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giovedì 22 novembre 2012

162) IL FRATELLO DI ANTONIO GRAMSCI



Mario Gramsci

Nel settantesimo della morte di Antonio Gramsci, vogliamo dedicare queste poche righe alla memoria di un uomo che seppe vivere e morire per le sue idee.

Non ci riferiamo ad Antonio, il pensatore e leader comunista, ma a suo fratello Mario dimenticato da tutti perché ebbe la sventura di vestire la camicia nera.

Più giovane di dodici anni, Mario Gramsci aderì al fascismo al ritorno dalla prima guerra mondiale che combatté con il grado di sottotenente.

A nulla valsero i tentativi del fratello Antonio di convincerlo ad abbandonare la fede fascista per aderire a quella comunista, non ci riuscirono neppure le bastonate dei compagni che lo ridussero in fin di vita.

Fu il primo segretario federale di Varese, volontario per la guerra d’Abissinia e combattente nel ’41 in Africa settentrionale.

Dopo l’8 Settembre ’43, quando l’Italia si svegliò col fazzoletto rosso attorno al collo e la bandierina americana in mano,
Mario Gramsci, invece di gettare la sua divisa come fecero molti suoi coetanei, continuò a combattere.

Ma lo fece dalla parte sbagliata, dalla parte dei perdenti.

Aderì infatti alla Repubblica Sociale Italiana.

Fatto prigioniero, fu torturato per fargli abiurare la sua fede fascista.

Poi fu deportato in uno campo di concentramento in Australia dove le durissime condizioni di detenzione riservate ai militari fascisti non renitenti, cominciarono a minare la sua salute.

Rientrò in Patria sul finire del ’45 e subito dopo morì in un ospedale di terz’ordine attorniato solo dall’affetto dei suoi cari.

Andò sicuramente meglio al celebre fratello Antonio che quando si ammalò in carcere, a causa di una malattia contratta da adolescente, fu scarcerato e, da uomo libero, poté curarsi a spese del Regime in una famosa clinica privata.

Non pretendiamo che Mario Gramsci sia ricordato alla stregua del fratello maggiore a cui, giustamente, sono dedicati libri e intitolate piazze - perché al di là del giudizio storico rimane un grande del novecento – ma un piccolo pensiero, crediamo, lo meriti anche lui.

Con Mario Gramsci vogliamo onorare tutti fratelli “minori”, come il fratello di Pier Paolo Pasolini ucciso dai partigiani comunisti. Dimenticati, questi fratelli d’Italia, perché caddero dalla parte sbagliata.

 
Gianfredo Ruggiero, Presidente del Circolo Culturale Excalibur

martedì 13 novembre 2012

161) STATI UNITI E OBAMA AL BIVIO DELLA STORIA


DELLE NUOVE SFIDE ATTENDONO GLI USA, NELLA LORO METAMORFOSI ETNICA ED ECONOMICA, E IL RICONFERMATO PRESIDENTE BARACK OBAMA: O SOCCOMBERE ED ESSERE TRAVOLTI O CERCARE SOLUZIONI ESTREME PER MANTENERE IL RUOLO GUIDA DI NAZIONE PIU’ FORTE E PIU’ POTENTE DELLA TERRA.



Il Presidente uscente e democratico Usa, Barack Obama (primo presidente afroamericano), è stato riconfermato dagli elettori americani per un secondo mandato di altri quattro anni. Gli Usa hanno uno strano sistema elettorale: spesso accade che il candidato che piglia più voti perde perché i numeri elettorali variano da stato a stato statunitense. I media italiani si sono schierati per Obama: hanno cercato in tutti i modi di favorirlo e di boicottare l’avversario. Lo sfidante repubblicano Mitt Romney si aspettava di giocarsi la partita e poterla anche spuntare, sfruttando l’onta negativa del tracollo finanziario internazionale, partito proprio dagli Usa. Due fattori hanno fatto pendere l’ago della bilancia dalla parte del presidente uscente: l’uragano Katrina che si è abbattuto sulla costa orientale degli Usa, in cui Obama ha vestito i panni di angelo soccorritore, assistendo in prima persona le popolazioni colpite dal cataclisma naturale; la sempre crescente popolazione ispanica degli Stati Uniti, la quale ha privilegiato un candidato più aperto alle tematiche migratorie e alla regolarizzazioni di immigrati latini che si introducono illegalmente nel suolo statunitense (la medesima tattica che vorrebbe adottare la sinistra italiana per allargarsi il proprio bacino elettorale). Per il futuro si prevede che gli ispanici (messicani in testa) faranno divenire gli Usa una nazione latinoamericana (cattolica?) e ne decideranno sempre più le sorti; come potete vedere dalla composizione etnica della nazione, ancora prima potenza mondiale, fra poco diverranno il primo gruppo etnico.


ORIGINE DELLA POPOLAZIONE USA (totale 308,7 milioni):

Afroamericani (compresi neri ispanici): 40,7 milioni;
Bianchi non ispanici: 223.553.265 (tedeschi 50,7 milioni, britannici 36,5 milioni, irlandesi 33,5 milioni, italiani 18 milioni, francesi 11,8, polacchi 10 milioni, ebrei 6,4 milioni, olandesi 5 milioni, altri 18,8)
Bianchi ispanici: 50,4 milioni;
Asiatici: 15 milioni;
Arabi: 2,6milioni;
Nativi americani (pellerossa): 4,1 milioni.


Il gruppo etnico Wasp (bianco, anglosassone, protestante), originario delle tredici colonie britanniche che diedero vita agli Usa, detiene ancora le leve del potere politico ed economico della nazione ma non costituisce più la maggioranza. Gli amerindi (o pellerossa) sono quasi estinti e vivono nelle riserve: a pensare che il Nord America era la loro terra, prima della penetrazione europea che ha segnato la loro fine. Quello americano, a differenza dell’Europa e delle sua nazioni, piccole e già formate da millenni di storia, era un immenso continente da riempire, da popolare, da formare: sfido io che si sia riempito senza limiti da gente delle più svariate etnie. La formazione dello stato è avvenuta prima con la guerra d’indipendenza contro gli inglesi, poi attraverso l’espansione a ovest (il selvaggio west) nelle guerre contro gli indiani d’America e con la guerra civile di secessione, in cui gli stati del sud degli Stati Uniti proclamarono l’indipendenza per non abolire la schiavitù. Col passare dei decenni l’America conobbe uno sviluppo economico non indifferente, divenendo terra di opportunità per tutti e prima democrazia del mondo. Le due guerre mondiali l’hanno fatta divenire la nazione più potente del globo, togliendo lo scettro a Francia e a Gran Bretagna, le quali difficilmente le avrebbero vinte senza l’apporto decisivo americano e così entrarono nella sua sfera d’influenza. Per circa un cinquantennio è stata contrastata dall’Urss e dal suo sistema economico socialista, all’opposto di quello capitalista su cui poggiavano i fondamenti degli Stati Uniti. Cessato il pericolo sovietico e con esso l’incubo di una guerra atomica totale, la nazione non ebbe più nessun rivale temibile che potesse contrastarla e continuò a prosperare sempre di più. Il suo ruolo egemone nel decidere le sorti di tutto il pianeta, in particolare nell’area mediorientale, lo fece divenire un paese inviso ed odiato, per cui dei gruppi terroristici, spinti anche da motivi di fanatismo religioso e di guerra santa contro l’occidente, lo presero di mira ed arrivò l’11 settembre 2001. Due lunghissime e costosissime guerre di contrasto al terrorismo islamico in Afghanistan ed in Iraq comportarono per gli Usa l’inizio dei loro guai attuali. In contemporanea con le guerre iniziò la crisi dei mutui bancari e del marcato immobiliare. Molte persone acquistavano le case e le automobili di lusso senza avere i soldi, affidandosi a finanziamenti che non erano coperti: denaro virtuale, telematico.



Molte banche e molte imprese sono fallite: tutto l’occidente è stato travolto e con esso buona parte del mondo. Con l’illusione che il capitalismo avesse prevalso sul comunismo, le nazioni occidentali non si diedero più limiti nell’adottare politiche sempre più liberali, senza controlli statali, abbandonando la teoria di Keynes su domanda ed offerta, attraverso la vigilanza dello stato, e i tecnocrati della finanza dettarono le nuove leggi. I tecnici che governano l’Italia sono le conseguenze dei mercati e dei finanzieri internazionali che impongono il loro volere: costoro farebbero pagare persino un caffè con le carte bancarie telematiche. Se la situazione non migliorerà gli Stati Uniti d’America potrebbero trovarsi nello stesso bivio in cui si trovava l’Unione Sovietica all’inizio degli anni ’80, quando la sua economia era al collasso per stare al passo con l’America nel campo degli armamenti: o accettare il crollo del sistema politico ed economico e non decidere più i destini del mondo intero, acconsentendo di essere superata da nazioni emergenti come da una Cina aperta al libero mercato e da altre, oppure cercare una “grande guerra” per risollevarsi e mantenere l’egemonia mondiale. Ricordiamo che gli Stati Uniti Americani superarono definitivamente la grande depressione del 1929 con la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale. Il merito della ripresa non fu solo del “nuovo corso” di lavori pubblici voluti dall’allora presidente Roosevelt. Ora non so dire come finirà, però è certo che le condizioni economiche della gente comune peggiorano sempre di più e quest’ultima sarà costretta a cambiare mentalità e stili di vita.

venerdì 9 novembre 2012

160) VESPA SU MUSSOLINI E LA CRISI DEL 1929

Quella ricetta di Mussolini che salvò l'Italia dalla crisi


Nel nuovo libro di Vespa vengono analizzate in chiave attuale le misure che il Duce introdusse per tirare fuori il Paese dal baratro. Molte sarebbero d'esempio anche oggi

Esce oggi in tutta Italia il nuovo libro di Bruno Vespa «Il Palazzo e la piazza. Crisi, consenso e protesta da Mussolini a Beppe Grillo» (Mondadori-Rai Eri, 444 pagine, 19 euro). Il saggio dell'anchorman e conduttore di Porta a porta è una cavalcata attraverso le crisi economiche italiane e internazionali, dalla crisi del 1929 a quella attuale, che pesa di più sull'umore popolare per i clamorosi casi di corruzione politica che hanno fatto esplodere astensionismo e voto di protesta anche nelle recenti elezioni siciliane.


Ne pubblichiamo un ampio brano dedicato all'operato del Duce.


Poiché è stata la crisi del 2011-12 a suggerire l’idea di questo libro, e a fronte delle difficoltà incontrate dal go­verno Monti nel taglio della spesa pubblica, può essere interessante vedere come se la cavò Mussolini nell’altra Grande Crisi del secolo scorso. Come ogni regime dittatoriale, il fascismo spendeva grosse cifre per la difesa: all’inizio della crisi es­se rappresentavano il 32 per cento del bilancio statale, contro il 14 de­gli stanziamenti per opere pubbli­che. Ora, negli anni successivi al 1931, il bilancio della Difesa fu ta­gliato del 20 per cento, mentre lo stanziamento per opere pubbli­che fu quasi raddoppiato. («Nei primi dieci anni del mio governo­ - amava puntualizzare il Duce- si è speso in opere pubbliche più di quanto abbiano speso i governi li­berali nei primi sessant’anni dal­l’Unità d’Italia»). Il bilancio della polizia, altra po­sta strategica del regime, fu decur­tato del 30 per cento, come quello della Giustizia, mentre gli stanzia­menti per le Colonie furono ridot­ti quasi del 50 per cento. Colpisce, invece, che non sia stato tagliato di una sola lira il bilancio della Pubblica istruzione. Nonostante la scuola fosse uno dei settori sui quali Mussolini puntava mag­giormente (famoso lo slogan «Libro e moschet­to »), l’istruzione non fu mai veramente «fascistiz­zata », perché tra gli stessi in­segnanti fascisti erano pochi quelli che accettavano di svuotare la scuola della sua funzione culturale appiatten­dosi completamente sulle esi­genze del regime. Furono ridotti del 20 per cento anche i servizi fi­nanziari, malgrado i robusti inter­venti per salvare banche e impre­se. Nella prima metà degli anni Trenta il bilancio dello Stato oscil­lò tra i 19 e i 21 miliardi di lire. Nel­l’esercizio finanziario 1930-31 il disavanzo fu limitato al 2,5 per cento, ma dall’anno successivo passò via via dal 20 al 35, per ridi­scendere al 10 nel biennio 1934-35.

Per farvi fronte, non volendo ri­nunciare alla parità aurea nono­stante la svalutazione del dollaro e della sterli­na, Mussolini fu costretto in cin­que anni a di­mezzare le ri­serve d’oro della Banca d’Italia. Gli inasprimenti fiscali raggiun­sero il picco nel 1934 con l’aggravio delle imposte sugli scambi e sulle successioni. Fu lì che il Du­ce disse «basta», con una frase che suonerebbe ancor oggi di notevo­le buonsenso: «La pres­sione fiscale è giunta al suo limite estremo e biso­gna la­sciare per un po’ di tempo as­solutamente tranquillo il contri­buente italiano e, se sarà possibi­le, bisognerà alleggerirlo, per­ché non ce lo troviamo schiacciato e defunto sotto il pesante far­dello ». (...) La diffusione delle biciclette e delle tramvie ex­traurbane aveva favorito il pendola­rismo tra campagna e città, cosicché si for­mò una potenziale nuova classe lavoratrice che i sindaca­ti cercarono di arginare, difenden­do gli operai urbani. I sindacati fa­scisti chiesero la riduzione del­l’orario lavorativo settimanale a 40 ore a parità di salario: l’Italia fu il primo paese al mondo a intro­durre tale misura fin dal 1934, una scelta così avanzata che è ancora in vigore quasi ottant’anni dopo. (…)

Nel 1933 il regime modificò radi­calmente il sistema assicurativo pubblico creando l’Istituto nazio­na­le fascista della previdenza so­ciale (Infps), dotato di gestione autonoma. Prima della fine del decennio, furono appron­tati diversi ammortizzatori sociali,come l’assicurazio­ne contro la disoccupazio­ne, gli assegni familiari e le integrazioni salariali per i lavoratori sospesi o a ora­rio ridotto. Per compensare i sacri­fici chiesti ai lavoratori e alle loro famiglie con le riduzioni salariali, il regime predispose «una serie di servizi sociali e di possibilità ricre­ative, sportive, culturali, sanita­rie, individuali e collettive, sino al­lora sconosciute o quasi in Italia e che influenzarono largamente il loro atteggiamento verso il fasci­smo e soprattutto quello dei giova­ni che più ne usufruirono». (...) In un paese ancora povero, in cui pochissimi bambini potevano permettersi le vacanze al mare, fu provvidenziale l’istituzione delle colonie estive, i cui ospiti passaro­no da 150mila nel 1930 a 475mila nel 1934. Nel 1926, un anno dopo la sua costituzione, l’Opera nazio­nale dopolavoro contava 280mila iscritti, che un decennio più tardi erano saliti a 2 milioni 780mila, per raggiungere i 5 milioni alla vigi­lia della seconda guerra mondia­le: quasi il 20 per cento dell’intera popolazione italiana. Gli aderenti godevano di alcune forme di assi­stenza sociale integrativa oltre a quella ordinaria, della possibilità di fruire di sconti e agevolazioni e, soprattutto, di partecipare a una lunga serie di attività sportive, ri­creative e culturali.

Agli adulti la tessera del dopolavoro dava dirit­to a forti sconti su ogni tipo di sva­go: dai cinema ai teatri, dai viaggi alle balere, dagli abbonamenti ai giornali alle partite di calcio. Tut­ti, iscritti e non, avevano diritto ­se bisognosi- alla refezione scola­stica, a libri e quaderni gratuiti,al­l’accesso a colonie marine, ai cam­peggi estivi e invernali, all’assi­stenza nei centri antitubercolari. (...) Rexford Tugwell, l’uomo più di sinistra dell’amministrazione americana, pur collocandosi ideo­logicamente agli antipodi del fa­scismo, riconosceva che il regime stava ricostruendo l’Italia «mate­rialmente e in modo sistematico. Mussolini ha senza dubbio gli stes­si oppositori di Roosevelt, ma con­trolla la stampa e così costoro non possono strillare le loro fandonie tutti i giorni. Governa un paese compatto e disciplinato, anche se con risorse insufficienti. Almeno in superficie, sembra aver com­piuto un enorme progresso. Il fa­scismo è la macchina sociale più scorrevole e netta, la più efficiente che io abbia mai visto. E ne sono in­vidioso».


giovedì 1 novembre 2012

158) LAZIOGATE ED ELEZIONI SICILIANE


Laziogate, tutti assolti

Si conclude così la vicenda sul presunto accesso abusivo ai dati informatici del Comune di Roma per le Regionali del 2005. Storace: "Dopo sette anni di calvario, finisce in appello la vicenda. Mi tolsero la regione e il ministero, non la dignità".


Francesco Storace, Nicolò Accame, Mirko Maceri, Romolo Reboa, Pierpaolo Pasqua, Nicola Santoro e Vincenzo Piso riconosciuti estranei alle accuse.
"Dopo sette anni di calvario, finisce in appello la vicenda Laziogate: assolto! Mi tolsero la regione e il ministero, non la dignità". Così, grazie ad un twitter, Francesco Storace ha subito commentato la sentenza della Corte d'Appello di Roma che poco fa lo ha assolto, assieme a tutti gli altri imputati, dalla cosiddetta vicenda del 'Laziogate'. "Finisce un calvario - ha quindi rimarcato lo stesso leader de La Destra - questa vicenda mi costò la sconfitta in campagna elettorale regionale, perché esplose negli ultimi 10 giiorni. E l'anno successivo mi costò le dimissioni da ministro". 
Secondo le accuse mosse a suo tempo, e ora riconosciute del tutto risibili con ulteriore 'sbugiardamento' dell'accusatore Dario Pettinelli, l'allora presidente della Regione avrebbe chiesto ad alcune persone di introdursi all'interno dell'anagrafe del Comune di Roma per verificare l'esistenza di eventuali firme false prodotte per presentare la lista della Mussolini alle Regionali del 2005. Ribaltando le tesi della sentenza di primo grado, l'11 giugno scorso il Procuratore Generale Antonio La Rosa aveva chiesto l'assoluzione di Francesco Storace e degli altri imputati.
I giudici della I corte d'appello di Roma, presidente Eugenio Mauro, hanno dunque fatto cadere le accuse nei confronti Francesco Storace (che veniva da una condanna a 18 mesi), del suo ex portavoce Nicolò Accame, che  in primo grado aveva avuto 2 anni. Con la formula del fatto che "non sussiste" è stata emessa una sentenza di assoluzione che ribalta il giudizio del primo processo. Assolti Mirko Maceri, che era ex direttore di Laziomatica; così come l'avvocato Romolo Reboa (che presentò l'esposto a suo tempo contro As); e Nicola Santoro, figlio del magistrato della commissione elettorale presso la corte d'appello di Roma che escluse Alternativa Sociale dalle elezioni. Avevano avuto un anno. Reboa al termine dell'udienza è commosso. "Abbiamo vissuto un incubo", si lascia scappare. Cadute le contestazioni anche per l'allora vicepresidente del consiglio comunale per An, Vincenzo Piso (per cui anche in primo grado la Procura aveva chiesto l'assoluzione). Unica condannata, Tiziana Perreca, ex collaboratrice dello staff di Storace, che ha avuto 6 mesi per favoreggiamento. Per lei pena ridotta, visto che nel primo grado aveva avuto 8 mesi. Confermata l'assoluzione di Daniele Caliciotti, l'ex dipendente di Laziomatica. E nei suoi confronti non era stata appellata la sentenza.
La sentenza di oggi pomeriggio sul caso 'Laziogate' è anche frutto delle richieste fatte dalla Procura generale nel corso del suo intervento, nel giugno scorso. Lo stesso rappresentante dell'ufficio della pubblica accusa aveva chiesto, allora, l'assoluzione di Francesco Storace e degli altri imputati. In pratica aveva spiegato il pg Antonio La Rosa non ci fu alcun illecito nel procedere all'accesso al sistema informatico del Comune di Roma, attraverso il computer dell'allora direttore di Laziomatica Mirko Maceri, la notte tra il 9 e il 10 marzo del 2005. "Esisteva una convenzione che autorizzava lo stesso Maceri ad accedere alla banca dati del Campidoglio per acquisire informazioni sanitarie e quelle relative alla carta di identità", spiegò il magistrato.
Il difensore di Storace, l'avvocato Giosuè Bruno Naso, ha così commentato la sentenza: "Non c'era bisogno di attendere 7 anni per certificare l'estraneità di Storace a qualsivoglia comportamento men che legittimo. Bastava leggere con obiettività e senza pregiudizi proprio il verbale del principale accusatore per comprendere che il mio assistito era estraneo a quell'operazione di acquisizione dei dati anagrafici, che peraltro la Corte d'appello ha stabilito oggi essere consentita".

A QUANDO LE SCUSE DI TUTTI I LINCIATORI?





Regione già senza maggioranza. Per Crocetta c'è aria di inciucio

Crocetta vince con il 30% di voti: "Non mi alleo con nessuno". La metà degli elettori diserta le urne. M5S primo partito. Fli-Idv-Sel fuori. LO SPECIALE Fitch declassa la Regione

Era la soluzione meno attesa. Era, probabilmente, la più logica. Perché nella Sicilia del «tutto cambi perché nulla cambi» di gattopardiana memoria, che alla fine la spuntasse Rosario Crocetta, sostenuto dalla parte del Pd che ha appoggiato il governo di Raffaele Lombardo e dall'Udc che col Pd ha sostenuto in parte lo stesso esecutivo del ribaltone, era, diciamolo, più che prevedibile.

A dispetto dei sondaggi, che assicuravano che ci sarebbe stato un testa a testa tra Crocetta e il candidato Pdl Nello Musumeci.

A dispetto di altri sondaggi, che addirittura davano per vittorioso l'ignoto candidato di Beppe Grillo, Giancarlo Cancelleri. E invece no, ha vinto il passato rivestito di nuovo e diventato futuro, anzi «futuro rivoluzionario», come dice il neo governatore. E ha vinto facile, Crocetta, su Musumeci: cinque punti abbondanti di scarto a spoglio quasi completato, 30,9% contro 25,2%; terzo il grillino con un più che ottimo 18.
Cambiare tutto per non cambiare nulla. Sono maestri i siciliani, a volte, in quest'arte. E anche questa volta non si sono smentiti. L'aria di vittoria, però, si sente sin dal mattino, nella sede palermitana del comitato elettorale tappezzata di immagini antimafia di Crocetta. Una sede che meriterebbe il brevetto di vittoria sicura: qui, a maggio, era il comitato elettorale di Leoluca Orlando, al ballottaggio poi incoronato sindaco; nello stesso posto, via Mazzini angolo con via Libertà, cuore della Palermo bene, si è piazzato il comitato elettorale di Crocetta. E anche lui ha fatto bingo, senza patemi. Già intorno a mezzogiorno i primi boati: più sezioni si spogliano, più si consolida una forbice difficilissima da colmare, sei punti, dal candidato Pdl.
Alle 13, mentre il neo governatore è ancora lontano, a Palermo già si festeggia. Arriva l'ex presidente dell'Antimafia Beppe Lumia, uno degli artefici dell'inciucio con Lombardo nel governo scorso. Arrivano, alla spicciolata, gli altri big, rispunta persino Sergio D'Antoni. È la rivincita per il partito di Bersani. La rivincita per una serie di scelte sbagliate pagate care nelle urne, l'ultima proprio a Palermo, le scorse elezioni. La vittoria è sperata ma non attesa. E infatti al comitato è caos, disorganizzazione. Caos che diventa delirio quando alle 16 e 40, arriva il vincitore. Il popolo di Crocetta accoglie il suo re in strada. E lui, da re, incede bloccando la strada, rispondendo ai cronisti e ripetendo come un mantra: «Non ho la maggioranza? Il problema è vostro, non mio. Io non sono uomo da inciuci, non faccio alleanze con nessuno, presenterò progetti. Se non passeranno richiamerò i siciliani alle urne, e questa volta mi daranno il 60%». C'è aria di festa, qualcuno gli ricorda il voto di castità: «Sarò casto per forza, ormai sono vecchio, non mi vuole più nessuno». Dedica alla mamma, e smentita di avere avuto voti dal gruppo Miccichè-Lombardo: «Non credo proprio». Ironico con chi gli ricorda il patto della Croc-chè, dalla crasi dei cognomi suo e di Miccichè: «Non posso mangiarle (in siciliano crocchè sono le croquetes di patate), mi fanno male». E poi, spazientito: «Io sono in discontinuità con tutti i governi siciliani che mi hanno preceduto, Lombardo compreso. Con me si cambia musica». E saranno lacrime e sangue, visto che vuol far fuori qualche dirigente superpagato.
Al comitato di via Mazzini è festa. Si va di ovazione in ovazione, anche col rischio di farsi male, come succede a un neo deputato lanciato in aria che dà una capocciata sul tetto. Cento passi più in là, in via Libertà, c'è la mestizia, il comitato di Nello Musumeci. Il grande sconfitto arriva intorno alle 19: «Il Pdl in queste settimane non si è fatto mancare niente - dice Musumeci - ma la Sicilia è davvero la terra dei gattopardi, ha vinto la stessa maggioranza di Lombardo. Gli auguro buon lavoro ma con me è stato scorretto, non lo chiamerò». Il buon lavoro, a Crocetta, lo manda Fitch, che ha declassato la Sicilia per il suo debito abissale. Auguri, governatore Crocetta.

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venerdì 26 ottobre 2012

157) ANNIVERSARI: OTTOBRE 1942 E 1962



OTTOBRE 1942: BATTAGLIA DI EL ALAMEIN


Sacrario italiano di El Alamein


La seconda battaglia di El Alamein (Egitto) 23 ottobre – 3 novembre 1942, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, sancì la definitiva affermazione delle nazioni Alleate su quelle dell’Asse e, assieme alla battaglia di Stalingrado, cambiò le sorti del conflitto. Gli italo –tedeschi dell’Asse erano comandati da Erwin Rommel, il quale disponeva 116.000 uomini e 547 carri armati; le truppe britanniche (comprese quelle dei suoi possedimenti nel mondo) erano comandate da Bernard Montgomery, che disponeva di 195.000 uomini e 1.029 carri armati. L’Asse perse oltre 30.000 uomini, tra morti, feriti, dispersi e prigionieri; gli alleati ne persero oltre 13.000. I carri armati degli sconfitti furono quasi completamente annientati, mentre quelli dei vincitori si ridussero alla metà. Furono utilizzati anche i caccia bombardieri da ambo le parti. I mal equipaggiati soldati italiani, comandati dal Gen. Ugo Cavallero, si batterono da eroi: epiche furono le imprese dei bersaglieri e dei Paracadutisti Folgore: uomini contro carri armati. I carri italiani della Brigata Corazzata Ariete erano assai inferiori a quelli alleati e furono completamente spazzati via. Il coraggio e la determinazione degli italiani suscitò ammirazione e rispetto da parte di alleati e nemici: Rommel e Churchill li celebrarono.



W. Churchill alla Camera dei Deputati, 21 novembre 1942: " Dobbiamo davvero inchinarci di fronte ai resti di quelli che furono i Leoni della Folgore"



Tra il 1940 e il 1943 la guerra era combattuta lontano dall’Italia, i bombardamenti erano rari. Le sole ansie delle famiglie, tra le ristrettezze economiche, la borsa nera, gli orti di guerra piantati nei giardini delle città, riguardavano i loro giovani e meno giovani parenti inviati sui vari scenari bellici. Un bambino inviò una bellissima lettera al padre in guerra, il quale era morto, ma il bimbo non sapeva nulla: quella lettera del fanciullo commosse profondamente i superiori del padre e decisero con quel testo di farne una canzone. In seguito quella canzone venne censurata dalla radio italiana perché secondo le autorità era  “eccessivamente disperata e scarsamente ispiratrice del sentimento di immancabile vittoria”. Anche a me ha colpito molto: sono storie di altri tempi, sono dei valori che oggi non esistono più. Quei militari avrebbero voluto volentieri starsene a casa, ma una volta inviati sui vari fronti diedero l’anima per la vittoria e per onorare la loro nazione. I caduti perirono per un’ideale, per quella patria di cui andavano fieri, mentre oggi si vergognerebbero, così come ci vergogniamo noi, per come l’hanno ridotta i politici in questi ultimi tempi.


CARO PAPA'
Caro Papà, chi scrive è la mia mano,/quasi mi trema, lo comprendi tu./Son tanti giorni che mi sei lontano/e dove vivi non lo dici più./Le lacrime che bagnano il mio viso,/son lacrime di orgoglio, credi a me./Ti vedo che dischiudi un bel sorriso/e il tuo Balilla stringi in braccio a te.

Anch'io combatto, anch'io fo la mia guerra,/con fede, con onore e disciplina,/desidero che frutti la mia terra/e curo l'orticello ogni mattina:/l'orticello di guerra/e prego Iddio che vegli su di te babbuccio mio.

Caro Papà, da ogni tua parola/sprigiona un "Credo" che non si scorda più,/fiamma d'amore di patria che consola/come ad amarla mi insegnasti tu. Così da te le cose ch'ho imparato/le tengo chiuse, strette nel mio cuor/ed oggi come te sono un soldato:/credo il tuo Credo con lo stesso amor.

Anch'io combatto, anch'io fo la mia guerra,/con fede, con onore e disciplina,/desidero che frutti la mia terra,/curando l'orticello ogni mattina:/l'orticello di guerra/e prego Iddio che vegli su di te babbuccio mio.




OTTOBRE 1962: CONCILIO VATICANO II E QUASI TERZA GUERRA MONDIALE

Il Concilio Ecumenico Vaticano II fu indetto a sorpresa da Papa Giovanni XXIII, al secolo Angelo Giuseppe Roncalli, con grosso stupore dei cardinali conservatori legati a Pio XII. Il Cardinal Roncalli, patriarca di Venezia, fu fatto papa ed era visto come un papa di transizione, vista l’età avanzata: avrebbe dovuto fungere da marionetta manovrata dagli altri cardinali della Curia Romana. Con il suo carattere mite, dialogando e mai imponendo in maniera ferrea la sua volontà di papa, non si fermò davanti alle opposizioni e agli scetticismi. Il suddetto Concilio iniziò nell’ottobre 1962 e terminò nel 1965 sotto Papa Paolo VI, i punti cardini furono i seguenti: la Chiesa doveva smetterla di lanciare minacce, anatemi e scomuniche  contro chi non vi si allineava; il dialogo con le altre confessioni, particolarmente con le altre cristiane; il rinnovo del messale e della liturgia. Quello di Giovanni XXIII fu un papato, breve, di cinque anni, ma intenso, che mutò profondamente la Chiesa e la società. Inaugurò le visite nelle carceri, negli ospedali e i pellegrinaggi: prima di lui era impensabile tutto ciò per un papa. Memorabile fu il suo discorso della luna a conclusione della prima giornata del Concilio: furono parole ispirate dalla sua mente e dal suo cuore.




Sempre nell’ottobre 1962, il Papa di allora, con un radiomessaggio, contribuì a sventare la Terza Guerra Mondiale: ebbe successo mentre i suoi predecessori (Benedetto XV e Pio XII) avevano fallito nell’obbiettivo di evitare le due guerre mondiali che c'erano già state. L’isola di Cuba con una rivoluzione era passata nel blocco comunista, i sovietici vi stavano impiantando dei missili nucleari, puntati verso gli Stati Uniti.


Il Presidente Usa Kennedy era pronto a fermare con la forza le navi sovietiche, con i missili a bordo, dirette verso Cuba. Per 13 giorni tutto il mondo trattenne il fiato, convinto di trovarsi sull'orlo di una nuova guerra mondiale. Il Capo dell’Urss Kruscev, conscio del pericolo per l’intero pianeta, ordinò il ritiro dei missili da Cuba, chiedendo in cambio agli americani  di smobilitare le loro postazioni missilistiche stanziate in Turchia, al confine con la sua nazione. Se la guerra fosse scoppiata non sarebbe stata più la guerra tradizionale delle trincee, dei fucili, delle bombe convenzionali; sarebbe stata una guerra atomica, con milioni, se non miliardi, di morti in pochi minuti e la sopravvivenza della razza umana sarebbe stata messa in discussione. Per cui fu l’uomo che con la sua saggezza fu consapevole delle disastrose conseguenze e scelse la giusta soluzione. (mesi dissi la stessa cosa, quando qualcuno ipotizzò di una guerra mondiale, scongiurata negli anni ’80, grazie a degli interventi sovrannaturali)

lunedì 15 ottobre 2012

156) ALLEANZE POLITICHE IN ALTO MARE


Dalle regioni alle elezioni politiche
Che rabbia la caduta del governo della Regione Lazio! Era da qualche anno che non mi infuriavo così! L’estate scorsa ero preoccupato per la Regione Lombardia che traballava, consolandomi con la mia regione che pensavo fosse ben salda. Fiorito è diventato il mostro, sbattuto in prima pagina, di un sistema malato e sbagliato nel complesso, che paga per tutti. Il peccato originale è il finanziamento regionale ai partiti: poco cambia se uno spende in cene elettorali o intasca, pur condannando entrambe le azioni. Nelle regioni governate dalla sinistra, in cui sono rinviati a giudizio o sono indagati presidenti e consiglieri, si parla poco o non se ne parla affatto.


C'è chi ironizza sulla "pulizia" fatta

Prima dello scandalo nel Lazio il Pdl era in netto recupero nei sondaggi, attestandosi al 22%, dopodiché è sceso al 18%: che capolavoro! Proprio un bel biglietto da visita presentarsi alle elezioni politiche con due regioni importanti perse rovinosamente! Il ministro Cancellieri ha tutta questa fretta di far votare la Regione Lazio: allora per il parlamento è un anno che attendiamo! Forse rinasceranno FI e An, unite in una federazione, o si cambierà nome al Pdl, per consentire una risalita nelle percentuali. Un paio di mesi fa si era parlato di un possibile ritorno di Berlusconi per salvare il partito, gli scandali regionali degli ultimi tempi gli hanno fatto cambiare idea e addirittura è pronto a gettarsi ai piedi di Monti, Casini e Fini. Anche gli altri dirigenti Pdl, particolarmente i forzisti,  sono propensi a questa (per ora) ipotesi, la gente comune, i militanti, non sembrano pensarla allo stesso modo: dalla rete è partita la rivolta per dire no all’alleanza con gli ex alleati, poi pugnalatori.


L’esempio negativo delle comunali coresi 2012
Sembra ripetersi ciò che è avvenuto a Cori nelle ultime elezioni comunali, in scala molto, ma molto ridotta: l’Udc vorrebbe allearsi con la sinistra, che a sua volta risponde picche, così, dopo cinque anni di burrascosi temporali, torna a destra accolto a braccia aperte, nonostante i “mai più” e dettando in posizione di supremazia le condizioni per un’alleanza. Nel nostro caso odierno Casini da mesi fa una corte sfrenata a Bersani, quest’ultimo lo rifiuta, preferendo non tradire Vendola, e Berlusconi è pronto a svendersi accettando Mario Monti: il candidato ideale di Casini alla Presidenza del Consiglio. Con le ritrovate ammucchiate si pensa di far bene, si pensa di giocarsi le partite, non disperdendo i voti, vincendo o al massimo perdendo di misura. Non si fanno i conti con il popolo che non ha la memoria corta e non dimentica. Proprio come a Cori, la stessa alleanza per le politiche potrebbe rivelarsi un flop. Se Berlusconi deciderà di scendere per l’ennesima volta direttamente i campo, si alleerà con dei piccoli partiti: Storace a destra e Pionati al centro; il rapporto con la Lega Nord dipenderà da come finirà la vicenda Lombardia. È il nome carismatico di chi ha governato che trascina e fa la differenza, specie se già ha ricoperto il ruolo di comando, malvisto agli occhi degli ex alleati sfascisti. Il Berlusconi corese (Bianchi) si è fatto da parte, optando per una candidatura a sindaco esterna, per riunire tutti i vecchi partiti dell’alleanza che lo sostenevano, pensando di far bene, se avesse immaginato; nessuno poteva: adesso che si sanno come sono andate le cose è facile fare questi ragionamenti. L’arma vincente della sinistra locale è stata, non tanto il buon lavoro svolto, bensì l’inaffidabilità dell’alternativa di governo agli occhi dell’opinione pubblica, la quale ha preferito, in momenti difficili, riconfermare una componente politica stabile, piuttosto che prendere in considerazione il forte rischio di tornare alle urne nel giro di un paio d’anni.  È pur vero che Cori ha sempre avuto una grande tradizione di sinistra, mentre l’Italia intera è molto variopinta, quindi questo ragionamento potrebbe anche essere inappropriato: il succo del discorso è che non è detto che le vecchie ammucchiate ritrovate si rivelino vincenti. Così come per Berlusconi che torna in campo: non mi sorprenderebbe sia se fallisse clamorosamente, perché il paese che l’ha abbracciato per tre volte non c’è più, sia se ottenesse un ottimo – buon risultato, perché ci ha sempre abituato ad imprevisti colpi di scena.

La sinistra tra primarie e programmi

Per ora la coalizione Pd e Sel sembra favorita per le prossime elezioni (senza dimenticare che il partito degli indecisi è il primo partito), però secondo gli ultimi dati non potrà avere una maggioranza solida senza l’Idv e inoltre c’è l’incognita “Movimento 5 Stelle”  che potrà portare via voti. Il Pd si dice tanto partito innovatore, intanto boicotta il giovane Matteo Renzi, volto nuovo della politica, preferendo non abbandonare i vecchi politicanti di mestiere. Vorrebbero, tra l'indifferenza dei cattolici Pd, stravolgere la natura, i valori, la famiglia: sono sicuri che ci riusciranno? Siamo in Italia, non in altri paesi europei, per cui la voce del Vaticano, della Chiesa, nonostante tutto, è ancora molto potente: sebbene i fedeli diminuiscano l’influenza ecclesiale è più forte rispetto ai tempi dell’approvazione delle leggi sul divorzio e sull’aborto. A questo punto Forza Matteo Renzi, rottamali tutti! Se deterranno le redini del paese (mi auguro di no) si abbatteranno su di loro tutte le ripercussioni negative della crisi economica internazionale, credo che non dureranno molto e avranno i loro sindacati che cercheranno di boicottare i provvedimenti di ripresa. Per cui potrebbero avere pure loro contro gli speculatori internazionali, i poteri forti europei e mondiali, che minacceranno di mandare fallita l’Italia, così come fecero lo scorso anno nel caso che Berlusconi non se ne fosse andato dal governo.

Bisogna ripartire
Il momento non è felice per le destre, oggi non si trova più un berlusconiano in giro, negli anni 2008 – 2009, allorquando quel vento travolgeva tutto, erano tutti pronti a diventarvi, persino Veltroni. Non è bello andare come va il vento. Ci hanno tolto anche il “Qui Radio Londra” di Giuliano Ferrara, uno che sa il fatto suo e che sa azzittire Scalfari nei dibattiti televisivi. Bisogna ripartire, un primo segnale potrebbe esserci già con le elezioni regionali in Sicilia. Sosteniamo Nello Musumeci, volto pulito per una politica nuova, espressione del partito “La Destra”, appoggiato anche dal Popolo delle Libertà. Speriamo bene!

lunedì 8 ottobre 2012

155) L'AVVICENDAMENTO ALLA CHIESA DELLA VALLE


COL PASSAGGIO DELLE CONSEGNE NELLA CHIESA DELLA VALLE “SANTA MARIA DELLA PIETA’”, TRA DON ANGELO BONAIUTO E DON OTTAVIANO MAURIZI, SI AUSPICA CHE QUANTO SEMINATO DI BUONO VENGA RACCOLTO.


Sabato scorso si è conclusa dopo 58 anni l’era di don Ottaviano Maurizi nella Collegiata di Santa Maria della Pietà a Cori Valle. È subentrato il parroco del Monte don Angelo Bonaiuto, che già guidava la Parrocchia Santi Pietro e Paolo da più di tra anni, cioè da quando subentrò a don Fabio Fiorini (vedere archivio “giugno 2009"). Le parrocchie rimarranno due con un solo parroco, aiutato per qualche tempo da un vice, ci dobbiamo accontentare: oggi come oggi i preti sono pochi e visto che ci sono anche due conventi di frati non possiamo lamentarci. La tradizione nella chiesa con l’uscita di scena di don Ottaviano ci auguriamo che nel nostro paese non vada dispersa: egli si era adattato ai tempi moderni senza dimenticare le vecchie liturgie latine, i canti antichi spirituali e quelli popolari nelle processioni. Questi ultimi fanno parte del nostro dna, del nostro sangue, della nostra cultura e non possono certo essere accantonati con troppo leggerezza, sostituendoli con quelli chitarristici, quasi da discoteca.



Nella processione della Madonna del Rosario il canto popolare per eccellenza è quella che fa: “ il rosario è la salvezza, dell’afflitta umanità….”  E come si può vedere da queste immagini di repertorio della processione di Sant’Antonio da Padova la bellezza, la maestria, la magnificenza, la mistica suggestione della banda musicale al seguito del santo che intona l’inno “o dei miracoli inclito Santo; dell’alma Padova, Tutela e vanto: benigno guardami prono ai tuoi piè: o Sant’Antonio prega per me!” 



È magnifica la banda musicale nelle processioni (sono ben spesi i soldi che vengono a chiederci, bussando alle nostre porte, i vari comitati per le feste patronali), sentendola suonare, la signora anziana malata del centro storico che non può muoversi di casa sente che è festa perfino per lei, con le lacrime agli occhi ripensa alle processioni della giovinezza e grida “viva …….(il santo o la Madonna che passa). Non saremo dei buoni devoti però c’è questa parte della religione che ci affascina.

La parte della carità è altresì importante, bisognerebbe soltanto allontanare la politica e la propaganda di tendenza progressista da alcune organizzazioni cattoliche.
Le missioni in patria e nel mondo la Chiesa le ha sempre avute, anche in tempi lontani in cui era un’istituzione potentissima e minacciava punizioni esemplari divine: essa non era misericordiosa ed umile come oggi. A proposito di missioni, anche noi vogliamo ricordare il missionario Alfredo Fiorini, fratello di Fabio che è vissuto un po’ d’anni in mezzo a noi, avendo letto sui giornali delle celebrazioni del 20esimo anniversario del martirio, avvenuto in Mozambico e a cui è intitolata una struttura sanitaria di Terracina, suo paese d’origine.

Quanto fatto non deve essere disperso, sia nelle cose grandi, sia in quelle piccole come Cori, con l’avvicendamento tra preti: per un don Angelo che raddoppia (gli auguriamo un buon lavoro) e per un don Ottaviano che lascia (e ringraziamo), non potendo più raddoppiare perché, vincendo, ha raggiunto il massimo consentito. 


P.S.: ah dimenticavo, un affettuoso saluto  alle suore francescane che hanno lasciato Cori.

martedì 25 settembre 2012

154) IL CASO DELLA REGIONE LAZIO



DIMISSIONI DI RENATA POLVERINI



Dopo appena due anni e mezzo si è conclusa in maniera brusca la presidenza di Renata Polverini alla Regione Lazio: per colpa dei fondi destinati ai partiti e finiti in maniera indebita a qualche consigliere regionale del Pdl. Le liti alla Regione tra ex An ed ex FI, sui soldi spettanti al Pdl, hanno fatto venir tutto alla luce del sole. La Presidente e la Giunta Regionale erano del tutto estranee alla questione: hanno influito nelle dimissioni l’assedio mediatico e il partito Udc, che era pronto a tentare una mozione di sfiducia con le opposizioni consiliari di sinistra. Sinistre e Udc non avrebbero neppure avuto i numeri sufficienti per causare lo scioglimento del Consiglio Regionale, ma il proseguire con una maggioranza azzoppata e risicata, con l’aggiunta degli scandali scoperti, avrebbe indubbiamente scatenato ancor di più i mezzi di informazione di sinistra. Hanno dimenticato in fretta la vicenda Marrazzo, quando la destra fu vera signora!

La candidatura di Polverini alla presidenza a suo tempo non mi entusiasmò affatto: vuoi perché era di posizioni troppo morbide per un elettorato di destra e vuoi perché la affiancò un Udc sempre pronto a salire e a scendere da un carro all’altro, a seconda delle convenienze e delle opportunità, come appunto abbiamo visto ora. Un uomo con un carattere più forte avrebbe potuto resistere maggiormente alle pressioni mediatiche, come ha fatto il Presidente della Lombardia Formigoni, una volta smontate le accuse contro (Berlusconi idem), avrebbe proseguito nel mandato elettorale, chiedendo innanzitutto la restituzione del denaro e facendo punire esemplarmente, dai loro partiti e dalla magistratura, qui pochi che hanno sputtanato un intero governo regionale e chi lo sosteneva. Ma non è successo e si è preferito fare pulizia in un altro modo. Nel futuro prossimo il Pdl candiderà alla presidenza regionale un candidato sconosciuto, di facciata: è probabile che  rifilino la candidatura ad un esponente del partito de "La Destra", perché sicuri della sconfitta. 

Queste regioni (che andrebbero abolite) sono delle ingenti casse, dove attingere denaro per molteplici scopi (un magna – magna), quello destinato ai consigli non è neanche l’1%. Tra qualche mese assisteremo alla campagna elettorale, in cui la sinistra, forse con l’aggiunta dell’Udc e quasi certamente futura vincitrice (a meno che Grillo….), cavalcherà la propaganda del Pdl dei ladri, in dei periodi in cui le aziende chiudono, la disoccupazione aumenta, la famiglie sono strangolate dalle tasse, arrivando allo stremo; all’opposto del Pd, partito degli onesti e degli illibati. Finora dove sono stati? Non vedevano ed approvavano la quantità di denaro che finiva in consiglio ed anche nelle loro casse? Speriamo che la vicenda non finisca in una bolla di sapone, ora che l’obbiettivo della caduta del Governo Laziale è stato raggiunto, e si indaghi a fondo in tutti i partiti, nessuno escluso. Un po’ rode quando un governo (o comunale o nazionale o regionale) che tu hai eletto (due volte su tre appassionandoti e credendo fermamente in quelle cause)  non arriva a fine mandato, cadendo in modo rovinoso, e l’autunno è sempre una stagione nera. Allora è meglio perdere subito alle urne: si soffre di meno.  




E DAL BLOG DI FRANCESCO STORACE

GRAZIE RENATA

Sono arrabbiato da pazzi per le dimissioni di Renata Polverini, l’ho scongiurata fino all’ultimo di andare in aula a guardare in faccia i consiglieri regionali, a partire da quelli dell’Udc, ai tre eletti nel suo listino che alla Pisana ci stavano grazie alla sua vittoria. Per dire loro di far ricacciare in gola a Pierferdinando Casini quella parola, cupola, che piuttosto potrebbe riguardare un candidato che impose in Sicilia, Cuffaro. Vergogna!

A Renata dico comunque grazie. Abbiamo discusso tante volte, ma mai e’ venuta meno la lealtà fra noi e lo dico oggi, il giorno dopo, con la certezza che abbiamo fatto faticosamente il nostro dovere.


Questa donna onesta si dimette mentre restano al loro posto presidenti di regione inquisiti. In Lombardia l’opposizione non si dimette perché ha Penati tra le sue fila e Bersani tace; in Puglia non hanno nulla da dire a Vendola e a Errani in Emilia. Una stampa di merda ha cloroformizzato il Paese, ha montato una campagna infame. Il Parlamento, a seguito del caso Lusi, ha partorito dopo mesi un taglietto – la meta’ dell’ultima rata – al rimborso ai partiti. Renata ha tagliato in cinque giorni ogni somma a disposizione dei gruppi consiliari e ha dovuto andarsene lo stesso mentre Camera e Senato stanno ancora la’. Ma non e’ uno spettacolo penoso?

Due pesi e due misure anche a causa di un Pdl irresponsabile, da Berlusconi in giu’. Il caso Fiorito e’ esploso a luglio e sono stati incredibilmente e intollerabilmente fermi, a giocare di corrente. Spero che chiedano scusa agli elettori. Non ho mai visto una classe dirigente così irresponsabile.

Agli elettori de La Destra dico grazie per il costante incoraggiamento di questi anni. Ma ora anche per me si apre un momento di riflessione. Ho letto troppe polemiche indiscriminate. E ho il dovere – credo anche il diritto – di decidere se andare personalmente avanti. Domenica a Catania c’e ‘ il Comitato centrale. Questa storia incredibile mi ha segnato troppo e non so se rimane la voglia di andare avanti. Non sono adatto a una politica così cinica che mette sullo stesso piano persone perbene e ladri.


lunedì 13 agosto 2012

153) LE OLIMPIADI DI LONDRA 2012



BILANCIO FINALE MEDAGLIE LONDRA 2012
(PRIME POSIZIONI)

nome
Oro
argento
bronzo
Totali
Stati Uniti
46
29
29
104
Cina
38
27
23
88
Gran Bretagna
29
17
19
65
Russia
24
26
32
82
Corea del Sud
13
8
7
28
Germania
11
19
14
44
Francia
11
11
12
34
Italia
8
9
11
28
Ungheria
8
4
5
17
Australia
7
16
12
35
Giappone
7
14
17
38
Kazakistan
7
1
5
13
Olanda
6
6
8
20
Ucraina
6
5
9
20
Nuova Zelanda
6
2
5
13
Cuba
5
3
6
14
Iran
4
5
3
12
Giamaica
4
4
4
12
Repubblica Ceca
4
3
3
10





A Londra domenica 12 agosto 2012 si sono conclusi i giochi della XXX Olimpiade estiva. La megalopoli inglese per la terza volta nella storia ha ospitato questa importante rassegna, tra elevatissimi costi per le infrastrutture e tornando ad essere il centro del mondo; non tutte le nazioni potrebbero permetterselo, tant'è vero che Roma ha dovuto ritirare la propria candidatura per il 2020, ma Madrid che sta peggio l'ha mantenuta. La maggioranza delle medaglie sono andate come al solito alle nazioni più grandi in superficie e più popolose: Usa, Cina, Russia e quest’anno si aggiunge la Gran Bretagna, sia perché ha delle discrete tradizioni olimpiche, sportive e sia perché era in casa propria. Seguono nel medagliere, nelle prime posizioni e come in tutte le edizioni olimpiche, alcune nazioni dell’Europa e dell’Asia, alcune medaglie l’ha conquistate nelle gare di atletica qualche stato africano, così come la Giamaica con l’asso Bolt, nazione centroamericana, ma popolata in maggioranza da neri. Le nazioni più povere prevalgono nell’atletica, mentre quelle ricche dominano nelle discipline in cui l’impiantistica fa da padrone, come ad esempio il nuoto. Le olimpiadi non fanno per l’America Latina (Brasile in testa): in quel continente solo il calcio hanno in mente e la loro fissa è quella di vincere solo quel torneo. All’interno dei giochi olimpici il pallone è lo sport meno seguito: uno in quattro anni si è super abbuffato e almeno per due settimane vuole conoscere altre realtà sportive che neanche sapeva esistessero. Non sembrano pensarla così i tre principali quotidiani sportivi italiani: le notizie relative alle olimpiadi le rilegavano nelle ultime pagine, evidenziando in prima pagina qualche cosa  rilevante, e continuavano a concentrarsi sulle loro squadre di calcio protette, parlando di amichevoli, calcio mercato e aspettative future. Al contrario i quotidiani politici di tutte le tendenze hanno dato ampio risalto ai giochi. È cosa giusta mettere in evidenza questi atleti, non professionisti, non super pagati e far conoscere variopinte realtà sportive: il tiro con l’arco, il tiro al piattello, la corsa dei cavalli ad ostacoli  e tante altre discipline di cui non si parla affatto nel corso del quadrienno intermedio tra un’edizione olimpica e l’altra.




Una bella idea ebbe il Barone francese De Coubertin nel riproporre dopo millenni quegli antichi giochi olimpici con il braciere acceso che si disputarono dal 776 a.c. al 393 d.c. nella città di Olimpia in Grecia: in tutto si tennero 292 edizioni (nell’era moderna siamo appena alla trentesima edizione!) e furono aboliti con la diffusione del cristianesimo, in quanto erano considerati giochi pagani. Pierre De Coubertin, dopo la sconfitta francese in guerra contro i prussiani, cercò un idea per valorizzare l’attività fisica. Diversamente dalla Grecia antica cambiarono alcune regole: giochi ogni quattro anni, aperti a tutti gli atleti del mondo di entrambi i sessi, con all’interno tutti gli sport esistenti e quelli inventati col passare del tempo, da disputarsi in tutte le città del pianeta. Nel corso dei decenni i giochi olimpionici sono divenuti pure strumento di propaganda politica e di esaltazione nazionale sia per regimi dittatoriali di destra e sinistra e sia per le democrazie, oppure strumento di visione mondiale per compiere proteste ed azioni eclatanti terroristiche (Monaco 1972). L’Unione Sovietica all’inizio non partecipava, ritenendo lo sport un vizio capitalistico, successivamente cambiò idea per propagandare la grandezza della propria nazione.

Così nacquero le guerre Usa – Urss sul campo sportivo e i boicottaggi a Mosca 1980 e a Los Angeles 1984 da parte di uno o dell’altro blocco. Il blocco sovietico molte volte riuscì a prevalere nel medagliere, oltre che con la nazione guida, anche con lo stato satellite della Germania Est. Questo stato disponeva di vere e proprie macchine sportive umane costruite in laboratorio con le sostanze dopanti. Forse è ciò che ora accade in Cina, la nuova potenza olimpica, che insedia gli Usa: si parla di metodi di allenamento brutali per i propri atleti. L’Italia, che non sfugge ad episodi di doping prontamente segnalati, è quasi sempre stata nel medagliere tra le prime dieci posizioni (vedere qui), con alti e bassi e senza infamia e senza lode: quindi sono inutili le polemiche relative al non raggiungimento dei livelli di Usa, Cina, Gran Bretagna e Russia. Qualcuno suggerisce di far gareggiare atleti esteri per ambire a più alti primati, come avviene in Gran Bretagna; ma se non sono atleti italiani che vittorie porteranno alla nostra nazione? Conviene di più per essi che provino a portare qualche successo nelle loro nazioni. La situazione della Gran Bretagna è diversa: fino a qualche decennio fa possedeva mezzo mondo e qualche lembo di terra le è rimasto, oltre agli stati inquadrati nel Commonwealth britannico. La nazione di casa spesso viene aiutata: allora lo spirito olimpico dov’è? Se lo sono chiesti in molti nella spettacolare cerimonia di chiusura, nell’attesa che tra quattro anni a Rio de Janeiro, con una nuova meravigliosa manifestazione di apertura, salirà nuovamente su il sipario e per due settimane saranno sotto i riflettori del mondo, nell’incontro tra tutti i popoli, questi sportivi sconosciuti.