTRE FONTI. 




La serie televisiva di Marco Polo di otto puntate fu trasmessa dalla Rai tra la fine del 1982 e l’inizio del 1983; ebbe un grande successo, tant’è vero che fu trasmessa in moltissimi paesi tra cui la Cina (dove andarono anche a girare il film): fu un avvenimento eccezionale per qui tempi. Si narrano i viaggi di Marco Polo, di suo padre e di suo zio, veneziani, avvenuti nella seconda metà del 1200, verso l’Estremo Oriente, alla corte dell’Imperatore mongolo (e della Cina) Kublai Khan, discendente diretto del fondatore dell’impero Gengis Khan.

La storia ebbe inizio a Venezia con Marco bambino che perse la madre, mentre il padre, che non aveva mai conosciuto, ancora non tornava dai suoi lunghissimi viaggi per commerciare le stoffe. Il protagonista aveva sedici anni nel 1270, quando suo padre e suo zio ritornarono in laguna in veste ufficiale di ambasciatori dell’Imperatore Mongolo, il quale voleva aprire dei commerci con l’occidente cristiano e conoscere più affondo la sua religione: a tale scopo il sovrano chiese un centinaio di sacerdoti cattolici e l’olio santo custodito nel Santo Sepolcro di Gerusalemme. Il Papa mancava da tre anni: infatti i cardinali riuniti a Viterbo non riuscivano a mettersi d’accordo; i viterbesi infuriati chiusero a chiave i cardinali nell’edificio  (da li conclave, cioè chiusi a chiave) e scoperchiarono i tetti per farli sbrigare a prendere una decisione. Niccolò Polo e Matteo Polo ripartirono per la Cina, dopo aver incontrato le autorità veneziane, e portarono con sé il giovane Marco. In Terra Santa prelevarono l’olio santo da Gerusalemme e assistettero alla nomina papale di Teobaldo Visconti (Papa Gregorio X), che si trovava in Palestina al seguito dei crociati. I tre Polo proseguirono il viaggio con due sacerdoti che fuggirono presto per la troppa paura. Il cammino, lungo l’antica “via della seta” durò più di tre anni e la piccola comitiva rischiò più volte di finir male e si ridusse di numero: per i mussulmani che li catturarono e poi liberarono, per la peste, per i predoni del deserto, per le valanghe di neve. Alla corte di Kublai Khan nella Città Proibita a Khanbaliq (Pechino), Marco Polo guadagnò le simpatie della famiglia imperiale: dall’imperatore, alla moglie (affascinata dal Cristianesimo, da Gerusalemme, da Roma), al principe ereditario malato, col quale il protagonista instaurò una profonda amicizia. 



I Polo, al servizio dell’Imperatore, vissero per più di diciassette anni in Cina, conoscendo da protagonisti le molte vicissitudini dell’Impero Mongolo che, tra tribù e sottotribù, occupava tutta l’Asia settentrionale, sino ad arrivare all’Europa Orientale: rivolte, repressioni, corruzione, tentativi d’invasione di Cipango (Giappone) finiti male, le religioni all’infuori del cristianesimo che avevano tutte uguali dignità. Nel 1291 i tre veneziani convinsero l’Imperatore a farli tornare a casa, col pretesto di accompagnare via mare una promessa sposa del reggente mongolo di Persia.  Nel 1298 Marco Polo, che si trovava a bordo di una nave veneziana, fu fatto prigioniero dai genovesi durante la battaglia di Curzola e fu incarcerato. Durante la prigionia conobbe Rustichello da Pisa, al quale narrò le sue vicende personali che furono trascritte nel libro “Il Milione”. Marco e Rustichello furono sottoposti a processo dall’Inquisizione per alcuni contenuti del loro libro: venivano descritte le religioni islamica, buddista e confuciana che erano considerate sacrileghe, le conoscenze astronomiche che erano sconosciute in Europa, i libri che in Cina erano “stampati” e non scritti a mano uno per uno, i pozzi di acqua nera che bruciavano (il petrolio), i fochi articifiali, eccetera. Alla fine Marco Polo fu assolto e liberato con la motivazione di non aver commesso peccati e di aver rafforzato la sua fede cattolica attraverso la conoscenza degli altri culti. Egli tornò a Venezia, dove non c’era nessuno ad attenderlo, e rivide la sua vecchia casa, con i disegni raffiguranti gli uomini con la testa di cane ed altre stravaganze, che aveva fatto da ragazzo, sentendo le fantasiose storie dei posti remoti ai confini del mondo dove era approdato suo padre. Marco in seguito si sposò con una nobildonna ed ebbe tre figlie; non tornò più nel Catai (Cina) e morì nel 1324 a quasi settant’anni, un bel traguardo per l’epoca.


I viaggi di Marco Polo e dei suoi familiari furono un’impresa più che straordinaria per qui tempi e contribuirono molto a far conoscere l’Estremo Oriente in Europa. A Cristoforo Colombo, quasi due secoli dopo, leggendo “Il Milione”, venne in mente di raggiungere i posti descritti navigando verso occidente e trovò per caso un nuovo continente, quello americano.

domenica 4 novembre 2018

406) IL CENTENARIO DELLA VITTORIA NELLA GRANDE GUERRA



1a GUERRA MONDIALE 1915 – 1918 (FRONTE ITALIANO)


1915
  • ​​​24 maggio - l'Italia entra in guerra contro l'Austria-Ungheria. I soldati italiani superano dovunque i vecchi confini e attaccano le posizioni nemiche.
  • 25 maggio - 28 maggio - Occupazione di monte Altissimo, di Ala, Cortina d'Ampezzo.
  • 12 giugno - I soldati italiani occupano la conca di Plezzo.
  • 16 giugno - Con ardita azione gli alpini conquistano il Monte Nero.
  • 23 giugno - 7 luglio - Prima battaglia dell'Isonzo.
  • 18 luglio - 4 agosto - Seconda battaglia dell'Isonzo.
  • 18 ottobre - 4 novembre - Terza battaglia dell'Isonzo.
  • 10 novembre - 2 dicembre - Quarta battaglia dell'Isonzo.
1916
  • 11 marzo - 19 marzo - Quinta battaglia dell'Isonzo.
  • 12 aprile - Gli italiani attaccano sull'Adamello. Si combatte a oltre 3000 metri d'altitudine.
  • 18 aprile - Viene fatta saltare con una mina e conquistata la cima del Col di Lana.
  • 15 maggio - 31 maggio - Gli austriaci lanciano sugli altipiani la "Strafexpedition" (spedizione punitiva) contro l'Italia. Dopo sanguinosi combattimenti l'attacco fallisce.
  • 29 giugno - Gli austriaci lanciano gas asfissianti nella zona del monte S. Michele.
  • 12 luglio - Vengono impiccati Cesare Battisti e Fabio Filzi, catturati pochi giorni prima durante un'azione sul monte Corno.
  • 6 agosto - 17 agosto - Sesta battaglia dell'Isonzo. Gorizia è conquistata dagli italiani. Il primo giorno della battaglia cade Enrico Toti.
  • 28 agosto - L'Italia dichiara guerra alla Germania.
  • 14 settembre - 17 settembre - Settima battaglia dell'Isonzo.
  • 10 ottobre - 12 ottobre - Ottava battaglia dell'Isonzo.
  • 1º novembre - 2 novembre - Nona battaglia dell'Isonzo.
1917
  • 12 maggio - 28 maggio - Decima battaglia dell'Isonzo.
  • 10 giugno - 29 giugno - Battaglia dell'Ortigara.
  • 17 agosto - Undicesima battaglia dell'Isonzo e vittoria italiana sull'altipiano della Bainsizza.
  • 24 ottobre - Tedeschi e austro-ungarici ingaggiano la dodicesima battaglia dell'Isonzo e riescono a sfondare allo sbocco della valle dell'Isonzo, fra Tolmino e Caporetto.
  • 8 novembre - Il Generale Cadorna viene esonerato dal comando dell'esercito. Lo sostituisce il generale Diaz.
1918
  • 15 giugno - 23 giugno - Battaglia del solstizio. Gli austro-ungarici riescono a superare il Piave. I soldati italiani resistono. Il 23 gli avversari si ritirano.
  • 9 agosto - Volo di D'Annunzio su Vienna.
  • 24 ottobre - 3 novembre - Gli italiani scattano all'offensiva sul Grappa e sul Piave. Le truppe italiane occupano Vittorio Veneto. Il fronte austriaco crolla dovunque. L'Austria-Ungheria chiede l'armistizio.
  • 4 novembre - fine delle ostilità tra l'Italia e Austria-Ungheria: Bollettino della Vittoria.
  • 11 novembre - Armistizio tra gli Alleati e la Germania, le cui armate si ritirano dovunque. La Grande Guerra è finita.


BOLLETTINO DELLA VITTORIA
Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12 Bollettino di guerra n. 1268
La guerra contro l'Austria-Ungheria che, sotto l'alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l'Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatre divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d'Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l'irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d'Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L'Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell'accanita resistenza dei primi giorni e nell'inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.​​
(Armando Diaz, comandante supremo del Regio Esercito)



FILM “LA GRANDE GUERRA”
La grande guerra è un film del 1959 diretto da Mario Monicelli, prodotto da Dino De Laurentis, tra i principali attori figurano: Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Silvana Mangano. Per la prima volta quella guerra venne descritta diversamente da come era stata narrata sino ad allora; motivo per cui ebbe dei problemi di censura. Si narrano le vicende dei due protagonisti: un soldato romano ed uno milanese, i quali cercano in tutti i modi di fuggire dalle situazioni di pericolo, fin quando, catturati dal nemico con indosso dei cappotti austro – ungarici, per salvarsi le loro vite sono disposti a tradire i loro commilitoni italiani, poi, venendo irrisi per la loro codardia, rivolgono degli insulti al comandante austriaco e vengono fucilati. Nel frattempo gli italiani, impegnati in prima linea, resistono agli assalti nemici e passano alla controffensiva; ci si lamenta che i due, i vigliacchi, i meno efficienti, ancora una volta l’hanno fatta franca, ignorando che sono morti da eroi, per non tradirli.

domenica 21 ottobre 2018

404) NOSTALGIE DELLE SERIE TELEVISIVE ANNI ‘80



“CUORE” E “CRISTOFORO COLOMBO” FURONO DUE SERIE TELEVISIVE DI SUCCESSO DEGLI ANNI 1980 DELLA RAI.

Recentemente ho trovato due serie televisive di successo degli anni 1980 in versione integrale, lanciate a suo tempo dalla Rai: Cuore e Cristoforo Colombo; c’era anche Marco Polo: lo prenderò in futuro se ancora troverò il dvd. La mente ci riporta nei tempi lontani, ovvero quando li trasmisero in prima visione, nei migliori anni della nostra Tv, come dice lo slogan. Allora, quando uscivano le videocassette originali dei film costavano un sacco di soldi; coloro che possedevano dei videoregistratori potevano registrare i programmi che preferivano, mentre i libri che illustravano quelle serie televisive, che uscivano in contemporanea alle stesse e che si trovavano nei supermercati, erano alla portata di tutti.


Cuore
Durante il 150° anniversario dell’Unità d’Italia riportai dal Libro Cuore le parti che parlano dei quattro protagonisti del Risorgimento Italiano (vedere qui). Il film per la Tv si differenzia dal romanzo originale di De Amicis, con il quale sono cresciute intere generazioni di italiani negli anni dell’adolescenza, principalmente per l’anno dell’ambientazione, 1899 anziché 1882, per i racconti mensili (dagli Appennini alle Ande, sangue romagnolo, l’infermiere di tata, il tamburino sardo, la piccola vedetta lombarda, lo scrivano fiorentino, eccetera), che invece di essere letti in classe, vengono mostrati sullo schermo coi primissimi proiettori cinematografici senza audio e infine perché mostra anche l’età adulta dei protagonisti impegnati nella Grande Guerra, che ricordano gli anni della loro adolescenza a scuola. È fedele al romanzo in quanto c’è sempre il frammisto tra patriottismo e solidarietà umana, in uno stato italiano appena sorto, indicando dei sani principi e delle sane virtù. In una classe elementare di Torino ci sono i figli dei ricchi e quelli dei poveri: ci sono i benestanti che rispettano la classi meno abbienti, tra cui il protagonista Enrico (interpretato da un giovanissimo Carlo Calenda), educato a dovere dalla famiglia, e quelli che non lo fanno. Coloro che non studiano e si comportano male finiscono subito in riformatorio. Il messaggio finale della serie è il rinnegamento dei valori patriottici, coi quali sono cresciuti i protagonisti, vivendo il massacro della Guerra 1915 – 1918; addirittura nell’ultima scena il Maestro Perboni, dichiarandosi socialista, rileva di aver finto per anni nel trasmettere certi valori ai suoi scolari. Queste revisioni avrebbe dovuto darle De Amicis, che aveva combattuto per l’Unità d’Italia, se fosse vissuto negli anni della Prima Guerra Mondiale. Tutte le guerre sono brutte, ma c’erano molti in quegli anni che ritenevano che quel conflitto fosse una giusta causa per completare il processo di unificazione italiana. 




Cristoforo Colombo
In questo caso la serie cerca di ricostruire le esatte vicende storiche senza romanzarle. Il navigatore genovese Cristoforo Colombo era convinto di raggiungere le Indie attraverso una via che nessuno aveva tentato prima di allora: andare ad est, attraverso l’ovest. Propose la sua idea alla corte del Portogallo prima e a quella spagnola poi. Boicottato ed ostacolato da entrambe le monarchie, stava per recarsi in Francia, quando la Spagna, terminate le guerre di riconquista cristiana contro i mori, ci ripensò e gli affidò una piccola flotta di esplorazione. Dopo tre mesi di navigazione approdò in una piccala isola dell’odierno arcipelago delle Bahamas, che ribattezzò San Salvador. Come da sue richieste il titolo di ammiraglio gli fu conferito e in un primo momento anche quello di viceré, ma di oro, che sarebbe dovuto servire per finanziare una grande crociata per liberare il Santo Sepolcro, ne trovarono ben poco (anche in questo caso Colombo aveva richiesto un’alta percentuale). Dalla Spagna, conoscendo ormai le rotte, sempre più navi navigavano l’oceano verso le nuove terre; tramite il Papa, si trovò anche un accordo con il Portogallo per la ripartizione del continente scoperto. Colombo si fece sempre più nemici tra la nobiltà e il clero, mentre la Regina Isabella stravedeva per lui: li accumunava la loro grande fede cristiana. Spagnoli ed indigeni si scontravano spesso e Colombo a malincuore fece trasferire molti dei nativi in Spagna per farne degli schiavi: era il solo modo di risparmiare le loro vite e dar loro un avvenire cristiano (secondo l’interpretazione del Vangelo in quel tempo solo chi era battezzato otteneva la salvezza eterna). Colombo e il fratello furono arrestati e riportati in Spagna in catene. La Regina si indignò e li fece liberare. Morta Isabella di Castiglia, Colombo dovette lottare testardamente col marito, Re Ferdinando, per farsi riconoscere i propri diritti. Successivamente Cristoforo compì, per proprio conto, altri viaggi di esplorazione, convinto sempre di essere alle estremità delle indie, senza mai trovare quelle ricchezze e quelle civiltà che Marco Polo aveva descritto nei suoi viaggi. Il navigatore fu fortunato a trovare le Americhe, aveva sbagliato i calcoli sul diametro terrestre, altrimenti avrebbero vinto coloro che ritenevano che le Indie sarebbero state lontanissime da raggiungere navigando l’Oceano Atlantico. 


lunedì 10 settembre 2018

400) IN NOME DEL POPOLO SOVRANO



IN NOME DEL POPOLO SOVRANO È UNA PELLICOLA DEL 1990 DIRETTA DA LUIGI MAGNI, LA QUALE CI RACCONTA ATTRAVERSO SVARIATE SFACCETTATURE LE VICENDE DELLA REPUBBLICA ROMANA DEL 1848 – 49, NEL CONTESTO DELLE LOTTE PER L’ITALIA UNITA.



·        Contesto storico
Il film nel “in nome del popolo sovrano” è ambientato, principalmente a Roma, nell’ambito dei moti del 1848 – 1849, allorquando in tutta Europa scoppiarono delle sommosse contro le monarchie assolutistiche. L'Italia, dopo secoli e secoli, si rivesgliava, concretizzandosi sempre di più l’idea di unità per liberarsi dal giogo dello straniero e per concedere più diritti al popolo. Con Napoleone gli ideali della Rivoluzione Francese si erano sparsi in tutta Europa, Italia compresa, e nonostante molti italiani ed europei morirono combattendo per lo stesso e per la sua sete di conquiste, le idee e le concessioni che portò rimasero negli animi della popolazione e furono le motivazioni che portarono alle sommosse contro i regimi autoritari dopo la Restaurazione del 1815. Nel 1848 tutti guardavano al Piemonte, che era l’unico stato che concesse la costituzione in modo permanente (Statuto Albertino) e che prese a cuore la "causa italiana", quando si sollevarono contro gli austriaci e contro i piccoli regni ad essi indirettamente legati, nell’attesa che i piemontesi arrivassero in tutta l’Italia. Purtroppo il piccolo Piemonte non poté far nulla contro il grande Impero Austriaco nella Prima Guerra di Indipendenza, così tutti i governi temporanei che si erano costituiti lungo la penisola furono repressi nel sangue, Repubblica Romana compresa, dall’Austria e dalla Francia. Papa Pio IX nel suo stato inizialmente fu considerato un innovatore: nominò un ministro laico, concesse l’amnistia ai prigionieri politici, inviò un corpo di volontari in sostegno del Piemonte; dopodiché fece dietrofront: ritenne di non doversi mettere contro una nazione cattolica come l’Austria, non promulgò la costituzione e il ministro laico Pellegrino Rossi fu assassinato da uno dei figli del popolano Ciceruacchio, uno dei pilastri della Repubblica Romana. La Repubblica divenne un dato di fatto, ebbe a capo il triumvirato Mazzini – Armelini – Saffi, mentre il pontefice fu costretto a riparare a Gaeta e chiese aiuto alla Francia di Carlo Luigi Bonaparte (Napoleone III) per tornare sul trono. Accorsero da tutta Italia a difesa della Repubblica, Garibaldi in primis, combattendo cadde perfino l’autore dell’odierno inno nazionale Goffredo Mameli. Negli anni successivi Napoleone III aiutò i piemontesi a liberare la Lombardia, ma protesse il Papa fino in ultimo, impedendo di annettere il Lazio al nuovo stato italiano, fino alle sua caduta nel 1870, quando finalmente il processo di unificazione italiana fu portato a compimento.


  • Trama “In nome del popolo sovrano”
Con Nino Manfredi, Jacques Perrin, Alberto Sordi, Elena Sofia Ricci, Massimo Wertmuller. Roma 1848, dopo l'assassinio del primo ministro Pellegrino Rossi, il Papa Pio IX capisce che è tempo di andare in esilio a Gaeta. Qualche mese dopo, proclamata la Repubblica Romana con Mazzini e Carlo Bonaparte per capi, i francesi di Luigi Napoleone Bonaparte, alleato papale, sono scesi in Italia ed hanno posto l'assedio alla città. È in questo periodo che si svolgono le vicende private di vari personaggi: Cristina, moglie del marchesino Eufemio Arquati e fervente sostenitrice della repubblica, è innamorata del garibaldino Giovanni Livraghi, amico del frate barnabita Ugo Bassi, contrario al potere temporale del Papa. Tra i vari popolani, emerge la figura di Angelo Brunetti, detto Ciceruacchio, e del di lui figlio minore. Gli eventi precipitano: a causa della scarsa coordinazione dei difensori e nonostante l'intervento di Garibaldi e dei bersaglieri di Luciano Manara i francesi hanno presto partita vinta e a Ciceruacchio, Ugo Bassi e Livraghi non resta che fuggire al nord, al seguito di Garibaldi, per tentare di raggiungere l'insorta Venezia. Mentre Eufemio ed il padre pranzano con l'"assassino della Repubblica" generale Oudinot, Cristina fugge per raggiungere l'amato Livraghi, ma invano: il capitano, infatti, caduto in mano austriaca, viene fucilato insieme a Bassi, poco dopo Ciceruacchio, nonostante le "raccomandazioni alla pietà" che la giovane rivolge ad uno zio che giudica i "colpevoli". Rimasta sola, Cristina viene raggiunta da Eufemio che, in un impeto di gelosia, era partito per ucciderla; ma poi, resosi conto della situazione politica e avendo acquisito una presa di coscienza, decide di arruolarsi nell'esercito piemontese "per fare l'Italia". Dieci anni dopo, il vecchio Marchese Arquati osserva soddisfatto le foto del figlio bersagliere e della nuora, che al seguito di Vittorio Emanuele hanno unificato l'Italia. Roma, però, è ancora governata dal Papa.

domenica 20 maggio 2018

389) "L’EVENTO MEDIATICO DELL’ANNO"



LE NOZZE REALI INGLESI HANNO OCCUPATO INTERAMENTE LO SPAZIO DELLA MAGGIORANZA DEI MEDIA E LE NOTIZIE PIÙ IMPORTANTI, SPECIE QUELLE DI CASA NOSTRA, SONO PASSATE IN SECONDO PIANO.



Che rottura di scatole in questi giorni il matrimonio tra il membro della Casa Reale Inglese Principe Henry e quella famosa attrice americana. I media non hanno parlato d’altro, rilegando le notizie più importanti del mondo e d’Italia soprattutto in secondo piano. Poi si dice che non è vero che si trovino questi pretesti per distrarre le masse dai problemi reali. Ci sono state ore ed ore di dirette con dei commenti assurdi: in che modo erano vestiti i parenti del Principe, chi c’era, chi non c’era, gli sfortunati invitati che non hanno trovato posto nella cattedrale (che grosso guaio!), i privilegiati telespettatori che hanno visto tutto; ci mancava  solo che inquadrassero e descrivessero il microscopico sassolino che ha avuto l’onore di essere calpestato dagli sposi reali o parlassero del tipo d’asfalto posto sulla strada dove è passato il corteo nuziale.

Sono notizie che ci premono un sacco; già il mese scorso eravamo in apprensione al pensiero del nome che sarebbe stato scelto per l’ennesimo bebè reale e quando è stato rilevato ci siamo sentiti tutti più tranquilli dopo aver passato delle notti insonni. Posso capire in Gran Bretagna tutta questa attenzione per la Casa Reale regnante e per ogni sua mossa, la quale governa proprio grazie al quasi unanime consenso popolare, ma a noi cosa dovrebbe importarci? Sarebbero bastate due informazioni e basta, tanto per dovere di cronaca, su questo “matrimonio del secolo”.  Non finirà certamente qui: continueranno a raccontarci, come notizie del giorno, in che modo si vestono, come camminano, quanta pipì fanno e ovviamente parleranno della loro vita sessuale.

I problemi di casa nostra, anche le belle notizie, non contano, possono aspettare. Periodicamente lo spettatore viene sottoposto ad un lavaggio mediatico sul quel che va di moda in quel preciso momento, sia nel positivo (come in questo caso), sia nel negativo e non si dà importanza ad avvenimenti (scorretti politicamente) che lo meriterebbero; non a caso i media sono definiti il “quarto potere”. Ci sono anche alcune notizie che fanno eccessivo scalpore e spesso si rilevano delle bolle di sapone, venendo dimenticate in fretta. Quest’evento ha perfino fatto passare in secondo piano l’altro matrimonio che si sta consumando in casa nostra che ora tornerà in auge. 


venerdì 9 febbraio 2018

379) PER GRAZIA RICEVUTA



“PER GRAZIA RICEVUTA” È UNA PELLICOLA DEL 1971, DIRETTA E INTERPRETATA DA NINO MANFREDI, CHE TRATTA I TEMI DEL DIBATTITO TRA RELIGIOSITÀ E INTEGRALISMO, TRA CONFORMISMO E TRADIZIONE, TRA IL CREDERE AI MIRACOLI O CONSIDERARLI FRUTTO DEL CASO. 


Navigando in rete si possono trovare e visionare integralmente dei film interessanti, dei veri capolavori della cinematografia italiana. Solitamente quando uno carica su internet un’opera cinematografica completa dopo qualche tempo viene fatta rimuovere da coloro che ne detengono i diritti e per vederla bisogna andare nei siti cinematografici a pagamento; qualcuno conosce dei trucchi per evitare la rimozione: l’inserimento dei sottotitoli in qualche lingua estera, oppure l’inserzione di un’introduzione prima dell’inizio dello spettacolo vero e proprio. Talvolta accade che sono gli stessi autori dei film che caricano le loro rappresentazioni cinematografiche e le lasciano visionare gratuitamente a tutti. Il film “Per grazia ricevuta” lo hanno caricato da diversi mesi ed è stato visualizzato quasi 40.000 volte. Espongo una breve trama, avvalendomi di varie recensioni.

Benedetto Parisi è un bambino orfano che vive con una zia in Ciociaria, dove inspiegabilmente parlano romano (probabilmente per far capire in tutta Italia). Egli vive la vigilia della prima comunione in un clima di religiosità esasperata; non ha il coraggio di confessare al prete che ha visto sua zia ignuda, per cui, colpito dai sensi di colpa, non riesce ad ingoiare l’ostia consacrata e scappa via, mentre corre scivola da un muro alto molti metri, rimanendo illeso. Tutti gridano al miracolo e il bimbo viene fatto entrare in un convento nell’attesa che arrivi la vocazione. Gli anni passano e Benedetto, ormai adulto, ancora non ha scelto, vivendo un conflitto: è attirato dal mondo esterno ed ha desideri sessuali ma allo stesso tempo ha quegli scrupoli religiosi su cui è stato educato sin dall’infanzia. Quando egli pensa che sia arrivato il segno per consacrarsi, i frati, da cui è ospitato, lo interpretano in maniera opposta e, vedendo che è tormentato ancora di più, lo staccano da loro, mandandolo nel mondo. Benedetto fa la conoscenza di un farmacista ateo, il quale col tempo, senza fretta, lo allontana dai suoi conflitti e scrupoli interiori e si fidanza con sua figlia. Per non offendere il farmacista i due, in procinto di sposarsi, dicono di no al prete che li sta unendo in matrimonio, vivendo da concubini, e facendo come egli fece anni prima, mettendo incinta la madre della ragazza e rifiutando di sposarla, e l’anziana signora, ancora dopo tanti anni, minaccia di denunciarlo per stupro. Seconda la sua teoria l’avrebbe fatta diventare una combattiva ed aggressiva, invece se l’avesse sposata sarebbe divenuta una vecchietta mogia – mogia. Dopo alcuni anni il farmacista si sente male e sta per morire, la madre di sua figlia chiama il prete per impartire l’estrema unzione ed egli, poco lucido, bacia il crocifisso. Benedetto assiste alla scena, interpretandola come una conversione, come un tradimento, del suocero suo mito, e sconvolto tenta di suicidarsi. Benedetto è sotto i ferri in clinica, mentre la mancata moglie incinta e sua madre attendono: la prima spera che si salvi, la seconda che muoia, così da far sposare la figlia con un avvocato per coprire lo scandalo della gravidanza. Alla fine il moribondo si salva e il professore che l’ha operato esclama che è stato (ironia della sorte) un vero miracolo.

Il racconto è il frutto dello scetticismo religioso di Nino Manfredi, ma allo spettatore è lasciata libertà di giudizio e di valutazione.

mercoledì 20 dicembre 2017

374) LANDO FIORINI E PROTAGONISTI DEI CAMBIAMENTI



I PERSONAGGI DEL MONDO DELLO SPETTACOLO, CHE CON LE LORO RAPPRESENTAZIONI NARRAVANO I CAMBIAMENTI ECONOMICI E LO SVILUPPO ITALIANO, SE NE VANNO TUTTI. 



Con la scomparsa del cantante Lando Fiorini, l’ultimo interprete della canzone tradizionale romana, si è chiusa un’era. L’epoca di tutti quei grandi attori e cantautori che con i loro lavori illustravano la crescita, i cambiamenti e lo sviluppo d’Italia dopo l’ultima guerra mondiale. A dire il vero di cantanti italiani degli anni 1960 – 1970 alcuni sono ancora in attività, ma il Fiorini aveva tutto un altro stile: infatti era un frammisto tra canzoni popolari romane e tra quelle moderne create da lui.


Negli anni del “miracolo economico” Roma, favorita dagli studi cinematografici di Cinecittà, faceva da sfondo anche in quasi tutte le grandi pellicole cinematografiche del genere “commedia all’italiana”, che avevano come protagonisti Alberto Sordi, Nino Manfredi e altri grandi attori. Ci sono stati interpreti altrettanto bravi come Totò, Peppino De Filippo Aldo Fabrizi, ma costoro hanno avuto il loro apice prima della guerra e nell'immediato dopoguerra soprattutto, quando cercavano di far divertire la gente e far così dimenticare i drammi bellici. Tutti quei capolavori del cinema non li trasmettono quasi più, se non in tarda serata e in canali televisivi secondari, dobbiamo sorbirci delle visioni mediocri: le vacanze d’inverno, d’estate e gli sceneggiati televisivi ambientati nell’Italia deprimente d’oggi, così lontana da quella della crescita, nel tessuto sociale e nei valori.


Tempo fa comprai una raccolta di canzoni di Lando Fiorini, chiamata 100 Campane - Canzoni” , la quale contiene cinque cd. Ascolto in auto quella raccolta quando faccio dei viaggi più lunghi del solito, come ho fatto la scorsa estate mentre attraversavo la Spagna. Quando sei lontano da casa e viaggi verso mete sconosciute, lontane dal tuo mondo, ti prende un senso di angoscia e viene nostalgia: a me bastava ascoltare la voce di Lando Fiorini per rallegrarmi e sentir meno la mancanza di casa. Tra i brani del suo repertorio risaltava la zona dove era nato: vale a dire Trastevere, il quartiere più popolare ed internazionale di Roma (come era scritto sulla locandina dell’omonimo film, di cui parlai qualche tempo fa per evidenziare le somiglianze con i paesi), che negli anni della sua giovinezza subiva dei cambiamenti che ne snaturava l’origine, successivamente ha subito altre evoluzioni che lo hanno portato ad essere ulteriormente stravolto. L’esempio palese è “Na preghiera pe Roma sparita”, in cui l’autore sente nostalgia per una società scomparsa; tale canzone uscì nel 1975: oggi possiamo dire che è sparita anche la Roma, l’Italia, del 1975.  Idem per il brano “Vecchia Roma”




La prima canzone che ho conosciuto di Lando Fiorini negli anni 1990 è “Lella”, mi lega anche ad un ricordo personale: dopo un po’ di tempo confessai una cosa, una marachella, e alcuni, per scherzare, mi cantavano il ritornello.

domenica 29 gennaio 2017

342) LA TRILOGIA CINEMATOGRAFICA DE “IL PADRINO”



BREVE RECENSIONE SULLA TRILOGIA CINEMATOGRAFICA DE “IL PADRINO” (TITOLO ORIGINALE “THE GODFATHER”): DIRETTA DA FRANCIS FORD COPPOLA, ISPIRATA ALL’OMONIMO ROMANZO DI MARIO PUZO, CHE HA COME ATTORI PRICIPALI MARLON BRANDO, AL PACINO E ROBERT DE NIRO.

Qualche mese fa ho acquistato la trilogia cinematografica de “Il Padrino” su dvd, sfruttando un’offerta promozionale. A suo tempo quelle pellicole ebbero uno strepitoso successo e vinsero molti Premi Oscar . Io non ho avuto mai occasione di vederle in televisione perché generalmente le hanno sempre trasmesse molto tardi e perché durano tantissimo. Dopo l’acquisto ho potuto visionare quelle opere cinematografiche con calma ed approfondirle fino in fondo.

  • Il padrino I – L’emigrato siciliano Vito Corleone è divenuto dopo anni di crimine il più potente capomafia di Nuova York: i sui affiliati fanno la fila per essere ricevuti e chiedergli favori. È assistito dai figli Santino, Fredo e dal figlio adottivo Tom Hagen, un brillante avvocato che tutela gli affari di famiglia. Nel 1945 Don Vito, dopo il matrimonio della figlia, riceve, da un rappresentante di un’altra famiglia mafiosa, la proposta di partecipare ad un traffico di stupefacenti: gli si chiede d’offrire il suo appoggio finanziario e di sfruttare le sue conoscenze politiche. Egli rifiuta e dopo alcuni giorni subisce un attentato in cui viene ferito gravemente. L’altro figlio di Vito Corleone, Michael, che voleva rimanere fuori dagli affari di famiglia, decide di difendere il padre, commettendo degli omicidi, per poi rifugiarsi a Corleone in Sicilia. Lì si sposa con Apollonia, che dopo pochi mesi morirà in un attentato. In America, il fratello Santino cade in un’imboscata e viene trucidato. Nel frattempo Vito Corleone, ripresosi, riassume il comando della sua famiglia e, incontratosi con le altre famiglie mafiose, ristabilisce la pace: per guadagnare tempo, far rientrare Michael dalla Sicilia e lasciargli il posto di comando. Michael parte deciso nell’affermarsi, così da intralciare gli interessi della altre famiglie; suo padre lo consiglia, onde evitare di venire eliminato. Don Vito muore di morte naturale. Michael durante il battesimo del nipote (figlio della sorella), a cui fa da padrino, anticipa le mosse degli avversari, mandando dei sicari ad uccidere i capi della altre famiglie mafiose newyorkesi, successivamente  si vendica di alcuni traditori nella sua famiglia, tra cui il cognato, coinvolto nell’uccisione del fratello. Sua sorella Connie, rimasta vedova, si scaglia con ira contro Michael e mette in guardia la sua nuova moglie su chi sia veramente il marito: il nuovo Don Corleone, il nuovo Padrino, a cui i suoi scagnozzi giurano fedeltà, baciandogli la mano.
  • Il padrino II  - La seconda parte di questa saga è divisa in due narrazioni che si alternano sullo schermo: c’è la storia di Vito Corleone da bambino e da giovane, tra i primi del ‘900 e gli anni ’20 e si continua la storia del Padrino I con Michael Corleone, ambientata negli anni ’50. A Corleone in Sicilia il boss locale Don Ciccio uccide per ritorsione l’intera famiglia Andolini; il bambino Vito, venendo aiutato, riesce a fuggire negli Usa. Arrivato a destinazione, l’addetto al controllo passaporti confonde la località di provenienza (Corleone) col cognome: così da quel momento Vito Andolini sarà Vito Corleone. Da giovane Vito si imbatte in Peter Clemenza e Salvatore Tessio  ed inizia con essi delle attività malavitose. Sono ostacolati da Don Fanucci che li ricatta pretendendo il pizzo. Vito uccide Fanucci: da quel momento inizia la sua scalata che lo porterà ad essere un malvivente temuto e rispettato. Successivamente egli torna a Corleone, con la moglie e i figli piccoli, per compiere la sua vendetta nei confronti di Don Ciccio. Negli anni ’50 Michael, figlio di Don Vito, è nel Nevada e guida l’organizzazione criminale. Egli riesce a scampare ad un attentato organizzato dal potente capitalista ebreo Roth, che guida il giro degli affari a Cuba. Michael si reca a Cuba per partecipare ai loschi affari e vendicarsi. Tutti vengono spiazzati quando il dittatore Batista annuncia la rinuncia al potere per evitare un bagno di sangue contro la guerriglia. Successivamente Roth, tramite il pentito Pentangeli, fa incriminare da una commissione d’inchiesta giudiziaria Michael Corleone per i suoi crimini; l’imputato verrà scagionato quando il pentito ritratterà le accuse a causa della presenza del fratello in aula: fatto arrivare dalla Sicilia per tutelare l’onore. Seguono le solite vendette di Don Corleone contro Roth, Pentangeli e perfino contro il fratello Fredo, coinvolto nell’attentato alla sua persona. Michael viene abbandonato dalla moglie: gli rivela che quando era incinta del loro terzo figlio, aveva abortito volontariamente per non mettere al mondo un altro futuro mafioso assassino. Il protagonista, ormai rimasto solo con i figli piccoli, ripensa al compleanno di suo padre Vito nel 1941 (il giorno in cui  giapponesi attaccarono gli Stati Uniti), allorquando la sua famiglia era riunita al completo, ed annunciò che si era arruolato anch’egli per combattere, suscitando le ire del fratello Santino e le perplessità degli altri familiari che avevano in mente per lui un futuro da grande uomo politico.
  • Il padrino III – Michael Corleone ha iniziato l’opera di estromissione della propria famiglia dalla malavita e ormai gode della fama di un rispettabile miliardario. Alla fine degli anni ’70 riceve a Nuova York un’onorificenza da parte del Papa Paolo VI per le sue opere benefiche. Tenta di convincere il figlio Anthony a lavorare per lui, ma egli preferisce la carriera di cantante lirico. Ben presto entra nelle grazie del Padrino il nipote Vincent Mancini, il figlio illegittimo del fratello Santino, ed inizia a lavorare con lo zio. Michael entra in affari con la Banca Vaticana, investendo 600 milioni di dollari. Tale investimento serve all'Arcivescovo Gilday per evitare il rischio di una bancarotta fraudolenta causata dalle manovre di un gruppo di avidi uomini d'affari cattolici, guidati dal potente Licio Lucchesi, un influente uomo politico italiano, che guida la maggior parte dei clan mafiosi in Italia. Lucchesi ordina l’eliminazione di Michael ma fallisce; il nipote, con l’appoggio della zia Connie, organizza una vendetta contro un malavitoso che aveva partecipato all’agguato. La famiglia Corleone si reca a Palermo per assistere al debutto all’opera di Anthony. Il nuovo Papa Giovanni Paolo I è intenzionato a preferire Corleone a Lucchesi: quest’ultimo fa avvelenare il suo tè. Michael si ritira, lasciando il comando della sua famiglia al nipote, che assume il nome di Don Vincent Corleone, ma pone una condizione: dovrà rinunciare alla relazione che ha con sua figlia Mary. Viene organizzato un ennesimo attentato contro l’anziano Corleone, al Teatro Massimo di Palermo, ma per errore viene uccisa la figlia Mary. Anche Lucchesi viene ucciso quella sera. Michael, ormai anziano, molti anni dopo la morte di Mary, è tornato a vivere in Sicilia. Il boss si spegne roso dal rimorso, completamente solo e abbandonato da tutti mentre è nella quiete desolata del giardino della sua villa.



Questa saga cinematografica, nonostante sia una narrazione criminale, ha ricevuto molto successo e molti premi. L’autore del romanzo e i produttori cinematografici hanno realizzato queste pellicole per condannare la vita criminale, non penso per elogiarla, descrivendo una triste realtà della nostra società. La maggioranza degli omicidi, nella finzione e nella realtà, rimane impunita perché nessuno è disposto a testimoniare: per delle questioni d’omertà e d’onore; se uno lo fa dovrà cambiare vita nascondendosi. Non in tutto il pubblico queste storie violente provocano indignazione e condanna: molte persone, specie alcuni meridionali, elogiano queste scalate al potere con metodi violenti dei boss mafiosi; infatti nella rete sono presenti alcuni spezzoni di questi film in cui ci sono dei commenti di approvazione, invece che di dissociazione. Uno, pensando che la finzione sia come la vita reale, non si rende conto che finirà in galera o sottoterra se proverà ad emulare questi racconti cinematografici. La colonna sonora de “Il Padrino” (postata sopra) è diventato un mito: viene suonata ai funerali degli “uomini d’onore” e anche nelle processioni paesane quando si passa davanti alle case dei grandi capimafia. È una mentalità tipica in vaste aree delle regioni del sud chiedere favori e protezione ai padrini locali; e poi se un giorno chiederanno di ricambiare i favori e diranno di compiere azioni criminali? Penso anche a me: probabilmente non avrei avuto tanta libertà nel trattare temi di politica locale su un blog se fossi nato o fossi residente in un paese del Sud Italia con forte presenza della criminalità organizzata.

sabato 9 luglio 2016

320) LACRIME VERE E DA SCENA



I CALCIATORI DELLA NAZIONALE HANNO PIANTO PER DELLE SCIOCCHEZZE E OVVIAMENTE PER FAR SCENA, COME GLI ATTORI, MENTRE C’ERANO COLORO CHE PIANGEVANO PER I LORO CARI ASSASSINATI IN BANGLADESH.


Ormai oggi è diventata una moda: quando i calciatori professionisti strapagati perdono una partita importantissima iniziano a piangere a dirotto. È esattamente quello che è accaduto con l’eliminazione della nazionale di calcio italiana dall’ultimo Campionato Europeo per Nazioni. Anni addietro tutti prendevano in giro Diego Armando Maradona che piangeva quando perdeva, ma ai tempi in cui giocava a calcio per uno sportivo era raro piangere per una sconfitta, e gli dicevano: “grande e grosso, piange come un bambino!” Oggi invece tutti sono contenti vedere i calciatori italiani piangere per la nazionale: è considerato un segno di vero attaccamento alla casacca che indossano. Per chi è abituato a vincere facile (almeno in Italia), come gli juventini, di cui la nazionale è zeppa, è durissima accettare una sconfitta. Saranno anche l’eccessiva eccitazione, l’enfasi, la concentrazione, la tensione per l’alta posta in palio, sotto la visione di milioni e milioni di persone, la paura di fare errori grossolani, la miscela di sostanze farmaceutiche consentite di ingerire, che porteranno a sfogare la delusione nei dopogara. Inoltre si farà un po’ di scena, per far vedere alle masse che si tiene veramente a quella competizione. La gente abbocca, sono pochi quelli che vedono al di là del naso.

Per fare un paragone stupido è un po’ quello che accade nel mondo teatrale professionistico e dello televisione; tutti, dopo uno recitazione, dopo una proiezione, esclamano: “che bravi interpreti, che storie commuoventi!” Raramente si va ad indagare su quello che c’è dietro le quinte: non ci si pongono quesiti sugli sceneggiatori che vogliono dare lezioni morali e sugli attori che recitano i buoni, domandandosi se effettivamente nella vita reale si comportano come nella finzione; o ancora: non vengono dei dubbi se nel mondo dello spettacolo le donne non molto brave ma dai facili costumi. Il paragone regge a pennello tra i calciatori e gli attori, perché entrambe le categorie sono in mano agli impresari, agli agenti, ai procuratori, dentro ci sono dei retroscena e degli impicci che nessuno saprà mai e perché anche i primi spesso recitano: oltre che per i motivi accennati pocanzi, anche per le sceneggiate che effettuano in campo, come ad esempio accentuando una caduta o il dolore per un fallo subìto. 

  
Nell’ultima gara della nazionale italiana i giocatori avrebbero potuto tenere un atteggiamento più dignitoso, considerando l’ennesimo eccidio di matrice islamica avvenuto in Bangladesh, che questa volta ha colpito particolarmente l’Italia. Gli italiani hanno giocato con il lutto al braccio dopo aver effettuato un minuto di raccoglimento, successivamente hanno dimenticato i loro connazionali uccisi e le loro famiglie duramente segnate, che versavano vere giustificate lacrime di dolore. Per una forma di rispetto verso i morti, la compagine italiana avrebbe potuto concedere le interviste ai giornalisti il giorno seguente alla sconfitta, una volta smaltita la tensione della partita, tenendo un atteggiamento più dignitoso, evitando pianti, comportandosi da veri uomini, non da bambini viziati abituati ad avere tutto. Potranno aver perduto una partita, non i loro miliardi. È soprattutto nei momenti tragici come questi che dovremo ricordarci di essere italiani, tirando fuori i tricolori. Dovremmo esporli pure negli anniversari della nostra storia gloriosa, non possiamo sentirci italiani principalmente per il pallone.

venerdì 1 luglio 2016

319) ADDIO BUD SPENCER



Quel gigante buono che fece ridere l'Italia negli anni di piombo

I suoi ruoli non piacevano alla critica ma portavano buonumore quando ce n'era bisogno

Pedro Armocida - Mer, 29/06/2016 - 08:48
(http://www.ilgiornale.it/)

La vita è meravigliosa. Anche quando è morta. A volte, soprattutto quando è morta. E non sembri una forzata iperbole. Naturalmente dispiace, pensando in primis alle persone che lo hanno amato da vicino, la notizia della morte di Bud Spencer al secolo Carlo Pedersoli, classe 1929 (oggi a Roma sarà allestita la camera ardente in Campidoglio mentre domani si terranno i funerali nella Chiesa degli artisti in piazza del Popolo).

Però se un'intera collettività elabora la morte di un attore come fosse uno della propria famiglia, allora anche nella fine tutto sembra acquistare un senso.



«Ho perso il mio amico più caro, sono sconvolto» ha detto Terence Hill, il compagno d'una vita di film, diciotto per la precisione. Insieme hanno dato vita a una delle grandi coppie della storia del cinema che lavorava molto sui fisici diversi (Bud Spencer viaggiava tra i 120 e i 160 chili), proprio come Stanlio e Olio (Russell Crowe intervistato recentemente da Marta Perego su Iris per il film The Nice Guys in coppia con Ryan Gosling non ha fatto altro che ricordare Bud Spencer reinterpretandone la famosa scena del coro dei pompieri di Altrimenti ci arrabbiamo in cui si passa le dita sulle labbra emettendo un «ba ba brerere...»).

«Siamo l'unica coppia a non aver mai litigato. E proprio perché non c'era invidia siamo diventati amici. A differenza mia, aveva studiato per recitare. Io non ho fatto scuole né accademie. Ma alla fine anche una scimmia impara a recitare», ha ricordato Terence Hill, anch'egli, al secolo, con un nome molto italiano, Mario Girotti. Anche se la coppia che ha fatto ridere tutti, ma proprio tutti (a parte forse qualche critico che non lo voleva ammettere), ha attraversato i confini dell'Italia conquistando il pubblico di mezzo mondo. Così il ministro della giustizia tedesco si è sentito di dover cinguettare: «Il pugno duro e il cuore tenero. Un eroe della mia infanzia»; mentre tutti i principali quotidiani di quel paese hanno ricordato l'attore anche in prima pagina.


Un coro quasi unanime, un cordoglio generale pieno di ricordi affettuosi, per uno dei nostri pochi artisti che ha manifestato le sue simpatie politiche senza nascondersi. Come quando si candidò nelle liste di Forza Italia nel 2005 nel Lazio a sostegno del presidente uscente Francesco Storace senza però venire eletto. Anche in quel caso, il pubblico che lo ha amato (su Facebook la pagina di Bud Spencer ha un milione e mezzo di fan), probabilmente ha voluto scindere i due aspetti tenendosi per sé quello più privato. Quello legato indissolubilmente ai ricordi personali. A quella prima volta al cinema a vedere le botte parecchio comiche che davano Bud Spencer e Terence Hill. E a leggerli questi ricordi, anonimi ma universali, viene il groppo in gola. Perché sono memorie che uniscono soprattutto i figli con i padri, magari intanto scomparsi, e viceversa. Sono certamente ricordi un po' più «maschi» anche se erano tante le sorelle che si divertivano con quei film, al cinema con tutta la famiglia. Quando andare al cinematografo era ancora una festa, un po' speciale, come la pizza il sabato sera o le pastarelle la domenica.

Perché la coppia dei «fagioli western» il cinema li riempiva facendo trascorrere qualche ora spensierata a un'Italia che non aveva molto da sorridere in quegli anni di piombo.

Anni difficili anche all'estero in cui due film della coppia d'oro sono stati girati nel Sudafrica dell'apartheid del regime di Pretoria, Io sto con gli ippopotami (1979) e Piedone l'africano (1978). Il piccolo interprete di quest'ultimo film, Baldwin Dakile, che un giorno non fu fatto entrare insieme alla troupe in un ristorante solo per bianchi, è stato adottato a distanza da Bud Spencer ed è diventato un avvocato in Sudafrica.

Quasi impossibile calcolare, rapportandoli ai valori odierni, gli incassi di film che detengono anche un altro peculiare record, quello dei puntini nei titoli: Lo chiamavano Trinità..., Dio perdona... io no!, ...più forte ragazzi!, ...altrimenti ci arrabbiamo!, ...continuavano a chiamarlo Trinità. Tutti film che sono tra i 50 più visti al cinema nel nostro Paese. Qualsiasi confronto è improponibile, vincono tutto loro. Proprio come hanno continuato a vincere le migliaia di volte che sono stati programmati in tv, ogni passaggio un successo. E' anche grazie a loro se il cinema italiano è andato avanti come industria popolare. Una popolarità che per Terence Hill continua ancora oggi con il grandissimo successo di Don Matteo. Purtroppo ora completamente in solitaria.