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sabato 29 marzo 2014

221) BASTA CON L’ARROGANZA UE E USA

SE LA POPOLAZIONE RUSSA DELL’UCRAINA SCEGLIE DEMOCRATICAMENTE E PACIFICAMENTE DI ADERIRE ALLA FEDERAZIONE RUSSA NE HA TUTTO IL DIRITTO. L’UNIONE EUROPEA E GLI STATI UNITI, CHE NON SONO I PADRONI D’EUROPA E DEL MONDO, LA PIANTINO CON LA LORO ARROGANZA.


 Sia il parlamento dell’entità autonoma della Crimea, fino a poco tempo fa territorio ucraino, sia il popolo russo di quella regione, tramite referendum, hanno deciso l’uscita dall’Ucraina e l’annessione alla Russia. Dove sta lo scandalo? Sino ad adesso non c’è stata nessuna aggressione militare russa ai danni dell’Ucraina. Le potenze occidentali hanno guidato da dietro le quinte la rivolta in Ucraina contro il Presidente filorusso ed anti – Ue Yanukovich, che ha causato la sua caduta. I rivoltosi che si ribellano a coloro che ritengono governanti carnefici non sono meno violenti e meno crudeli degli stessi.

In Ucraina tutto cominciò quando il Presidente Viktor Yanukovich si rifiutò di firmare un accordo di collaborazione con l’Unione Europea: anche se la rivoluzione non era finalizzata all’adesione non suona un po’ strano tutto ciò? Dove sta scritto che si debba fare tutto ciò che impongono Bruxelles, Berlino e Parigi? La Svizzera qualche settimana fa con un referendum ha ristretto la libera circolazione nel suo territorio dei cittadini delle nazioni appartenenti all’Unione Europea; quest’ultima ha minacciato severe sanzioni contro la Confederazione Elvetica. Se il popolo svizzero ha deciso in quel senso, vada avanti e non si faccia intimorire.

Questo presunto super stato europeo, in mano ai tedeschi e ai francesi che si arricchiscono sempre di più, impoverendo gli altri popoli come il nostro, tentano di allungare i tentacoli sugli stati extra – Ue per far si che le loro egemonie economiche e politiche si imperino sempre più, cancellando le altre rimaste in piedi. Nel caso dell’Ucraina bisogna considerare dei fattori storici che determinarono la geografia attuale: quando si decise di affidare la Crimea ed altri territori dalla Russia all’Ucraina, tutto era circoscritto all’interno dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, ovvero l’Urss, che era uno stato federale. Era tutto in famiglia, nessuno allora avrebbe potuto immaginare che un giorno l’Unione Sovietica si sarebbe disciolta e le repubbliche autonome al suo interno sarebbero divenute indipendenti.


 L’embargo imposto alla Russia dagli Stati Uniti d’America potrebbe costarci caro: l’Italia a suo tempo con Berlusconi stipulò dei contratti vantaggiosi per le forniture di gas. Già si parla di società americane che forniranno il gas all’Europa: non suona strano anche questo? Per gli americani il referendum effettuato in Crimea non è legale e quello che essi fecero svolgere in Kosovo per renderlo indipendente com’era? E l’assorbimento della Germania Est nella Germania Ovest del 1990 fu legale? Decisero tutto dall’alto e il popolo non fu consultato.

Forse riusciranno nell’intento di strappare l’Ucraina dall’egemonia russa, a costo di amputarla dal punto di vista territoriale, per appropriarsi delle proprie risorse naturali. L’Ucraina aderirà al’Ue: ne sarà felice così la criminalità al suo interno calerà e tutti i delinquenti li spedirà in giro per l’Europa, soprattutto in Italia, il paese del bengodi, dove, per non essere tacciati di razzismo, tutto è lecito, tutto è permesso. Germania, Francia e Gran Bretagna alzeranno dei muri per ripararsi, mentre a noi impediranno di farlo. Proporrei uno scambio benevolo: Ucraina nell’Unione Europea e fuori l’Italia. 

giovedì 20 marzo 2014

220) OPERAZIONE "MARE NOSTRUM"

"Così l'Italia fa fare affari alle milizie islamiste"

I pericoli sulla rotta dalla Libia. Un funzionario rivela: "Traffico d'uomini in mano a un capo filo Al Qaida".

Gian Micalessin - Gio, 20/03/2014 - 08:44
da Tripoli
«Dall'inizio dell'anno gli sbarchi in Italia hanno raggiunto livelli senza precedenti (14mila ad oggi ndr). In Libia stanno arrivando frotte di clandestini e migranti provenienti da zone dell'Estremo Oriente che in precedenza non avevano alcun interesse per queste rotte.


Ahmed Asnawi, uno dei leader della rivolta anti Gheddafi, vicino ad Al Qaida, è ora a capo delle milizie islamiche che gestiscono il traffico di profughi
E dietro a quelli già sbarcati ci sono quelli in attesa.

Oggi abbiamo più di diecimila persone pronte a partire ammassate nei centri di raccolta o nelle case alla periferia di Tripoli, Zwara e Misurata. Ormai si è sparsa la voce che la traversata è facile e le navi dell'operazione Mare Nostrum salvano tutti. A fine inverno verremo sommersi dai nuovi arrivi». GUARDA IL REPORTAGE
Il funzionario italiano che a fine febbraio passa al Giornale queste informazioni dai suoi uffici di Tripoli è un veterano della lotta all'immigrazione clandestina. Parla a titolo personale e non vuole veder pubblicato il proprio nome, ma fa chiaramente intendere come l'esodo senza precedenti sia diretta conseguenza dell'operazione «Mare Nostrum» messa in piedi dal governo Letta lo scorso autunno. «Quell'operazione spiega il funzionario - ha generato aspettative in centinaia di migliaia di persone. La notizia delle navi italiane pronte a salvare chiunque si metta in mare ha fatto il giro del mondo. Per questo ormai arrivano dai quattro angoli del globo. E l'aumento della domanda moltiplica l'offerta. Ogni giorno compaiono nuove bande di trafficanti di uomini che non offrono più neppure le precarie garanzie del passato. Pur d'incassare li fanno salire su bagnarole di fortuna convinti che si salveranno grazie alle nostre navi. Ma quelle barche rischiano di colare a picco ad un miglio dalla coste libiche».
Oggi a tre settimane di distanza le previsioni del funzionario si stanno puntualmente avverando. E intanto l'operazione Mare Nostrum genera un'altra situazione tanto prevedibile quanto paradossale. «Quando i fondi di Mare Nostrum finiranno la Marina Militare sarà costretta a smettere di operare, ma le traversate non si fermeranno. I mercanti di uomini pur d'incassare continueranno a metter barche in mare e noi rischieremo nuove ecatombi. Per questo avvisava già a fine febbraio l'anonima Cassandra - bisogna trovare una via d'uscita prima di venir nuovamente messi sotto accusa dalla comunità internazionale». Ora anche quella previsione si sta avverando . Proprio ieri il capo di Stato maggiore della Difesa Ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, ha annunciato la fine dei fondi. L'anticamera dell'ennesima tragedia con l'inevitabile coda di accuse al nostro paese è dunque già aperta. Ma i rischi per l'Italia non si fermano qui. «Nel sud della Libia spiegava la gola profonda - la situazione è fuori controllo. A Saba, la capitale del sud, gli scontri fra le milizie filogovernative e i cosiddetti anti gheddafiani, hanno creato una situazione apocalittica. I confini non esistono più, e nessuno sa quante centinaia di migliaia di persone stiano risalendo da Sudan, Mali e Niger. In quelle zone desertiche non esiste alcuna autorità, comandano i più forti e si muove di tutto dalla droga, alle armi, agli esseri umani».
In questo caso l'allarme non riguarda solo l'esodo di centinaia di migliaia di disperati, ma anche il rischio terrorismo. Nell'immenso deserto a sud di Saba il lucroso affare dell'immigrazione clandestina è ormai sotto il controllo di una milizia alqaidista interessata non solo ai lucrosi proventi in denaro, ma anche alla possibilità d'infiltrare informatori e militanti sui barconi diretti in Italia. A spiegarlo al Giornale, a patto di non veder rivelato il proprio nome, è un inquirente della procura di Tripoli impegnato in una difficile indagine condotta dai settori dei servizi d'intelligence libici sfuggiti al controllo dei Fratelli Musulmani. «Al sud il gruppo di Al Qaida più attivo - spiega - è quello legato Ahmed Asnawi un comandante molto vicino ad Al Qaida. Lui e i suoi uomini sono stati i primi a cercar di mettere le mani sul commercio di esseri umani. Li prendono sotto il proprio controllo li trasferiscono verso la Cirenaica e la Sirte e da lì organizzano la partenza verso l'Italia su grosse imbarcazioni. A differenza dei trafficanti tradizionali garantiscono barche più sicure a prezzi inferiori, intorno ai mille dollari. Quei soldi oltre a finanziare il gruppo di Asnawi garantiranno l'arrivo nel vostro paese e nel resto d'Europa di molti terroristi».

http://www.ilgiornale.it/

sabato 15 marzo 2014

219) UN ANNO DI PONTIFICATO DEL PAPA FRANCESCO

UN BREVE BILANCIO DEL PONTIFICATO DI PAPA FRANCESCO, AL SECOLO JORGE MARIO BERGOGLIO, AD UN ANNO DALL’ELEZIONE A SOMMO PONTEFICE.




Con l’avvento di Papa Francesco al Soglio Pontificio è radicalmente cambiato lo stile del Papa nei suoi modi di fare. Egli nel momento dell’elezione scelse di adottare una croce di ferro da portare al collo, anziché una d’oro, e tenne i suoi vecchi abiti. Già nel suo modo di salutare i fedeli con un “buonasera” o con un “buon pranzo” fece capire che avrebbe parlato diretto con un linguaggio semplice, alla portata di tutti e non esprimendosi con un lessico per grandi teologi difficile da comprendere. Qualche critica per i suoi modi di fare nel Vaticano e a volte tramite i suoi media non è mancata, tutto sommato la maggioranza degli alti prelati ha accolto positivamente il nuovo Papa e le sue innovazioni. Pensiamo per esempio al pettegolezzo: chi mai si sarebbe aspettato che proprio il Sommo Pontefice ripetutamente si scagliasse contro un argomento che apparentemente può sembrare di una non enorme gravità. Le chiacchiere distruttive sugli altri imperversano nei paesi medi – piccoli, nei luoghi di lavoro e perfino negli ambienti di Chiesa, sono basate principalmente sul sentito dire e senza che ci sia nulla di certo. Per questo Papa Francesco, cui giungeranno all’udito i pettegolezzi del Vaticano, ha pensato di dare una bella tirata d’orecchie a una parte dei suoi fedeli, cominciando dalla Città del Vaticano e terminando nelle realtà ecclesiali minori. Recentemente Egli ha letto una lettera di un sacerdote romano che si lamentava del fatto che ce l’avesse con i preti, i quali molte volte sono rimproverati: per la durezza nel predicare, per i loro stili di vita lussuosi e per i loro modi di fare; i richiami papali volevano essere delle sollecitazioni a ritrovare la semplicità, l’umiltà e la povertà da parte della Chiesa. Da parte del Santo Padre sono dei buoni esempi di stile semplice il sedersi a tavola o sugli autobus al paro di tutti gli altri sacerdoti e il visitare le parrocchie romane a bordo di una modesta vettura.



I maliziosi sostengono che tutti i papi recenti che volevano rivoluzionare la Chiesa non sono durati molto; allora cosa dire di Giovanni Paolo II che ha lasciato un’impronta profonda di rinnovamento nella storia del cattolicesimo ed ha regnato tantissimo? Beh in effetti il Papa Polacco scampò ad un grave attentato. Consiglierei a Papa Francesco, ricordandosi di Giovanni Paolo II, di non trascurare la sua sicurezza. Abbiamo parlato dei pettegolezzi, ma che cosa sono in confronto ai massacri dei cristiani nel mondo? Qui il Papa si fa sentire poco. Evidenzia il tema dell’accoglienza dei profughi di tutte le religioni, commemora le vittime dei naufragi e non tralascia il dramma della disoccupazione sempre più crescente in Italia. Quando gli Stati Uniti minacciarono un intervento militare in Siria Egli istituì una giornata di digiuno per la pace: la distruzione e la morte che il Papa voleva evitare con quell’iniziativa c’erano e ci sono tuttora, semmai quell’operazione, annullata per l’opposizione degli storici alleati dei siriani, avrebbe posto fine (ufficialmente) alle ostilità, come avvenne in Libia. Le mentalità della sinistra influenzano la Chiesa: ogni volta che sono gli Usa a minacciare le guerre, ecco allora scaldarsi le piazze e i media nel chiedere la pace; quando sono le altre nazioni che si preparano ai conflitti, come in questi giorni che sale la tensione tra Russia e Ucraina, a nessuno importa niente.

Questo Cattolicesimo ai conservatori ha concesso solo il ritorno alla messa tridentina su richiesta, con i progressisti dialoga sulle questioni a loro care: unioni civili, comunione ai divorziati, omosessualità. La frase di Francesco sugli omosessuali (“Chi sono io per giudicare?”) è stata interpretata erroneamente dai media come un’apertura verso i matrimoni tra persone dello stesso sesso; in realtà ha questo senso: se uno è nato con quel difetto o l'ha sviluppato non può farci nulla, così come chi nasce cieco o paralitico che colpa ne ha? Se fossero tutti sodomiti e se anche la Chiesa promuovesse delle politiche in tal senso, l’omosessualità si espanderebbe sempre di più e il genere umano si estinguerebbe; almeno in occidente: dove si diffondono sempre più le politiche omofile e che è anche abbastanza provato dal crollo delle nascite. Su questo punto e sul sostegno verso le famiglie tradizionali basate sul matrimonio tra uomo e donna il Pontefice si è fatto sentire ripetutamente: ha spronato i giovani ad essere fecondi e non essere zitelli e ha invitato a non accontentarsi di un solo figlio. Sull’accesso dei divorziati alla comunione si va verso la svolta: la Sacra Rota scioglie molti matrimoni, allora sarebbe contraddittorio per il Vaticano vietare l’eucarestia a dei divorziati. È un Papa che piace sempre di più al popolo e sono proprio quei modi di fare semplici, bizzarri ed imprevedibili che attirano, come ad esempio telefonare alle persone comuni o rispondere alle loro lettere. Anche a me arriverà una telefonata o un commento sul blog per questi miei pensieri? Naturalmente scherzo. Se così avvenisse non reggerei l’emozione. E in più io ed il mio sito vogliamo rimanere umili, modesti, all’ombra del paesello e mai ci sogneremmo di salire così alla ribalta. Preferisco che il Papa chiami le persone che hanno veramente bisogno di aiuto e di conforto.

martedì 4 marzo 2014

218) QUALE DESTRA?

DOPO LA FINE DEL PDL PREVALE UN SENSO DI SFIDUCIA NEL RICERCARE UN PARTITO ADATTO A PORTARE AVANTI LE IDEE DI DESTRA. "FRATELLI D'ITALIA" NON ERA INTERESSATO AL “MOVIMENTO PER AN” MA RIESCE A SOFFIARGLI QUEL SIMBOLO PER PURO CALCOLO DI CONVIENENZA.



In occasione delle elezioni politiche 2013 mi battei come un leone per il Pdl, il quale sembrava sfracellarsi senza nessuna possibilità di salvezza. Invece accadde il miracolo: quel partito si salvò e determinò da protagonista le sorti della politica italiana. Dopo pochi mesi si decise la fine dell’esperienza pidiellina con la rinascita di Forza Italia e la nascita del Nuovo Centrodestra che intrapresero strade diverse. Questa spaccatura ha determinato in me un senso di sfiducia, di delusione e di distacco dalla politica: esattamente un anno fa avevo sbarrato con fortissima convinzione il simbolo Pdl nella scheda per la Camera dei Deputati, in quelle per il Senato della Repubblica e per la Regione Lazio, contribuendo con la mia scelta ai presenti nelle liste di sedersi su quelle poltrone dorate e dopo qualche mese cambiano nome e si dividono. Credevo ancora fortemente nella fusione (per la verità un po’ troppo frettolosa) del 2008 tra FI e An.



Dopo l’iniziale sconforto mi sono mosso alla ricerca di un partito con i valori di destra, cancellati nel Pdl col passaggio a FI. Avevo seguito con attenzione le mosse di Storace, il quale era interessato insieme ad altri piccoli partiti dell’area destrosa alla rifondazione di Alleanza Nazionale: sembrava un interessante progetto. Ora non so come finirà quel cammino, visto che Fratelli d’Italia è riuscito a soffiare il simbolo di Alleanza Nazionale al Movimento per An; prima di appropriarsi di quel logo i suoi militanti dichiaravano che non erano interessati al ritorno ai partiti del passato, perché sarebbe stata una minestra riscaldata, loro guardavano al futuro e non al passato. Allora mi domando: perché non condividere con tutti gli altri piccoli partiti di destra quel simbolo e tenerlo solo per loro? Perché altrimenti i rappresentanti di Fratelli d’Italia si sarebbero dispersi nella grande folla dei dirigenti degli altri movimenti e solo pochi di essi sarebbero emersi; mentre ora aspirano a sfruttare il logo An, ridotto in miniatura nell’emblema di FdI, al fine di richiamare gli elettori e far sparire gli altri partiti di quell’area. Giorgia Meloni dà l’impressione di essere un Renzi in gonnella: è montata come lui, vuole strafare, bruciare i tempi, non vuole farsi umile e indicare chi ha più esperienza, inoltre ha un titolo di studio modesto, anche se in politica il grado d'istruzione conta poco. FdI ha organizzato le primarie delle idee in cui, oltre a far scegliere il simbolo ai votanti, sono stati posti dei quesiti con i seguenti risultati: favorevole alla riapertura delle case chiuse il 78% dei votanti, gli altri 8 quesiti hanno raggiunto o superato il 90% dei consensi, tra cui quelli sul blocco dell’immigrazione, divieto di aperture di nuove sale slot machines e dazi sulle merci dei Paesi che fanno concorrenza sleale contro l’Italia. Belle proposte approvate dagli elettori ma si tratterà solo di parole: quando i capi del partito siederanno su quelle poltrone si culleranno, dimenticandosi di tutto e dovranno venire a compromessi con i poteri forti nazionali ed internazionali, con i partiti più grandi e con i grandi organi di informazione orientati a sinistra.


Conviene di più costituire una destra forte che si fa sentire, che non si allea con nessuno e con il popolo fa le sue battaglie nelle piazze (vere e virtuali). Dove cercarla questa destra? Sul Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale per ora sono orientato sul no per come sono state fatte le cose. Vedrò cosa faranno Storace e gli altri e deciderò. Adesso non sono tanto estremista da votare il movimento di estrema destra Forza Nuova: se le cose andranno sempre peggio e i governanti non faranno scelte radicali a favore del popolo italiano in futuro Fn potrebbe fare il botto di voti. Non so potrei scegliere Forza Italia, ora che i più moderati sono usciti e vedrò se si costituirà un'ala destra al suo interno.


Oggi FI è l’unico grande partito di centrodestra, gli alleati al confronto hanno le briciole: più o meno i sondaggi danno gli stessi risultati del Pdl, allora non è stata tutta questa convenienza l’ennesimo cambio di nome.

domenica 23 febbraio 2014

217) CHE BUFFONATA!

RENZI, FORTE DELLA SUA POSIZIONE DA SEGRETARIO PD, CON L’ASSENSO DEGLI ALLEATI DI CENTRODESTRA AFFAMATI DI POTERE E SENZA AVER RICEVUTO IL MANDATO POPOLARE, LICENZIA LETTA E NE PRENDE IL SUO POSTO. LE SUE RECENTI DICHIARAZIONI E RASSICURAZIONI SI SONO RILEVATE DELLE GRAN MENZOGNE. L’AVEVO SEMPRE DETTO CHE ERA UN AMBIZIOSO ARRIVISTA SENZA SCRUPOLI.



Negli ultimi tempi ho cercato di evitare di parlare di politica italiana perché ormai il tutto era ridotto ad un vero disgusto. Il recente cambio della guardia a Palazzo Chigi è la conferma che ormai la democrazia è morta. Poteva andarmi bene un governo di emergenza, come lo era quello guidato da Enrico Letta, al fine di evitare di tornare immediatamente alle urne e sbrigare in pochi mesi le urgenze della nazione; il governo di Renzi non mi va affatto bene. Prima di tutto lo stesso non può proporre un governo di legislatura ora che al timone c’è lui, quando con Letta imponeva un patto di quindici mesi per poi tornare al voto; si trattava di una menzogna, come molte altre cose uscite dalla sua bocca: “non ci interessano rimpasti, rimpastini e staffette, roba da Prima Repubblica!”; “non farò mai il segretario Pd per destabilizzare Letta!”; “mai più larghe intese!”; “andrò al governo dopo aver vinto le elezioni!”.

Io avevo captato subito che tipo era, sin da quando lo vidi per la prima volta da candidato sindaco di Firenze in un programma televisivo e mi capitò di parlarne agli esordi di questo blog [14) L’IMPORTANTE È CHE LEGGANO del 20 maggio 2009]: Non mi fece una buona impressione il trentaquattrenne candidato sindaco di Firenze Matteo Renzi in un programma televisivo: il giovane cresciuto con i cartoni animati e tutto Facebook; un quaquaraquà mi sembrò (un chiacchierone), tipo Lotito il presidente della Lazio.”

Allora vinse a sorpresa le primarie per la disputa della poltrona di sindaco della propria città, probabilmente ubriacando di chiacchiere i suoi concittadini del suo partito ed iniziò la sua scalata. Una volta eletto sindaco, invece di lavorare e concentrarsi totalmente per Firenze, sfruttò tale posizione per farsi notare e conoscere sempre di più all’interno della sua parte politica: attese uno ad uno la caduta dei dirigenti più noti per farsi largo e divenuto segretario del Partito Democratico al potere, gli si spalancarono le porte della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ha colto l’attimo fuggente: evidentemente col voto non era così sicuro di raggiungere Palazzo Chigi. Il suo prossimo obiettivo sarà la Presidenza della Repubblica, sempre che non si bruci in pochi mesi e gli succederà un altro governicchio da Prima Repubblica, come il suo in mano ai poteri forti nazionali, alla Germania, alla Ue; in quel caso tornerà a fare il sindaco, facendo sfiduciare il suo successore a Firenze.
Alfano avrebbe potuto bloccarlo, minacciandolo col voto anticipato, non l’ha fatto perché il suo “Nuovo Centrodestra” è in caduta libera e ha temuto di finire come “Futuro e Libertà per l’Italia”; in secondo luogo i componenti del suo partito non hanno voglia di mollare le poltrone. Le riforme che vuol portare avanti questo nuovo governo avrebbe potuto tranquillamente gestirle quello vecchio.

Oggi ripropongono ciò che il governo Berlusconi produsse nel 2006 e che le sinistre fecero bocciare con il referendum: riduzione del numero dei parlamentari, fine del bicameralismo perfetto, maggiori poteri agli enti locali, eccetera. Ora la riforma elettorale non rientra più tra le priorità, lo credo bene: per rinviare il più possibile le elezioni! Personalmente non tollero l’introduzione di quote fisse distinte per sesso: al momento non c’è nessuna quota e volendo in una lista potrebbero essere presentate esclusivamente donne o al contrario esclusivamente uomini. Fanno solo un gran baccano per farsi belli con la storia della parità tra sessi e in questo modo avviene che si danno incarichi a chi non ha competenze solo per sbandierare l’uguaglianza di sesso, oppure di razza: basta guardare il caso della Kyenge, scelta nel Governo Letta solo perché di colore. Bisogna selezionare in base alla bravura: senza vietare a una donna di occuparsi di politica ma se ci sono più uomini che donne portati è giusto che sia così. Gli stessi problemi si verificano in tanti altri mestieri, dove è una questione di potenza, di testosterone, perciò sino a qualche anno fa tipicamente maschili.

In ultima cosa, questo avvicendamento di governo e la riabilitazione di Berlusconi da parte di Renzi per collaborare alle riforme, causerà ancor di più l’implosione del Partito Democratico.

domenica 16 febbraio 2014

216) BLOG SI, BLOG NO

I VANTAGGI E GLI SVANTAGGI NEL PORTARE AVANTI IL BLOG NEI DIVERSI PERIODI (DI DISOCCUPAZIONE E DI LAVORO), TRA LE SOLITE CRITICHE E I CONSUETI MALUMORI.



Per alcuni alla lunga potrebbe cominciare ad essere pesante portare avanti un blog, mentre altri continuano a scrivere a tutto spiano come se nulla fosse. Dipende dagli impegni familiari, lavorativi e sportivi che uno ha: chi ci tiene riesce ad organizzarsi ed a trovare dei ritagli nel corso delle giornate che sono maggiori nei giorni di riposo e va avanti per lungo tempo, c’è poi chi alza bandiera bianca quando iniziano a sopraggiungere molti impegni primari, a differenza del tempo libero di cui disponeva quando aveva iniziato ad occuparsi di un blog su internet.

Quando un individuo ha poco o nulla da fare la mente è più libera e più riposata per pensare, come direbbero le molte malelingue e in un certo senso hanno pure ragione: soltanto a loro cosa importa e cosa cambia se uno si occupa di argomenti di pubblico dominio o impiega il tempo in altri modi? Allora cosa dire di tutti gli altri che si espongono pubblicamente? Se la mettono su quel piano anche per un anziano pensionato o per un giovane disoccupato lo sparlare degli altri può essere considerato un sintomo del dolce far niente. Purtroppo io ho questo carattere: molte volte mi rode che ad alcuni rode di me e delle mie cose, quando invece dovrei essere superiore e fregarmene di tutto e di tutti. Spesso anziché rispondere alle critiche formulate si preferisce guardare ed attaccare sul piano personale: ciò avviene nell’oscurità negli ambiti minori, di paese, e in maniera colossale a livello nazionale. Chiunque sceglie di esporsi ne paga le conseguenze: così è stato per me che sono uscito dall’anonimato dapprima su un foglio locale e successivamente sulle reti informatiche; se fossi rimasto nell’ombra nessuno avrebbe mai badato a quello che avrei fatto, tranne la ristretta cerchia dei parenti e dei conoscenti, al massimo mi limiterei a condividere con essi dei piccoli pensieri sul pubblico e sul privato su Facebook o su Twitter.

Devo dire che il mio ritmo nel pubblicare è rimasto invariato sin dall’inizio: non è che nei periodi di disoccupazione abbia pubblicato di più rispetto ai periodi di lavoro. Esporre le proprie idee teoricamente non dovrebbe comportare ripercussioni in qualunque ambito lavorativo: l’importante è farlo nel rispetto delle leggi vigenti. Nel corso del tempo sono maturate delle differenze nell’entusiasmo e nella volontà di portare avanti questo blog: in entrambi i casi ce n’erano molto di più agli inizi, oggi dopo cinque anni mi sono spremuto abbastanza e la stanchezza si fa sentire. Mai avverrebbe che qualcuno si renda disoccupato volontariamente per avere più tempo libero a disposizione, tuttavia c’è bisogno di sforzarsi e continuare ancora per un po’, a dimostrazione che anche con degli altri impegni si trova il tempo per colorare il sito. Ci sono delle occasioni in cui si può evitare il contatto con gli altri e delle altre più imbarazzanti dove non si può scappare. E pensare che basterebbe così poco: ovvero non entrare più qui e tutto si risolverebbe.

martedì 11 febbraio 2014

215) GLI SFREGI AI MARTIRI DELLE FOIBE

A DIECI ANNI DI DISTANZA DALL’ISTITUZIONE DELLA GIORNATA DEL RICORDO PER LE FOIBE, SI FA DI TUTTO PER NON RICORDARE E TORNARE ALL’OBLIO.




Il massacro delle foibe, per lungo tempo occultato, da una ventina d’anni è divenuto di dominio pubblico, nel giusto contesto di un sano revisionismo storico. Tra il 1943 ed il 1945 si stima che oltre 10.000 italiani delle terre dalmate – istriane siano stati uccisi e poi gettati in degli inghiottitoi carsici. A seguito dell’annessione dell’Istria alla Jugoslavia oltre mezzo milione di abitanti italiani lasciarono la loro terra per sfuggire alla pulizia etnica. Le violenze dei partigiani jugoslavi di Tito non guardavano in faccia nessuno, senza distinzione di età, di sesso, di opinione politica, si salvarono soltanto i compiacenti partigiani comunisti italiani. I profughi istriani che arrivavano nelle maggiori città italiane non erano visti di buon occhio: furono aiutati a condizione di tacere su tutto quello che avevano vissuto. Dopo il 1945 per decenni ci fu un silenzio totale sul dramma delle Foibe; soltanto all’inizio degli anni ’90 si cominciarono a diffondere quelle notizie sotterrate per lungo tempo, sino ad istituire nel 2004 la giornata del ricordo, che ricade ogni 10 febbraio.
 



Oggi non a tutti piace ricordare, si avvisano dei crescenti segnali di malumore e di sfregio verso quelle vittime, considerate di Serie B, da parte del popolo e da qualche politico: i viaggi della memoria nell’Istria sono stati cancellati dal sempre più fazioso neosindaco di Roma, la rappresentazione di Simone Cristicchi “Magazzino 18” viene spesso contestata dal pubblico e snobbata dalle televisioni e i monumenti che ricordano i massacri vengono sfregiati sempre frequentemente. Anche dall’altra parte le vittime della Shoah sono continuamente sfregiate e ne viene offesa la memoria; noi condanniamo senza appello, così come per tutti gli altri eccidi nazifascisti. Bisogna mettere tutte sullo stesso piano le vittime della follia umana di tutte le epoche e in tutto il mondo.

domenica 9 febbraio 2014

214) UN LIBRO DI GIAMPAOLO PANSA

Così il Pci scatenò il terrore per impadronirsi del Paese

In "Bella ciao" Giampaolo Pansa racconta la strategia delle Brigate Garibaldi per sterminare i fascisti. E non solo

Giampaolo Pansa - Ven, 07/02/2014 - 08:34

Pubblichiamo, per gentile concessione dell'editore, un estratto da Bella Ciao. Controstoria della Resistenza (Rizzoli, pagg. 430, euro 19,90; in libreria dal 12 febbraio) di Giampaolo Pansa. Nel saggio Pansa ricostruisce con dovizia di particolari il ruolo del PCI all'interno della guerra civile che ha insanguinato l'Italia dall'8 settembre del '43 sino al 25 aprile del '45 (anche se in molti casi le violenze si sono trascinate ben oltre).
Il giornalista documenta come i comunisti si battessero per obiettivi ben diversi da quelli di chi lottava per la democrazia. La guerra contro tedeschi e fascisti era soltanto il primo tempo di una rivoluzione destinata a fondare una dittatura filosovietica. Pansa racconta come i capi delle brigate Garibaldi abbiano tentato di realizzare questo disegno autoritario. Ricostruisce il cammino delle bande guidate da Luigi Longo e da Pietro Secchia sino dall'agosto 1943. Poi le prime azioni terroristiche dei Gap, l'omicidio di capi partigiani ostili al Pci, il cinismo nel provocare le rappresaglie nemiche, ritenute il passaggio obbligato per allargare l'incendio della guerra civile.
A distanza di tanti decenni colpisce sempre la strategia messa in atto dai militanti del Pci. In molti luoghi dell'Italia del Nord e del Centro, senza strutture apposite, comandi riconosciuti, progetti elaborati, basi predisposte. All'inizio tutto avvenne per iniziativa di singoli militanti, a volte sconosciuti anche ai dirigenti comunisti periferici. Fu così che si mise in moto un'offensiva fondata su uno schema semplice e terribile. Lo schema può essere riassunto nel modo seguente. Un attentato, una rappresaglia nemica. Un nuovo attentato, una nuova rappresaglia più dura. Un terzo attentato, una terza rappresaglia ancora più aspra. E così via, con una catena senza fine che aveva un solo risultato: allargare l'incendio della guerra civile e spingere alla lotta pure chi ne voleva restare lontano. Scriverà Giorgio Bocca: «Il terrorismo ribelle non è fatto per prevenire quello dell'occupante, ma per provocarlo, per inasprirlo. Cerca la punizione per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell'odio».
Ecco qual era la strategia dei Gruppi di azione patriottica, i Gap. Fondati verso la fine del 1943 per iniziativa del Comando generale della Brigate Garibaldi, ossia di Longo e di Secchia. Uno degli spagnoli, Francesco Scotti, poi raccontò: «Qualche compagno sosteneva che non era giusto scatenare il terrore individuale, perché questo era contrario ai principi marxisti leninisti. Anche in Francia avevo ascoltato critiche di questo genere».
Aderire alla strategia dei Gap, anche soltanto sul terreno del consenso politico, era difficile per molti iscritti al Pci clandestino. Gente semplice e coraggiosa che rischiava l'arresto perché aveva in tasca una tessera o partecipava a una raccolta di denaro per i primi nuclei ribelli. Ma trovare dei compagni disposti a sparare alla schiena di un avversario, e a sangue freddo, risultava un'impresa davvero ardua. [...]
Il vertice delle Garibaldi non perdeva tempo a strologare su queste esitazioni. Voleva vedere subito dei morti nelle strade. Secchia incitava ad agire «contro le cose e le persone» dei fascisti. Le azioni non venivano quasi mai rivendicate. E questo accentuava la paura seminata dalle molte uccisioni.
Pochi si rendevano conto che i Gap erano piccoli nuclei armati, composti soltanto da militanti comunisti, clandestini nella clandestinità, capaci di vivere nell'isolamento più totale. Una solitudine in grado di mettere a dura prova la resistenza nervosa anche del più freddo terrorista.
In realtà i gappisti veri e propri, quelli professionali e in servizio permanente, erano una frazione davvero minuscola rispetto ai tanti comunisti che iniziarono a sparare quasi subito contro i fascisti.
Gli omicidi di dirigenti del nuovo Partito fascista repubblicano, di solito segretari federali, vennero preparati e compiuti da terroristi dei Gap. Ma gli altri delitti, ben più numerosi, furono il risultato di iniziative decise da singoli militanti, decine e decine di volontari, senza nessun rapporto con il vertice delle Garibaldi. Erano pronti a sparare e a uccidere, sulla base di una tacita parola d'ordine diffusa da nessuno.
Ecco qualche esempio di queste azioni, di solito destinate a non entrare nella storia della guerra civile. Il 5 novembre 1943, a Imola, venne ucciso il seniore della Milizia Fernando Barani. Il 6 novembre, a Medicina, sempre in provincia di Bologna, furono accoppati quattro fascisti. Il 7 novembre, a San Godenzo (Firenze) altri quattro fascisti caddero sotto le rivoltellate di sconosciuti.In seguito Giorgio Pisanò scrisse che questo attentato era stato compiuto da un gruppo guidato dal meccanico Alessandro Sinigaglia, poi capo dei Gap fiorentini. Anche lui uno spagnolo reduce da Ventotene, perse la vita nel febbraio 1944 in una sparatoria.
Nel Reggiano, dopo la fine del Tirelli, si cercò di accoppare il commissario della nuova federazione fascista, l'avvocato Giuseppe Scolari. Era l'imbrunire del 13 novembre e l'attentato fallì. Andò a segno il terzo colpo, messo in atto il 17 dicembre. L'obiettivo era Giovanni Fagiani, cinquantenne, seniore della Milizia e già comandante della 79ª Legione. Abitava nel comune di Cavriago e stava ritornando a casa in bicicletta. Era in compagnia della figlia Vera, 19 anni, che pedalava accanto a lui. In località Prati Vecchi, il seniore venne affrontato da due ciclisti, in apparenza contadini avvolti nel tabarro per difendersi dall'umidità invernale. Gli spararono e lo uccisero. Mentre Vera si gettava sul padre, tirarono anche su di lei e la colpirono al volto. La ragazza sopravvisse, ma rimase cieca.
A Genova il gruppo di Buranello, ormai divenuto il Gap della capitale ligure, il 27 novembre 1943 cercò di intervenire in appoggio agli operai meccanici e ai tranvieri scesi in sciopero. L'agitazione era stata indetta dal Pci per adeguare il salario al carovita e ottenere l'aumento della quantità di alcuni generi alimentari tesserati. Ma l'aiuto si limitò a un paio di attentati contro i tralicci dell'alta tensione. Più pesante fu l'intervento in occasione del nuovo sciopero deciso tra il 16 e il 20 dicembre. Due fascisti vennero uccisi, forse dai Gap o da altri. Per reazione, le autorità repubblicane fucilarono due operai già in carcere perché trovati in possesso di armi mentre tentavano di sabotare dei tram. La rappresaglia, resa pubblica il 20 dicembre, fece terminare subito l'agitazione.

giovedì 30 gennaio 2014

213) CIMELI FAMILIARI PER IL 70° DEL BOMBARDAMENTO DI CORI

BREVE RICORDO DEL BOMBARDAMENTO DI CORI, FOTOGRAFIE FAMILIARI SULLA DISTRUTTA CHIESA DI SAN PIETRO  E ALTRO.


Il 30 gennaio di quest’anno ricorre il 70° anniversario del primo bombardamento aereo di Cori, che ci fu appunto il 30 gennaio 1944. Brevemente narrerò gli eventi di quell’anno, servendomi di pubblicazioni attinenti e di testimonianze dirette.

Pochi si aspettavano che il nostro paese venisse bombardato, tanto da divenire “sicuro rifugio” per abitanti di altri paesi, martoriati dalle bombe perché strategici. Dopo lo sbarco Alleato ad Anzio del 22 gennaio i rumori degli aerei che volavano a bassa quota si fecero sempre più assordanti, qualcuno per la paura si rifugiò in montagna e nell’orizzonte marino era possibile perfino intravedere delle navi. Molti scherzavano con gli aerei che sorvolavano il paese dei Lepini, si invitavano i piloti a liberarsi dei loro “carichi” dicendo: “sgancia Pè!” Quella dose eccessiva di sicurezza svanì la domenica del 30 gennaio col primo bombardamento, nei mesi successivi ne seguiranno degli altri. I superstiti si rifugiarono sui monti sino all’arrivo degli Anglo – Americani nel mese di maggio di quel 1944. I morti in quei terribili quattro mesi furono pressappoco sui duecentocinquanta e i feriti all’ incirca mille. Il motivo per cui Cori destò interesse tra gli Alleati fu la presunta presenza di un deposito di armi tedesche in una chiesa del paese: infatti alcune chiese furono rase al suolo, mentre altre subirono dei gravissimi danni. Le due chiese parrocchiali della parte alta del paese non si salvarono: morirono i rispettivi parroci e i fedeli che partecipavano alle funzioni.




In uno di questi luoghi di culto, a San Pietro, vicino al Tempio d’Ercole, i miei nonni si sposarono nell’Aprile 1942, esattamente 21 mesi prima della sua distruzione. Ho voluto scegliere l'immagine pubblicata, nonostante sia  in un cattivo stato di conservazione rispetto ad altre, perché tra le colonne del tempio si intravede l’entrata di quella chiesa.


L’interno della citata chiesa riprodotta sopra è una cartolina postale dell’epoca in mio possesso; non sono l'unico a possederla, visto che è già stata pubblicata in alcuni libri dedicati a Cori. Il tutto è tratto dai cimeli dei miei nonni che comprendono molte fotografie d’epoca. Mio nonno era della Guardia di Finanza, girò un bel po’ prima di arrivare a Cori, per cui abbiamo molte sue immagini e quelle di molti militari suoi colleghi con delle dediche: da esse si può riscontrare che allora l’anno fascista in numero romano era compreso nella data e tutti lo inserivano, specie gli appartenenti ai corpi armati e alle forze dell’ordine che dovevano scrupolosamente attenersi alle disposizioni impartite. Le foto-cartoline provengono un po’ da tutta Italia; tra queste c’è anche l’immagine di un piccolo balilla con timbro di un fotografo di Trieste. Nel mezzo di tutte queste foto ho scelto di inserirne una proveniente da Pola, nell’Istria, per rimpiangere i tempi andati: oggi è una città croata, già jugoslava, al tempo di quest’istantanea era un ridente capoluogo di provincia italiano.

lunedì 20 gennaio 2014

212) IL VALORE GIAPPONESE

LE CONTRADDIZIONI DEL GIAPPONE: UNA NAZIONE MAI COMPLETAMENTE “OCCIDENTALIZZATA” E L’OTTIMO CONNUBIO TRA TECNOLOGIE E TRADIZIONI CHE NON RISENTE DELLA CRISI ECONOMICA.

Il cosiddetto “ultimo giapponese”, alias Hiroo Honoda, è morto all’età di novantuno anni. “L'ultimo dei giapponesi” è un modo di dire per indicare coloro che, come i giapponesi nascosti nella giungla nella Seconda Guerra Mondiale che non si arresero all'evidenza della fine della guerra perché avevano perso tutti i contatti con il mondo o perché non vollero accettarla e per anni continuarono a combattere, non accettano l’evidenza dei fatti. È questo il caso del citato Hiroo Honada che, ignaro della fine della Seconda Guerra Mondiale nel 1945, continuò a servire la sua patria combattendo e rimase nascosto nella giungla della Filippine sino al 1974, allorquando riuscirono finalmente a convincerlo a tornare in patria (fu proprio l’ultimo a rientrare), dove fu accolto con tutti gli onori.


Manifesto giapponese della Seconda Guerra Mondiale.



Nel frattempo il suo paese era molto diverso da come lo aveva lasciato: entrato nell’orbita d’influenza dell’occidente, era divenuto un colosso economico ed industriale mondiale, secondo solo agli Stati Uniti. La nazione, piegata solamente dalle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, senza le quali non si sarebbe mai arresa, aveva cambiato i connotati, abbandonando in modo apparente il nazionalismo, l’orgoglio nazionale, propri degli antichi samurai e dei più recenti kamikaze; l’imperatore, il quale era scampato al processo per crimini di guerra, non era più un dio. Purtroppo quando si fa la guerra ognuno deve pensare al proprio tornaconto e al cercare di risparmiare più vite possibili dalla propria parte, anche se ciò comporta che tutto si rivolga contro i propri nemici: così ragionarono gli americani nel 1945 quando decisero di impiegare queste nuove armi di distruzione di massa al fine di far capitolare il Giappone e di risparmiare un milione di vite di soldati americani che avrebbe comportato l’invasione dell’arcipelago giapponese. Inoltre gi americani avevano un alibi giustificatore pronto: erano essi che furono aggrediti per primi dai giapponesi a Pearl Harbor nelle isole Hawaii. Nei decenni successivi dalla fine della guerra il rientro dei molti soldati all'oscuro di tutto divenivano dei momenti per riscoprire i valori antichi da guerrieri di un popolo, dimenticandosi così della sconfitta subìta e del grande sviluppo economico che si pensava avesse cambiato i connotati della nazione.

Il progresso tecnologico e il legame alla cultura e alle tradizioni convivono benissimo nel paese del Sol Levante. Esso nonostante sia entrato nella sfera d’influenza americana – occidentale non si è mai fatto interamente contaminare nel modo di pensare. In occidente la visione mondialista della sinistra politica e del cristianesimo progressista ha portato alla creazione del mito del multiculturalismo  e del “cittadino del mondo” (anche se entrambi i promotori hanno i loro fini ben definiti per promuovere la diffusione della società multietnica), infischiandosene totalmente della perdita dei propri usi e costumi, delle tradizioni storiche, culturali, patriottiche, religiose e delle glorie del proprio popolo. Le forze politiche conservatrici non possono fare granché per arginare ciò, a causa di quel “sistema” ramificato in ogni angolo che influenza tutto. Il Giappone al contrario resiste: conservando la società monoculturale e opponendosi alle pressioni nazionali e internazionali che chiedono a gran voce l’immigrazione di massa per far fronte alla denatalità, all’invecchiamento della popolazione e al gran numero di suicidi, grave piaga del paese. L'ex primo ministro giapponese Taro Aso ha una volta descritto il Giappone come una nazione di «una razza, una civiltà, una lingua e una cultura». Nell’arcipelago giapponese vivono circa 128 milioni di persone, la densità della popolazione è tra le più alte del mondo e solo l’1,5% non è giapponese: tra questo 1,5% molti hanno gli avi giapponesi. Si preferisce promuovere campagne di sensibilizzazione per l’incremento delle nascite, invece che concentrarsi sull’apertura totale delle frontiere.

In quel paese la crisi economica si è fatta sentire poco e il tenore di vita dei cittadini è tra i più alti del mondo. L’energia nucleare soddisfa gran parte del fabbisogno energetico e alla nazione non conviene bloccarla, nonostante quello che è successo nella centrale nucleare di Fukushima a seguito del maremoto. Un’altra differenza con il mondo occidentale è la pena di morte in vigore.



Il modo di pensare dell’occidente non ha contaminato il colosso asiatico, però la cultura europea lo affascina: vengono prodotti molti cartoni animati ispirati ai romanzi europei per i ragazzi ("Ai no gakko Cuore Monogatari", il nostro "Libro Cuore" ne è l'esempio: le gesta della nostra gloria recente sono arrivate anche nel lontano oriente grazie a Edmondo De Amicis e grazie ai giapponesi si sono diffuse ancor di più in tutto il mondo) e in più vengono celebrati molti matrimoni con rito cristiano. Il Giappone è un buon connubio vincente tra tecnologia – modernità e tradizioni patriottiche – culturali.

mercoledì 8 gennaio 2014

211) LA STRAGE DI ACCA LARENTIA

Acca Larentia, per non dimenticare

In memoria di Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta e Stefano Recchioni e di ‘quella sera di gennaio che resta fissa nei pensieri’




C’è una strada, nel cuore del quartiere Tuscolano a Roma, che da 36 anni è il simbolo di una generazione che ha sofferto, che ha sacrificato  i propri figli in una guerra senza perché. Si chiama via Acca Larentia. C’è una data, nel calendario, che da 36 anni è listata a lutto. È il 7 gennaio 1978.
Solo fino al giorno prima le luci natalizie rendevano il clima festivo e caldo, l’Epifania chiudeva le vacanze di Natale. Poche ore dopo una raffica di proiettili spezzava due giovani ed innocenti vite.
La sezione di Via Acca Larentia, al Tuscolano, si trova su un piazzale che affaccia su via Evandro e prosegue su un ballatoio che porta a via delle Cave. Il 7 gennaio ‘78 è un sabato, sono le 18 e in sezione alcuni ragazzi stanno organizzando un volantinaggio contro la chiusura della sede di Via Ottaviano. Sono Franco Bigonzetti, 19 anni, Francesco Ciavatta, 18, Maurizio Lupini, Pino D’Audino, Enzo Segneri.  Escono della sezione e si danno appuntamento a Piazza Risorgimento, nel quartiere Prati. Accade tutto in un istante: una raffica di proiettili esplosi da una Skorpion li investe. Altri colpi vengono sparati da pistole semiautomatiche. Franco viene colpito e cade sulla porta della sezione, Francesco tenta una fuga disperata ed inutile sulle scale del ballatoio, cadrà dal lato opposto e morirà appena giunto in ospedale.


Maurizio, Pino ed Enzo si rifugiano dentro la sezione, restano in ascolto. Fuori si sente parlare: “’ndo cazzo ve sete nascosti, li mortacci vostri” urla qualcuno. E spara. Ancora sul corpo senza vita di Franco.  I tre restano in attesa, sul pavimento della sezione. Poi Maurizio si avvicina al portone, ascolta: “se ne so’ annati” dice agli altri. Enzo è ferito ad un braccio. “Mo dopo annamo all’ospaedale” gli dice Maurizio, che poi accende la luce.

Guarda i suoi amici, Pino è frastornato, Enzo sente dolore al braccio. All’unisono si voltano, qualcosa attrae la loro attenzione. Sul pavimento, dall’anta sinistra della porta, filtra del sangue. Maurizio apre la porta. Il corpo di Franco è lì, muto, accasciato sullo stipite. Quei proiettili lo hanno ucciso. Maurizio capisce che Franco ha cercato di fuggire, la direzione più plausibile è proprio quella del ballatoio, lo percorre, giunge sull’altro lato delle scale, vede Francesco a terra, scende le scale di corsa, lo raggiunge. “Mauri’ … Mauri’ …” lo chiama Francesco “A me m’hanno solo ferito. Andate a vedere Franco, mi sa che l’hanno ammazzato”. Maurizio lo tiene stretto a sé, l’anima svuotata, il cuore in pezzi, gli occhi gonfi. “France’ …” invoca. “Mauri’ … Mauri’ … aiutame … me brucia tutto”. Sono le ultime parole di Francesco Ciavatta. Le lacrime di Maurizio, Francesco tra le sue braccia. Le lacrime di Enzo, lo sguardo perso nel vuoto di Pino, Franco accasciato sullo stipite della porta. E le sirene delle ambulanze e della polizia che si avvicinano.
È la cronaca di un giorno terribile, che resterà nella storia di una generazione, e poi delle successive, per sempre. Ed è solo una cronaca parziale. Perché quel 7 gennaio non ha ancora finito di mietere le sue vittime.
Nelle ore che seguono la tragedia molti giovani si radunano nel piazzale, le forze dell’ordine intervengono per tenere sotto controllo la situazione,  si forma un corteo spontaneo. Sono momenti terribili, durante i quali una comunità si stringe intorno al proprio lutto. Il corteo staziona su via Evandro, il clima è teso, dalla pistola del capitano Eduardo Sivori parte un proiettile che colpisce Stefano Recchioni in piena fronte.
Stefano è un giovane militante, appassionato, tranquillo. Dopo due giorni morirà in ospedale, diventando la terza vittima di una strage che non ha un perché.
Acca Larentia di vittime ne miete quattro: l’anno successivo, durante la manifestazione per la prima ricorrenza dell’odiata strage, Alberto Giaquinto, 17 anni appena, cadrà sull’asfalto di Via del Castani, nel quartiere Centocelle. “Troppo sangue sparso sopra i marciapiedi”.
"Un nucleo armato, dopo un'accurata opera di controinformazione e controllo della fogna di via Acca Larentia, ha colpito i topi neri nell'esatto momentoin cui questi stavano uscendo per compiere l'ennesima azione squadristica. Non si illudano i camerati, la lista è ancora lunga...". è il testo della rivendicazione della strage, rinvenuto in una cassetta audio a nome dei Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale. 
La vicenda relativa alle indagini che sono seguite all'attentato, come pure la storia dela Skorpion maledetta, è lunga e complessa: basti dire in questa sede che nessuno ha mai pagato per quei fatti e che lo scorso anno sono state riaperte le indagini contro ignoti, sperando che le nuove tecniche investigative possano far luce su vicende mai risolte. Ed eco riemergere vecchie carte e anche vecchi dolori, mai sopiti. Dolori che appartengono ad una intera comunità.

lunedì 6 gennaio 2014

210) LA CONFESSIONE


IL SACRAMENTO DELLA CONFESSIONE



In occasione delle festività religiose cattoliche, quali natale, pasqua, ricorrenze paesane dei santi patroni, si registra un aumento delle confessioni da parte dei fedeli rispetto agli altri periodi dell’anno. Secondo la liturgia Cattolica con il Sacramento della Riconciliazione si ottiene il perdono dai propri peccati. Si parte da bambini con questo sacramento, in occasione della Prima Comunione, iniziando a confidarsi in elementarità (bugie, parolacce, disobbedienza ai genitori) e di frequente a non dire tutto per timore, poi man mano che si cresce, chi continua perché ritiene importante questo strumento diventa sempre più esperto nell’elaborare delle narrazioni, frutto di riflessioni e meditazioni molto profonde. È un classico che i commenti dei curiosi facciano da contorno: “È molto tempo che è dentro, cosa avranno da raccontarsi?”; oppure quando si visita qualche luogo religioso e il sacerdote che accompagna si mette a confessare, si commenta: “Vedi come gli va bene? Sente pure quello che fanno le persone di queste parti!”

Non tutti i cattolici ritengono indispensabile la confessione, molti si interrogano: “Ma io quali peccati commetterei? Non ammazzo, non rubo e non faccio del male alle gente!” Altre persone, in particolare le signore anziane che vanno sempre in chiesa, non saprebbero proprio cosa dire al sacerdote, guardando pure alle cose molto più piccole dei peccati mortali: “Entro lì e cosa gli dico? Le bestemmie e gli accidenti non li dico, quello non lo faccio, quell’altro idem!”  Ci sono altri fedeli con altri caratteri e che hanno delle visioni diverse di fede che sono tutto l’opposto di costoro e ricorrono alla confessione molto spesso per dei motivi di cui la maggior parte di noi neanche farebbe caso. Oppure per chi è solo, il confessarsi spesso è anche un modo per poter parlare, per sfogarsi con qualcuno. Altri ancora che non frequentano molto le funzioni ma che in occasione delle festività citate in precedenza sentono la necessità di rivelare ad un sacerdote, il quale è vincolato dal segreto, le loro mancanze. Altre categorie di individui che non sono praticanti non comprendono proprio questo sacramento cattolico: loro non vi ricorrerebbero mai, principalmente per paura che il prete durante le prediche con il microfono spiattelli tutti i loro fatti personali; ma qualcuno di questi malvolentieri è "costretto" a confessarsi in occasione delle nozze. Se capita che il sacerdote nelle omelie citi le confessioni dei fedeli, parla a livello generico, deve mantenere il segreto e non si sognerebbe mai di dire: “Tizio mi ha detto così! Caio mi ha detto colà!” È successo che i penitenti abbiano confessato dei gravi crimini in cui ci sono andati di mezzo degli innocenti; in quei casi la maggior parte dei confessori in modo indiretto hanno cercato di indirizzare le forze dell’ordine e giudiziarie sulla pista giusta; non avrebbero mai potuto rilevare il dialogo confessionale. La storia ha insegnato che qualche criminale si è ravveduto tramite la Riconciliazione.

Abbiamo visto che tra i cattolici ci sono molte opinioni contrastanti riguardanti il sacramento della riconciliazione; questi contrasti sono presenti anche tra le confessioni cristiane: infatti la quasi totalità dei culti protestanti non ha questo sacramento perché per essi basta pentirsi sinceramente per essere autoassolti dai propri peccati. Lo scandalo delle indulgenze (bastava pagare per avere l’assoluzione dei peccati per sé e per i propri parenti defunti) fu uno dei principali motivi che portarono alla nascita dei culti del Protestantesimo con il monaco Martin Lutero. Come detto sopra molti cattolici possono ragionare come i protestanti se ritengono di non aver commesso cose gravi.

Un altro fattore che influisce nel citato sacramento è il sacerdote che confessa. Solitamente non si va volentieri da quello che ti conosce, si preferiscono gli estranei; soltanto il prete ha il suo padre confessore fisso, se così vuole. Nel caso di un coetaneo in cui si instaurano dei rapporti di amicizia, non guardando alla tonaca, allora ci si confessa con piacere con l’amico, il quale non vede l’ora che si vada da lui. Uno potrebbe aspettarsi che il prelato anziano sia molto più severo di quello giovane; delle volte accade il contrario, dipende dai caratteri. Quando si decide di confessarsi bisogna farsi coraggio e vuotare completamente il sacco, mica si rischiano le botte o altre cose peggiori e se non si racconta tutto è per dimenticanza. Si parla di alcuni santi che cacciavano la gente dai confessionali: riuscivano ad accorgersi sia se le confidenze dei fedeli erano inventate e non frutto di meditazione e sia se non si confessava tutto. C’è invece chi preferisce altri sistemi più persuasivi e meno duri. Confessione si, confessione no, le leggerezze piccole e grandi si commettono quasi sempre, tutti hanno i loro difetti caratteriali e i santi sono ben pochi.