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sabato 28 maggio 2011

94) LA STAGIONE CALCISTICA 2010 – 2011


  • Competizioni internazionali:
Vincitore Supercoppa Europea: Atletico Madrid (Spa)
Vincitore Mondiale: Inter (Ita)
Vincitore Champions League: Barcellona (Spa)
Vincitore Europa League: Porto (Por)

 

 
  • Competizioni italiane:
Vincitore Supercoppa italiana: Inter
Vincitore Coppa Italia: Inter
 

Classifica finale Serie A



Verdetti:
Vincitore scudetto: Milan (18° titolo).
Qualificate alla Champions League: Milan, Inter, Napoli e Udinese (preliminari).
Qualificate Europa League: Lazio, Roma e Palermo.
Retrocesse in Serie B: Sampdoria, Brescia e Bari.

  

 
Il 77esimo articolo del blog riguarda l’analisi di metà campionato, l’altra metà tutto sommato non ha registrato sorprese colossali rispetto alla prima parte, tranne che per l’Udinese, in positivo, e per la Sampdoria, in negativo: quest’ultima ha pagato a caro prezzo le cessioni di Cassano e di Pazzini. La sorpresa del Palermo è stata la finale di Coppa Italia, non tanto il piazzamento in Europa, perché recentemente vi era già approdato, classificandosi nelle giuste posizioni del campionato. Il Milan all’andata era la squadra che aveva limitato i danni tra le grandi, nel girone di ritorno ha dimostrato di essere la squadra più forte, non subendo cali di rendimento e strameritando il 18° scudetto. L’Inter, dopo il brutto avvio, in pieno inverno sembrava dovesse insediare il primato del Milan, ma dopo lo scontro milanese ha abdicato con onore; si è consolata con la Supercoppa Italiana e con il Mondiale, entrambi i titoli sono stati conquistati dall’allenatore Benitez, il cambio di panchina (Leonardo allenatore) è servito soltanto a migliorare di un pochino il rendimento in campionato e a conquistare l'ennesima Coppa Italia. Grande è stata la stagione del Napoli (il quale dopo più di 20 anni tornerà in Coppa Campioni), conquistando un prestigioso 3° posto e mettendo in discussione il primato del Milan a poche giornate dal termine: anche in questo caso è stato decisivo lo scontro diretto con i rossoneri all’inizio del girone di ritorno. La Lazio avrebbe meritato qualcosa in più del piazzamento in Europa League: per poche reti di differenza in Champions è approdata un Udinese in crescente rimonta. Ai biancocelesti sono mancati gli attaccanti cui rifinire le giocate del regista Hernanes e in primavera, per proprie ingenuità e per decisioni arbitrali discutibili, ha perso tutte le sfide decisive, che stava dominando, contro Napoli, Inter, Udinese e Juventus: non meritava assolutamente di perdere contro nessuna delle squadre citate. Avrebbe potuto concludere al secondo posto, ma ciononostante rimane discreta la stagione laziale. Non è stata positiva la stagione della Roma: la squadra era partita con ben altre ambizioni rispetto all’Europa League, che non avrebbe assolutamente conquistato senza tutti quei rigori a favore; i maligni sostengono che la società sia stata aiutata per far bella figura con i nuovi acquirenti e per non lasciare troppi debiti. Quei santi in paradiso (San Luciano fra tutti) non li ha più la Juventus, alla sua 4a stagione fallimentare (quella appena trascorsa è stata la più disastrosa tra le menzionate), tra una girandola infinita di allenatori e tra soldi bruciati, ce ne vorrà ancora di tempo per ritrovare la mentalità vincente e per scalzare i nuovi padroni del calcio italiano, spendendo ancora (inutilmente).

martedì 10 maggio 2011

93) SULLA FESTA DELLA MADONNA DEL SOCCORSO 2011

 FESTA DELLA MADONNA DEL SOCCORSO 2011


E’ sempre particolarmente difficile programmare queste feste, quindi si apprezzano l’impegno e la passione di coloro che sacrificano il loro tempo libero per l’organizzazione. Tuttavia vorrei esporre alcune critiche. La gran parte dei soldi sono stati impiegati per il concerto di Amedeo Minghi, sopprimendo alcuni pilastri portanti della festa, come la banda musicale nella processione e i fuochi d’artificio. Io e molte altre persone avremmo preferito ascoltare un cantante di minor costo, così da non lasciare dei buchi nella festa. Nel libretto del programma si pubblicizzano le molte iniziative dell’Associazione “Cori nel Mondo”, prima fra tutte il concerto dei Pooh del prossimo Luglio: magari mettendo solo il programma della festa con gli sponsor maggiori si sarebbe risparmiato nelle spese della tipografia. La gente si aspetta che i propri soldi vengano impiegati esclusivamente per lo svolgimento della festa, poi se alla fine avanzeranno si adopereranno in altre iniziative. La processione senza banda musicale è triste: la musica serve a mettere un tono di magnificenza e di onoranza nell’evento e dà serenità alle molte persone afflitte da mali fisici e interiori. Il tradizionale canto della festa “Evviva sempre viva” (che si cantava come ringraziamento per una grazia ricevuta), tipico del giorno del Soccorso, sta sparendo, mi auguro che le parrocchie non vogliano far perire questa tradizione, rilanciandolo, così la memoria non morirà.



Arrivo della processione in Piazza Signina


 


Arrivo dell'immagine della Madonna nel Suo Santuario


 


Offerta dei ceri dei rioni da parte delle autorità comunali


 


Concerto Amedeo Minghi in Piazza Signina



N.B.: chi fosse interessato a visionare gli altri filmati sulla festa può visitare il canale YouTube Andlucable.

mercoledì 4 maggio 2011

92) DIO, PATRIA E FAMIGLIA

 

Dietro ai grandi eventi di questi giorni, dalla beatificazione di Wojtyla al "compleanno" d’Italia, c’è l’eterno ritorno dei valori della tradizione.

Se il mondo riscopre Dio, patria e famiglia
 di Marcello Veneziani

La beatificazione del Papa e la fol­la dei devoti a Roma, l’intervento in Libia e il compleanno d’Italia, il matrimonio nella famiglia rea­le inglese in mondovisione, il ri­nato patriottismo Usa dopo la morte di Bin Laden. Quattro even­ti planetari in una sola settimana hanno riacceso in forme diverse le luci su un’antichissima trinità: Dio, patria e famiglia. Era da tem­po che non si rivedevano insie­me.



Che fine hanno fatto Dio, patria e famiglia? Sono stati per secoli l’orizzonte di vita e di senso dei popoli, poi si sono ritirati nel ruolo di bandiera ideale per movimenti conservatori e tradizionali. Ora sanno di arcaico e finito, servono più per etichettare posizioni antiquate altrui che per rivendicare le proprie. Con che cosa furono sostituite? Potremmo rispondere con nulla, o con il nulla eretto a orizzonte. O, storicamente, che furono sostituite con libertà, eguaglianza e fratellanza. O più semplicemente che furono barattate con l’individuo, i suoi diritti e la libertà sovrana di sentirsi cittadino del mondo, senza legami a priori. Sembra impossibile pensare a Dio, patria e famiglia. Chi li vive non li pensa e chi li pensa li ritiene già morti. Eppure Dio, patria e famiglia occupano ancora il pensiero supremo di metà umanità e la loro orfanità è avvertita come un vuoto dall’altra metà. Dio, patria e famiglia popolano i pensieri reconditi, i ricordi e i rimorsi più forti, animano l’arte,il sogno e la letteratura,resistono come nostalgia e sentimenti. Perché occupano rispettivamente la sfera del pensiero e della fede, della vita pubblica e civile, della vita intima e sentimentale. Si chiamano in modi diversi; per esempio senso religioso, senso comunitario e senso delle radici. L’uomo ha tre dimensioni originarie, che sono la sua umanità, la sua natura e la sua cultura: la dimensione verticale che ci spin-ge a tendere verso l'alto, la dimensione orizzontale che porta a situarci in una comunità e la dimensione interiore che induce a ritrovarsi nelle origini. In questo triplice viaggio verso il cielo, la terra e le radici, ci imbattiamo in figure e presagi che richiamano Dio, patria e famiglia. E se fosse necessario ripensarli e riviverli nel nostro presente e nel futuro prossimo? Se nascessero dalla loro scomparsa la presente disperazione, il cinismo e gli abusi, le paure e le chiusure? Se avessimo bisogno di quell’orizzonte per essere uomini e per legarci davvero tra noi? Davanti alla tabula rasa bisogna tornare all’abc.


Come si possono pensare oggi Dio, patria e famiglia con la sensibilità del presente, senza tornare al passato? In primo luogo attraverso la libera scelta, nessun automatismo imposto da natura o storia, autorità o legge. Ma una libera e radicale scommessa tra caso e destino, tra libertà di assegnare significato o no all’origine, ai nostri legami, al nostro senso del sacro e del divino. Abbiamo bisogno di dare un senso alla vita, riconoscendovi un disegno intelligente; poi di avvertire un luogo come la nostra casa, la nostra matrice; quindi di nutrire legami speciali di comunità e tradizione.


In secondo luogo dobbiamo risalire dalla buccia al midollo, all’essenza di quel senso religioso, comunitario e delle origini. Con amore totale per la verità, costi quel che costi, non cercando coperture retoriche e rassicuranti bugie. È onesto pensare che le forme storiche, lessicali e rituali in cui si manifestano Dio, patria e famiglia possano morire e mutare. Ma il tramonto di alcune fedi secolari, di convinzioni e strutture, non significa la fine di quegli orizzonti e del nostro bisogno. È importante distinguere tra le forme che passano e i contenuti che restano; capire cosa salvare, cosa rigenerare e cosa lasciar morire.

In terzo luogo, oggi Dio, patria e famiglia vanno pensate non solo in loro presenza ma anche in loro assenza, attraverso la loro mancanza, e gli effetti che questa produce. Non possiamo negare che si tratta di princìpi sofferenti, sempre più cagionevoli e incerti. Non possiamo chiamarci fuori, fingere una purezza che non abbiamo; dobbiamo saper riconoscere che nella loro penuria ci siamo dentro anche noi, fino al collo; scontiamo anche noi cadute e incoerenze. Non ci sono incontaminati guardiani dell’ortodossia e dell’osservanza; anche noi esitiamo e spesso voltiamo le spalle. Dunque, nessuna pretesa di superiorità e di purezza rispetto agli altri; sia questa ragione di realismo e umiltà popolare.


In quarto luogo va tenuto a mente che nessuno può imporre il monopolio, il primato, l’esclusiva, del suo Dio, della sua patria e della sua famiglia. Amare Dio, patria e famiglia non vuol dire negare quelli degli altri; ma rispettarli tutti, a partire dai propri. Se neghi il Dio, la patria e la famiglia degli altri, neghi i tuoi. Se neghi ogni dio, ogni patria e ogni famiglia, neghi l’umanità, la dignità e l’identità tua, altrui e del mondo da cui provieni. Chi rinfaccia gli orrori compiuti in nome di Dio patria e famiglia, confonde la malvagità umana con i pretesti in cui è stata rivestita nei secoli. Anche la libertà, l’uguaglianza, la fraternità e i diritti umani sono stati usati per imporre il terrore giacobino, le dittature comuniste, il fanatismo ateo; contro Dio, patria e famiglia.

Infine, i corollari: via la cupa ortodossia, meglio l’ironica leggerezza. Via la scolastica ripetitiva, meglio l’educazione popolare a quei principi. Via il superbo individualismo o la sua variante settaria, meglio iscriversi nell’alveo popolare di un comune sentire e di una tradizione provata dall’esperienza.

Non so se questo basterà per rigenerare nel tempo presente e in quello che viene l’amor patrio,familiare e divino. Ma non vedo altro all’orizzonte che meriti di suscitare passioni ideali e nulla che ricordi davvero la storia e la vita autentica, la cultura e la natura dell’uomo. Se fosse questo il compito ideale e civile, politico e morale di oggi? Pensateci, perlomeno. Per non morire nemocristiani, cioè figli di nessun cristo.


Fonte: Il Giornale

domenica 1 maggio 2011

91) IL GIORNO DI GIOVANNI PAOLO II BEATO


Nel giorno della beatificazione di Giovanni Paolo II, al secolo Karol Wojtyla, non poteva mancare un mio personale omaggio ad un grande papa e ad un grande uomo. In alcuni miei versi sono un po’ scettico e perpesso: mi sono attenuto al racconto della tradizione e della credenza cattolica per magnificarlo e glorificarlo.




A GIOVANNI PAOLO II



Guerre, deportazioni, campi di sterminio, (1)
col crudele occupante sterminatore,
un magnifico divin richiamo fulmineo
colpì nella cava Karol, poeta e attore.

Egli su degli altri palcoscenici recitò, (2)
dove disseminò la sua “bella poesia”,
con la sua pietra la Chiesa consolidò:
nei posti che doveva esser spazzata via.

Il suo suolo e tutti gli est europei (3)
da quell’ateismo atroce ed omicida
erano oppressi, di devozione erano rei,
e al secondo mondo lanciò la sfida.

Col secondo segreto il popol è rinato, (4)
della Signora dal Suo prezioso feto:
il turco mortal proiettile ha deviato
e con esso pure il Suo terzo segreto.

Amor, solidarietà, dialogo e perdono, (5)
negli anni della sofferenza e malattia,
contro fame, odio e fanatismo; in dono
ricevette da tutto il mondo simpatia.

Così chi raccoglierà sulle terre arate (6)
sicuramente troverà la conversione;
non è così sulle nostre secolarizzate:
il concetto economico fa da padrone.

Alla fine scelse un Tedesco Successor, (7)
superando le ferite di guerra perfino
e dei polacchi verso i tedeschi il rancor:
può essere un disegno d’amor divino!
 

Andrea Lucarelli ottobre 2006 


PROSA 

(1) In giovane età, nel mezzo a tutti gli orrori della guerra, il giovane Karol Wojtyla, il quale lavorava nelle cave di pietra per sfuggire alla deportazione e che per passatempo era poeta ed attore, maturò la sua vocazione al sacerdozio.

(2) Le sue esperienze di vita gli servirono per la sua missione di sacerdote, vescovo, cardinale e papa: fu una novità che pur, non avendo molto carisma e spirito organizzativo, rinnovò radicalmente la Chiesa Cattolica e la difese dai molti assalti, tendenti a demolirla. 

(3) Il secondo mondo era il mondo facente riferimento all’Urss, il primo mondo faceva riferimento agli Usa, il terzo ai paesi non allineati; oggi quando si sente la parola terzo mondo si pensa ai paesi malfamati. Il regime dichiaratamente ateo ed ostile alla religione, nella sua terra e nelle altre nazioni dell’est, tentò di cancellare il culto, ma egli non si fece intimorire e quando, a sorpresa, fu eletto al soglio di Pietro godè di una posizione tale da permettergli di contrastare apertamente quei sistemi. Il movimento operaio Solidarnosc in Polonia nacque sulla sua spinta. 

(4) I segreti della Madonna di Fatima, diffusi per rilanciare la religione, lo hanno riguardato: il secondo segreto, per la tradizione cattolica, parlava della diffusione dei regimi atei e della loro fine. Il terzo dell’uccisione di un papa; ma quest’evento è stato scongiurato grazie alla Vergine Maria, la quale, secondo Giovanni Paolo II, gli salvò la vita dai colpi di arma da fuoco, sparati dal turco Alì Agca su ordine dei servizi segreti bulgari . 

(5) Una volta caduti i regimi comunisti, negli ultimi anni della sua vita, nel colmo delle sue sofferenze fisiche, si dedicò ai problemi del terzo mondo e del fanatismo religioso: coinvolse i paesi ricchi nell’aiuto e invece di reagire con durezza al fondamentalismo islamico incrementò il dialogo. Così si guadagnò la simpatia di tutti. 

(6) Sperando che ciò che seminò dia gli sperati frutti: per prima cosa la conversione. Tutto il contrario accade nei paesi opulenti, tradizionalmente cristiani, dove il progresso, il consumismo sfrenato e l’eccessivo capitalismo, fanno sì che la gente non senta più il bisogno di sentirsi appartenere alla religione.

(7) La fine si ricollega all’inizio: nel momento in cui diede indicazione nella scelta del suo successore, di un tedesco, cui non c’entra nulla con la guerra, ma il suo popolo era stato la causa di tanta sofferenza per i polacchi. Riconciliazione e perdono erano stati i pilastri della sua vita, che adottò anche in punto di morte.  




INNO NAZIONALE POLACCO

L'inno fu composto da un esule polacco che nei primi dell'800 si trovava in Italia: un altro elemento che accomuna l'Italia alla Polonia, oltre naturalmente a Giovanni Paolo II, nei 2 paesi le idee di unità ed indipendenza si diffusero grazie a Napoleone. Nell'inno polacco si parla della terra italiana; nell'inno nazionale italiano si parla del sangue italiano, del sangue polacco e del sangue cosacco.

sabato 23 aprile 2011

90) RIFLESSIONI PASQUALI


NONOSTANTE TUTTO BUONA PASQUA


Riguardando il mio blog agli esordi traspariva una persona troppo nostalgica, che non si riconosceva nel presente, timorosa del domani, per cui correva a rifugiarsi nel passato. Sembra passato un secolo da quegli inizi: quella persona oggi affronta con determinazione e sicurezza il presente, lotta, combatte, per far sì che il futuro sia a sua misura e come egli lo vorrebbe, secondo le sue visioni. Indietro ha continuato a guardare: le glorie passate corredate di trepidazioni o le tragedie della sua terra non le ha trascurate affatto: le imprese dei garibaldini, l’inno Msi, in omaggio ai caduti, gli accendono un fuoco dentro che ardono il suo sangue e il tutto è molto più importante di amenità, come l’ultimo modello di cellulare, oppure come le cilindrate ed i cavalli delle motociclette e delle automobili. Ha altresì la sensazione che si metta nei guai per le molte verità scomode che denuncia, si chiede: “come è possibile? Che mi leggano?” Sarebbe facile abbandonare questo blog, in cui uno ci mette faccia ed identità, crearsene un altro in incognito e non pubblicizzarlo tra le proprie conoscenze. Ma non può tradire il motto di Pound: “se un uomo non è disposto a correre dei rischi per le sue idee, o le sue idee non valgono niente o non vale nulla lui”. Perciò si andrà avanti sino alla fine.

Non sembra neanche che si parli a vanvera: negli ultimi giorni nelle elezioni in Finlandia il partito xenofobo e euroscettico dei veri finlandesi ha compiuto un balzo micidiale divenendo la terza forza politica di quel paese nordico e in Ungheria la maggioranza parlamentare di destra ha redatto ed approvato la nuova costituzione ultraconservatrice. Tra le caratteristiche della nuova carta ungherese, spicca il cristianesimo quale religione di stato. Oggi la gente nella cosiddetta “società civile” tende a ridere dello “sua religione” e di qualche suo caposaldo, come la quaresima, i digiuni del giorno delle ceneri e del venerdì santo, poi quando arrivano natale o pasqua si bacia dandosi gli auguri: ma gli auguri di che cosa? Al contrario, se le stesse persone si trovassero di fronte qualche ospite musulmano che praticasse il ramadan lo rispetterebbero. Le parole Islam e ramadan sono estranee ai nostri vocabolari, le parole cristianesimo e quaresima no di certo. Le altre religioni si apprezzano quando si visitano i paesi dove sono radicate, si rispettano anche qui, l’importante è che non si vogliano imporle anche agli altri, magari sognando di trasformare San Pietro a Roma o il Duomo di Milano in delle moschee, oppure di farsi saltare in aria, così col martirio dei miscredenti si accederà in un fantasioso paradiso.

Questi assalti alla nostra religione, fanno ritrovare in noi l’orgoglio dell’appartenenza: la Religione Cattolica Apostolica Romana, è la religione d’Italia, è la religione degli italiani! In queste ore è al culmine della sua liturgia: la morte e la risurrezione di Gesù Cristo! I suoi fedeli vi sono giunti dopo oltre un mese di sacrifici quaresimali: dal giorno delle ceneri al venerdì santo. Nella ricorrenza delle ceneri si è partiti col piede sbagliato nella messa parrocchiale del dopo cena: molti tra coloro che si sono recati in chiesa hanno posteggiato le loro auto nella parte di Piazza Signina che immette nel centro storico, dove non si potrebbe parcheggiare; tanto i vigili già non dicono nulla di giorno, figuriamoci la notte. Una piccola pecca che era doveroso segnalare e un augurio di una buona e serena pasqua per tutti i lettori.

sabato 9 aprile 2011

89) LA GUERRA E GLI SBARCHI




  • Cambi di opinione
Anni fa un militante di sinistra rimaneva disgustato e sconvolto dagli articoli che scrivevo sulla politica, sull’immigrazione e sull’integralismo islamico; mi fermava per strada, dicendomi quale fosse la sua opinione e dove avevo sbagliato. Quella stessa persona oggi non crede più nella politica e non va più a votare; un giorno di questi mi ha fermato: era arrabbiatissimo per via di tutto quello che sta accadendo nell’isola di Lampedusa, per coloro che sbarcano, pretendono, appiccano incendi e insomma fanno i padroni a casa nostra. Dicendomi che la gente non ne può più (hanno tutti due p….così): abbiamo il 30% di disoccupazione giovanile (e non), non possiamo più permetterci di accogliere chi arriva con indosso abiti griffati, chi ha dato agli scafisti 2000 €, chi butta il cibo che gli viene dato perché per lui non va bene e i delinquenti che approdano perché fuggiti dalle carceri. Ha inoltre parlato di nuove assunzioni (non ricordo precisamente dove), che hanno riguardato principalmente arabi e gente dell’Europa dell’est e soltanto 10 italiani. Ha criticato i vescovi e tutti i perbenisti, per lui si deve accogliere solo chi fugge dalla guerra, ha elogiato la Lega Nord (che macello se ci fossero stati i papalini, i democristiani al governo!) ma allo stesso tempo ha messo in guardia dalla possibilità dell’avanzata dei movimenti neonazisti in Italia e in tutta Europa (in qualche paese del nord ciò già sta accadendo) e in contrapposizione nei paesi arabi avanzerà l’integralismo islamico. 
 

  • Analisi sul lavoro
È stato un colloquio interessante e sensato: ancora una volta si dimostra che le mie teorie, più volte diffuse, non fossero poi così malate e paranoiche. Non erano neanche teorie di odio o di razzismo, ma solo degli inviti a riflettere e a fare attenzione a certe politiche. Molte persone non hanno problemi di impiego, sia nel settore terziario che secondario; appunto nelle industrie inizia a diffondersi, da noi ancora in piccolissima percentuale, la manodopera straniera. In un paese come Cori, quando c’è la possibilità che apra una nuova attività (una piccola industria o una grande attività commerciale) il comune dà l’autorizzazione e poi a lavorare ci vanno tutti i protetti dei membri dell’amministrazione comunale (mentalità tipica del “profondo sud”): tutti italiani, coresi; gli immigrati nel nostro paese lavorano tradizionalmente nell’agricoltura e nell’edilizia. Nelle altre realtà di ampie proporzioni, come le città industriali della Pianura Pontina, si inizia a non fare più la distinzione tra italiano e straniero per il posto di lavoro; sino a qualche anno fa si privilegiavano gli italiani, se non se ne trovavano allora si ricorreva agli stranieri, come accade oggi nel settore agricolo ed edile. Possono nascere e possono diffondersi anche così il razzismo e la xenofobia. La vita, così dorata per i molti militanti di sinistra e delle azioni cattoliche, non lo è più per larghi strati della popolazione italiana. Si va ancora avanti grazie ai genitori, che hanno superato i settanta e sono stati i protagonisti del miracolo, dello sviluppo economico: tutto quello che hanno accumulato negli anni d’oro ora lo impiegano per mantenere i loro figli, sposati e non. Ma questi genitori non sono eterni: che cosa sarà se la situazione attuale persisterà quando non ci saranno più? I loro figli e i loro nipoti saranno costretti a fare quello che oggi snobbano per le eccesive fatiche che si intravedono all’orizzonte? Se non lo faranno dovranno darsi alla delinquenza per sopravvivere. Come fa oggi qualche tunisino appena arrivato, che è fuggito dal centro di accoglienza e che viene arrestato perché sorpreso a spacciare droga. È la logica conseguenza della politica dell’accoglienza sfrenata e senza limiti, anche se non c’è richiesta di lavoro. Il governo ha dovuto faticare non poco per trovare un accordo con la Tunisia, dove non c’è più un governo forte, ha preferito trattare piuttosto che usare le maniere forti, alzando la voce. La linea buonista prevale sempre, pure con la Lega Nord al governo: sono stati concessi i permessi temporanei con la speranza leghista che i tunisini si recheranno negli altri paesi europei, dove sembrano intenzionati a non farli entrare. 
  • Rivoluzioni nordafricane e conseguenze
Non ci volevano proprio per noi queste sommosse nel Nord Africa, libiche soprattutto. Con la Libia avevamo fatto gli accordi per lo sfruttamento dei gas naturali e il contrasto all’immigrazione illegale: sono sfumati entrambi. Oggi tutti fanno finta di non conoscere Gheddafi, ieri in tutto il mondo si faceva la fila per incontrarlo. Con le incursione aeree della Nato e al termine del confitto gli altri si prenderanno le risorse naturali, noi prenderemo l’immigrazione selvaggia, che oggi accettiamo volentieri per il perdurare della guerra, nonostante gli altri non vogliano aiutarci. Ovviamente mi dispiace per le tragedie del mare e per le navi che affondano: in quel caso la colpa non è di nessun governo (anzi l’Italia è l’unico paese che soccorre le barche in mare) ma è solo di chi specula sulla pelle di quelle persone. Sono attacchi, quelli Nato, senza né capo, né coda: l’alleanza non attaccherà via terra, Gheddafi non sembra indebolirsi e i presunti massacri operati del dittatore non trovano riscontro. Che ci sia dietro la mano francese nelle ribellioni, visto che il  Presidente della Francia non vedeva l'ora di far partire i suoi aerei militari? Berlusconi, il quale non partecipa alle incursioni, non ha potuto dire di no all’America e agli alleati nel concedere le basi aeree: avrà avuto timore che gli avrebbero fatto fare la fine di Craxi, che a Sigonella nel 1985 disse di no agli Usa; ma il Presidente del Consiglio attuale avrebbe potuto farlo, visto che ormai anche per l’età i fatti suoi se li è fatti, Craxi allora ancora era in auge. Bisognerà guardarsi le spalle e temere vendette di Gheddafi, tramite attacchi di terroristi. Queste operazioni militari non sembrano interessare particolarmente i pacifisti di sinistra, anzi stavolta è a destra che il pacifismo c’è, per gli ovvi motivi: perché in futuro si profilerà uno scenario nero per tutta l’area del mediterraneo.

martedì 29 marzo 2011

88) D'ALEMA FARNETICA


D'ALEMA: "VOGLIO 30 MILIONI DI STRANIERI IN ITALIA"

di Mattias Mainiero


 
Per la verità, noi qualche sospetto lo avevamo sempre avuto. Guardatelo: capelli neri, ora avviati a diventare bianchi, occhi neri, baffetti, carnagione non propriamente svedese. Sembra un nordafricano, che non è un insulto: constatazione di indiscutibili tratti somatici. Adesso, per sua stessa ammissione, ne abbiamo la conferma: Massimo D’Alema è un immigrato. Viene dalla Tunisia o forse dalla Libia. Non sappiamo di preciso. Potrebbe anche essere algerino. Comunque, chi pensava ad un’origine sovietica, sbagliava: Africa del Nord. Un giorno di tanti anni fa, un suo antenato salì a bordo di una barca, che però non era un comune barcone di disperati. Date le passioni e le tradizioni, doveva essere un’elegante imbarcazione a vela di nome Ikarus comprata in cambio di sette tappeti, tre cammelli e un Veltroni d’epoca. Allora i leasing si facevano così. Oggi Veltroni non lo vuole più nessuno. I D’Alema sbarcarono a Lampedusa, e non finirono in un centro di accoglienza. Risalirono la Penisola, si iscrissero al Pci e fecero carriera. Il resto lo conoscete: Massimo divenne presidente del Consiglio (quello italiano, non tunisino) e oggi è presidente del Copasir. E ieri ha voluto svelare le sue origini: «Sono un immigrato di trentesima generazione». In attesa dell’espulsione, ecco la cronaca della confessione.

Sultano Max ha parlato alla prima Conferenza nazionale del Pd sull’immigrazione. Era vestito all’occidentale, ma non lasciatevi ingannare: il cuore, come sempre, era tutto sull’altra sponda del Mediterraneo, tra i connazionali. Ha detto che alla solidarietà non deve essere posto alcun limite. Tutti gli immigrati che arrivano da noi - ha spiegato - devono essere considerati rifugiati. Non bisogna andare «a vedere da dove vengono. Bisogna accoglierli temporaneamente, poi magari negoziare con gli altri Paesi per un rientro assistito». Sbarcate e noi vi spalancheremo coste e centri di ospitalità. Oggi, e anche domani, perché il nostro futuro è l’Africa. Dice il Sultano, e noi non gli crediamo: «Nei prossimi 15 anni, se l’Europa vorrà mantenere un livello demografico ragionevole e avere un decente sviluppo economico, avrà bisogno di almeno altri trenta milioni di immigrati». Dobbiamo presumere, visti i ragionamenti di D’Alema e la posizione geografica dell’Italia, che i trenta milioni sbarcheranno tutti a Lampedusa con il beneplacito del Pd. Poi, magari, gli altri Paesi, dopo aver opportunamente negoziato, se ne prenderanno due o tre mila. Non siamo certi se ai restanti ventinove e passa milioni penserà direttamente D’Alema o un suo incaricato. Ma non ha importanza. Alì Baffin è convinto. Convinto che il governo Berlusconi abbia sbagliato («la Francia sa quel che vuole, noi no»). Convintissimo che l’intervento militare in Libia abbia già prodotto effetti positivi («l’offensiva di Gheddafi contro il suo popolo è stata fermata»). Ultraconvinto che ciò che sta avvenendo a Lampedusa sia sempre colpa del governo («se li avessimo accolti decentemente, non si sarebbero neanche visti»).

D’Alema, si sa, è uomo dalle grandi e forti convinzioni, anche quando commette grandi errori e anche quando pensa di trasformare Roma e Milano in una succursale di Tunisi e Tripoli. Ma voi non dovete avercela con lui. Alì parla col cuore. Comprendetelo: anche se l’Ikarus non è un barcone, le origini sono quelle.

Ha spiegato D’Alema: «Non esiste il ceppo etnico del popolo italiano. Siamo una mescolanza di razze che si è venuta formando nel corso dei secoli. Basta andare in giro per vedere diverse fisionomie e riconoscere i tratti originari dei nostri concittadini». Loro, per esempio, i D’Alema, non hanno nulla a che fare con normanni e longobardi: «Se noi dovessimo dividerci sulla base del ceppo etnico, io dovrei mettermi con Alim Maruan. Non ci vuole molto a capire che ci sarà voluto qualche secolo prima che il figlio di Alim diventasse D’Alema». La qual cosa, ripetiamo, di per sé non è un male né un bene. È solo l’origine, e può aiutarci a capire certi innamoramenti. Questione di fratellanza. Ne prendiamo atto e giriamo la domanda a voi: ma ad Alim Maruan D’Alema, noi italiani, dobbiamo dare il permesso di soggiorno o rispedirlo a casa?


sabato 19 marzo 2011

87) UNA GIORNATA INDIMENTICABILE

 IL MIO 17 MARZO 2011


In bellezza giunge al termine questa lunghissima parentesi dedicata al Risorgimento e al 150° anniversario dell’Unità d’Italia, parlando di come io abbia vissuto quella giornata speciale, la quale non lo è stata solo per me ma anche per la stragrande maggioranza degli italiani.



L’ITALO RISORGIMENTO


Il sublime concetto d’unità prese parte
alla caduta dell’opprimente aristocrazia:
da oltralpe fu importato dal Bonaparte,
con la libertà e il tricolor dell’Italia mia;
di riscatto dall’oppressor soffiò il vento:
fu l’ITALO RISORGIMENTO!

Risorgi Italia, da straniere oppressioni!
Un sol stato, un re: un sogno s’avverò!
Risorgi, da regionalismi e da divisioni!
E per chi, per te, con il sacrificio pagò!
Risorgi con grande vigore e fermento:
fu l’ITALO RISORGIMENTO!

Mazzini, Cavour, Vittorio Emanuele
artefici furon, e i “Milleun Garibaldi”;
magnificò l’imprese l’imponente stele
che esaltò quei giovin guerrieri baldi:
da tutta la penisola fu un movimento
per l’ITALO RISORGIMENTO!

Al novello stato come degna capitale
scelta fu senza dubbi la Città Eterna:
lode o infamia il Potere Temporale?
Ma d’Italia tornò ad esser la lucerna:
per riviver un’era ed il compimento
dell’ITALO RISORGIMENTO!

Che fu con Trento e Trieste redente;
il nostro intero paese ne fu ‘l nunzio.
Quel “letterato superuomo nascente”,
volando, fu pei Viennesi “d’annunzio”
della fine del nostro assoggettamento
e dell’ITALO RISORGIMENTO!

Parlar di ciò oggi è peccato mortale;
la bandiera d’Italia cadde nell’oblio:
si espose la rossa al corteo sindacale.
Cerca di dissotterrarla, grazie a Dio,
il Presidente, con quel cambiamento
che fu ITALO RISORGIMENTO!

Andrea Lucarelli ??? 2002







Come dicevo un po’ per tutti è stato un giorno indelebile, anche per coloro che, politicamente parlando, non potevano sentir parlar di patria e di roba del genere. A qualcuno alcuni anni fa, incontrandolo in privato (sapete, le persone che si incontrano nelle piazze o nei caffè, dove si discute del più e del meno), non piacquero affatto i versi riportati di sopra, i quali resi di pubblico dominio. Oggi quel qualcuno di allora in veste ufficiale, orgogliosamente ed in tono fastoso magnifica quel periodo di riscatto italiano e riesuma addirittura il cimelio alzabandiera fascista; se l'avesse fatto il suo predecessore...........


Ma naturalmente tutto fa piacere: la bandiera dell’Italia e l’inno nazionale sono delle cose sacre, straordinarie, che ognuno porta dentro il cuore, non sono soltanto emblemi della nazionale di calcio o delle squadre olimpiche, come lo sono stati per lunghissimi anni. Ci si sente assediati e si teme che la nostra Italia ce la portino via o non sarà più come l’abbiamo conosciuta fino ad adesso: tra immigrazione, Lega Nord e Unione Europea. La gente comune ha affollato la messa solenne celebrata appositamente, a Santa Maria degli Angeli a Roma, per la ricorrenza, insieme alle più alte cariche dello stato, anche io sono riuscito ad entrare (ovviamente dopo aver assistito alle cerimonie al monumento dei caduti di Cori), cercando invano di andare il più avanti possibile (non è stato proprio come assistere alla messa dopo la Processione del Soccorso a ridosso delle autorità comunali coresi), però ero sistemato in modo tale da vedermi sfilare da vicino i politici al termine della messa: il Presidente della Repubblica, i ministri, i senatori, i deputati, il sindaco capitolino, il presidente della Provincia di Roma; il Presidente del Consiglio era uscito da un'altra parte, forse perché gli avranno sconsigliato eccessivi contatti con la folla. La messa solenne celebrata in questa prestigiosa occasione, la riconciliazione definitiva tra stato e Chiesa è stata sancita; la gente sapeva pregare e cantare: uno si aspettava i soliti vociferi di coloro che non frequentano molto le messe e in codesta occasione hanno partecipato solo per il gusto di vedere dal vivo i personaggi della televisione. Per un giorno ho visto Roma in spiriti diversi, patri e spirituali,  non è stata quella città di cui la vedevo sotto tutte le vesti, tranne che nei suoi valori legittimi. C’erano tanti tricolori: nelle strade (molte delle più importanti sono state trasformate in isole pedonali), nell’abbigliamento della gente e nelle vetrine. Facendo crepare l’avarizia e per un giorno le restrizioni quaresimali mi son permesso un ricco pranzo per far festa, ma capite si trattava dei 150 dell’Italia unita, il prossimo compleanno solenne ci sarà tra 50 anni e chissà se io……., se io……..ci sarò ancora! (finalmente ho trovato il coraggio). 

Ho visitato il monumento simbolo del Risorgimento, ma si poteva arrivare sino alla Dea Roma e alla tomba del milite ignoto, da Vittorio Emanuele a cavallo e al museo non si poteva andare, poco male, già c’ero stato lo scorso anno. Ebbero una bella idea a realizzare quel colossale monumento nella capitale d’Italia: per noi e per i posteri dei prossimi secoli è e sarà il simbolo d’Italia e delle lotte per l’unione; sempre se……….(stavolta non ho il coraggio di proseguire). A mio personale ricordo di quella giornata non poteva mancare un’istantanea che ovviamente avrà un posto d’onore nel mio personale album degli eventi principali della mia vita e qui sul blog. Di solito sono molto restio nel mettere le mie immagini  personali in internet, ma visto che sono ben camuffato mi identificherà solo chi mi conosce: per il 150° dell’Unità d’Italia faccio un’eccezione, comportandomi, in modo elementare e nella semplicità, come lo scolaretto in gita scolastica e a cui l'insegnante dà il tema sulle cose che ha visto! Nel corso di questo 2011 non mancherà di certo una visita a Torino, la città che ha fatto l'Italia: sarebbe molto bello andarci il prossimo 18 giugno, al raduno nazionale dei bersaglieri, nel giorno dell'anniversario della fondazione del corpo nel 1836.

giovedì 17 marzo 2011

86) L'UNITA' D'ITALIA

 
L’UNITA’ DOPO 1400 ANNI DI DIVISIONI

Il Risorgimento Italiano, ciò quella fase storica e quei processi che portarono l’Italia dopo circa un millennio e mezzo ad essere una nazione unica ed indipendente, prese avvio con la Rivoluzione Francese: senza di essa non ci sarebbe mai stato il riscatto italiano. Quando Napoleone invase l’Italia portò nelle penisola gli ideali di uguaglianza, libertà e fratellanza; gli italiani, senza naturalmente far mancare l’avversione verso l’invasore, li mantennero dentro di loro dopo la fine dell’Impero di Napoleone. Il tricolore italiano, ispirato a quello francese, fu la bandiera della libertà e dell’unità. Ci pensate che gran momento fu? Dopo secoli e secoli di sottomissioni, invasioni, privilegi di pochi, si trovò finalmente il coraggio di porre fine a tutto, ridestarsi e pensare di tornare alla grandezza dell’Italia antica, schiava di Roma, la quale per prima unificò la penisola italiana e la cispadania: “bastone tedesco l’Italia non doma/non crescono al gioco le stirpi di Roma…..la terra dei fiori, dei suoni e dei carmi/ritorni qual era la terra dell’armi…”  Versi tratti da “L’Inno di Garibaldi” La causa della nostra gloria medievale e rinascimentale, nell’arte, nella letteratura e nella musica, è stata un po’ la nostra rovina perché smettemmo di essere guerrieri per immetterci nel campo artistico ed arrivarono coloro più furbi di noi che ci sottomisero, in combutta con i nobili locali. I potentati locali nelle rare occasioni che sbaragliarono gli eserciti stranieri (a Legnano la Lega Lombarda contro Federico Barbarossa, nei Vespri Siciliani e in altre circostanze) hanno sempre rinunciato all’idea di costituire uno stato unito per non perdere gli antichi privilegi, così come la Chiesa, la quale non si sognava minimamente di rinunciare al potere temporale e nessuno si sarebbe mai permesso di andarvi contro, sino all’arrivo degli illuministi. Nel 476 d.c., cioè alla data tradizionale della fine dell’Impero Romano d’Occidente, l’Italia mantenne l’unità entrando a far parte del Regno degli Ostrogoti, fu mantenuta anche con la riconquista bizantina, ma comandavano sempre gli invasori in entrambi i casi. Nel IV secolo l’unità territoriale iniziò a disintegrarsi con l’invasione dei Longobardi, dopo arrivò Carlo Magno che inaugurò il nuovo impero, comprendente tra l’altro l’Italia centrosettentrionale. Nel Centro Nord dopo gli Imperi e le lotte tra guelfi e ghibellini arrivarono i comuni e le signorie; il sud invece si costituì in uno stato unitario, allorquando i normanni sbarcarono in Sicilia cacciando gli arabi, sul continente scacciarono i bizantini, riunendo sotto un unico regno i ducati longobardi con le terre liberate e costituendo il Regno di Sicilia, che poi sarà il Regno di Napoli e infine il Regno delle Due Sicilie.

QUESTIONE E PROBLEMA MERIDIONALE

Fu per secoli uno stato molto arretrato, basato sul latifondo, dominato dalla Spagna e non fu certo quello stato modello, all’avanguardie su cui si basano le teorie degli antirisorgimentali e dei nostalgici (senza peraltro averci mai vissuto o aver conosciuto quella realtà). Adorano un reame in cui se solo chiedevi diritti, pane, costituzioni ecc. venivi incatenato o ti uccidevano. Il centro nord essendo stato diviso in signorie, ducati, principati era più florido per il semplice fatto che ogni sovrano voleva lasciar traccia della propria grandezza attraverso l’arte, l’artigianato, le maestranze. Al momento dell’unificazione del paese il nord aveva il 50% della popolazione analfabeta, quella percentuale al sud toccava addirittura il 90%, le ferrovie al nord erano moltissime, al sud c’era solo la prima realizzata in Italia, la “Napoli – Portici”. I bilanci statali del sud erano in attivo per il semplice fatto che i sovrani non spendevano nulla, comprese le spese per lo sviluppo. Se il Regno delle Due Sicilie fosse stato uno stato così all’avanguardia, efficiente, non si sarebbe certo fatto distruggere da poco più di mille sventurati, a cui si aggiunsero molti locali e in tutte le città liberate i liberatori furono accolti con entusiasmo dalla popolazione. I briganti esistevano da secoli, il fenomeno si ingrossò con l’arrivo dei piemontesi, perché erano manovrati dai Borbone in esilio: tutti parlano delle stragi compiute dai piemontesi ma non rammentano gli eccidi compiuti dai briganti sui soldati e sulla popolazione. Oggi qualcuno del sud elogia il regio esercito che pose fine al fenomeno del brigantaggio. Però è vero che i “redentori” non fecero nulla per lo sviluppo del sud, per la sua arretratezza, per l’estrema povertà e per porre fine alle disuguaglianze sociali: questa fu l’unica nota stonata del Risorgimento. Si vorrebbe trasformare un riscatto millenario in una sconfitta, allora che dire della Rivoluzione Francese, di cui la moderna società ne è figlia? Anche in quel caso ci furono migliaia di morti e di massacri: sarebbe stato meglio senza, così ancora oggi ci sarebbero le monarchie assolute, i privilegi dei nobili, del clero e la miseria per il resto della popolazione? Nel 1946 il sud, al referendum istituzionale, votò compatto per la monarchia: significa che non vi era più traccia degli avvenimenti successivi all’unità. Negli altri stati preunitari la situazione non era migliore: vi sarebbe piaciuto vivere nella Roma papalina dove venivano tagliate le teste agli oppositori politici?

IL RUOLO DELLA CHIESA E DEL PIEMONTE

L’elezione del pontefice Pio IX fu salutata con entusiasmo dai liberali italiani, in lui riponevano molte aspettative, alcuni addirittura auspicavano una confederazioni di stati sotto la sua guida. Il Pontefice in un primo momento aderì alle lotte: inviò addirittura un corpo di volontari nella I Guerra di Indipendenza, nominò dei ministri laici nel suo governo, concesse riforme; successivamente non se la sentì più di mettersi contro una nazione cattolica come l’Austria, per le sommosse dovette fuggire a Gaeta e così a Roma venne proclamata la Repubblica Romana, con l’intento di unirvi tutta Italia. L’esperimento fallì per le potenze straniere che intervennero e repressero nel sangue i tentativi di resistenza dei volontari giunti da tutta Italia. I ducati e i granducati nell’Italia settentrionale erano degli stati fantocci in mano all’Austria - Ungheria, il Lombardo - Veneto era parte integrante di quell’impero, solo il Piemonte godeva di una certa autonomia, per cui era visto da tutti come l’unico in grado di muoversi contro il principale ostacolo all’unione dei popoli italici. Il sovrano del Regno, Carlo Alberto di Savoia, per via della sue indecisioni e dei suoi ripensamenti era detto il Re Tentenna, tuttavia fu il primo in Italia a concedere la costituzione, così da porre fine alla monarchia assoluta ed entrando in netto contrasto con gli altri membri di Casa Savoia già nel 1821, quando da reggente anticipò lo Statuto Albertino del 1848, che fu soppresso al ritorno del legittimo sovrano Carlo Felice. Le speranze dei liberali italiani erano riposte tutte in Carlo Alberto, il quale nel 1848 intraprese la campagna militare contro l’Austria con l’apporto dei volontari giunti da tutta Italia: il piccolo Piemonte cosa poteva mai fare contro un grande impero? Alla sua sconfitta Carlo Alberto, da uomo d’altri tempi, cercò invano la morte in battaglia e rifiutò di obbedire agli ordini di Radetzky, il quale imponeva di abrogare lo statuto (“Mai!” – esclamò l’abdicante sovrano- “la nostra stirpe conosce la strada dell’esilio, non quella del disonore!”). Alla salita al trono di Vittorio Emanuele II, si capì che da soli non si poteva far nulla, allora il nuovo capo del governo, Camillo Benso Conte di Cavour, intraprese la strada della diplomazia per garantirsi l’appoggio delle potenze europee. Ciò avvenne con la partecipazione del Piemonte alla guerra di Crimea e lo stato si avvicinò alla Francia: ebbe un ruolo decisivo nelle mediazioni la Contessa di Castiglione, la quale fu inviata da Cavour a “trattare” con Napoleone III. Quest’ultimo più che ad aiutare l’Italia pensava a sostituire l’egemonia austriaca con quella francese e il prezzo dell’aiuto sarebbero state Nizza e Savoia, terre di Garibaldi e della casa regnante. “La mia anima è in lutto! Se il re si rassegna a perdere la sua terra, io non mi rassegno a perdere la mia!” - esclamò il generale. Per Cavour Nizza era una pretesa assurda. A Solferino e a San Martino i franco – piemontesi sconfissero gli austriaci, guidati dal loro imperatore in persona, e cedettero la Lombardia; Cavour entrò in collisione col Re, che in combutta con Napoleone III aveva firmato l’armistizio, rinunciando a liberare il Veneto, si dimise, esclamando che egli era il vero re. Ci son volute tre vittorie straniere per fare l’Italia unita: Solferino, Sodowa e Sedan; l’unica impresa (e che impresa!) italiana fu la spedizione dei mille: in quel momento si capì che era possibile realizzare uno stato solo, rinunciando all’idea della confederazione guidata dai Savoia al Nord, dal Papa al Centro e dai Borbone al Sud perché si pensava che fosse un sogno impossibile realizzare una sola Italia. 17 marzo 1861: l’Italia vide la luce senza un quarto di territorio di quella odierna, dieci anni più tardi fu completa con l’annessione del Veneto nel 1866 e del Lazio nel 1870, in entrambi i casi grazie ai Prussiani. I piemontesi e i lombardi furono i principali protagonisti delle lotte per l’indipendenza, erano anche le regioni più avanzate ed istruite di uno stato povero, analfabeta e contadino, dove la lingua italiana era parlata solo dai pochissimi istruiti; la Grande guerra sarà la prima occasione di incontro e la televisione unificherà il linguaggio da nord a sud. A tal proposito ho questo interessante editoriale del primo numero del Corriere della Sera, pubblicato a Milano (città che riassaporava la libertà dopo secoli di dominazioni spagnole prima e austriache dopo) nel febbraio 1876:

1° NUMERO CORRIERE DELLA SERA

"Pubblico, vogliamo parlarci chiaro. In diciassette anni di regime libero tu hai imparato di molte cose. Oramai non ti lasci gabbare dalle frasi. Sai leggere fra le righe e conosci il valore delle gonfie dichiarazioni e delle declamazioni solenni d'altri tempi. La tua educazione politica è matura. L'arguzia, l'esprit ti affascina ancora, ma l'enfasi ti lascia freddo e la violenza ti dà fastidio. Vuoi che si dica pane al pane e non si faccia un trave d'una fessura. Sai che un fatto è un fatto ed una parola non è che una parola, e sai che in politica, più che nelle altre cose di questo mondo, dalla parola al fatto, come dice il proverbio, v'ha un gran tratto. Noi dunque lasciamo da parte la rettorica [sic] e veniamo a parlarti chiaro.
Non siamo conservatori. Un tempo non sarebbe stato politico, per un giornale, principiar così. Il Pungolo non osava confessarsi conservatore. Esprimeva il concetto chiuso in questa parola con una perifrasi. Ora dice apertamente: "Siamo moderati, siamo conservatori". Anche noi siamo conservatori e moderati. Conservatori prima, moderati poi. Vogliamo conservare la Dinastia e lo Statuto; perché hanno dato all'Italia l'indipendenza, l'unità la libertà, l'ordine. In grazia loro si è veduto questo gran fatto: Roma emancipata da' papi che la tennero durante undici secoli. [...]
Siamo moderati, apparteniamo cioè al partito ch'ebbe per suo organizzatore il conte di Cavour e che ha avuto finora le preferenze degli elettori, e - per conseguenza - il potere.[...] L'Italia unificata, il potere temporale de' papi abbattuto, l'esercito riorganizzato, le finanze prossime al pareggio: ecco l'opera del partito moderato.
Siamo moderati, il che non vuol dire che battiamo le mani a tutto ciò che fa il Governo. Signori radicali, venite tra noi, entrate ne' nostri crocchi, ascoltate le nostre conversazioni. Che udite? Assai più censure che lodi. Non c'è occhi più acuti degli occhi degli amici nostri nel discernere i difetti della nostra macchina politica ed amministrativa; non c'è lingue [sic] più aspre, quando ci si mettono, nel deplorarli. [...] Gli è che il partito moderato non è un partito immobile, non è un partito di sazi e dormienti. È un partito di movimento e di progresso.
Sennonché, tenendo l'occhio alla teoria, non vogliamo perdere di vista la pratica e non vogliamo pascerci di parole, e sdegniamo i pregiudizii liberaleschi. E però ci accade di non voler decretare l'istruzione obbligatoria quando mancano le scuole ed i maestri; di non voler proscrivere l'insegnamento religioso se tale abolizione deve spopolare le scuole governative; di non voler il suffragio universale, se l'estensione del suffragio deve porci in balia delle plebi fanatiche delle campagne o delle plebi voltabili [sic] e nervose delle città. [...]
[Conclusione] A' giornali dello scandalo e della calunnia sostituiamo i giornali della discussione pacata ed arguta, della verità fedelmente esposta, degli studi geniali, delle grazie decenti, rialziamo i cuori e le menti, non ci accasciamo in un'inerte sonnolenza, manteniamoci svegli col pungolo dell'emulazione, e non ne dubitiamo, il Corriere della sera potrà farsi posto senza che della sua nascita abbiano a dolersi altri che gli avversari comuni".

MORTE DEI PROTAGONISTI AD UNIONE COMPIUTA

La corrente politica di Cavour, la Destra Storica, fu la protagonista dell’unificazione, proprio in quegli anni (quandò uscì il Corriere), a causa della tassa sul macinato, cedette il potere alla Sinistra Storica di Agostino Depretis. La città più rappresentativa venne fatta capitale per rivivere il mito e la grandezza di un tempo (In Piazza del Quirinale arrivano di corsa i reggimenti, i bersaglieri, la cavalleria. Le case si coprono di bandiere. Il popolo si getta tra i soldati plaudendo” Edmondo De Amicis). Cavour in punto di morte nel 1861 confessandosi esclamò: “padre, padre, libera chiesa, in libero stato!” Negli ultimi mesi di vita in stato di sofferenza pensò appunto a Roma, al Veneto, al Tirolo, alla Dalmazia, ma riteneva che già era stato fatto moltissimo e al seguito ci avrebbe pensato un’altra generazione (l’unione completa ci sarà appunto nel 1918). Garibaldi rinunziò alle faraoniche offerte del Re, fu solo eletto senatore, una volta annesse Venezia e Roma, le sue fisse, le sue ossessioni, che lo avevano fatto entrare in guerra addirittura con i soldati piemontesi, si ritirò a Caprera, dove l’eroe dei due mondi visse serenamente gli suoi ultimi anni di vita in pace, e soddisfatto, prima di spegnersi nel 1882. Giuseppe Mazzini morì nel 1872, anche egli dopo aver visto nascere un’Italia che non gli piaceva in quanto l’avrebbe preferita repubblicana. Vittorio Emanuele II, il Re Galantuomo, il Padre della Patria, se ne andò nel 1878; esclamò all’annessione di Roma: “l’Italia è libera e una: ora non dipende che da noi che farla grande e felice!” 



LE TAPPE DELL’UNITA’ D’ITALIA

1797– a Reggio Emilia, con l’arrivo di Napoleone Bonaparte e l’istituzione della Repubblica Cisalpina, nacque la futura bandiera italiana, di colore verde, bianco e rosso, ispirata alla bandiera rivoluzionaria francese.
1815–  Congresso di Vienna e Restaurazione delle monarchie assolute in tutta Europa e in un Italia, frammentata e dominata direttamente o indirettamente dall’Austria. Nacque la società segreta della Carboneria, il cui motto era “liberare la foresta dai lupi”.
1821 -  concessione delle costituzioni nel Regno di Napoli e in Piemonte, a seguito di sommosse popolari, ma dopo un po’ vennero ritirate per l’opposizione della Santa Alleanza Europea, repressioni terribili delle potenze straniere, specialmente nella Sicilia separatista, impiccagioni di Silvati e Morelli, arresto di Silvio Pellico. Guglielmo Pepe e Santore di Santarosa si salvarono con la fuga.
1830– fallita sommossa di Ciro Menotti nel Ducato di Modena e condanna a morte.
1831– l’esule Giuseppe Mazzini fondò l’associazione Giovine Italia a Marsiglia. L’aderante Jacopo Ruffini, arrestato a Genova, si suicidò per non far nomi.
1834– fallita insurrezione di Ramorino, su ordine di Mazzini, in Savoia; per la disgregazione della Giovine Italia Mazzini fondò a Berna la Giovane Europa.
1842– il compositore e musicista Giuseppe Verdi compose il Nabucco, in cui si denunciava di nascosto la situazione italiana. Stessa cosa aveva fatto anni prima Alessandro Manzoni con il libro I Promessi Sposi.
1844– i fratelli Bandiera, sperando nell’aiuto della popolazione, si introdussero in Calabria per provocare sommosse, ma vennero traditi, catturati e fucilati.
1846– elezione di Pio IX al soglio pontificio: sovrano illuminato e liberale concesse riforme e nominò ministri laici per poi ripensare a tutto. Nello stesso periodo il sacerdote, filosofo e politico piemontese Vincenzo Gioberti nella sua opera “Primato Civile e Morale degli Italiani” auspicava la creazione di una confederazioni di stati italiani sotto la guida del Sommo Pontefice.
1847– Goffredo Mameli compose il Canto degli Italiani, futuro inno nazionale italiano, il quale fu musicato da Michele Novaro.
1848– rivolta di Palermo guidata da Ruggero Settimo, anche Napoli insorse e Ferdinando II fu costretto a concedere la costituzione. In Piemonte a furor di popolo fu osannato il sovrano illuminato Carlo Alberto, che concesse lo statuto, che diverrà la legge fondante del futuro Regno d’Italia, e la libertà di stampa. Rivolta di Milano (le cinque giornate), rivolta di Venezia, guidata da  Daniele Manin, che si proclamò indipendente dall’Austria, fuga di Pio IX a Gaeta.
1848 – 49 – Prima Guerra d’Indipendenza: Carlo Alberto, Re di Sardegna (e Piemonte), dichiarò guerra all’Austria, approfittando delle rivolte e mettendosi a capo dei liberali italiani, per la prima volta gli eserciti adottarono la bandiera italiana con lo stemma dei Savoia. 50.000 soldati, di cui 7.000 forniti da Pio IX, 16.000 dal Re di Napoli e molti studenti toscani, vinsero a Pastrengo e raggiunsero Verona, controffensiva austriaca comandata da Radetzky, che presidiava il quadrilatero (Peschiera, Mantova, Legnano, Verona), eccidio degli studenti toscani a Curtatone e a Montanara. Vittoria piemontese a Goito e sconfitta decisiva a Custoza. Ritorno all’Austria di Milano e Venezia, fuga di Garibaldi e di altri volontari (in futuro saranno i cosiddetti “Cacciatori delle Alpi” dalle suggestive camice rosse) in Svizzera. Dopo 7 mesi i Piemontesi ci riprovarono e furono sconfitti a Novara, Ramorino (quello di Mazzini) venne fucilato per tradimento. Brescia si ribellò e fu denominata “la leonessa d’Italia”, reazione austriaca che massacrò più di 1.000 persone. Carlo Alberto abdicò in favore di suo figlio Vittorio Emanuele II e andò in esilio ad Oporto, dove morì poco dopo.
1849– a seguito della fuga di Pio IX a Roma venne proclamata la Repubblica Romana, con a capo il triunvirato Mazzini- Saffi-Armellini. Reazione francese in soccorso del papa e furiosi combattimenti a Villa Spada, al Gianicolo e al Vascello: accorsero in difesa della repubblica Garibaldi, Manara, Mameli, gli ultimi 2 persero la vita. Fuga di Garibaldi e degli altri esuli a Venezia per difenderla e morte di Anita Garibaldi, moglie del generale, durante il viaggio. Fucilazione a Cesenatico di Ciceruacchio (con i suoi 2 figli), Livraghi e Ugo Bassi, esuli della repubblica.
1852– a Valletta di Belfiore vennero impiccati alcuni mazziniani: Carlo Poma, Bernardo Canal, Giovanni Zambelli, Angelo Scarsellini, Tito Speri e Pier Fortunato Calvi; erano guidati dal sacerdote Enrico Tazzoli.
1854– il giovane Presidente del Consiglio, Camillo Benso Conte di Cavour, inviò un contingente di bersaglieri, comandati da Alfonso Lamarmora, in Crimea, affiancando Inghilterra e Francia, e sconfissero il nemico russo presso Sebastopoli. Al Congresso di Parigi il piccolo Piemonte mise sotto accusa l’Austria e suscitò simpatie.
1857– Carlo Pisacane penetrò in nave a Sapri, con 300 persone, per tentare una sommossa, la popolazione si schierò dalle parte dei Borbone e li massacrò con l’appogio dei soldati, quando tutto era perduto Pisacane si suicidò (“eran trecento, eran giovani e forti e sono morti” La Spigolatrice di Sapri)
1858– Felice Orsini, ultimo difensore della Repubblica Romana e mazziniano, organizzò un attentato a Parigi contro Napoleone III che fallì e fu condannato a morte. Incontro a Plombières tra Cavour e Napoleone III, in cui si decise la guerra contro l’Austria – Ungheria.
1859 – Seconda Guerra d’Indipendenza: alleanza del Regno di Sardegna con la Francia e dichiarazione di guerra all’Austria – Ungheria, vittorie decisive dei franco – piemontesi, forti di 180.000 soldati, a Palestro, Magenta, Solferino, San Martino e ingresso trionfale dei sovrani Vittorio Emanuele II e Napoleone III a Milano; annessione della sola Lombardia al Regno di Sardegna.
1860– a Torino si inaugurò la VII legislatura con i rappresentanti della nuove regioni: Lombardia, Toscana ed Emilia; queste ultime 2 regioni si sollevarono contro i loro sovrani, i quali vennero cacciati, e con dei plebisciti chiesero di entrar a far parte del Regno, per contropartita a tutto ciò bisognò cedere Nizza e Savoia alla Francia. In maggio partenza da Quarto di 1072 volontari, i quali si imbarcarono, guidati da Garibaldi, per liberare il Regno delle Due Sicilie, certi dell’appoggio della popolazione: sbarco a Marsala in Sicilia, primo scontro vittorioso contro le truppe borboniche a Catalafini, con un tranello si aggirarono i nemici e si arrivò in una Palermo sguarnita, apporto dei picciotti siciliani, che si unirono ai mille, e si liberò il resto della Sicilia. Garibaldi si proclamò dittatore in nome di Vittorio Emanuele, passò lo Stretto di Messina e sul continente batté ripetutamente i borbonici, entrando trionfalmente in una Napoli festante. Vittoria decisiva dei garibaldini sul fiume Volturno, riscattando una precedente sconfitta, fuga del Re delle Due Sicilie Francesco II a Gaeta; frattanto i piemontesi scesero dal nord, sconfissero le truppe pontificie, occupando Marche e Umbria. Incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II presso Teano, consegna del defunto regno borbonico al sovrano e assalto finale alla roccaforte di Gaeta. Garibaldi, consigliato dal re, rinunciò alla presa di Roma perché era sotto protettorato francese e si ritirò momentaneamente a Caprera, senza volere gli ori e gli allori che avrebbe voluto concedergli il sovrano. Nello stesso periodo ci furono violente repressioni in Sicilia: contadini uccidevano i proprietari terrieri, per sedare le sommosse Garibaldi inviò Crispi, il quale non fu certo tenero con i rivoltosi.
1861– 17 marzo: il parlamento a Torino, all’inizio dell’VIII legislatura e con i rappresentanti delle regioni liberate, proclamò solennemente il Regno d’Italia, re venne proclamato Vittorio Emanuele II; il paese aveva 22 milioni di abitanti e una superficie di 260.000 m2, restavano fuori il Lazio e le Venezie. Pochi mesi dopo a Torino morì Cavour, che fu tra l’altro il primo Presidente del Consiglio d’Italia.
1862 – Garibaldi, intenzionato a prendere Roma, con alcuni volontari sbarcò in Calabria per proseguire verso la città eterna, ma fu fermato da una guarnigione piemontese in Aspromonte e rimase ferito. Il governo italiano non poteva mettersi contro la Francia, per cui in quel momento aveva rinunciato alla liberazione di Roma per farla capitale.
1861 – 1865– fenomeno del brigantaggio nell’Italia meridionale: i briganti, spronati dal governo borbonico in esilio, si diedero alla guerriglia assaltando e compiendo massacri sui soldati piemontesi, i quali risposero molto duramente sino a reprimere completamente il fenomeno. Ci furono vittime tra i civili.
1865 – trasferimento della capitale d’Italia da Torino a Firenze, proteste da parte dei torinesi che auspicavano di perdere il primato di prima città d’Italia solo in favore di Roma.
1866Terza Guerra d’Indipendenza: alleanza tra Italia e Prussia, quest’ultima era intenzionata ad unificare la Germania, e guerra contro l’Austria per l’appropriazione del Veneto e del Trentino. Sconfitte italiane a Custoza in terra e a Lissa in mare, solo Garibaldi in Trentino salvò l’onore dell’Italia a Bezzeca, ma puntando su Trento con un telegramma gli fu ordinato di fermarsi per l’armistizio: infatti i prussiani avevano rifilato una sonora batosta agli austriaci a Sodowa. Il Veneto entrò a far parte del Regno d’Italia.
1867– Garibaldi non si rassegnò alla presa di Roma, il governo italiano lo fece arrestare per

prevenzione; a Villa Gori i fratelli Cairoli vennero sconfitti dopo aver risalito il Tevere. Garibaldi fuggendo riuscì a penetrare nel Lazio con alcuni volontari, ma venne sconfitto a Mentana dai francesi.
1869– Concilio Ecumenico (Concilio Vaticano I) indetto da Pio IX: stabilì l’infallibilità del papa in materia di fede. Sommosse contadine nella Romagna e nelle Marche represse sanguinosamente.
1870– sconfitta francese a Sedan per mano prussiana, caduta di Napoleone III e ritiro della guarnigione a difesa di Roma; gli italiani, approfittando, entrarono trionfali a Roma, aprendo una breccia a Porta Pia. Il papa non accettò le offerte “degli usurpatori” (Leggi delle Guarentigie), lanciando scomuniche si chiuse in Vaticano e si considerò prigioniero dello stato italiano. Inaugurazione a Firenze del nuovo parlamento comprendente anche i rappresentanti del Lazio.
1871– Roma divenne capitale del Regno d’Italia.
1872– morte di Mazzini a Pisa.
1878– morte di Vittorio Emanuele II e di Pio IX a Roma.
1882– morte di Garibaldi a Caprera.
1918 – a seguito della vittoria italiana nella Prima Guerra Mondiale il Trentino, il Sud Tirolo e la Venezia Giulia entrarono a far parte dell’Italia.

                                                                                                      
Italia 1920                                                                                Italia oggi