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domenica 30 novembre 2014

248) STOZA, FRANCIONI E OLIMPICO

STADIO STOZA (CORI), STADIO D. FRANCIONI (LATINA) E STADIO OLIMPICO (ROMA): I TRE IMPIANTI DOVE GIOCANO IL CORI CALCIO, IL LATINA CALCIO E LA S.S. LAZIO 1900. IL CONFRONTO, I VANTAGGI, GLI SVANTAGGI, LE DIFFERENZE PER IL PUBBLICO CHE SEGUE LE TRE SQUADRE: NEL PAESE, NELLA CITTÀ E NELLA METROPOLI.

Qualche volta, non molto spesso, vedo le partite calcistiche del Cori al campo sportivo di Stoza, del Latina al piccolo Stadio Domenico Francioni e della Società Sportiva Lazio 1900 nell’impianto mondiale Olimpico di Roma, già teatro delle olimpiadi nel 1960 e dei mondiali di calcio nel 1990. Cori è il comune di appartenenza, Latina è la provincia di appartenenza e Roma il capoluogo della regione, nonché la capitale di tutta la nazione italiana: la filiera comune – provincia – regione (e nazione), attraverso il calcio, tiene alta la bandiera del nostro territorio nei vari campionati calcistici, professionistici e dilettantistici. C’è una bella differenza nel recarsi ad assistere gli incontri in casa rispettivamente del Cori, del Latina e della Lazio.

Per vedere il Cori bastano un paio di minuti di automobile per giungere da Cori Monte allo Stoza, percorrendo “la tangenziale” Via Ospedale, veloce collegamento Monte – Valle. Il costo di entrata è unico, né troppo alto e né troppo basso per degli incontri di quel livello, e uno, visto che gli spalti dell’impianto sono spropositati per un paese come il nostro, può piazzarsi dove vuole: curva, tribuna più lunga, tribuna più corta; ovviamente condiziona molto il fattore temperatura: quando è troppo caldo tutti si mettono nella parte dove non batte il sole, quando è troppo freddo accade l’opposto, ci sono anche dei periodi in cui all’ombra è troppo umido e al sole si suda. La grande mole degli spalti fanno si che il calore del pubblico, sparpagliato ovunque, verso la squadra non sia uniforme e compatto. Vorrei anche soffermarmi su tutto il complesso sportivo di Stoza, che comprende, oltre al campo di calcio, il palazzetto dello sport, le defunte piscine e il casale, dove da poco è rinato l’agriturismo e l’albergo. Oggi quasi tutte le strutture sono tornate in attività, dopo che per alcuni anni tutto era in stato d’abbandono. All’inizio degli anni ‘2000 il comune intendeva vendere ai privati gli impianti sportivi comunali per far cassa (la vendita fallì per mancanza di acquirenti); quelli che oggi governano Cori ed allora erano all’opposizione si opposero, dicendo che una volta privatizzate le strutture e ristrutturate, nessun cittadino ci sarebbe potuto entrare, se non pagando fior di quattrini. Perché oggi, con la gestione delle varie associazioni che hanno il complesso in affidamento, si entra gratis per gli eventi sportivi ed extrasportivi? Addirittura da poco hanno interdetto la libera circolazione nella pista di atletica leggera. Fra un po’ faranno pagare anche il parcheggio. Nel palazzetto si organizzano pure degli eventi che nulla hanno a che fare con lo sport. È normale che si cerchino di appianare le spese per la gestione, però che cosa sarebbe cambiato per le tasche dei cittadini con la proprietà privata?



Non sembra vero di avere la squadra calcistica del Latina in Serie B, il secondo livello professionistico del calcio italiano, e con solo mezzora di auto si può assistere al grande calcio. I biglietti per gli incontri del Latina li vendono pure a Cori ed è una fortuna: l’anno scorso negli incontri di cartello, come Latina – Palermo, a Latina si faceva la fila per i biglietti, mentre a Cori con un attimo li facevi. Parcheggiare, al contrario di quanto si dica, non rappresenta un problema: nei pressi della Torre di Latina, ci sono degli ampi parcheggi gratuiti e con circa cinque minuti di cammino a piedi si arriva allo stadio. Poi se si vuol camminare di meno basta andare nei posti auto a pagamento nel nucleo originario della giovane città. Prima di partire per recarsi all’incontro di calcio non c’è nessuna fretta si può fare quello che si fa gli altri giorni e ai soliti orari: ad esempio non c’è bisogno di anticipare il pranzo. Durante le partite la circolazione dei veicoli nelle strade adiacenti allo stadio è interdetta: chi abita nei pressi subisce dei disagi, mentre gli spettatori possono camminare spensierati. Il Latina Calcio non era mai arrivato a questi alti livelli prima di due anni fa, di logica lo stadio è quello che è: l’anno scorso andava stretto perché la squadra era nelle prime posizioni, quest’anno gli spettatori sono fuggiti perché si rischia la retrocessione. Nelle tribune il sole picchia nei giorni sereni e quando piove ci si bagna, se si vuole evitare ciò basta pagare di più ed andare nella tribuna coperta; si notano sempre le stesse facce, soprattutto dei più facinorosi che sono appoggiati alle recinzioni. Le piccole dimensioni dell’impianto per la Serie B producono un effetto di compattezza e di grande calore dei tifosi verso i propri beniamini. Al termine degli incontri nel deflusso ci sono dei mini ingorghi dei mezzi a motore che vengono smaltiti in breve tempo. Un’altra compagine del basso Lazio che è presente in Serie B è il Frosinone, però a noi importa poco: nonostante quella cittadina per dialetto e per cultura assomiglia molto ai paesi dei Monti Lepini, essendo molto distante non ci abbiamo mai avuto a che fare.




Negli anni ’90 andavo spesso allo Stadio Olimpico di Roma per assistere agli incontri della S.S. Lazio: con il treno e i mezzi pubblici di Roma, oppure con degli amici in macchina. Per alcuni anni è esistito anche il Lazio Club Cori: i suoi aderenti, due per volta, avevano diritto di andare gratuitamente allo stadio per appendere lo striscione del club. Allora tutto era più facile: non c’era la tessera del tifoso, nemmeno i tornelli, i biglietti e gli abbonamenti per lo stadio non erano personalizzati, volendo si potevano pure cedere a terzi e c’era il fenomeno del bagarinaggio. Col diffondersi del calcio televisivo a pagamento è calato il desiderio di recarsi allo stadio per assistere dal vivo alle partite. A me improvvisamente è tornata la voglia di tornare all’Olimpico da quando vedo le partite del Latina. Ricordo che quando mi portavano allo stadio con la macchina mi dicevano di ricordarmi l’uscita autostradale Roma Est, quando un giorno presa la patente sarei venuto allo stadio con la mia auto. Negli incontri serali è più comoda l’automobile rispetto ai mezzi pubblici. Bisogna partire da casa oltre due ore prima dell’inizio della sfida (con la speranza di non trovare troppo traffico), di conseguenza bisogna stravolgere tutti gli impegni abituali. I biglietti per le partite dell’Olimpico di Roma li fanno pure a Latina. La mezzora sufficiente per arrivare allo stadio di Latina in questo caso basta a malapena per arrivare al casello autostradale di Valmontone. Una volta arrivati alla citata uscita occorre imboccare la tangenziale est che arriva direttamente all’ex Foro Mussolini, oggi Foro Italico. Nei pressi dello stadio si parcheggia dove capita: in seconda, terza fila, sopra i marciapiedi, i parcheggiatori improvvisati indicano il posto in cambio di qualche spiccio. Al parcheggio del Palazzo della Farnesina non fanno parcheggiare. Chissà che esasperazione per i residenti delle eleganti palazzine della zona ad ogni partita, in cui rischiano di ritrovarsi sbarrati anche i passi carrabili. Per arrivare all’interno dell’impianto occorre camminare molto dal parcheggio, anche mezzora. Gli addetti alla sicurezza a Roma, a differenza di Latina, non chiedono i documenti per verificare l’intestatario del biglietto. Non occorre che dica nulla sui tifosi, si sa già tutto su questi “professionisti”. All’Olimpico di Roma non c’è nessuna preoccupazione per quanto concerne il sole e la pioggia; una pecca è rappresentata dalla grande distanza tra campo e spalti: se uno capita nelle file più alte vede ben poco; non a caso le maggiori squadre di Serie A stanno facendo di tutto per costruirsi dei nuovi impianti di proprietà privi di piste per l’atletica e con le tribune attaccate al campo. Al deflusso l’unico problema è rappresentato dall’enorme quantità di persone che ti travolgono perché vanno nella parte opposta alla tua e ci sono pochi varchi tra le recinzioni, ma non c’è più nessuna preoccupazione per gli ingorghi automobilistici, ormai si può fare tutto con calma.

lunedì 24 novembre 2014

247) NOTIZIE DA "IL GIORNALE D'ITALIA"

Gli italiani dormono in stazione,
i rifugiati in alloggi di lusso

Ecco quello che succede, ad esempio, a Siena: reportage agghiacciante da quella che era l'isola felice della sinistra

Non se ne può più. Ha dell’incredibile quanto sta accadendo negli ultimi mesi in Italia. Con il rischio che dopo le tensioni registrate a Corcolle, Tor Sapienza e Infernetto a Roma e nelle zone periferiche di Milano possano sfociare in ogni città di quel che resta del Bel paese.

A lanciare un altro allarme è il Corriere di Siena che ha effettuato un agghiacciante reportage. Aumentano di giorno in giorno i senesi che dormono nei pressi della stazione: dietro i cespugli di viale Cavour o ancora dietro il punto Telecom di Pantaneto.



Ma Siena non era l’isola felice del centrosinistra? Intanto anche nel capoluogo senese, oltre a vitto e l’alloggio, ai clandestini spettano anche 40 € di diaria.

La crisi morde, è vero. Bisogna essere caritatevoli, questo è altrettanto vero. Ma i vari governi che si sono succeduti in questi anni hanno sempre dato priorità agli altri, non certo agli italiani in difficoltà: a cominciare dall’asfissiante pressione fiscale (in aumento anche con il governo Pd-Ncd-Sc) e da Equitalia. Nel frattempo la disoccupazione – di mese in mese – continua a salire, soprattutto tra i giovani.
Gli ipotecano la casa.

Mentre gli italiani - compresi gli alluvionati e i terremotati, nonostante le rassicurazioni di Renzi - sono costretti non solo a pagare le tasse, ma a campare anche i rifugiati e gli extracomunitari. A chi non ce la fa? Gli ipotecano la casa.

 

Ha vinto l'astensione

L'Emilia rossa non c'è più: il Pd Bonaccini si afferma ma vota solo il 37% degli elettori. Schiaffo a Renzi anche in Calabria: passa Oliverio, candidato che il premier non voleva


Elezioni regionali per pochi intimi in Calabria ed Emilia Romagna e desta sensazione proprio il dato dell’affluenza alle urne di questa regione, una volta ‘la rossa’ per eccellenza, dove comunisti e post-comunisti andavano a votare anche se c’era da farlo per il classico asino che volava.

Ieri in Emilia-Romagna ha invece votato il 37,7% degli elettori, poco più in Calabria, con il 44,1%. Numeri impressionati, se paragonati alle Regionali del 2010 (68% in Emilia Romagna) e alle Europee di 6 mesi fa (addirittura il 70% in Emilia-Romagna). 

A Bologna e dintorni molto ha influito sull’elettorato la vicenda delle spese pazze in Regione che ha travolto proprio il maggiore partito della sinistra.

Stefano Bonaccini del Partito Democratico, comunque, è come scontato il nuovo presidente della Regione Emilia-Romagna. Buono anche il risultato del leghista Alan Fabbri, secondo; male tutti gli altri partiti.

In Calabria vince Mario Oliverio, pd ma anti-renziani. Wanda ferro, candidata di un centrodestra diviso, si ferma attorno al 25%.. Anche qui male i partiti tradizionali e i 5 stelle.

Alla fine, l’ulteriore allontanamento della gente dalla politica si è rivelato un flop per le politiche governative, anche se un po’ tutti, ad iniziare dalla Boschi mandata in avanscoperta da Renzi, ci tenevano a far sapere che non poteva trattarsi di un test per il governo stesso.

Dal canto suo, Matteo Renzi si è espresso con il solito tweet: "Male affluenza, bene risultati: 2-0 netto”. Contento lui…

Igor Traboni

domenica 16 novembre 2014

246) LA SVOLTA PROGRESSISTA DEL PAPA

GLI ATEI ED I MANGIAPRETI DI SINISTRA GONGOLANO (FINO AD UN CERTO PUNTO) PER LA SVOLTA PROGRESSISTA DELLA CHIESA CATTOLICA, AVVIATA COL PONTIFICATO DI PAPA FRANCESCO.

Coll’avvento al soglio pontificio di Papa Francesco la Chiesa Cattolica pare si stia avviando verso una netta tendenza progressista. La si può notare dalle omelie del Pontefice e dalle varie iniziative tendenti ad impostare in tutta la Chiesa le aperture verso l’odierna società laica: non opporre resistenza e non condannare le unioni al di fuori del matrimonio, comprese quelle omosessuali, benedire l’avanzata islamica in occidente e indignarsi poco per le persecuzioni e le uccisioni dei cristiani nel mondo, ospitare gli attivisti dei centri sociali in Vaticano, eccetera. Gli alti prelati conservatori, per cui io parteggio, con tutte le loro forze hanno cercato invano di impedire l’introduzione di queste rivoluzioni, che a quanto dicono i favorevoli non sono dei veri e propri stravolgimenti nella dottrina ecclesiale. Sarà pure vero ma all’apparenza sembra che tutti gli insegnamenti del Papa Giovanni Paolo II siano andati perduti ed anche la Chiesa si sia laicizzata: non essendo più l’unico punto fermo dei valori tradizionali e familiari.

Allora perché fare tutto quel chiasso, così da dare l’impressione di sconvolgere tutto? Secondo il nuovo corso avviato la famiglia tradizionale resta sempre al centro di tutto, rimane la contrarietà ufficiale ai matrimoni omosessuali e alle unioni al di fuor del matrimonio; soltanto che non si faranno più molte pressioni allo stato per impedire quelle attuazioni, come avvenne nel 2007 con “la giornata della famiglia”. La misericordia per chi non viveva e non vive secondo gli insegnamenti ecclesiali c’era già e avrebbe potuto essere ribadita in altri modi. Perché aizzare ancor di più “l’educazione omosessuale”? (nella Bibbia la perversione è bandita.) Quelli, per quanto uno cerchi di comprendere la loro condizione, sono consapevoli che tutto il mondo è ai loro piedi: allora non tenendo nascosto il loro orientamento, ne approfittano per indottrinare gli altri secondo i loro punti di vista, rischiando di far estinguere l’umanità.


Parliamo dei rapporti con l’Islam: il Papa viene dall’altra parte del’oceano, dove questo scontro di civiltà non è sentito per niente; solo ora con l’avvento dell’Isis in Medio Oriente e le persecuzioni dei cristiani inizia a rendersi conto. Invitare a porgere l’altra guancia o essere troppo indulgenti e permissivi sono dei chiari messaggi per le frangi più radicali islamiche ad essere ancor più aggressivi e violenti e che l’occidente cristiano (ed ateo) sarà terra di facile conquista: “come sono fessi e stupidi questi, ci potremo scatenare come vogliamo!”  Ci sono altri modi per accogliere i rifugiati (quelli veri), non come avviene ora: facendo aumentare il degrado, la delinquenza nelle città, aizzando il razzismo e le guerre urbane tra poveri.

Ci sarà anche qualche motivo per cui i cattolici in America Latina (il continente cattolico per eccellenza) sono in diminuzione ed aumentano sempre di più gli aderenti alle chiese protestanti? Al contrario gli atei di sinistra ora guardano con simpatia questa Chiesa, come gli aderenti dei centri sociali, delle volte violenti e contro la Religione Cattolica, che sono stati ospitati in Vaticano: non perché si siano convertiti, perché vedono il Papa come un loro potenziale alleato e militante dei loro partiti. C’è però un ultimo ostacolo da rimuovere per far divenire la Chiesa Cattolica completamente di sinistra: cioè che essa non opponga più ostacoli alle pratiche dell’aborto e del’eutanasia; però su questi temi il Vaticano non intende transigere, ne venire a compromessi.

domenica 9 novembre 2014

245) TRIESTE È ITALIANISSIMA

SESSANT’ANNI FA LA CITTÀ DI TRIESTE DOPO MOLTE SOFFERENZE TORNAVA ALL’ITALIA. NELLE ZONE DI FRONTIERA, DOVE CI SI SENTE MINACCIATI, IL SENTIMENTO PATRIOTTICO ITALIANO È PIÙ FORTE.




La campana di San Giusto

Per le spiagge, per le rive di Trieste
Suona e chiama di San Giusto la campana,
l'ora suona l'ora suona non lontana
che più schiava non sarà!

Le ragazze di Trieste
Cantan tutte con ardore:
"O Italia, o Italia del mio cuore
Tu ci vieni a liberar!"

Avrà baci, fiori e rose la marina,
la campana perderà la nota mesta,
su San Giusto sventolar vedremo a festa
il vessillo tricolor!

Le ragazze...

La Campana di San Giusto” (San Giusto è il santo patrono triestino a cui è dedicata una cattedrale) fu scritta nel 1915 per incitare il passaggio di Trieste all’Italia, che ci fu nel 1918. Quel canto patriottico venne successivamente riutilizzato in occasione della seconda unione italiana di Trieste, avvenuta nel 1954. Quell’anno la sovranità italiana sulla città giuliana venne completata in maniera definitiva dopo undici anni di assenza. Nel 1943 Trieste fu annessa direttamente al Terzo Reich Tedesco e non fece parte (almeno formalmente) della Repubblica Sociale Italiana, nel 1945 fu occupata dagli jugoslavi, successivamente gli accordi internazionali stabilirono la creazione di un territorio libero sotto la tutela anglo – americana. Il suddetto territorio era a sua volta diviso in “Zona A” e “Zona B”: nel 1954 si decise che la “Zona A”, di cui Trieste faceva parte, sarebbe tornata all’Italia, mentre la “Zona B” sarebbe passata alla Jugoslavia, la quale già si era presa gran parte della regione Venezia Giulia. Gli undici anni a cavallo tra il 1943 ed il 1954 furono anni di terrore, distruzione e morte per i triestini e per i giuliani: bombardamenti, morte, terrore con le rappresaglie tedesche e slave.



Nell’ottobre 1954 finalmente gli incubi terminarono: i triestini con giubilo riabbracciarono la Madre Italia e scongiurarono il pericolo della slavizzazione della città, come era avvenuto a Pola, a Fiume e a Zara. L’unione di Trieste alla Patria Italiana fu visto in entrambe le occasioni (nel 1918 e nel 1954) come una liberazione, un momento di riscatto e di orgoglio che significò la fine delle persecuzioni: basti pensare che ai tempi dell’Impero Austro – Ungarico comandavano gli slavi e ci fu qualche episodio di eroismo, come quello di Guglielmo Oberdan, a cui sono intitolate molte strade nelle città e nei paesi di tutto il nostro territorio nazionale. È sempre rischioso avventurarsi nelle guerre: la Prima Guerra Mondiale per l’Italia finì bene ed essa acquisì nuovi territori, mentre la Seconda Guerra Mondiale è finita male e la nostra nazione ha perso alcune terre guadagnate in precedenza con un grande tributo di sangue. Dopo le drammatiche esperienze l’attaccamento alla patria italiana per i triestini divenne molto più forte, visto che erano divenuti terra di frontiera e l’incubo jugoslavo era sempre in agguato: accrebbe ulteriormente con la contrapposizione tra i due blocchi (occidentale e comunista). Ancora oggi gli sloveni rivendicano Trieste per la loro piccola nazione: si ficchino in testa che essa è una città italianissima (come lo erano Pola, Fiume ed altre cittadine della costa dalmata) e non si tocca. È una caratteristica tipica delle zone di frontiera, dove a volte ci si rende conto di essere stranieri da italiani e si ha la sensazione che un giorno potrebbero invaderti e cacciarti, sentirsi più italiani che altrove: vale anche per i nostri connazionali dell’Alto Adige e della Val d’Aosta. Chi sta nel cuore d’Italia non potrà mai capire e neppure noi che siamo vicino la degna capitale d’Italia e che nell’antichità creò un grande impero. Il nostro è un altro tipo di amor patrio.

venerdì 31 ottobre 2014

244) I GRANDI AFFARI CON I DEFUNTI

NEL MESE DI NOVEMBRE SI RICORDANO I DEFUNTI: IL GRANDE GIRO D’AFFARI LEGATO AD ESSI CALPESTA LE PIÙ ELEMENTARI NORME DI RISPETTO PER I MORTI E PER I LORO FAMILIARI VIVI.




Il mese di novembre tradizionalmente è dedicato a tutti i defunti. Le visite nei cimiteri di tutti i paesi e di tutte le città, tirati a lucido per l’occasione, aumenta vistosamente rispetto agli altri mesi dell’anno e i commercianti fanno grandi affari con le vendite dei fiori e dei lumi. La morte fa parte del ciclo della vita: se non ci fosse, non ci sarebbe nemmeno la nostra esistenza. Essa non desterebbe nessuno scandalo se arrivasse in età molto avanzata, quando uno è lacerato dai molti acciacchi e non ce la fa più a far niente; purtroppo non sempre va così. Si aggiungano pure gli elevatissimi costi legati alle sepolture, il cosiddetto “caro estinto”, che apportano la beffa, oltre naturalmente al danno del trapasso. Il posto al cimitero, i lavori di muratura, i rivestimenti in marmo, la cassa, la vestizione, il carro, le luci, spesso i fiori, l’offerta per la chiesa e le altre cose ancora sono degli elementi che rendono un lusso la morte.

E se uno non ha i soldi non muore? Magari. O provvederà il comune di appartenenza o provvederanno tutti i parenti o si pagherà un po’ per volta. Le frequenti costruzioni dei nuovi loculi e delle cappelle familiari nei camposanti, che per legge devono sorgere fuori dai centri abitati, rendono gli stessi in continua espansione come le città: eppure basterebbe recuperare molti posti eliminando le tombe di coloro che sono morti da molti decenni e oramai dimenticati, così da limitare i nuovi fabbricati. Secondo me è sbagliato scegliersi il posto nelle moderne necropoli con largo anticipo, magari ritenendolo migliore degli altri: sempre al cimitero finirai e il “posto buono” non te lo godrai mai.

Insomma oggi è divenuto un bel mercato quello legato alle sepolture che fa fare affari d’oro e dietro iniziano ad intravedersi dei fenomeni mafiosi; siamo ben lontani dai tempi degli antichi e temuti “beccamorti” o “becchini”. Ogni tanto ci sono delle notizie relative ad arresti di alcuni titolari delle agenzie funebri, che negli ospedali della grandi città scorrettamente si aggiudicano la gestione dei funerali attraverso le soffiate dei compiacenti infermieri. Addirittura si fa a botte tra “cassamortari” per l’aggiudicazione delle esequie. Qualcuno di questi approfitta del dolore e della poca lucidità dei familiari del morto, in quei frangenti, per imbrogliare  per spillare più denaro possibile. Mi rendiamo conto che anche le onoranze funebri hanno le loro spese ed i loro dipendenti devono pur campare guadagnandoci su, soltanto ci vorrebbe un maggiore ritegno. Non bisogna dimenticare lo strazio e la sofferenza dei congiunti per una loro persona cara che non c’è più. È un mestiere controverso quello legato alle sepolture.

domenica 26 ottobre 2014

243) MANIFESTI INVITANTI ALLA PRUDENZA ALLA GUIDA

FORTI MESSAGGI PUBBLICITARI E PER PREVENIRE GLI INCIDENTI STRADALI DA PARTE DI UN’AGENZIA DI POMPE FUNEBRI DI LATINA AFFISSI PRINCIPALMENTE LUNGO LA S.S. 148, O VIA PONTINA, UNA DELLE ARTERIE PIÙ PERICOLOSE D’ITALIA.




domenica 19 ottobre 2014

242) BASTA CON GLI ANGLICISMI

SEMPRE PIÙ PAROLE STRANIERE, IN PARTICOLARE INGLESI, INVADONO LA LINGUA ITALIANA: DA NOI LA MODA E IL GLOBALISMO PREVALGONO SULL’ORGOGLIO NAZIONALE. ALLORA SI ABOLISCA L’ITALIANO E SI ADOTTI L’INGLESE COME LINGUA UFFICIALE!


Negli ultimi tempi c’è stata una massiccia immissione di anglicismi nella nostra lingua. Purtroppo nessuno si preoccupa di tutelare e salvaguardare il nostro idioma nazionale, come avviene in altre nazioni: ad esempio in Francia ed in Spagna per ogni parola inglese che entra in uso comune trovano dei termini corrispondenti nelle loro lingue. L’unico popolo di rammolliti siamo noi. L’alto giorno la televisione reclamizzava l’incontro di calcio della nazionale italiana valevole per le qualificazioni al Campionato Europeo e dicevano: “european qualifiers”, anziché “qualificazione per l’Europeo”; con uno scatto d’ira ho cambiato canale. Restando in ambito calcistico Champions League e Confederation Cup sono facilmente traducibili, ma evidentemente non si vuole andare controtendenza e addirittura la Coppa Italia Tim (chiamata Tim per ragioni di sponsor) per essere più fichi sempre di più viene chiamata Tim Cup. Stanno tornando le parole team, coach o trainer, volley, basket, al posto di squadra, allenatore, pallavolo, pallacanestro. I titoli dei film (pellicole o lungometraggi in italiano) americani non li traducono più nella nostra lingua. Invece di dire “facciamo una spuntino durante una pausa” si dice  sempre di più: “mangiamo uno snack durante il break”. I saloni di esposizione divengono gli showroom, le sale conferenze o i centri congressi mutano in room conference o al massimo in sale meeting. Il Welfare sono gli affari sociali, il jobs act sono gli investimenti per il rilancio economico. Non parliamo poi della televisione, dove i termini più ricorrenti anglofoni sono: talk show (trasmissioni o dibattiti politici ed economici), reality show (varietà), fiction (film televisivi), talent show (ricerca dei talenti). Club e weekend fanno parte del comune lessico ed hanno definitivamente soppiantato le parole circolo e fine settimana. In futuro potrebbero fare la stessa fine le parole notizie e nuovo, visto che sempre più spesso si sostituiscono con news e con new.

Ai bambini che nascono, specie ai figli dei personaggi del mondo dello spettacolo, si danno sempre di più i nomi inglesi: sicuramente i genitori pensano che così facendo sono modaioli, più moderni e aperti, avendo dei figli coi nomi esotici. Recentemente a Rocca Massima hanno inaugurato quell’affare che permette di lanciarsi nel vuoto appeso ad un cavo d’acciaio e l’hanno chiamato “Flying in the Sky”: per poter attirare maggiore attenzione e per non essere considerati retrogradi e antiquati, non è convenuto scegliere un nome italiano, come ad esempio “Volo dell’Angelo”; ma questa è una tendenza comune del momento. Nelle scuole questo problema viene affrontato a seconda dei docenti, conservatori o progressisti, che si incontrano: in passato mi è capitato di sentire dei pareri differenti sull’uso dei termini esteri; ad esempio in ambito letterario i primi erano contro il termine flash back e a favore di analessi, mentre i secondi no. Lo tsunami è una specie di maremoto, un fenomeno tipico del sudest asiatico di cui si è sentito parlare per la prima volta dieci anni fa: da allora i maremoti che ci sono in ogni parte del mondo sono gli tsunami; addirittura si sente dire: “lo tsunami che nel 1908 distrusse Messina”, quando per un secolo si è detto: “il maremoto che nel 1908 devastò Messina”. Non solo le parole inglesi entrano nella nostra lingua anche le francesi: chef, clochard, chicane stanno per cuoco (o cuciniere), barbone, tornante (o variante).

Negli anni del Fascismo nessun vocabolo estero riusciva a penetrare nel nostro lessico, inventavano delle alternativa in italiano e qualcuno di quei nomi istituiti ancora si usa: sciacquone (wc), tramezzino (sandwich), mescita (bouvette), acquavite (whisky), malfattore (gangster), rinfresco o tavola fredda (buffet), cornetto (croissant), corriera (autobus), maglione (pullover), autorimessa (garage), autocarro e autoarticolato (camion e tir), termini sportivi, ecc. Altre parole non fanno più parte del nostro linguaggio, come: pallacorda (tennis), tuttochesivede (panorama), spirito d’avena (whisky), sciampagna (champagne), arzente (cognac), alcole (alcol), bevanda arlecchina (cocktail), giovanottiera (garconniere), cesare e cesarina (zar e zarina), giovane esploratore (boys scout), fioreggiare (avere un flirt), vitaiolo (playboy), disco su ghiaccio (hockey su ghiaggio), torpedone (pullman), Buonaria (Buenos Aires), Vosintone (Washington), Luigi Fortebraccio (Louis Amstrong) e molti altri ancora. I toponimi delle località dell’Alto Adige italianizzati in quel periodo ancora oggi sono in uso nell’odierno ambito del bilinguismo: Bressanone (Brixem), Vipiteno (Sterzing), Merano (Meran); in Val d’Aosta invece molti comuni sono tornati ai nomi originali francesi: Courmayeur al posto dell’italiano Cormagliore. I francesi non sono stati da meno nel francesizzare i cognomi italiani e i toponimi delle località del nizzardo. Oggi in ambito informatico ci sarebbero anche dei termini corrispondenti italiani in alternativa a quelli tradizionali, ad esempio: elaboratore elettronico o terminale (computer), cursore (mouse), elaborazione testi (word), foglio elettronico (excel), presentazioni (power point), base di dati (database), reti informatiche (internet) e via dicendo. Alcuni si mettono a ridere se si inventano delle parole italianissime in alternativa agli anglicismi; allora, dando retta a questi, conviene adottare sin da subito l’inglese come lingua ufficiale?

Purtroppo solo in Italia e dintorni è conosciuto l’italiano: questa è la ragione per cui non si sente il desiderio di tutelarlo. Qualche segnale di interesse dall’estero c’è: sempre più stranieri affascinati dalla nostra cultura decidono di apprendere il nostro idioma, così come quelle milioni di persone d’origine italiana sparse per il mondo ed anche i preti stranieri della Santa Romana Chiesa devono impararlo per forza, in previsione di una possibile carriera. La lingua italiana fa parte del concetto di nazione e di orgoglio patriottico (valori che ormai non esistono quasi più) per cui andrebbe salvaguardata e protetta dal soffocamento della terminologia estera. Il nostro linguaggio non è altro che un dialetto come molti altri (il fiorentino o il toscano dei grandi letterati) che ha fatto carriera, unificando linguisticamente l’Italia dalle Alpi alla Sicilia: l’uniformità linguistica avvenne in forma completa dopo la diffusione dei televisori e la scolarizzazione di massa.

domenica 12 ottobre 2014

241) IL CINQUANTENARIO DELL’AUTOSOLE

CINQUANT’ANNI FA VENNE INAUGURATA L’AUTOSTRADA DEL SOLE: COSÌ IL NORD E IL SUD DIVENNERO PIÙ VICINI. OGGI LE AUTOSTRADE (VERA DELIZIA PER CHI È APPASIONATO DI MOTORI) CHE CI SONO, SONO INSUFFICIENTI PER L’ODIERNO TRAFFICO, MA LA BUROCRAZIA E I GUASTAFESTE NE RITARDANO L’AMMODERNAMENTO E LA CREAZIONE DI NUOVI TRATTI.



Il 4 ottobre 1964 venne inaugurata in maniera completa l’Autostrada del Sole da Milano a Napoli: furono realizzati quasi 760 chilometri in soli otto anni. Con tecniche ingegneristiche, commutate in ponti, gallerie, viadotti, cavalcavia, furono superati gli ostacoli di madre natura. Cinquant’anni fa il nord e il sud divennero più vicini: prima di allora per andare da Milano a Napoli occorrevano due giorni di viaggio. Allora si era in pieno boom economico, per cui gli industriali, in primis i produttori delle automobili, vollero fortemente l’Autosole: per far decollare in maniera definitiva l’economia e per incrementare il mercato dell’auto, il quale iniziava a ritagliarsi i suoi spazi nella classe media. Le aree di sosta e gli autogrill, specialmente quelli a ponte, divennero delle nuove attrattive per le gite domenicali delle famiglie. Dopo l’Autostrada del Sole vennero realizzate delle nuove grandi arterie simili, molte delle quali nel ricco Nord, dove ce n’era già qualcuna dai tempi del Fascismo, ma anche degli altri rapidi collegamenti Sud – Nord: l’Autostrada Adriatica, la “Napoli – Canosa di Puglia”, i collegamenti tra Roma e l’Abruzzo e la "Salerno – Reggio Calabria" per rompere l’isolomento della regione calabrese, considerata la “terza isola” d’Italia a causa del suo territorio montuoso che rendeva difficile gli spostamenti. Se la creazione dell’Autosole fu un vanto per l’Italia, non si poté dire altrettanto per la "Salerno – Reggio", che ancor oggi rappresenta un grande scandalo: furono sperperati dei fondi pubblici per un’arteria che risultò molto pericolosa e ancor oggi se ne spendono degli altri, una vera gola per le mafie, per degli infiniti ed interminabili lavori di messa in sicurezza.
 
Il traffico di oggi è molto maggiore rispetto al passato per cui le autostrade non sono più sufficienti per contenerlo e quasi ovunque sono presenti dei lavori di ampliamento, che però vanno molto a rilento. Se nel 1960 dopo tre anni venne inaugurato il tratto più spettacolare e difficile da costruire tra Firenze e Bologna, costituito totalmente da viadotti e da gallerie, il suo ampliamento completo avverrà nel 2015, ovvero dopo quindici anni dall’inizio dei lavori. Si cerca dopo più quarant’anni di completare l’Autostrada Tirrenica e per soli quattordici chilometri, la distanza tra Civitavecchia e Tarquinia, da oltre tre anni ancora si è a “carissimo amico”. C’è maggiore burocrazia rispetto al passato, si sono allungati i tempi per reperire i fondi necessari, si impiega minore manodopera e gli oppositori, che mettono sempre di più, i bastoni tra le ruote si sono moltiplicati. Una vecchia legge stabilì negli anni ’70 il divieto di realizzare nuove autostrade, dopo molti anni si riuscì ad abolirla tra l’opposizione di alcuni progressisti in campo politico ma allo stesso tempo regressisti di fatto. Delle grandi vie di comunicazione a scorrimento veloce, senza incroci, semafori, attraversamenti interni dei paesi e delle città, una parte dell’Italia ne è priva o al massimo ci sono le superstrade, con caratteristiche autostradali, senza pedaggi e con aree di soste spartane: vedi la Pontina, la Superstrada Umbra, la Variante Aurelia, le superstrade della Sardegna, ecc. Sono in fase di esecuzione dei progetti fondamentali per renderle più sicure, adatte all’enorme mole dei veicoli che le percorrono e quindi velocizzare i trasporti delle merci: così saranno mutate in delle vere e proprie autostrade. Anche la bretella “Cisterna – Valmontone – Campoverde” gioverà un ruolo indispensabile: sia per facilitare i trasporti del nord industriale della nostra provincia e sia per agevolare gli spostamenti tra l’Autosole e l’Autostrada Tirrenica, evitando così il traffico di Roma che finalmente respirerà. Di strade ce ne sono tante, per una in più cosa cambierà? I danni all’ambiente e all’agricoltura saranno contenuti. Il nord industriale è pieno di bretelle e bretelline, specie il nordovest, che uniscono le principali vie autostradali, creando una vera e propria ragnatela: se hanno ritenuto opportuno realizzarle serviranno.
  


Ancora non mi riprendo dalla mia vacanza estiva, ne sono ancora esaltato: non tanto per i luoghi visitati, comunque bellissimi, principalmente per il viaggio in automobile lungo le autostrade. Con la scusa che bisogna prenotarsi con largo anticipo per avere dei voli aerei a prezzi stracciati, ho scelto felicemente di viaggiare in auto e non mi è parso vero quando mi è stato proposto di non prendere il traghetto per il viaggio di ritorno. Dal momento dell’acquisto dell’automobile avevo sempre desiderato farci un bel viaggio, provarla su dei lunghi percorsi e in delle strade dove si può andare più veloci. Se nell’agosto dello scorso anno mi sono accontentato di unirmi per pochi giorni, insieme a dei miei parenti, ad Ovindoli, Ascoli Piceno, Campo Imperatore ed ero impacciato e timoroso nel percorrere le autostrade d’Abruzzo, quest’anno, nel lunghissimo percorso da me effettuato, tutto era svanito ed ero molto più sicuro e più deciso. Nelle zone interne aride della Spagna c’erano pochi veicoli e si poteva abbassare l’acceleratore, senza esagerare, anche perche i lunghi rettilinei erano rari. Nel percorrere le autostrade della Francia del Sud invece c’era moltissimo traffico e si doveva essere prudenti ed erano lunghe le code dovute a degli incidenti, specialmente all’imbocco dei caselli. Impegnativo e gravoso è stato superare i lunghi autoarticolati sugli altissimi ponti curvi che sovrastano Genova: sembrava che lo spazio della tua corsia fosse stato insufficiente e che quei bestioni avessero potuto stritolarti da un istante all’altro. Fantasticando immaginavo la voce di Gianfranco Mazzoni che commentava la mia corsa e la telecamera che riprendeva l’interno del mio abitacolo: “eccolo che si accinge ad effettuare un doppiaggio, superando facilmente la chicane…” e al momento dei rifornimenti: “escono dal muretto gli uomini Ferrari….”  Peccato che in Formula Uno durante le soste non si possa andare nei servizi igienici, o a mangiare e a bere qualcosa, come fanno i comuni automobilisti. Lasciando stare le metafore e ritornando sulla terra, molti potranno dire leggendo: “come se lo avesse fatto solo lui un lungo viaggio guidando un veicolo!” Per molti altri è la normalità guidare per migliaia e migliaia di chilometri, in particolare per gli autisti, i camionisti e per gli abituali vacanzieri, mentre per me non lo è. Questa mia avventura estiva è stata un importante passo della mia completa maturità, crescita e formazione come uomo: questo esame può essere superato anche guidando per un vastissimo percorso su strada.

martedì 30 settembre 2014

240) LE ATTUALI CRISI INTERNAZIONALI

NO ALLE INTERFERENZE NELLA CRISI TRA RUSSIA ED UCRAINA E SI ALL’INTERVENTO CONTRO IL CALIFFATO ISLAMICO IN IRAQ.


Obama e l’Ue stavano per combinarla grossa: avrebbero voluto scatenare una guerra (probabilmente mondiale) contro la Russia. E poi per quale motivo? Perché avrebbero voluto impicciarsi nelle questioni riservate esclusivamente ai russi e agli ucraini? Non è la stessa popolazione russa di Ucraina a chiedere a gran voce di far parte della Santa Madre Russia? Le interferenze occidentali hanno portato alla sollevazione popolare che ha deposto il Presidente Ucraino filorusso, il quale non intendeva firmare gli accordi commerciali con l’Unione Europea. Già, perché bisogna per forza dire di si all’Europa e ad Angela Merkel. A seguito di ciò la popolazione russofona d’Ucraina ha preferito guardare a Mosca, piuttosto che a Bruxelles e a Berlino e democraticamente ha chiesto l’annessione. La Russia di Putin ha cercato dall’esterno (senza un attacco diretto) di aiutare la propria popolazione dalle violente repressioni dai “nazisti ucraini”, con tanto di fregi sugli elmetti. Occorre ricordare che alcune porzioni dell’Ucraina furono cedute dalla Russia in buona fede nell’ambito dell’Unione Sovietica. Per il momento questa crisi si è spenta: gli Usa e l’Europa dapprima hanno minacciato l’intervento militare, poi tramite i negoziati hanno fatto raggiungere un compromesso, tale tregua scongiura anche il minacciato blocco delle forniture di gas russo. Ma con tutto lo scompiglio creato molti magnati russi si terranno alla larga con i loro investimenti nell’occidente. Obama e Merkel intendevano scherzare col fuoco: la Russia rimane una grande potenza nucleare (non è l’Iraq o l’Iran) che non si fa intimidire da loro. Stava per accadere quello che è stato scongiurato nel lungo periodo della Guerra Fredda. Gli italiani non intendono morire per l’Ucraina; basta ingerenze: lasciamo gli ucraini e i russi a risolvere tra loro le loro questioni private, speriamo pacificamente.




 Se il conflitto russo – ucraino è un fatto riservato esclusivamente ai diretti interessati, lo stesso non si può dire per il Califfato Islamico (Isis) venutosi a creare in vaste aree dell’Iraq e della Siria. I terroristi islamici di rito sunnita perseguitano e uccidono le minoranze islamiche sciite, ebraiche, cristiane ed alcuni occidentali presenti all’interno di quello pseudo stato, inoltre hanno minacciato più volte di occupare l’occidente (Roma compresa) e di ripetere in casa nostra le “nobili gesta” in atto nei territori da loro conquistati. Molto difficilmente questo conflitto scatenerà una guerra mondiale: basteranno dei bombardamenti mirati da parte di una coalizione internazionale di stati (arabi compresi) che consentiranno agevolmente alle truppe di terra di riprendere il controllo e di sconfiggere i terroristi. Ciò che preoccupa di più è il terrorismo internazionale di matrice islamica che cercherà d’infiltrarsi nelle nazioni nordamericane ed europee. Se ad esempio si medita sul traffico illegale di immigrati che è in atto nel Mediterraneo, che quest’anno ha subito un’impennata da record grazie al permissivismo dello Stato Italiano in mano ai cattocomunisti: quanti terroristi sono penetrati in Europa? Quanti di quei miliardi di dollari ricavati grazie a quel traffico umano finiranno in mano
ad Al Qaeda? Rovesciare i regimi di Saddam Hussein e di Gheddafi sono stati dei madornali errori: anche se quelli non erano dei sant’uomini rappresentavano due figure forti, inattaccabili, che tenevano uniti i loro paesi senza farli sfociare nel caos e nell’anarchia odierna. Lo scorso anno stavano commettendo lo stesso errore in Siria quando si intendeva attaccarla per rovesciare il regime di Assad. Fu Putin che fece delle pressioni per scongiurare quell’intervento. Ora che le truppe della Nato se ne andranno dall’Afghanistan, in quella nazione potrebbe istituirsi un altro regime islamico integralista e terrorista legato ad Al Qaeda: non bisogna dimenticare che da lì partirono gli attentati dell’11 settembre 2001. Il Papa stesso, che lo scorso anno istituì una giornata di digiuno e di preghiera al fine di scongiurare l’intervento militare in Siria, si è reso conto che i bombardamenti in atto in Iraq sono l’unica soluzione per prevenire lo sterminio dei cristiani, delle altre minoranze e per evitare che il Califfato arrivi sino a casa nostra.

domenica 21 settembre 2014

239) INTERVISTE

Pansa: "Vi racconto l'Italia in cui tutti, o quasi, gridavano Eia Eia Alalà"

Nel suo nuovo libro Giampaolo Pansa autore del «Sangue dei vinti» ricostruisce l'ascesa del fascismo e il consenso di massa al regime. Che molti dimenticano...

Matteo Sacchi - Mer, 17/09/2014 - 09:41 (Il Giornale)




Si chiama Eia Eia Alalà ed è in libreria da oggi. Se non bastasse il titolo (a caratteri cubitali rossi in stile molto littorio), ci pensa il sottotitolo a spiegare che cosa si può trovare in questo volume (Rizzoli, pagg. 378, euro 19,90) a firma Giampaolo Pansa: Controstoria del fascismo. Pansa infatti, usando l'artificio del romanzo - «a me il lettore piace acchiapparlo per la coda, non annoiarlo a colpi di saggio» - mette i puntini sulle «i» della storia italiana della prima metà del '900 per spiegare che cosa sia stato e come sia nato il Ventennio mussoliniano. Il suo espediente narrativo è partire dalla sua terra e raccontare attraverso le vicissitudini del possidente terriero Edoardo Magni (personaggio di fantasia, ma nel libro ce ne sono molti realmente esistiti) come l'Italia sia diventata, convintamente, fascista. E lo sia rimasta a lungo. Non c'è bisogno di dire, viste le scomode verità venute a galla con i suoi precedenti libri (a partire da Il sangue dei vinti ) e il tema, che la polemica è garantita. E che qualche gendarme della memoria, per usare un'espressione dello stesso Pansa, avrà qualcosa da dire.
Dunque, Eia Eia Alalà. L'urlo di una generazione?
«Non sai quante volte l'ho sentito gridare quando ero bambino ed ero un Figlio della Lupa. Ho anche una foto in cui, piccolissimo, facevo il saluto romano, davanti al monumento ai Caduti. Non ho fatto in tempo a diventare balilla, però. Il regime è caduto prima. E per quanto in casa dei gerarchi sentissi dire peste e corna. Il sottofondo della vita degli italiani era quello lì».
Per questo l'hai scelto come titolo?
«In parte, volevo anche un titolo che cantasse. Che rendesse l'idea di quello che a lungo il regime è stato per gli italiani. L'avventura del fascismo è stata legata all'idea di vincere, di migliorare il Paese. Rende l'idea di quella giovanile goliardia che affascinò molti. Un fascino che iniziò a incrinarsi solo con le orribili leggi razziali e crollò definitivamente solo con gli orrori della guerra».
Non molti hanno voglia di ricordare che il fascismo ebbe davvero una presa collettiva. Tu invece questo lo racconti nel dettaglio...
«Ho voluto fare un racconto senza il coltello tra i denti. Che cosa rimprovero io a storici, anche molto più bravi di me che di solito scrivono su Mussolini? Ma di avere una partecipazione troppo calda, schierata. Io, anche grazie all'invenzione di un personaggio come Magni, invece ho cercato di fare un racconto neutrale. Per chi c'era è un'ovvietà che il fascismo ebbe un consenso di massa. Tutti erano fascisti tranne una minoranza infima. Gli antifascisti erano una scheggia microscopica rispetto a milioni di italiani. Gli italiani ieri come oggi volevano solo un po' di ordine... E Mussolini glielo diede. Ai più bastò».
Tu attribuisci molte responsabilità ai socialisti che favorirono involontariamente il successo del fascismo, regalandogli il potere... A qualcuno verrà un colpo!
«La guerra perpetua tra rossi e neri creava sgomento. Gli scioperi nelle città, ma soprattutto nelle campagne crearono il caos... Si minacciò la rivoluzione senza essere capaci di farla davvero. Si diede l'avvio alle violenze senza calcolare quali sarebbero state le reazioni. E per di più, esattamente come la sinistra attuale, i socialisti erano perpetuamente divisi. Pochi capirono quanto fosse grave la situazione. Tra questi Pietro Nenni, il quale a proposito della scissione comunista del 1921 scrisse: A Livorno è cominciata la tragedia del proletariato italiano».
Però qualche responsabilità la ebbe anche la borghesia italiana, o no?
«Noi non avevamo la tradizione liberale di altri Paesi. Ed eravamo in una situazione economica terribile che a tratti mi ricorda quella di oggi. C'erano dei partiti-casta in cui la gente non si riconosceva e lo scontro tra ceti (o classi) era alle porte... Il nero è nato dal rosso, la paura ha fatto allineare gli italiani come vagoni ferroviari dietro a Mussolini. Non per obbligo, nonostante le violenze degli squadristi. Sono stati conquistati dalla grande calma dopo la marcia su Roma. L'italiano dei piccoli centri, delle professioni borghesi, voleva soltanto vivere tranquillo. Avuta la garanzia di una vita normale e dello stipendio a fine mese, di chi fosse a palazzo Chigi o a palazzo Venezia gli importava poco».
Qualunquismo?
«L'Italia continuava a essere soprattutto un Paese agricolo. Lo sciopero agrario del 1920 rischiò di paralizzare la campagna. Le leghe rosse impedendo la mungitura, nel libro lo racconto, minacciarono di far morire le mucche... Da lì nacque un fascismo virulento e tutto particolare che poi si prese la rivincita. Il fascismo è stato il ritratto di gruppo degli italiani. C'era dentro di tutto. C'erano molte forze vitali e diverse. Poi il criterio dell'obbedienza cieca, pronta e assoluta che tanto propagandava Starace fece sì che nel cerchio di persone più vicine al Duce si andasse verso una triste selezione al ribasso».
In Eia Eia Alalà descrivi la parabola triste di molti fascisti «diversi».
«La scollatura tra italiani e regime iniziò con le leggi razziali, non prima. Lì inizio il male assoluto, la vergogna. Una delle figure più tragiche del libro è Aldo Finzi. Di origine ebraica, aviatore, fascista della prima ora, poi messo ai margini e fucilato alle Fosse Ardeatine. Poi è arrivata la guerra e la rimozione di massa».
Ma davvero vedi così tante assonanze tra l'oggi e l'avvento del fascismo?
«È possibile non vederle? L'unica variante è il terrorismo internazionale. Ed è una variante peggiorativa».




Magdi Allam: l’Italia può essere islamizzata? Il pericolo c’è e vi spiego come affrontarlo

di Priscilla Del Ninno/gio 18 settembre 2014/12:07 (Il Secolo d’Italia)


Il Califfato d’Italia nel 2015: provocazione letteraria, teoria fantascientifica o realtà futuribile? Sicuramente è lo spunto servito a Pierfrancesco Prosperi, noto autore italiano di fantascienza, per ultimare l’ultimo capitolo di una trilogia di romanzi fantapolitici inaugurata nel 2007 con il profeticamente inquietante La moschea di San Marco. Proseguita nel 2009 con La Casa dell’Islam, a cui quest’anno si aggiunge l’antologia Il futuro è passato. La sottile trama nera che collega i tre volumi è chiaramente la minaccia islamica che, nel terzo appuntamento editoriale, arriverebbe a concretizzarsi con la nascita di un Califfato d’Italia già nella prossima primavera. Un’ipotesi possibile? Lo abbiamo chiesto a Magdi Cristiano Allam, giornalista e scrittore egiziano naturalizzato italiano.
«Occorre – ci ha detto – fare due considerazioni fondamentali, la prima di tipo sociale, la seconda di matrice storica. Partiamo dunque da un dato rigorosamente demografico secondo il quale gli italiani registrano ad oggi il triste primato del più basso tasso di natalità in Europa, così come l’Europa, intesa come Unione Europea, accusa il più basso tasso di natalità nel mondo. Una verità tradotta in termini percentuali: 1,2% il tasso di natalità italiano, rispetto all’indice del 2,1% necessario per garantire l’equilibrio demografico. Potendo invece gli immigrati, soprattutto gli immigrati di fede musulmana, contare su un tasso di natalità molto più elevato, non possiamo non tener conto di una sproporzione che rischia di diventare determinante. Una differenziazione già teorizzata peraltro nel recente passato da diversi esponenti politici – dall’allora presidente algerino Boumédiène a Gheddafi – i quali in diverse occasioni hanno pronosticato come, a loro detta, l’islamizzazione dell’Europa sarebbe avvenuta grazie al ventre delle donne musulmane. Detto ciò credo che, in particolare in Italia, siamo ancora lontani da questa prospettiva.
E la seconda considerazione?
Riguarda invece un detto attribuito a Maometto secondo il quale, dopo Costantinopoli, anche Roma verrà islamizzata. Per i musulmani l’islamizzazione di Roma, ossia del centro della cattolicità, del cristianesimo, è considerata come un dato certo di là da venire. E come dicevo poco fa, magari anche pacificamente, semplicemente attraverso l’andamento demografico. Non è un caso allora se oggi per esempio – come da me riportato nella parte finale del mio libro Europa Cristiana Libera – una figura come Yussef Al Qaradawi, noto telepredicatore della rete televisiva Al Jazeera, oltre che esponente di punta dei Fratelli musulmani, in una sua predica si ritrova ad affermare con chiarezza: «Noi conquisteremo Roma senza ricorrere alle armi». E del resto, infine, anche una celeberrima frase di un esponente islamico turco recita: «Con le vostre leggi (rivolgendosi all’Europa) noi vi invaderemo. Con le nostre leggi noi vi sottometteremo».
Quindi come ci si può difendere?
Sono d’accordo su una considerazione con Papa Francesco: noi oggi stiamo subendo la terza guerra mondiale. E su due fronti principali: quello finanziario-economico e quello del terrorismo islamico globalizzato. Basti pensare che, secondo quanto ha dichiarato il ministro dell’Interno Alfano, abbiamo all’interno dei nostri confini almeno una cinquantina di terroristi islamici con cittadinanza italiana, l’80% dei quali sarebbero italiani convertiti all’Islam: abbiamo il nemico in casa. E allora dobbiamo difenderci, innanzittutto spezzando la catena della predicazione dell’odio che nasce all’interno delle moschee e che, attraverso un pericolosissimo lavaggio di cervello, trasforma le persone in robot della morte operative ovunque.
E oltre che “bonificare” le moschee?
Sul fronte esterno dobbiamo militarmente essere presenti nei centri nevralgici del mondo: bisogna andare in Iraq, in Siria, in Libia, in Nigeria, in Somalia, e combattere e sconfiggere i terroristi islamici. Perché o li sconfiggiamo ora, o ce li ritroveremo dentro casa.
E sul fronte intellettuale, quale potrebbe essere il ruolo degli intellettuali, compreso quello dei sostenitori dell’“islamicamente corretto”?
A loro chiederei semplicemente l’atto di umilità di leggere il Corano, di leggere la biografia di Maometto: non chiedo altro…

domenica 31 agosto 2014

238) VACANZA IN SPAGNA

LA SPAGNA PER ALCUNI VERSI È UNA NAZIONE PIÙ TRANQUILLA ED ORDINATA DELLA NOSTRA.


Dopo trent’anni sono tornato in Spagna per la seconda volta. Del primo viaggio, in cui partecipai con la parrocchia di Cori Monte nell’agosto 1984, che comprendeva, oltre a Lourdes e Fatima, le principali città spagnole, non ricordo granché. Ma il mondo è molto cambiato da allora. Quest’anno ho avuto la possibilità di tornare nel paese iberico perché sono stato invitato da un sacerdote del Venezuela che conobbi a Cori e che nel corso degli anni ha mantenuto i contatti con me tramite posta. Questo mio amico si trova a Toledo (che è sede dell’arcivescovo primate di Spagna), che dista da Madrid oltre 60 km, la città in cui sta trascorrendo un anno sabatico.

Ho deciso di partire, munendomi di navigatore satellitare e atlante stradale, imbarcandomi con l’automobile su un traghetto Civitavecchia – Barcellona: dopo una traversata lunga 20 ore, mi attendevano circa 700 km di auto per giungere a Toledo dalla città catalana. Tante domande mi ponevo mentre mi accingevo ad affrontare questo viaggio, il primo della mia vita in cui avevo un ruolo guida e tutto dipendeva da me e che avrei affrontato per alcuni tratti da solo in un paese straniero: ce la farò ad essere all’altezza? Reggerò ore ed ore alla guida di un’autovettura? Erano anche tredici anni che non uscivo dall’Italia; è stata altresì per me la prima volta in cui ho cambiato nazione senza affrontare quello che era il consueto cambio valuta. Arrivato a destinazione sono stato ospitato nella casa dove abita il mio amico, in pieno centro storico della città dichiarata patrimonio mondiale dall’Unesco. Egli ha trovato il tempo da farmi da cicerone nel visitare Toledo e Madrid, allo stesso modo mi ha concesso piena libertà nel fare e nel muovermi come preferivo e nel non farmi influenzare dai suoi impegni e dalle sue restrizioni; così ho fatto quando non poteva accompagnarmi nei giri turistici. Io gli ho portato i prodotti tipici coresi: dolci, olio e vino soprattutto; quest’ultimo è stato tanto apprezzato che lui e qualche altro suo amico se ne sono scolata quasi un’intera damigiana, apprezzando in positivo la sostanziale differenza col vino spagnolo e la tipica sangria. La Spagna è un paese ritardatario: si pranza alle 14:30 e si cena alle 21:30; le analisi del sangue negli ospedali le fanno anche alle 11:00. Ho accompagnato il mio amico in un grande ospedale di Madrid per delle analisi e mi sono reso conto che la sanità pubblica è tutta un’altra cosa rispetto a noi: c’è più ordine e più pulizia. Egli stava per rinunciare ad attendere i referti delle analisi per non farmi perdere tempo; io l’ho invitato a rimanere e la mia insistenza si è rivelata fondamentale. Oltre che sul turismo ho fatto molte domande sulla vita spagnola toccando i temi che di solito affronto qui: povertà in aumento, matrimoni omosessuali, immigrazione, Chiesa, ecc. Mi è stato riferito che la Chiesa, a differenza dell’Italia, in Spagna non ha voce e non gode di tutti i privilegi italiani, c’è anche molto anticlericalismo e i sacerdoti provenienti dall’America - Latina salvano il paese dalla loro diminuzione. Durante la guerra civile moltissimi religiosi vennero trucidati, poi con l’avvento di Franco arrivò la pacificazione.

In un parco mi ha fatto vedere una coppia gay in atteggiamento intimo, invitandomi a non dire niente o mi avrebbero fatto passare i guai con le denunce; io gli ho risposto che erano liberi di fare tutto quello che volevano, l’importante era che non avessero rotto le scatole a me. Molte coppie sodomite che adottano i bambini li portano in chiesa a battezzarli e i preti li battezzano tranquillamente senza dire nulla. Andrea in Spagna, come in altre nazioni, è un nome femminile, l’equivalente maschile è Andrès ed era il nome con cui venivo chiamato certe volte dinanzi ad altri spagnoli, onde evitare che si facessero erroneamente l’idea che anch’io avessi quelle tendenze, non sapendo che in Italia Andrea è sempre stato un nome per uomini. Anche la mamma del mio amico sacerdote mi ha preso per femmina quando per telefono suo figlio le ha detto che doveva arrivare da lui Andrea dall’Italia.

L’immigrazione in Spagna è più controllata ed è gestita meglio: la criminalità straniera è molto minore rispetto all’Italia, di venditori ambulanti abusivi se ne vedono pochini in giro e molto raramente si notano interi quartieri o intere strade nelle città ghettizzate da africani o da mediorientali. Gli immigrati latinoamericani sono moltissimi e si integrano bene nel tessuto sociale spagnolo per lingua, per cultura e per religione; ora però molti se ne stanno andando a causa della grave crisi che attraversa la Spagna; la si nota anche dei tanti mendicanti spagnoli presenti a Madrid. Per lui c’è più rispetto in Spagna che in Italia: mi ha raccontato che una volta a Torino, a causa della sua carnagione olivastra, la polizia gli aveva chiesto i documenti, scambiandolo per un marocchino spacciatore, quando gli agenti si sono resi conto che era un prete venezuelano si sono scusati; ha concluso che se fosse stato oggetto in Spagna di un simile episodio avrebbe potuto anche denunciare le forze dell’ordine per discriminazione. Penso che se le forze di polizia chiedono i documenti hanno l’autorità per farlo e le loro buone ragioni; anche a me potrebbero chiederli e io sarò costretto ad obbedire senza fiatare.


Da noi ormai gli anglicismi imperversano e ormai nessuno pensa a tradurli più; al contrario in Spagna trovano dei nomi spagnoli corrispondenti per ogni parola inglese di uso comune: ad esempio la Champions League è la Liga de Campeones. Le metropolitane di Madrid hanno ben dodici linee: ho domandato come mai non fossero presenti i cartelli “attenzione ai borseggiatori”, mi hanno guardato male come per dire “ma che bestemmia stai dicendo?” I ritardi dei treni e degli autobus sono rari.

Secondo me la parte negativa della Spagna è dal punto di vista ambientale: quando si attraversano al suo interno le autostrade intorno c’è soltanto della terra arida, non si intravede una coltivazione o un paese per molti chilometri, è per quello che hanno le terre a disposizione per due tipi di autostrade, gratuite (autovia) e a pagamento (autopista). Queste ultime sono salatissime e la gente che è ignara rimane fregata, rendendosi conto del perché erano così vuote. Al contrario nelle autostrade (e nelle ferrovie) italiane si notano bei paesaggi: campi coltivati, paesi arroccati su delle alte cime, spettacolari viadotti, lunghe gallerie e il prezzo del pedaggio è accettabile.

Al ritorno non ho preso il traghetto, ho fatto tutto il percorso in auto con a fianco il mio amico che ho accompagnato sino in Piemonte, dove trascorrerà una vacanza presso dei suoi cari conoscenti. Sono stato felice di effettuare questo tragitto, anche se è stato più costoso: in questo modo la mia vacanza è stata più movimentata ed emozionante. Abbiamo allungato il percorso perché ho chiesto di deviare per Lourdes, che avevo desiderio di rivedere dopo un trentennio esatto. Nel paese francese dei Pirenei ho assistito ad un rosario notturno e l’indomani di buon mattino anche ad una messa celebrata da un vescovo italiano (la zona della cattedrale sembra una colonia italiana), mentre il mio compagno di viaggio ha concelebrato un’altra messa. Siamo ripartiti in direzione della Costa Azzurra, dopo un estenuante percorso di dodici ore siamo arrivati a vicino Nizza, ci siamo fermati in un posto dove il mio amico ha trascorso la convalescenza a seguito di un’operazione, perché desiderava salutare delle sue conoscenze. Il giorno dopo nel primo pomeriggio siamo arrivati nella meta finale del mio amico: un piccolo borgo agricolo piemontese dove egli era atteso da una famiglia molto gentile di trapiantati in Piemonte da altre regioni, successivamente ripartirà per la Spagna con l’aereo. Anch’io sono stato ospitato per un paio di giorni e ne ho approfittato per recarmi a Torino. Infine è arrivato il momento dei congedi e dei saluti finali al momento della ripartenza alla volta di Cori. Ho ringraziato tutti, che a loro volta mi hanno chiesto di avvertirli quando sarei arrivato a casa. Sono sceso attraverso il versante tirrenico, evitando così di percorrere l’Autostrada del Sole. L’autostrada tirrenica, che dovrebbe essere congiunta alla Roma – Latina, è ancora in alto mare (c’è una superstrada come la Pontina), ma qualcosa si sta muovendo tra Civitavecchia e Tarquinia.

Durante i lunghi viaggi in auto bisogna tenere alta la guardia, rimanendo concentrati, così avviene nei tratti molto trafficati, mentre nei percorsi con pochi autoveicoli c’è il rischio del colpo di sonno, che è sempre in agguato. Per vincere ciò bisogna ingerire molti caffè e delle bevande energetiche, è altresì importante un buon riposo prima di mettersi alla guida. Ho sentito dei sensi di angoscia e di tristezza ripensando a qualche raro errore o distrazione fortunatamente senza conseguenze. Ma arrivato alla mia meta finale, con soddisfazione potevo dire di avercela fatta ad affrontare con le mie forze un viaggio così lungo con l’auto, superando brillantemente il “battesimo del fuoco”. Quando si parte non si vede l'ora di tornare, quando si torna si prova nostalgia e si vorrebbe partire nuovamente. Tempo e soldi permettendo.