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martedì 22 ottobre 2024

529) SECONDO COMPLEANNO PER IL GOVERNO MELONI

 

Due anni a Palazzo Chigi, il governo taglia il traguardo con 59 slide. Tutti i numeri di un biennio da record

21 Ott 2024 21:22 - di Stefania Campitelli


Due anni di governo solido e ambizioso in 59 slide, dal 22 ottobre 2022 (giorno del giuramento dei ministri) al 22 ottobre di questo anno. Palazzo Chigi celebra così il traguardo del primo governo “nella storia d’Italia ad essere guidato da una donna”, “settimo esecutivo più longevo della Repubblica”, in un documento in 59 cartelle. “Stella polare dell’azione di governo è il rispetto e l’attuazione puntuale del programma comune, con un percorso – si legge nel documento – che ha consentito all’Italia di acquisire una nuova centralità e un rinnovato protagonismo a livello internazionale. Di rilanciare la crescita economica e l’occupazione, di avviare riforme attese da molto tempo, di proteggere il tessuto produttivo e industriale dall’impatto del caro energia e dalle conseguenze delle crisi geopolitiche in atto. Di mettere in sicurezza i conti dello Stato e difendere il potere d’acquisto delle famiglie, in particolare quelle con figli e più fragili”.

Due anni di governo in 59 slide

“In un orizzonte di legislatura – mette nero su bianco Palazzo Chigi – il governo continuerà a lavorare per consolidare i risultati raggiunti e per rispettare integralmente il patto programmatico sottoscritto con i cittadini”. Seguono le slide in cui viene delineato, per capitoli e tematiche, l’operato dell’esecutivo Meloni, a partire dal lavoro, con Palazzo Chigi che rivendica un “+834 occupati”, con un tasso di occupazione “ai massimi storici, 62,3%”, con “un’Italia più solida e prospera” grazie “al Pil più alto della media Ue”, lo spread che “scende e la borsa che sale”. Il governo, dopo due anni di navigazione, racconta di un “sud locomotiva d’Italia” per “pil e occupazione”, e snocciola i numeri degli accordi per lo sviluppo e la coesione, nonché i numeri dell’export, che fanno dell’Italia la “quarta al mondo per esportazioni”. Tra le “infrastrutture al servizio” del Paese spazio anche al “Ponte sullo stretto” oltre che al “piano casa”.

Palazzo Chigi elenca i numeri più importanti di un biennio storico

Il documento – si legge ancora nella nota diffusa da Palazzo Chigi –  elenca in modo sintetico i numeri più importanti e i provvedimenti più significativi approvati e avviati dall’insediamento a oggi. Frutto del lavoro corale del governo con il prezioso sostegno della macchina amministrativa dello Stato. Spazio, naturalmente, al Piano Mattei per l’Africa, alle riforme – dalla giustizia all’autonomia, passando per premierato e riforma fiscale- e al Pnrr. Il governo Meloni, con “la prima donna presidente del Consiglio”, va “oltre il tetto di cristallo”, con un “doppio record: “53,5% di occupazione femminile e 10 milioni di donne occupate”. Palazzo Chigi sottolinea anche il “supporto delle famiglie e della natalità”, la sicurezza “tornata priorità”, la “lotta alle mafie” e a “ogni droga”, la “rinascita di Caivano”, il contrasto “all’immigrazione clandestina”, con una riduzione degli sbarchi “del 61%” e un aumento dei rimpatri del “16% sul 2023 e del 34% sul 2022”.

Dal Piano Mattei alla rottura del tetto di cristallo, dal Pnrr alla crescita del Pil

Il governo Meloni al giro di boa dei due anni rivendica di essere “al fianco di chi crea ricchezze e lavoro” e del “piccolo che fa grande l’Italia”. E ancor di aver “difeso l’agricoltura”, generato un “welfare più inclusivo” e, al contrario di quanto raccontano le opposizioni, di aver messo “più risorse per ricostruire la sanità” con “stanziamenti record per il Fondo sanitario nazionale”. Spazio poi ai numeri sulla scuola, sull’università e la ricerca, sulla messa in sicurezza del territorio, sul turismo, sulla Pubblica amministrazione “che si rinnova” e sulla “sfida della transizione digitale” con “1 miliardo di investimenti sull’intelligenza artificiale”.

Secolo d'Italia - Sito ufficiale


lunedì 12 giugno 2023

513) LA MORTE DI SILVIO BERLUSCONI

DOPO I SUCCESSI IMPRENDITORIALI, IN POLITICA BERLUSCONI EBBE LA VINCENTE INTUIZIONE DI BUTTARSI IN CAMPO, INTERCETTANDO I CONSENSI DI QUEL VUOTO CREATO DA TANGENTOPOLI NELL’AREA LIBERALE – MODERATA CHE NON SI RICONOSCEVA NEL CENTROSINISTRA, SDOGANANDO LA DESTRA NAZIONALISTA MISSINA, FACENDOLA VENIRE A PATTI CON I MOVIMENTI FEDERALISTI – AUTONOMISTI DEL NORD. UN ALTRO SUO PREGIO È QUELLO DI NON AVERE MAI MOLLATO DOPO LA DISCESA IN CAMPO, RESISTENDO A TUTTO E A TUTTI, INCLUSA LA FORTISSIMA ED AGGUERRITA PARTE A LUI OSTILE.

 


Silvio Berlusconi, l’imprenditore italiano di successo, lo sportivo, il politico, è venuto a mancare all’età di 86 anni. Se anche uno come lui se n’è andato vuol dire che alla morte non sfugge proprio nessuno; lo avevamo già visto qualche mese fa con la dipartita della Regina Elisabetta di Gran Bretagna, un’altra potente che sembrava immortale. Prima della politica egli era molto conosciuto attraverso il secondo polo televisivo nazionale (un settore in cui ebbe la geniale intuizione di buttarsi quando la Rai rinunciò al suo monopolio), dopo che come imprenditore edile aveva costruito Milano II. Personalmente ho tanti bei ricordi, in un periodo spensierato d’infanzia – adolescenza, con le trasmissioni delle sue televisioni, specialmente quelle a quiz condotte da Mike Bongiorno e da Corrado, e col suo Milan nel calcio, di cui era sempre stato tifoso e in quegli anni ne era divenuto il proprietario. 

In politica durante gli anni da imprenditore era legato al Psi di Bettino Craxi. Una volta finiti i partiti della cosiddetta Prima Repubblica, costatando che i movimenti politici avversi alla sinistra non riuscivano a convergere, trovando un punto di intesa, decise di scendere direttamente in campo, nonostante tutti i suoi più stretti collaboratori lo sconsigliassero per le prevedibili e nefaste conseguenze, per lui e per le sue aziende. Egli sapeva bene quello che faceva: difatti aveva effettuato dei sondaggi, i quali rilevarono che non tutti i vecchi elettori dei disciolti partiti socialista e democristiano sarebbero corsi a sinistra o verso quel poco centro che ancora c’era, inoltre constatò, sempre attraverso delle interviste certificate, che la pregiudiziale nei confronti del Msi era ormai del tutto superata. Fu così che diede pubblicamente il suo appoggio a Gianfranco Fini, segretario missino, impegnato nel ballottaggio a sindaco di Roma contro Rutelli. Tutti si misero a ridere, dicendo: “dove deve andare questo col suo partito, che chiama come i club dei tifosi di calcio, la politica è roba seria non è sport!” Ma tutti rimasero sbalorditi, quando sbaragliò la “gioiosa macchina da guerra” del Pds e soci guidata di Achille Occhetto, con una duplice alleanza: al settentrione con la Lega nord e al meridione con il Msi confluito nella lista Alleanza Nazionale (futuro partito); insomma due partiti agli antipodi (uno nazionalista e uno autonomista e un po’ separatista) stavano per venire a patti grazie a Silvio Berlusconi.

1994: musica di giovinezza, di sogni e di spensieratezza

Dopo la vittoria del 1994 iniziarono i guai per lui: l’ostilità delle istituzioni, l’assalto giudiziario, l’abbandono della Lega e il ribaltone. Sembrava l’inizio della fine per Berlusconi e negli anni successivi andò sempre peggio. Chiunque avrebbe mollato con tutti quei bastoni tra le ruote, crollando a livello fisico e psico, invece lui non si piegò ed andò avanti, tornando al governo per altre due volte e con i vecchi alleati, Lega compresa; dopo la rottura con Fini, gli attacchi dei mercati e le pressioni internazionali, finì la sua esperienza di governo. Nessuno nella storia repubblicana ha governato più a lungo di Silvio Berlusconi. Nelle elezioni politiche in cui ha partecipato con Forza Italia e col Popolo delle Libertà ha vinto tre volte e tre volte ha perso di misura, finché non ha passato la mano ai capifila dei partiti alleati: Matteo Salvini prima e Giorgia Meloni poi, rimanendo comunque in campo. 

I procedimenti giudiziari nel quale è stato imputato sono finiti tutti in assoluzioni e prescrizioni tranne uno. Le sue aziende hanno sempre pagato milioni e milioni di tasse; la sua condanna ha riguardato una piccola evasione. C’era molta falsità ed ipocrisia nei giudizi morali su di lui, specie quelli di natura sessuale. Gli armadi degli altri grandi imprenditori di fama nazionale non li hanno mai aperti, forse perché non sono entrati in politica. Idem sugli impicci degli altri partiti, specie alcuni intoccabili: prima e dopo tangentopoli. Un’unica sua pecca in politica è stata quella di non aver mai voluto trovare un valido successore per il suo partito, il quale ora ha un futuro incerto. Riposi in pace il fondatore del centrodestra che, per i suoi successi in politica, sarà da valido esempio per i suoi eredi.

I governi Berlusconi (cliccare sull'immagine)


domenica 20 marzo 2016

306) SITUAZIONE COMPLICATA PER LE DESTRE A ROMA

MELONI E SALVINI A ROMA, IN OCCASIONE DELLE PROSSIME ELEZIONI COMUNALI, FANNO DI TUTTO PER RENDERE LA SITUAZIONE ANCOR PIÙ COMPLICATA. ENTRAMBI SONO CONTRADDITTORI CON LE IDEE CHE PORTANO AVANTI.

 
A Roma, in occasione delle prossime elezioni comunali, per le destre, in situazione normale (unitaria), sarà molto difficile affermarsi, figuriamoci se verranno presentati tre candidati sindaco: Bertolaso, Meloni e Storace. Quello che ha maggiori possibilità di arrivare al ballottaggio è Bertolaso, anche se sarà un’impresa molto ardua. Non capisco perché, prima Matteo Salvini e Giorgia Meloni erano d’accordo sulla candidatura di Bertolaso (tirando un sospiro di sollievo per aver scartato tutti il quotato Alfio Marchini) e poi hanno entrambi cambiato idea. Queste stupide ripicche, gelosie, ambizioni personali, non porteranno lontano. È altresì da condannare l’ostinazione di Berlusconi, che vuol puntare a tutti i costi su Guido Bertolaso, senza sentir ragione. Le primarie potrebbero mettere tutti d’accordo, persino Francesco Storace. A Roma c’è questa fissazione per le primarie, in altre città, come Milano, i candidati sindaco della destra, o del centrodestra, sono stati scelti senza polemiche. Nello scenario romano c’è molta confusione ed incertezza sul risultato finale: in questo clima caotico potrebbe spuntarla il “Movimento 5 Stelle”, vista la disastrosa ed impopolare gestione amministrativa del centrosinistra di Ignazio Marino, ma non è esclusa la sorprendente affermazione di qualche lista civica; il M5S potrebbe essere giudicato dal popolo dannoso, poiché potrebbe bloccare molte opere pubbliche (strade, metropolitane, nuovi impianti sportivi) e la candidatura olimpica, di vitali importanza per il definitivo rilancio della città. 


La vecchia guardia leghista (Bossi e Maroni) contrasta aspramente la strategia di Salvini alle comunali romane, chiedendo allo stesso di tornare ad occuparsi principalmente del Nord e di lasciare strada libera a Berlusconi nella Capitale d'Italia. Giorgia Meloni all’inizio aveva annunciato di non candidarsi perché aveva altre cose private a cui pensare, ma evidentemente ci ha ripensato, pensando ad un eventuale successo colpo di fortuna, che la sprona a compiere un ulteriore sforzo, con la complicità di un Salvini che non ha intenzione di vedere rilanciati Forza Italia e Berlusconi in uno scenario così importante. A dire la verità la Lega Nord a Roma aveva organizzato una sorta di elezioni primarie, in cui aveva vinto Alfio Marchini: se fossero coerenti dovrebbero indicare lui come candidato. Io se votassi a Roma sceglierei tra Storace, che si avvicina alle mie idee, e Bertolaso, valido professionista apolitico, straordinario nel gestire la situazione a L’Aquila in occasione del terremoto, escluderei a priori  Meloni, che a livello politico non mi è mai piaciuta.


Non intendo fare il giudice dei costumi altrui, né tantomeno entrare nelle vite personali delle persone a me estranee; tuttavia se alcuni personaggi pubblici esprimono dei pareri, delle idee, per guadagnare consensi, uno non può fare a meno di notare che non quadrano col loro modo di comportarsi. Ad esempio Giorgia Meloni ha partecipato alla manifestazione a sostegno della famiglia tradizionale, poi ha annunciato, da non coniugata, di essere incinta. Siamo umani: dei momenti di debolezza, delle tentazioni carnali, possono invogliare chiunque e non c'è nessuna legge che vieta di avere figli al di fuori del matrimonio, ma se ella è per la tradizione perché non si affretta a celebrare uno sposalizio riparatore? Anche Salvini non è impeccabile da quel punto di vista e il suo partito si è opposto con fermezza alla legge sulle unioni civili. Inoltre questa Meloni ha dichiarato che lei farà il sindaco e il suo fidanzato sarà il cosiddetto “mammo”, umiliandolo pubblicamente. (Nessuno s'indigna, gridando al sessismo?) Suonano un po’ strane queste parole per un’esponente di destra quasi estrema: dov’è la figura dell’uomo, nel vero senso della parola, autoritario, forte, massiccio, atletico, soldato? (poi non lamentiamoci se i figli crescono male ed a volte con tendenze "strane")  Non siamo ai livelli dei talebani, dell'Isis: le donne possono uscire di casa, lavorare, impegnarsi in politica; però se lei vuole sostituirsi in tutto e per tutto agli uomini va sicuramente contro il suo orientamento politico e si macchia di discriminazioni sessiste.

Comunque spero che le diverse anime della destra riescano a riconciliarsi, senza spaccarsi, soprattutto per la partita più importante: le elezioni politiche nazionali. Le elezioni amministrative sono dei validi allenamenti.

giovedì 12 novembre 2015

290) NASCE UNA FORTE OPPOSIZIONE E UN’ALTERNATIVA

FINALMENTE SI DEFINISCONO  E SI RICOMPATTANO LE OPPOSIZIONI DI DESTRA, LE QUALI SI PROPONGONO COME ALTERNATIVA DI GOVERNO.


A Bologna c’è stata una manifestazione delle forze di destra, le quali per la prima volta hanno dato dimostrazione di aver messo da parte le divisioni, le rivalità e le ripicche. Matteo Salvini per la Lega Nord, Silvio Berlusconi per Forza Italia e Giorgia Meloni per Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale hanno infuocato una Piazza piena all’inverosimile, tenendo i loro infuocati comizi contro Renzi e il Governo, da lui impostato senza alcuna legittimazione popolare. L’importante è stato iniziare ad intraprendere un camino comune: ci sarà tempo per superare le ripicche, le rivalità, per scegliere i candidati sindaci nelle elezioni amministrative e per il candidato ufficiale nella sfida più importante, il quale sfiderà Renzi. Berlusconi sembra intenzionato a mettere a disposizione la sua esperienza per le nuove leve: le aiuterà e rinuncerà a candidarsi nuovamente (sarà…..con Berlusconi mai dire mai).

Ha manifestato una certa insofferenza il duo Alfano – Casini, le stampelle del Governo Renzi: hanno ribadito che entrambi non si staccheranno dal loro nuovo punto di attrazione. Meno male. Ma chi li ha cercati? È facile stare nel mezzo e muoversi nella direzione del vento (prima Berlusconi, poi Monti, adesso Renzi), più difficile, più impegnativo è dirigersi nel senso opposto alle raffiche. Molto più dura e violenta è stata la risposta dei facinorosi di estrema sinistra che hanno messo a ferro e fuoco alcuni quartieri di Bologna ed hanno danneggiato delle rotaie ferroviarie. Accusano gli altri di un fascismo e di un razzismo che non esistono, ma dai loro modi di comportarsi dimostrano di essere loro quello di cui rimproverano gli altri.  Alcuni li hanno arrestati per i disordini, ma clamorosamente sono già fuori di galera.

Sarà meglio non dare molta importanza a questi nefasti episodi e guardare al positivo di questa manifestazione, ovvero un punto di avvio comune che culminerà col listone elettorale: sarà la logica conseguenza della nuova e sciagurata legge elettorale. Occorrerà verificare attentamente le candidature e l’affidabilità dei personaggi in lista: per evitare futuri cambi di casacca di convenienza, consiglierei di far firmare, ai candidati di destra al parlamento, il pagamento di una salata e milionaria penale in caso di abbandono della lista che li ha fatti eleggere. Sino ad adesso la figura forte di questo trio sembra essere Matteo Salvini, che è riuscito a far convergere tutti verso di lui: sta dimostrando di avere una forte personalità e un vigoroso carisma, ma non è detto che sarà lui il prossimo candidato delle destre alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha delle buone probabilità. Egli ha avviato una svolta storica nella Lega Nord, togliendo dallo statuto un articolo sulla secessione della Padania e sta pensando di trasformare il suo partito in una Lega dei Popoli nazionale: per essere un punto di attrattiva su tutto il territorio nazionale italiano per i molti scontenti dell’odierno governo. 

lunedì 21 settembre 2015

283) LA DESTRA SIAMO NOI

L’ULTIMO VOLUME DI GIAMPAOLO PANSA PARLA, ATTRAVERSO DEI COLLOQUI DELLO SCRITTORE CON L’EX PARTIGIANO E POLIZIOTTO GIORGIO MORSI, DEI TANTI ANEDOTTI RELATIVI AI VARI PERSONAGGI, PICCOLI E GRANDI, DELLA DESTRA.



Il giornalista e scrittore Giampaolo Pansa col suo ultimo volume “La destra siamo noi”, una controstoria italiana da Scelba a Salvini (oltre 400 pagine, edito da Rizzoli), parla dei molti personaggi quasi anonimi, ma anche dei più importanti, che hanno fatto la storia della destra dal dopoguerra ad oggi. Il volume inizia con una prefazione, in cui si spiega che oggi la parola destra non deve metter più paura come un tempo e si riconosce in Silvio Berlusconi colui che l’ha sdoganata in chiave moderna nell’odierno sistema democratico, togliendole l’etichetta anacronistica “fascista”. È fuori luogo nel mondo d’oggi parlare di fascismo, antifascismo, comunismo, anticomunismo; il pericolo maggiore per l’Europa è costituito soprattutto dall’integralismo e terrorismo islamico.

Il libro si articola completamente attraverso i colloqui tra Giampaolo Pansa e il poliziotto novantenne in quiescenza Giorgio Morsi, già partigiano bianco nei tempi della guerra civile italiana. L’ex poliziotto è molto esperto nei dettagli delle vite pubbliche e private dei molti protagonisti della vita politica italiana, avendo lavorato per molti anni nella Divisione Affari Riservati del Ministero dell’Interno. Morsi faceva parte dei partigiani liberali e monarchici e fu infiltrato nella polizia partigiana di Savona, costituita principalmente dai social – comunisti. Nel dopoguerra egli assistette a molte esecuzioni, ma ebbe occasione di salvare da morte certa una ausiliaria della Rsi, con cui nel corso degli anni a venire consumò dei rapporti amorosi clandestini in occasione delle ricorrenze del 25 aprile, sino alla prematura morte dell’ex combattente di Salò, divenuta nel frattempo professoressa universitaria e che era rimasta legata sentimentalmente a colui che l’aveva salvata e che aveva sposato un’altra.

Si parla di Giovanni Guareschi e delle storie accantonate di molti altri militari e carabinieri come lui: dopo l’armistizio del 1943 rimasero fedeli al Re, rifiutando di aderire alla Repubblica Sociale e furono deportati nei campi di concentramento tedeschi. Guareschi in occasione delle politiche del 1948 coniò il suo famoso motto: "dal segreto della cabina elettorale Dio ti vede"; successivamente scontò un anno di carcere per diffamazione a mezzo stampa. Sono descritti i più famosi giornalisti di destra: da Pisanò a Gianna Preda, soprannominata Tigre del Borghese (il settimanale di destra in cui scriveva) per i suoi modi aggressivi in cui distruggeva gli avversari politici. Scelba era ben visto dalle sinistre finché non divenne Ministro dell’Interno. È narrata la storia di Alfa Giubelli, la ragazzina che vide la madre uccisa dai partigiani, venendo traumatizzata e per questo aveva delle difficoltà ad avere figli; un giorno decise di vendicarsi, uccidendo il sindaco del suo paese che aveva ordinato l’esecuzione della madre, si costituì, scontò la pena, dopodiché riuscì a concepire. Sono altresì raccontate molte storie di prostituzione e di omosessualità che hanno riguardato alcuni personaggi politici e non. Una ausiliaria della Rsi e una esponente del Cln si conobbero, instaurarono una relazione, fuggirono, attendevano la fine della guerra quando furono mitragliate ed uccise, in una strada mentre erano in bicicletta, da un aereo britannico. Un senatore ultraconservatore e legato all’Opus Dei casualmente incontrò un transessuale di cui rimase invaghito, ma non era più un ragazzino e morì mentre era in intimità. Miriam Z. era una prostituta, ebrea e missina, che sapeva distinguere tra nazifascismo e il nuovo corso di Almirante: si suicidò quando perse la sua bellezza venendo sfigurata con l’acido da un folle. Almirante non rinnegò il passato, nel suo ufficio aveva un vaso con la sabbia di El Alamein, la località egiziana in cui l’esercito italiano si era battuto eroicamente nell’ultima guerra, ma era considerato troppo democratico da alcuni esponenti missini, tra cui Pino Rauti, che uscirono e fondarono “Ordine Nuovo”, poi visto l’insuccesso rientrarono. Achille Lauro, il monarchico napoletano e grande serbatoio di consensi, era un dongiovanni incallito: in privato preferiva parlare di donne piuttosto che di politica. Ci fu anche un deputato che improvvisamente passò dal Pci all’Msi e fu accolto a braccia aperte. Anche a Ciccio Franco, l'autore della rivolta di Reggio Calabria "Boia chi molla" (futuro slogan della destra), a seguito della decisione di fare di Catanzaro il capoluogo regionale calabrese, è dato risalto.

I giornalisti di centrosinistra infangarono la memoria dei figli del segretario missino Mattei della Sezione Giarabub (altra località dell’eroismo italiano nell'ultimo conflitto cancellata dalla memoria) del quartiere romano di Primavalle, i quali furono trucidati e la grande stampa parlò a sproposito di guerre tra neofascisti, mentre i veri assassini, esponenti del terrorismo rosso, rimasero quasi impuniti. Altri tristi episodi degli anni di piombo sono descritti, ma anche misteri, intrecci tra mafia e politica, loggia massonica P2, Licio Gelli, tangentopoli. Secondo Pansa e Morsi il Principe Borghese, già comandante della X Mas, non organizzò mai un colpo di stato: infatti qualche giorno prima del presunto golpe concesse un’intervista al giornalista. Nella strage della stazione di Bologna del 1980, oltre ai colpevoli ufficiali, si parla di una pista palestinese come ritorsione sull'Italia per aver fermato un traffico d’armi, dopo che il Governo, trattando con i terroristi, aveva acconsentito a tenere gli occhi chiusi.

Ci sono le storie dei democristiani di destra: oltre al già citato Scelba, si parla di Fanfani, soprannominato Fanfascista (si batté da solo a favore del si nel referendum sul divorzio e pagò solo lui le conseguenze della sconfitta), e degli andreottiani Evangelisti, Sbardella, Ciarrapico, che per convenienza preferirono lo scudo crociato alla fiamma. Don Gianni Baget Bozzo era il figlio di una ragazza madre catalana e fu adottato dalla famiglia Bozzo di Genova: politicamente aderì al Psi, fu eletto europarlamentare, fu giornalista politico, dopo la fine dei partiti storici ebbe un debole per Berlusconi . C'è la vita di Indro Montanelli, il quale nel 1995 fu invitato ad una festa di sinistra e si lamentò che in quel momento lo trattavano da eroe, per non essersi allineato a Berlusconi sul quotidiano “Il Giornale”, coloro che nel 1977, quando subì un attentato, si rammaricarono che non fosse morto, perché era considerato un conservatore reazionario. L’ultimo capitolo è la storia di oggi: si parla di come Salvini in poco tempo sia diventato un capo carismatico che si appresta a prendere in mano le redini della destra. 

giovedì 30 aprile 2015

268) IL QUARANTENNALE DEL MARTIRIO DI RAMELLI

Per Sergio, per Enrico, per Anita. Per non dimenticare
  del 29 aprile 2015


Lo so, 40 anni sono tanti, e la gran parte di chi mi leggerà non era ancora nato il 29 Aprile del 1975.
Eppure, l’assassinio di Sergio Ramelli è uno di quegli episodi che hanno tracciato la mia vita.
Perché è accaduto nella mia città, la Milano in cui frequentavo la prima media.
Perché ho il nitido ricordo di mia madre che, appresa la notizia alla televisione, si rivolse a mio padre parlandogli dello strazio di quei genitori. Ed io che nulla sapevo di quanto fosse accaduto – nel 1975 un ragazzino di 11-12 anni era molto meno “sgamato” di un suo coetaneo dei nostri giorni – le chiesi di cosa stesse parlando.
Mia madre, figlia del capo manipolo delle camicie nere dell’Oltrepo Pavese nella Marcia su Roma, poi Console della Milizia, Maggiore del Regio Esercito, poi volontario nella Campagna d’Africa, poi imprigionato in un campo di concentramento inglese ad Addis Abeba insieme a suo figlio – mio zio – che stante la giovane età venne rilasciato, rientrò in Italia, passò da casa giusto il tempo per farsi una doccia e corse a Salò. Mia madre, che mai una parola mi ha detto sulle scelte politiche e sulle conseguenze sopportate dalla sua famiglia, e che proprio muovendo dal martirio di Sergio seguì con apprensione gli albori del mio impegno politico, mi disse “hanno ucciso un ragazzo dell’età di tuo fratello, spaccandogli la testa. Solo perché aveva espresso delle idee diverse da chi lo ha attaccato”.
Entrai in quel mondo pochi anni dopo, e sentii di appartenere ad una famiglia quando, ormai studente universitario, seguii ogni giorno le udienze del processo agli assassini, che nel frattempo si erano laureati ed erano rispettati come “persone per bene”.
Mi capitò, per un legame che ha positivamente condizionato la mia vita, di passare insieme ad Ignazio La Russa – avvocato di parte civile della famiglia Ramelli – e ad Antonio Caruso (i nostri tre padri erano tra loro amici di infanzia) le notti nello studio di Ignazio, mentre lui studiava e provava la linea processuale, sentendo la responsabilità di chi non deve assolvere un incarico professionale ma deve rappresentare una comunità, la propria comunità. E che quella sarebbe comunque stata la mia comunità – per sempre – lo capii una mattina in Corte d’Assise a Milano.
La Russa stava interrogando uno degli assassini, che nel frattempo era diventato un medico. “Ma voi, tutti studenti di medicina, non immaginavate che colpendolo alla testa avreste potuto ucciderlo?” gli chiese. E quello “no, volevamo solo dargli una lezione”. “E con che cosa lo colpiste?” chiese Ignazio, “con una chiave inglese” rispose il medico. “Era una Hazel 36?” incalzò l’avvocato, “si” rispose l’imputato. Ignazio si fermò dal parlare, prese la sua borsa, estrasse un pacco. Lo srotolò, prese in mano una chiave inglese Hazel 36 la sbatté violentemente sul tavolo e disse, concludendo il suo interrogatorio “come questa?”.
Il rimbombo fu spaventoso, fu come se tutti, in quell’Aula, fossimo stati colpiti con violenza, inaudita, inattesa, ingiusta.
Come Sergio.Come finì lo sappiamo, gli assassini vennero condannati, scontarono pochissima pena e si fecero una vita, una famiglia, un lavoro, passioni, amori, gioie e preoccupazioni. Uno di loro addirittura oggi è primario di Psichiatria a Niguarda. Vissero e vivono insomma, ciò che impedirono ad un ragazzo di 17 anni la cui arma era una penna con la quale scrivere un tema a scuola.
Da quel giorno è cambiato tutto, o almeno così sembra ad un occhio superficiale, perché poi – se ti fermi a pensarci – ti accorgi che lo strabismo sociale e politico continua, che ciò che a noi non sarebbe nemmeno consentito immaginare, diventa regola di sopruso per la sinistra. Coperta, ancora oggi, da un manto di ipocrita protezione da parte dell’informazione, delle istituzioni, della giustizia.
E’ di ieri la notizia dell’incendio appiccato alla libreria Ritter, e non ho sentito alcun solone dell’intelligencija nostrana gridare allo scandalo.
I debosciati dei centri sociali mettono a ferro e fuoco le città ogni volta che escono dalle loro topaie ma la questura si preoccupa se i ragazzi di destra vogliono commemorare in piazza l’anniversario della morte di Sergio.
Un Presidente recuperato in extremis dal serbatoio della prima repubblica, sceglie la data simbolo di una devastante guerra civile per indicarla come il momento che dovrebbe rappresentare l’unità; pochi giorni dopo il capo del maggior partito della sinistra mette la fiducia sulla legge elettorale. E tutto tace.
No, noi siamo figli di un dio minore, ma siamo quelli che – per scelta – appartengono ad una storia in cui tutto, anche le cose più banali, sono più difficili da raggiungere, da ottenere. Anche quando ne hai diritto.
Ma è il nostro modo di essere. Ed è ciò che ogni giorno mi fa pensare di essere dalla parte giusta; che mi porta a credere che stare sinistra sia una condizione di minorità mentale, quasi una tara psichiatrica da curare in quel reparto che oggi è guidato da chi, 40 anni fa, scaricò una mazza di ferro sul cranio di un ragazzino che non si era omologato.
Questa sera tanti ragazzi, molti dei quali di anni ne hanno meno di 40, organizzano una serata celebrativa in piazza, a Milano, di fronte alla Chiesa in cui vennero celebrati i funerali di Sergio ed in cui, poco più di un anno fa, salutammo per l’ultima volta la mitica “mamma Anita”, guarda caso, la stessa chiesa in cui – 60 anni fa – si sposarono i miei genitori.
Già, mamma Anita, sempre presente ad ogni nostro appuntamento, sempre interessata alle nostre vicende. Così amorevole con noi, con me. Eppure, l’unica persona al mondo di fronte alla quale mi sia sempre sentito in soggezione. La guardavo negli occhi e pensavo alle parole di mia madre, quel giorno: “pensa allo strazio di quei poveri genitori”.
Questa la mia vicenda personale. Per questo stasera ci sarò, in quella piazza, a titolo personale e riservato, insieme a tutti quanti – nella diaspora dolorosa – fanno comunque parte di “quel mondo”.
Non ho il dono della Fede, e non sono quindi tra quanti pensano che Sergio ci vedrà. Ma ci sarò, egoisticamente, per me stesso.
Per ricordarmi che da lì nasce la mia storia, e che lì restano – tutti ed invariati – i motivi del mio impegno.

La Russa al Parlamento: oggi Sergio Ramelli è qui. Presente
  del 30 aprile 2015
Oggi per me è un giorno importante, è il 29 aprile. Quaranta anni fa Sergio Ramelli veniva barbaramente ucciso sotto casa, senza nessuna colpa se non la sua appartenenza al Fronte della Gioventù dell’allora Msi. Nel mio studio di avvocato penalista, difendevo allora la mamma di Ramelli, vennero i colpevoli a portarmi una lettera con una richiesta di perdono. Una richiesta che io, a nome della mamma di Sergio, accolsi perché il sacrificio di quel ragazzo non fosse mai la rivendicazione di una parte ma potesse aspirare ad arrivare ad un momento di pacificazione, un monito per le nuove generazioni contro una cieca violenza e una pratica del ‘divide et impera’ che in quegli anni era una consuetudine per chi comandava.
A 40 anni di distanza non vorrei che quel messaggio di pacificazione, amore e sacrificio per l’Italia venisse dimenticato da chi oggi a Milano manifesta contro il ricordo di questo ragazzo. Il modo migliore per celebrarne la memoria è di offrire il suo ricordo a tutti gli italiani. Sergio Ramelli è oggi presente col gruppo di Fratelli d’Italia, qui in Parlamento.

lunedì 22 dicembre 2014

251) DEI NUOVI SCENARI PER LA DESTRA ITALIANA

NELLA DESTRA ITALIANA SPICCA LA FORTE FIGURA DI MATTEO SALVINI DELLA LEGA NORD CHE SBARCA ANCHE AL SUD E POTREBBE UNIRE LE MOLTE PARTICELLE DI QUELLE TENDENZE.



Nella destra italiana sta emergendo la figura di Matteo Salvini, segretario della Lega Nord Padania, il quale ha rilanciato alla grande quel partito politico dopo la caduta libera a seguito di qualche scandalo che riguardava la vecchia dirigenza. La differenza con il vecchio corso è che lo stesso sta cercando un progetto nazionale che non riguardi soltanto il Nord. Nel centrodestra tolto Berlusconi regnava il vuoto (c’era un’altra figura forte, che rispondeva al nome di Fini, ma si è rovinato con le proprie mani sparendo così dalla scena politica); prima o poi si sarebbe dovuto pensare al dopo Cavaliere: vuoi per l’età, vuoi perché alleati e avversari (tranne Renzi) vogliono eliminarlo a tutti i costi dalla scena politica, vuoi perché nella rinata Forza Italia ora regna la confusione e l’incertezza sulla linea da tenere.


Nello scenario odierno Salvini senza tentennare sa perfettamente quali posizioni tenere ed è l’unico che fa una dura opposizione a Renzi (insieme alla minoranza del Partito Democratico). Se Salvini si sta espandendo nel Sud Italia significa che ha rinunciato alla strategia secessionista del Nord (sarà….): si accontenta di programmi che prevedono una sempre maggiore autonomia delle regioni e degli altri enti locali a discapito dello stato centrale ed è quello che pretendono anche al Sud. La dure prese di posizione della Lega nei confronti delle politiche economiche affamatrici dell’Unione Europea e nei riguardi del governo nazionale che favorisce l’immigrazione illegale di massa, il tutto a svantaggio dei cittadini italiani che si impoveriscono sempre di più, sta attirando le simpatie in tutta Italia verso Salvini: da parte dei cittadini comuni e da parte di altri partiti e movimenti di destra patriottica e nazionalista, quali Fratelli d’Italia, Casa Pound, La Destra ed altri ancora. In altri tempi la Lega non si sarebbe mai occupata delle vicende romane come sta facendo ora e alleata con gli altri partiti di destra proporranno una candidatura comune, per quella che rimane sempre, nonostante il malaffare politico, la difficile conquista del Campidoglio romano. Sarà dura la battaglia contro l’Europa, contro la liberà di circolazione, per il ripristino dei controlli alle frontiere, contro l’Euro e contro i media nostrani e internazionali. Nel 2008 il Governo Berlusconi promise cambiamenti radicali per contrastare la criminalità proveniente dall’Est Europa e quella dall’estero in generale (i suddetti delinquenti vengono in massa in Italia perché la considerano la patria del permissivismo e dell'impunità), però non ebbe il coraggio di opporsi totalmente a Bruxelles (chissà se avesse immaginato quello che gli avrebbe combinato poi, lo avrebbe fatto sin da subito). Nello stesso campo l’allora Ministro dell’Interno Maroni fu fautore di molte iniziative che sono state abolite dai governi successivi.


Non si sa se Forza Italia sarà coinvolta nella futura coalizione: dipenderà dai programmi che intenderà proporre, che si spera non differiscano troppo da quelli degli altri e i probabili alleati imporranno sin da subito la cessazione definitiva di ogni collaborazione col Governo Renzi. Si sta partendo col piede sbagliato: Berlusconi vorrebbe imbarcare tutti, anche colui che l’ha rinnegato, vale a dire Alfano, il cui nome non è affatto gradito agli altri perché considerato il “Ministro dell’Invasione”. La caduta dei consensi di Forza Italia è dovuta all’incertezza che regna, non si sa se faccia opposizione o governi, e alla fuga degli elettori e militanti di destra, me compreso, dopo la chiusura del Pdl e il ritorno a FI. È stato creato un effetto contrario a quello desiderato: gli elettori moderati non sono tornati, sono andati in massa da Renzi, sdoganato proprio dallo stesso Berlusconi, e quelli di An in gran parte se ne sono andati. Ora lasciamo perdere le Europee e le amministrative dove votano poche persone, c’è poca attenzione dei media e scarso impegno dei politici. Alle elezioni  politiche potrebbe essere tutta un’altra storia: ricordo il Pdl in calo di consensi dopo il momentaneo ritiro di Berlusconi, l’appoggio esterno a Monti e il successivo ribaltamento delle previsioni nelle successive politiche, quando il Cavaliere tornò in campo contro Monti e contro gli altri. Il Partito Democratico apparentemente è forte, ma non bisogna dimenticare che stravince sempre perché, a causa della crisi economica che si espande e la corruzione che dilaga, il disinteresse verso la politica è in aumento e i cittadini disertano sempre di più le votazioni. Quindi è sbagliato dire che il 40% degli italiani è del Pd, bisogna aggiungere un altro 40% che non vota. Una mano potrebbero darla anche i dissidenti di sinistra che non vedono di buon occhio Renzi e la moderazione del partito. Uno dei nei di Salvini è che dovrebbe curare di più la sua immagine: indossare degli abbigliamenti adeguati, radersi, togliersi l'orecchino, non posare ignudo sulle riviste. 

domenica 21 settembre 2014

239) INTERVISTE

Pansa: "Vi racconto l'Italia in cui tutti, o quasi, gridavano Eia Eia Alalà"

Nel suo nuovo libro Giampaolo Pansa autore del «Sangue dei vinti» ricostruisce l'ascesa del fascismo e il consenso di massa al regime. Che molti dimenticano...

Matteo Sacchi - Mer, 17/09/2014 - 09:41 (Il Giornale)




Si chiama Eia Eia Alalà ed è in libreria da oggi. Se non bastasse il titolo (a caratteri cubitali rossi in stile molto littorio), ci pensa il sottotitolo a spiegare che cosa si può trovare in questo volume (Rizzoli, pagg. 378, euro 19,90) a firma Giampaolo Pansa: Controstoria del fascismo. Pansa infatti, usando l'artificio del romanzo - «a me il lettore piace acchiapparlo per la coda, non annoiarlo a colpi di saggio» - mette i puntini sulle «i» della storia italiana della prima metà del '900 per spiegare che cosa sia stato e come sia nato il Ventennio mussoliniano. Il suo espediente narrativo è partire dalla sua terra e raccontare attraverso le vicissitudini del possidente terriero Edoardo Magni (personaggio di fantasia, ma nel libro ce ne sono molti realmente esistiti) come l'Italia sia diventata, convintamente, fascista. E lo sia rimasta a lungo. Non c'è bisogno di dire, viste le scomode verità venute a galla con i suoi precedenti libri (a partire da Il sangue dei vinti ) e il tema, che la polemica è garantita. E che qualche gendarme della memoria, per usare un'espressione dello stesso Pansa, avrà qualcosa da dire.
Dunque, Eia Eia Alalà. L'urlo di una generazione?
«Non sai quante volte l'ho sentito gridare quando ero bambino ed ero un Figlio della Lupa. Ho anche una foto in cui, piccolissimo, facevo il saluto romano, davanti al monumento ai Caduti. Non ho fatto in tempo a diventare balilla, però. Il regime è caduto prima. E per quanto in casa dei gerarchi sentissi dire peste e corna. Il sottofondo della vita degli italiani era quello lì».
Per questo l'hai scelto come titolo?
«In parte, volevo anche un titolo che cantasse. Che rendesse l'idea di quello che a lungo il regime è stato per gli italiani. L'avventura del fascismo è stata legata all'idea di vincere, di migliorare il Paese. Rende l'idea di quella giovanile goliardia che affascinò molti. Un fascino che iniziò a incrinarsi solo con le orribili leggi razziali e crollò definitivamente solo con gli orrori della guerra».
Non molti hanno voglia di ricordare che il fascismo ebbe davvero una presa collettiva. Tu invece questo lo racconti nel dettaglio...
«Ho voluto fare un racconto senza il coltello tra i denti. Che cosa rimprovero io a storici, anche molto più bravi di me che di solito scrivono su Mussolini? Ma di avere una partecipazione troppo calda, schierata. Io, anche grazie all'invenzione di un personaggio come Magni, invece ho cercato di fare un racconto neutrale. Per chi c'era è un'ovvietà che il fascismo ebbe un consenso di massa. Tutti erano fascisti tranne una minoranza infima. Gli antifascisti erano una scheggia microscopica rispetto a milioni di italiani. Gli italiani ieri come oggi volevano solo un po' di ordine... E Mussolini glielo diede. Ai più bastò».
Tu attribuisci molte responsabilità ai socialisti che favorirono involontariamente il successo del fascismo, regalandogli il potere... A qualcuno verrà un colpo!
«La guerra perpetua tra rossi e neri creava sgomento. Gli scioperi nelle città, ma soprattutto nelle campagne crearono il caos... Si minacciò la rivoluzione senza essere capaci di farla davvero. Si diede l'avvio alle violenze senza calcolare quali sarebbero state le reazioni. E per di più, esattamente come la sinistra attuale, i socialisti erano perpetuamente divisi. Pochi capirono quanto fosse grave la situazione. Tra questi Pietro Nenni, il quale a proposito della scissione comunista del 1921 scrisse: A Livorno è cominciata la tragedia del proletariato italiano».
Però qualche responsabilità la ebbe anche la borghesia italiana, o no?
«Noi non avevamo la tradizione liberale di altri Paesi. Ed eravamo in una situazione economica terribile che a tratti mi ricorda quella di oggi. C'erano dei partiti-casta in cui la gente non si riconosceva e lo scontro tra ceti (o classi) era alle porte... Il nero è nato dal rosso, la paura ha fatto allineare gli italiani come vagoni ferroviari dietro a Mussolini. Non per obbligo, nonostante le violenze degli squadristi. Sono stati conquistati dalla grande calma dopo la marcia su Roma. L'italiano dei piccoli centri, delle professioni borghesi, voleva soltanto vivere tranquillo. Avuta la garanzia di una vita normale e dello stipendio a fine mese, di chi fosse a palazzo Chigi o a palazzo Venezia gli importava poco».
Qualunquismo?
«L'Italia continuava a essere soprattutto un Paese agricolo. Lo sciopero agrario del 1920 rischiò di paralizzare la campagna. Le leghe rosse impedendo la mungitura, nel libro lo racconto, minacciarono di far morire le mucche... Da lì nacque un fascismo virulento e tutto particolare che poi si prese la rivincita. Il fascismo è stato il ritratto di gruppo degli italiani. C'era dentro di tutto. C'erano molte forze vitali e diverse. Poi il criterio dell'obbedienza cieca, pronta e assoluta che tanto propagandava Starace fece sì che nel cerchio di persone più vicine al Duce si andasse verso una triste selezione al ribasso».
In Eia Eia Alalà descrivi la parabola triste di molti fascisti «diversi».
«La scollatura tra italiani e regime iniziò con le leggi razziali, non prima. Lì inizio il male assoluto, la vergogna. Una delle figure più tragiche del libro è Aldo Finzi. Di origine ebraica, aviatore, fascista della prima ora, poi messo ai margini e fucilato alle Fosse Ardeatine. Poi è arrivata la guerra e la rimozione di massa».
Ma davvero vedi così tante assonanze tra l'oggi e l'avvento del fascismo?
«È possibile non vederle? L'unica variante è il terrorismo internazionale. Ed è una variante peggiorativa».




Magdi Allam: l’Italia può essere islamizzata? Il pericolo c’è e vi spiego come affrontarlo

di Priscilla Del Ninno/gio 18 settembre 2014/12:07 (Il Secolo d’Italia)


Il Califfato d’Italia nel 2015: provocazione letteraria, teoria fantascientifica o realtà futuribile? Sicuramente è lo spunto servito a Pierfrancesco Prosperi, noto autore italiano di fantascienza, per ultimare l’ultimo capitolo di una trilogia di romanzi fantapolitici inaugurata nel 2007 con il profeticamente inquietante La moschea di San Marco. Proseguita nel 2009 con La Casa dell’Islam, a cui quest’anno si aggiunge l’antologia Il futuro è passato. La sottile trama nera che collega i tre volumi è chiaramente la minaccia islamica che, nel terzo appuntamento editoriale, arriverebbe a concretizzarsi con la nascita di un Califfato d’Italia già nella prossima primavera. Un’ipotesi possibile? Lo abbiamo chiesto a Magdi Cristiano Allam, giornalista e scrittore egiziano naturalizzato italiano.
«Occorre – ci ha detto – fare due considerazioni fondamentali, la prima di tipo sociale, la seconda di matrice storica. Partiamo dunque da un dato rigorosamente demografico secondo il quale gli italiani registrano ad oggi il triste primato del più basso tasso di natalità in Europa, così come l’Europa, intesa come Unione Europea, accusa il più basso tasso di natalità nel mondo. Una verità tradotta in termini percentuali: 1,2% il tasso di natalità italiano, rispetto all’indice del 2,1% necessario per garantire l’equilibrio demografico. Potendo invece gli immigrati, soprattutto gli immigrati di fede musulmana, contare su un tasso di natalità molto più elevato, non possiamo non tener conto di una sproporzione che rischia di diventare determinante. Una differenziazione già teorizzata peraltro nel recente passato da diversi esponenti politici – dall’allora presidente algerino Boumédiène a Gheddafi – i quali in diverse occasioni hanno pronosticato come, a loro detta, l’islamizzazione dell’Europa sarebbe avvenuta grazie al ventre delle donne musulmane. Detto ciò credo che, in particolare in Italia, siamo ancora lontani da questa prospettiva.
E la seconda considerazione?
Riguarda invece un detto attribuito a Maometto secondo il quale, dopo Costantinopoli, anche Roma verrà islamizzata. Per i musulmani l’islamizzazione di Roma, ossia del centro della cattolicità, del cristianesimo, è considerata come un dato certo di là da venire. E come dicevo poco fa, magari anche pacificamente, semplicemente attraverso l’andamento demografico. Non è un caso allora se oggi per esempio – come da me riportato nella parte finale del mio libro Europa Cristiana Libera – una figura come Yussef Al Qaradawi, noto telepredicatore della rete televisiva Al Jazeera, oltre che esponente di punta dei Fratelli musulmani, in una sua predica si ritrova ad affermare con chiarezza: «Noi conquisteremo Roma senza ricorrere alle armi». E del resto, infine, anche una celeberrima frase di un esponente islamico turco recita: «Con le vostre leggi (rivolgendosi all’Europa) noi vi invaderemo. Con le nostre leggi noi vi sottometteremo».
Quindi come ci si può difendere?
Sono d’accordo su una considerazione con Papa Francesco: noi oggi stiamo subendo la terza guerra mondiale. E su due fronti principali: quello finanziario-economico e quello del terrorismo islamico globalizzato. Basti pensare che, secondo quanto ha dichiarato il ministro dell’Interno Alfano, abbiamo all’interno dei nostri confini almeno una cinquantina di terroristi islamici con cittadinanza italiana, l’80% dei quali sarebbero italiani convertiti all’Islam: abbiamo il nemico in casa. E allora dobbiamo difenderci, innanzittutto spezzando la catena della predicazione dell’odio che nasce all’interno delle moschee e che, attraverso un pericolosissimo lavaggio di cervello, trasforma le persone in robot della morte operative ovunque.
E oltre che “bonificare” le moschee?
Sul fronte esterno dobbiamo militarmente essere presenti nei centri nevralgici del mondo: bisogna andare in Iraq, in Siria, in Libia, in Nigeria, in Somalia, e combattere e sconfiggere i terroristi islamici. Perché o li sconfiggiamo ora, o ce li ritroveremo dentro casa.
E sul fronte intellettuale, quale potrebbe essere il ruolo degli intellettuali, compreso quello dei sostenitori dell’“islamicamente corretto”?
A loro chiederei semplicemente l’atto di umilità di leggere il Corano, di leggere la biografia di Maometto: non chiedo altro…

domenica 29 giugno 2014

233) IL CENTENARIO DELLA NASCITA DI GIORGIO ALMIRANTE

Cent’anni fa nasceva Giorgio Almirante. La grandezza umana e politica del leader storico del Msi

di Franco Mugnai/ven 27 giugno 2014/08:01




La Fondazione Alleanza nazionale ricorda con commozione e partecipazione la figura di Giorgio Almirante nel centenario della nascita. È una ricorrenza di grande rilievo, non solo per la vicenda della destra italiana ma per la storia politica del nostro Paese della seconda metà del Novecento. L’evoluzione sociale e culturale dell’Italia, la caduta degli steccati e delle barriere ideologiche del passato, fanno sì che l’opera e l’insegnamento  di Almirante siano oggi riconosciuti dalla generalità dell’opinione pubblica (a parte, naturalmente, i residui settori della veterosinistra ancora  legata idealmente alla stagione dell’odio) come un’opera e un insegnamento appartenenti a tutti gli italiani. Almirante dunque e innanzitutto come grande italiano. Ed è proprio questo il leit motiv delle testimonianze, delle interviste, degli interventi pubblicati  nello speciale del Secolo d’Italia dedicato al grande leader della destra. La figura di Almirante emerge  nella sua grandezza umana e politica attraverso i ricordi di chi lo ha conosciuto e le analisi degli studiosi che si sono interessati alla storia e alla cultura del Msi.

Nel ricordare oggi il leader missino non si può  fare a meno di evidenziare la forza morale  e la coerenza ideale  con le quali seppe guidare la comunità umana e politica della destra in anni difficili ma anche esaltanti (pensiamo solo allo straordinario succeso nelle elezioni amministrative del 1971 e  in quelle politiche del 1972), anni in cui la sua figura si impose al rispetto e alla considerazione di tutti gli italiani (anche di molti avversari), nonostante i tentativi di criminalizzazione da parte dei settori più intolleranti e fanatici della politica italiana. In quella intensa e aspra stagione, Almirante riuscì a superare, nella società, quella conventio ad excludendum che era decretata contro il Msi dall’establishment politico italiano. Quel risultato fu possibile grazie alla forza del suo carisma, al messaggio di pacificazione nazionale espresso  dalla sua figura, alle sue notevoli doti di grande comunicatore. Si tratta di ideali e di esperienze che hanno caratterizzato una lunga fase della vita  italiana e che sono parte integrate del patrimonio ideale e politico della nazione. Ed è con questo spirito che la Fondazione Alleanza nazionale e il Secolo d’Italia rendono omaggio all’uomo che ha  intimamente  legato la sua vita a quella della destra italiana.



Il legame indissolubile con Trieste, dove «si è più italiani che altrove»

di Roberto Menia/ven 27 giugno 2014/08:08


In un’aula vergognosamente semivuota, il 17 dicembre 1976, la Camera dei Deputati discute la ratifica del Trattato di Osimo, una delle pagine più nere della recente storia repubblicana: l’Italia cede alla Jugoslavia la parte nordoccidentale dell’Istria ed ipotizza la creazione di una zona industriale mista  italoyugoslava sul Carso triestino, che poi non si realizzerà per la rivolta civile dell’intera città. Giorgio Almirante pronuncia una grande discorso, che è assieme un grido di denuncia e rivendicazione nazionale, ma anche un inno d’amore verso Trieste.

Trieste per la destra non è solo il “cavallo di battaglia” che anima passioni e ricordi, ma l’essenza viva, simbolica e presente della militanza politica: non una cosa da evocare e guardare da lontano ma la battaglia vissuta e  da vivere. C’è un passo, in quel discorso, che contiene storie e risvolti personali, e colpisce proprio per questo: «Poiché qualcuno in quest’aula – dice Almirante – si è permesso addirittura di contestare il nostro o il mio personale diritto a parlare di questo problemi, perché è stato detto da taluno –  che parla e si sbraccia troppo, e non sa come si sono svolte le cose in questo Parlamento e in questa Italia da trent’anni a questa parte – che anche a Trieste noi mandiamo i ragazzi allo sbaraglio, ebbene, io mi permetto sommessamente di ricordare a me stesso che, nelle tragiche giornate del novembre 1953, quando 6 nostri ragazzi furono assassinati dagli inglesi (in piazza non c’erano soltanto i ragazzi, ma c’erano anche gli anziani) io, che non ero allora segretario del partito, ero a Trieste; e mi permetto di raccontare, ai pochi colleghi presenti, che per entrare a Trieste dovevo servirmi allora di documenti falsi, perché facevo parte di una lista nera del comando anglo-americano di Trieste e scendevo a Monfalcone per ricevere il famoso passaporto rosa (per fortuna, la mia faccia allora non era nota come tristemente lo è diventata in seguito, e quindi mi potevo permettere di usare espedienti di questo genere). Andavo a Trieste clandestinamente, quanto al passaggio della frontiera; ma mi trovavo a Trieste in mezzo alla gente, con i nostri ragazzi….

Ecco Giorgio Almirante, l’uomo della prima linea, grande agitatore di anime e passioni che prima di tutto e intensamente viveva egli stesso. Il suo rapporto con Trieste era quasi carnale. Gli abbracci, quasi le carezze a quelli che, generazione dopo generazione, per lui erano sempre “i ragazzi di Trieste”, da Francesco Paglia, capo del Fuan caduto sotto il piombo inglese nel novembre 53 e che lui ricordava come “bersagliere volontario del btg. Mussolini”,  ultimo caduto della Rsi e primo del Msi ad Almerigo Grilz, capo del Fronte della Gioventù morto da giornalista in prima linea in Mozambico nel maggio 1987, in onore del quale  lascerà – come è strano il destino – il suo ultimo scritto, esattamente un anno dopo.

Per chi la ricorda, la foto “classica” di Giorgio Almirante nel suo studio al Partito a Roma, aveva alle spalle un labaro diviso in quattro con gli stemmi di Trieste, bordato col Tricolore e  dell’Istria, Fiume e  Dalmazia perdute listati a lutto. È un’immagine che parla da sola.

Tanti nel capoluogo giuliano portano ancora nel cassetto della memoria quella Piazza dell’Unità d’Italia piena di gente, che lui salutava con l’immancabile “Italiani di Trieste”, con affetto e commozione, con amore e con rabbia, come quando gli vietarono i comizi con provvedimenti polizieschi o gli impedirono di parlare agli esuli dell’Istria nel grande raduno del quarantennale dell’abbandono di Pola.

Per tanti altri è pure rimasto indelebile il ricordo di quelle memorabili sedute del Comune di Trieste, del quale volle essere consigliere per vivere in prima persona la rivolta della città contro il trattato di Osimo, contendendone la guida con l’arrembante “Melone” (la “Lista per Trieste”,prima grande esperienza civica italiana) che eleggerà sindaco Manlio Cecovini, scontrandosi duramente con i comunisti, i filoslavi, i democristiani “osimanti”, persino Pannella venuto pure lui in quella specie di polveriera al confine tra due mondi.

Ma c’era anche un altro Almirante, quello silenzioso e profondo, che chiedeva di andare in pellegrinaggio al mattino presto, alla Foiba di Basovizza (dove il monumento nazionale non esisteva ancora) per portare i fiori e dire una preghiera sopra quell’immenso «Calvario con il vertice sprofondato nelle viscere della terra» come ripeteva citando le parole del grande vescovo istriano di Trieste, Antonio Santin.

Lì, nel silenzio, per chi lo sa ascoltare, sentiva come noi perché a Trieste si è più italiani che altrove.


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