IL 23 OTTOBRE
1956 INIZIÒ LA
RIVOLUZIONE UNGHERESE CONTRO LA DITTATURA COMUNISTA.
In seguito ad una manifestazione del 23 ottobre 1956 iniziò la
sollevazione del Popolo Ungherese contro il Regime
Comunista che era al potere. Il Partito
dei Lavoratori Ungheresi che deteneva le redini ungheresi, dopo aver tentato di
sedare la rivolta attraverso la polizia politica segreta, si sottomise ai
rivoltosi ed avviò un processo di riforme. L’Unione Sovietica, nazione guida
dei Stati del’Est, non permise quel
cambio di rotta politica: intervenne con i militari e i carri armati per sedare
la rivolta, perdendo oltre 700 uomini. Invece gli
Ungheresi che morirono in
quella guerra furono oltre 2.652. Seguirono dei processi in cui furono
condannati a morte militari, politici, giornalisti che avevano appoggiato la
rivolta. La rivoluzione d’Ungheria del 1956 fu una delle principali ribbellioni nei
paesi del’Est: seguiranno la
Primavera di Praga e il Movimento di Solidarnosc prima delle decisive sollevazioni del 1989
che porteranno alla fine dei Regimi
Comunisti nell’esteuropeo. In
ricordo di quei tragici eventi di sessant’ani fa c’è il canto “Avanti ragazzi di Buda, avanti ragazzi di
Pest“ (della capitale d’Ungheria Buda è il centro storico, mentre Pest sono i
quartieri nuovi).
Avanti ragazzi di Buda, avanti
ragazzi di Pest/studenti braccianti operai, il sole non sorge più ad
est/Abbiamo vegliato una notte, la notte dei cento e più mesi/quell’alba
radiosa di ottobre, quell‘alba dei giorni ungheresi.
Ricordo tu avevi un moschetto, su
portalo in piazza ti aspetto/nascosta fra i libri di scuola, anch’io porterò
una pistola/Sei giorni, sei notti di gloria durò questa nostra vittoria/al
settimo sono arrivati i russi con i carri armati.
I carri ci spezzan le ossa, nessuno
ci viene in aiuto/il mondo è rimasto a guardare sull’orlo della fossa
seduto./Ragazza non dire a mia madre che io morirò questa sera/ma dille che
vado in montagna e che tornerò a primavera.
Compagno il plotone già avanza, già
cadono il primo e il secondo/finita è la nostra vacanza, sepolto l’onore del
mondo/Camerata riponi il fucile torneranno a cantare le fonti/e allora serrate
le file che noi scenderemo dai monti.
Avanti ragazzi di Buda, avanti
ragazzi di Pest/studenti braccianti operai, il sole non sorge più ad est.
Tragedia sfiorata a Cori: scuolabus
bloccato tra alberi e pali di cemento
caduti a causa del forte vento
CORI - Panico oggi a Cori per i
bambini delle elementari a bordo dello scuolabus che li riportava a casa. A
causa del maltempo un albero era caduto in via dei Lavoratori, quando, intorno
alle 16,20, il pulmino si è ritrovato davanti il grosso tronco che gli sbarrava
la strada. Mentre le raffiche di vento continuavano, l’autista si è reso conto
che un altro albero stava per cadere e così è stato. Questo secondo albero si è
tirato dietro i fili dell’energia elettrica che a loro volta hanno trascinato a
terra parte di due pali di cemento dell’Enel. Così il pulmino è rimasto
bloccato tra gli alberi e i pali della luce. A bordo si è diffusa agitazione
tra i bimbi, alcuni dei quali hanno ovviamente cominciato a piangere mentre
l’accompagnatrice che li assisteva cercava di tranquillizzarli. L’autista del
mezzo è sceso e insieme ad alcuni abitanti della zona che erano accorsi si è
cominciato con una motosega a tagliare i tronchi e i rami per liberare la
strada. Sul posto anche gli agenti della Polizia Locale. Dopo circa tre quarti
d’ora tutti si è riusciti a riportare nelle loro case i bambini sani e salvi.
Caduti i pali, la zona è peraltro rimasta senza corrente e, in serata, al buio.
A pensare che a suo tempo c’era chi lanciò l’allarme sui rami troppo
grossi degli alberi posizionati lungo le strade trafficate (http://nuovoanluc.blogspot.it/2015/07/280-inchiesta-fotografica-3.html).
Avrebbero dovuto provvedere (anche senza la citata segnalazione che non si sa
se è stata letta dalle autorità competenti), anziché concentrarsi sul
censimento degli alberi storici. Ce ne saranno molte di piante antiche sugli
alti monti che circondano Cori e quelle non danno fastidio a nessuno. Fortunatamente
non è successo nulla di drammatico; speriamo solo che questo episodio serva da
monito per il futuro. Oltre rimuovere gli alberi e i rami di impiccio, bisognerebbe
eliminare anche quei pali di cemento che ci sono ancora e far passare la
corrente elettrica sotto terra.
L’ASD MONTILEPINI, OPERANTE NEL CALCIO A CINQUE, PRENDE IN GESTIONE IL CAMPO
SPORTIVO DI STOZA, FONDANDO UNA SQUADRA DI CALCIO A UNDICI, E SI ISCRIVE NELLA
TERZA CATEGORIA DI LATINA, PER COLMARE IL VUOTO SEGUITO ALLA SPARIZIONE DELL’ASD CORI CALCIO.
La società di calcio a cinqueAsd Montilepini ha creato una propria
squadra di calcio a undici che parteciperà al prossimo campionato provinciale
di Terza Categoria, rappresentando il
paese di Cori. La società è attiva
già da qualche anno, cioè da quando si scisse dal Cori Calcio. Il campo sportivo di Stoza continuerà a vivere e non cadrà nell’abbandono. Era quello
che seriemente sarebbe potuto accadere dopo la sparizione dell’AsdCori
Calcio, che in estate ha ceduto il suo titolo sportivo del Campionato Regionale di Promozione al Priverno, dopo che nessuno a Cori è
stato interessato a rilevare la società e a continuare il cammino nella seconda
serie regionale.
Certo per chi segue assiduamente le vicende calcistiche paesane sarà
dura passare dalla Promozione alla Terza Categoria, l’ultimissimo gradino
della piramide calcistica italiana (e dilettantistica), ma se il convento passa
questo si dovrà accontentare. Anzi è un miracolo che il calcio a Cori sia
ripartito immediatamente: infatti l’ultima volta che il Cori (Corigiulianello per
l’esattezza) vendette il titolo sportivo (di Prima Categoria al Borgo
Flora), il paese rimase per un paio di anni senza nessun tipo di attività
calcistica. Era la stagione 1999 – 2000 e ci sono delle analogie con l’ultima
stagione del Cori in Promozione: salvezza sofferta dopo un
avvio molto disastroso e vendita del titolo sportivo a fine stagione.
La prima squadra calcistica di Cori
Quest’anno dovrebbe essere l’ottantesimo anniversario dell’avvento
del calcio a Cori e tra alti e bassi, tra fusioni, scissioni, rifondazioni, tra vendita e acquisti
dei titoli sportivi, tra sforzi economici dei tanti presidenti, varie societàci sono state: dopo le Cocozzélle, l’U.C. Cori,
il Corigiulianello, la Città di Cori, il Cori Calcio, è il turno dalla Montilepini.
Ora partirà dal gradino più basso, poi con il tempo si vedrà: magari
coinvolgendo altri soci e reperendo buoni sponsor la citata società potrà
effettuare qualche salto di categoria. La Terza Categoria è un brutto
campionato: c’è poca disciplina e spesso le partite finiscono in risse.
Soltanto undici squadre vi parteciperanno: l’esiguo numero è dovuto alla sempre
maggiore facilità dei ripescaggi nelle serie regionali superiori.
Di seguito
c’è un filmato presente in rete sulla stagione del Cori dei record (Prima
Categoria 2013 – 14), delle 21 vittorie consecutive: è stata l’annata del
massimo splendore del calcio corese di questi 80 anni e, attraverso il
pallone,ha fatto straparlare del paese
dei Lepini in tuttala RegioneLazio.
Possa
essere di buon auspicio, donare ulteriori stimoli, grinta e carica, spronare a
impegnarsi sempre di più, i giocatori di oggi che rappresenteranno il paese di Cori
nel calcio. Auguri di buon campionato e in bocca al lupo.
“IO E ORIANA” È UN LIBRO IN CUI MAGDI CRISTIANO ALLAM PARLA DEL SUO RAPPORTO CON
ORIANA FALLACI, LA
RINGRAZIA E LE DÀ RAGIONE SULLE ALLORA CRITICHE DELLA
SCRITTRICE ALLA SUA PERSONA, CHE SI DEFINIVA “MUSULMANO MODERATO”.
A
dieci anni dalla scomparsa di Oriano Fallaci, Magdi Cristiano Allam ha
pubblicato un libro in cui parla del suo rapporto con la scrittrice fiorentina.
In questo volume vengono riportati gli articoli del giornalista nel periodo
2001 – 2006 e alcuni testi di Oriana Fallaci pubblicati nei libri nello stesso
periodo. Egli allora era solo Magdi Allam, ancora non era “Cristiano” e credeva
fermamente nell’Islam moderato. Oriana e Magdi si stimavano a vicenda come
giornalisti, specialmente per le loro forti posizioni contro il terrorismo
islamico e per la contrarietà alla crescente islamizzazione dell’Europa. I due
avevano concordato di scrivere un libro in cui Magdi intervistava Oriana: si
incontrarono varie volte per il raggiungimento dell’obiettivo; quando gli
scritti stavano per essere consegnati alla casa editrice la Fallaci bloccò tutto e non
se ne fece più nulla. La motivazione ufficiale era che la punteggiatura, al
momento di trascrivere l’intervista su carta, non era stata rispettata. In
realtà Oriana non aveva gradito alcune iniziative di Magdi, che allora pensava
ci potesse essere un lato buono nell’Islam.
Il giornalista egiziano,
naturalizzato italiano, fu tra i firmatari del “manifesto contro il terrorismo e per la vita” in cui si
sollecitava il governo italiano ad accelerare le leggi per far acquisire più
agevolmente la cittadinanza italianaagli stranieri, così si pensava che si sarebbero integrati nel tessuto
sociale dello stato che li ospitava, non si sarebbero ghettizzati e fatti
terroristi (in futuro i fatti avrebbero dimostrato il contrario: in Olanda ad
esempio fu assassinato il regista Van Ghog per aver denunciato in un video la
brutalità con cui le donne venivano sottomesse). Quei firmatari furono ricevuti
dal Presidente della Repubblica
Ciampi, il quale li appoggiava decisamente. Invece Oriana Fallaci nel suo libro
dell’auto intervista e dell’apocalisse attaccò
quell’iniziativa, scagliandosi contro Ciampi e contro Allam, definendo
quest’ultimo “il giornalista del perbene”.
Magdi Allam era minacciato e rimproverato dai sedicenti rappresentanti
dell’Islam italiano per le sue posizioni contro il terrorismo; quei
rappresentanti si travestivano da agnelli quando erano ospiti delle
trasmissioni televisive, in realtà erano dei lupi. Prima di una puntata di “Porta a Porta” Allam in privato fu
duramente richiamato da uno di quegli islamici, che gli disse che egli non
faceva più parte della loro comunità e di impegnarsi a rientrarvi; Magdi Allam
replicò denunciandolo per minacce. Allam pubblicò alcuni articoli sul “Corriere della Sera” in cui denunciava
i violenti sermoni degli iman nella moschea di Roma: grazie a quegli scritti
quei predicatori di violenze furono allontanati dal’Italia dall’allora Ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu.
Sono
tracciati dei profili dei tanti italiani che si convertono al’Islam e ne
abbracciano i lati più violenti: la maggior parte di essi provengono dall’estrema
sinistra e attraverso l’Islam cercano quella rivoluzione che non c’è stata col
marxismo. È dai primi anni 2000 che lo scrittore vive sotto scorta per le sue
posizioni. In lui con il tempo maturò la convinzione che non esiste l’Islam
moderato, essendo inconciliabile con la nostra società e con le nostre civili
conquiste: è un musulmano che può scegliere di essere moderato, non seguendo i
precetti dell’Islam. Egli, a seguito di quella maturazione, si convertì al
cristianesimo la notte di Pasqua del 2008, quando fu battezzato da Papa
Benedetto XVI. Oggi il giornalista, pur
continuando a credere a Gesù, non si riconosce nella Chiesa di Papa Francesco. È
grazie a Oriana Fallaci che Magdi (ora Cristiano) Allam arrivò a quella svolta
clamorosa e oggi ci dice che noi tutti dobbiamo esserle riconoscenti. Egli ha
vinto anche una causa contro la sua persona: gli fu riconosciuto il diritto che
i suoi articoli si limitavano alla critica e nient’altro. È stata fondata l’associazione
“Amici di Magdi Cristiano Allam” in cui il giornalista si autopromuove come
coordinatore di una rivoluzione con protagonisti tutti noi, contro le politiche
politicamente corrette, specie in materia di immigrazione, di cancellazione dell’identità
italiana, di smantellamento della famiglia naturale, di dittatura europea, di
tasse, di smembramento delle forze armate, di stampa asservita al potere, di dittatura
della magistratura, eccetera.
È ARRIVATO L’ENNESIMO
SISMA CHE HA CAUSATO ALCUNE CENTINAIA DI VITTIME. TUTTI SE NE FREGANO DELLA
PREVENZIONE, EPPURE NELLE STESSE ZONE NEL CORSO DEI SECOLI CI SONO STATI DEI
TERREMOTI CATASTROFICI. E NOI COSA FACCIAMO?
L’Italia e il mondo
sono rimasti scioccati dal terremoto che ha distrutto la città di Amatrice e
qualche paese vicino ad essa, causando in totale quasi trecento vittime. Intere
famiglie, alcuni delle quali trascorrevano nella rinomata località della Provincia di Rieti le vacanze, sono
state spazzate via, altre sono state spezzate, poche risparmiate. Le località
dove si è abbattuto il sisma raddoppiano, triplicano, la popolazione nei mesi
estivi (come accade a Rocca Massima): la gente ha acquistato delle casette per
sfuggire nei mesi assolati dall’afa delle città. Se il fenomeno naturale si
fosse verificato d’inverno le vittime sarebbero state molte meno. Il violento
sisma non ha guardato in faccia nessuno: sono morti bambini, anziani, uomini,
donne. Il numero delle vittime è quasi uguale a quelle del sisma che colpì
L’Aquila nel 2009, con la differenza che il territorio aquilano è molto più
popolato e con l’aggiunta della presenza delle costruzioni moderne, più
resistenti, quasi assenti ad Amatrice: si può affermare che questa catastrofe
naturale è stata molto più devastante della precedente. Si dovranno trovare
delle sistemazioni adeguate alle migliaia di sfollati e, buttandola sulla
polemica politica, si dice di non ripetere il pessimo esempio de L’Aquila: ah,
perché costruire delle casette antisimiche in soli sei mesi per centinaia di
migliaia di persone, togliendole dalle scomode tende e dagli inadeguati
container, è stato un pessimo affare?
I terremoti sono
sempre esistiti da quando esiste la
Terra e non esisteva l’uomo con le sue opere: se non ci fossero stati probabilmente
le terre non sarebbero emerse e i continenti non sarebbero andati alla deriva;
ancora oggi essi sono in movimento. L’Italia è collocata in un brutto punto: è
schiacciata tra la zolla africana ed euroasiatica. Nei centri abitati situati
nella dorsale appenninica che attraversa la penisola
italiana, posta esattamente al centro tra il Mar Tirreno ed il Mar
Adriatico, il rischio sismico è elevatissimo: infatti nel corso dei
millenni si sono verificati devastanti terremoti. Quasi nessuno si è curato
molto di quei pericoli: da quando ci sono le leggi in materia di costruzioni
antisismiche pochi le hanno adottate nel costruire e nel restaurare delle
abitazioni. Quei pochi che lo hanno fatto e che venivano irrisi, perché per la
maggioranza delle persone stavano solo buttando soldi, sono usciti illesi dalle
onde telluriche. Ora con il passare degli anni si ricostruirà tutto a norma,
come è successo già in Friuli, in alcune
zone dell’Umbria, come sta avvenendo in Abruzzo e ancora oggi in Irpinia; non
sarebbe meglio prevenire che curare, anche perché costa molto meno? Anche dove
abitiamo noi ci sono le leggi per costruire o per restaurare con metodi
antisismici, ma sembra che anche qui pochi le applichino. Le pochissime volte
che mi è capitato di seguire la costruzione di un edificio dalle fondamenta,
oppure il restauro di un’antica casa, mai ho visto posizionare quella sorta di
molle, che in caso di sima fanno oscillare di molto le costruzioni senza farle
collassare, e raramente ho visto inserire in una casa antica i grossi tiranti
d’acciaio all’interno delle pareti portanti. Non sono un esperto in materia
architettonica ed in ingegneria edile, ma pure i costruttori della zona
potranno confermare che quasi mai i loro clienti chiedono di agire in quel
senso; i pochi che lo fanno si ritrovano salatissime parcelle da saldare.
Il
rischio sismico a Cori è medio, il terzo livello: a memoria d’uomo non si
ricorda nessun terremoto devastante (anche quando qualche località dei vicini Castelli Romani è stata distrutta da quelle calamità naturali), lo confermano le mura ciclopiche e i
monumenti di epoca romana ancora intatti; le uniche distruzioni documentate che
il paese ha subito nei millenni sono avvenute a causa delle guerre, degli
assedi, dei saccheggi, delle invasioni. Può darsi che nel nostro centro abitato
in epoche lontane ci siano stati dei grandi terremoti e altri monumenti che
c’erano sono andati distrutti. Altri paesi col nostro livello sismico sono
stati colpiti da forti terremoti, pertanto non potremo dormire dei sonni
tranquilli per il futuro. La prevenzione sarà importante: si potrà cominciare, attraverso
degli incentivi statali che faciliteranno e abbasseranno i prezzi nella messa
in sicurezza delle abitazioni (sempre se lo stato approverà le leggi), con
l’adeguamento alle norme antisismiche degli edifici pubblici, poi si proseguirà
alle abitazioni private.
CRONACA DI
UN VIAGGIO A PARIGI (BELLISSIMA CITTÀ PIENA DI PROBLEMATICHE), TRA LA SPENSIERATEZZA E
UN PO’ DI TIMORE, STRAVOLTI L’ULTIMO GIORNO DALLE ANGOSCIOSE NOTIZIE
PROVENIENTI DALL’ITALIA.
Sono tornato in vacanza a Parigi, dopo tanti anni dalle altre volte
che l’avevo visitata. Qualcuno tra i parenti e i conoscenti più stretti ha mostrato scetticismo, perplessità e stupore per
questa mia scelta, cercando anche di dissuadermi. Io invece avevo poca paura e
sono andato avanti per la mia strada, ragionando così: “ora dopo tanti attentati Parigi sarà super controllata”. Infatti:
militari e poliziotti sono presenti ovunque, soprattutto nelle vicinanze delle
attrazioni principali; all’ingresso di ogni monumento, di ogni centro culturale
e commerciale i controlli sono rigidissimi, come ovviamente lo sono negli
aeroporti (molto più fiscali rispetto a noi). Nelle metropolitane non ci sono
molti controlli: tutti vi possono accedere liberamente; ogni tanto si sente
qualche annunciatore che in più lingue (perfino in italiano), comunica i
possibili controlli a sorpresa delle forze dell’ordine, che continuamente
monitorano la situazione attraverso le telecamere di sicurezza, e l’invito ai viaggiatori a segnalare
borse e oggetti abbandonati, situazioni sospette. La capitale francese era
piena zeppa di turisti: la paura degli attentati evidentemente non ha scoraggiato
i viaggiatori. Come al solito i visitatori giapponesi e americani erano
numerosissimi, c’erano un po’ di italiani, non moltissimi, addirittura erano
presenti dei nuovi turisti che arrivano da nazioni emergenti: India, Cina e
paesi arabi. Il clima era molto più torrido e umido rispetto a noi, in
particolare nelle ore pomeridiane, serali. Da questo viaggio non sono rimasto
particolarmente soddisfatto: Parigi è una bellissima città, nessuno lo mette in
discussione, però c’è troppo degrado, troppa incuria. Io che pensavo ce
l’Italia fosse l’unico caso nell’Europa Occidentale. Nelle strade, a pochi metri
l’uno dall’altro, sono presenti moltissimi mendicanti, addirittura intere
famiglie con bambini, sali nelle metropolitane, nei treni, e quasi sempre
qualcuno attacca il comizio, oppure suona qualche strumento, dopodiché passa
tra i sedili col cappello in mano. A ridosso delle principali attrattive
turistiche sono presenti miriadi di venditori ambulanti abusivi. Io se avevo
qualche spicciolo tra le mani lo donavo, domandandomi come mai in Francia,
nella seconda nazione più ricca economicamente d’Europa dopo la Germania, succedesse
tutto quello e ci fosse troppo lassismo, degrado e permissivismo? Se vai a
Londra non si vede nulla di tutto ciò. Parigi è più bella di Londra, ma per il
rispetto delle regole, per la disciplina e per l’assistenzialismo è meglio la
capitale britannica. L’identità del popolo francese è quasi sparita, molto di
più dell’Inghilterra: entrambi gli stati hanno agevolmente concesso a milioni
d’abitanti dalle molte ex colonie la residenza e le cittadinanze. Particolare
interesse ed emozione ha suscitato in me la vista dei luoghi principali della Rivoluzione Francese: la Piazza della Bastiglia e la Piazza della Concordia, il luogo dei
ghigliottinamenti. Per visitare il Museo
del Louvre, pieno di capolavori italiani rubati da Napoleone, c’è voluta quasi una giornata, più rapida è stata la visita alla
Reggia di Versailles. Non potevano
mancare la salita verso la vetta della Torre
di Gustavo Eiffel, uno sguardo all'Arco di Trionfo e una santa messa domenicale alla Cattedrale di Nostra Signora di Parigi, nell’isola della Cité posta in mezzo alla Senna. Più
affascinante rispetto a Notre Dame è la Basilica del Sacro Cuore, situata in un’altura
nel quartiere degli artisti di Montmartre.
La mattina dell’ultimo giorno di vacanza nella mia camera
dell’albergo, accendendo il televisore, dal quale era possibile sintonizzarsi
anche sui canali italiani, ho appreso le drammatiche notizie provenienti
dall’Italia: quando ho sentito dire un forte terremoto nell’Italia centrale tra
le regioni Lazio, Marche, Umbria, ho escluso subito la possibilità che potesse
trattarsi della mia zona laziale, la quale non è vicina alle altre due regioni
citate. Ho sperato che facesse danni sì, ma poche vittime, purtroppo
successivamente ho costatato che non era così. Ho pensato anche alla paura a
Cori, con la gente fuggita nelle strade; successivamente mi hanno riferito che
il sisma nel mio paese non è stato avvertito con grande allarmismo. Erano dei
quesiti di cui non potevo avere risposte perché avevo dei problemi col telefono
tascabile, sia ell'effettuare chiamate, che nel riceverle: perciò tra angoscia ed ansia ho proseguito il giro turistico visitando
la Cattedraledi
Saint Denis, che custodisce le
spoglie dei Re di Francia, poi mi sono recato a Colombes, un sobborgo di Parigi, per visitare lo stadio in cui la nazionale italiana di calcio vinse il
mondiale nel 1938. Nel pomeriggio, prima di intraprendere il lungo viaggio
verso l’aeroporto, mi sono portato al Centro
Pompidou, nel quale ci sono delle postazioni internet a disposizione di
tutti e molti televisori collegati ai canali di molte nazioni, per informarmi
sull’evolversi dei drammatici eventi del sisma. A notte fonda arrivato a Ciampino, il piazzale dell’aeroporto era
molto trafficato dopo l’arrivo degli ultimi voli giornalieri: tra turisti che
rientravano dalle vacanze, parenti che li attendevano, assistenti di volo e
piloti che si scambiavano commenti sulle linee che avevano fatto. Tutti
potevamo rientrare nelle nostre case nella normalità con la consapevolezza che le
tragedie erano toccate ad altri e non a noi. Non si rischia soltanto a Parigi,
a Londra, a Roma per gli attentati, si rischia anche stando in casa propria a causa
delle calamità naturali.
IN UN BRASILE LAERATO DA CORRUZIONE,
LOTTE INTERNE E REGRESSI SOCIALI SI SONO DISPUTATI I GIOCHI DELLA XXXI
OLIMPIADI MODERNE.
Ormai stanno per essere archiviati i
giochi olimpici disputati in Brasile, a Rio de Janeiro. In due anni il più
grande e popoloso paese sudamericano ha ospitato i due maggiori eventi sportivi
del globo: i mondiali di calcio e i giochi olimpici. I grandi mezzi di
informazioni hanno dato ampio spazio a questa importante rassegna planetaria,
soprattutto per distrarre le masse dai veri problemi.
Esistono dei pareri discordanti su
quale sia il più grande evento sportivo del pianeta tra Coppa del Mondo di Calcio e Olimpiadi.
Il calcio è lo sport più popolare ma è solo uno (e i tornei olimpici calcistici
non sono molto al centro dell’attenzione), mentre nelle olimpiadi ci sono moltissimi
sport che trovano una vetrina esclusiva con grandissimi spazi sui media di
tutto il mondo, mentre in altri momenti vengono relegati nelle ultime pagine
dei giornali sportivi con poche righe. Eccezioni fatte per l’atletica ed il
nuoto: se ne parla discretamente anche al di fuori di un periodo olimpico in
cui quei due sport vivono il massimo splendore. Allora diciamo che le olimpiadi moderne sono il più grande
evento sportivo, anche perché ci sono delle cerimonie di apertura e di chiusura
che non hanno eguali: infatti sfilano tutte le nazioni del mondo, mentre nei mondiali di calcio vi partecipano “solo”
trentadue nazionali.
Il Brasile, la nazione ospitante di
questa rassegna sportiva, fino a poco tempo fa era considerata una nazione
emergente dal punto di vista economico, oggi attraversa una delicatissima fase
di crisi, corruzione e tensioni sociali. Ci sono state manifestazioni di
protesta, come già era avvenuto due anni fa per il calcio, per l’eccessivo
sperpero di denaro pubblico, mentre la povertà in molti strati della
popolazione aumenta. Queste gare olimpiche non hanno registrato il tutto
esaurito e se non fosse stato per coloro che sono arrivati dall’estero, questi
giochi sarebbero stati mediocri dal punto di vista del calore. Sportivamente il
Brasile solo al calcio tiene veramente: non c’è stato l’orgoglio nazionale
concretizzatosi nel fare incetta di medaglie, che solitamente avviene quando si
sta in casa propria, come era successo con la Cina nel 2008.
I carioca hanno conquistato poche
medaglie d’oro e totali. Idem le altre nazioni sudamericane. Come al solito gli
Stati Uniti si sono piazzati al primo posto nel medagliere, seguiti dalla
sorprendente Gran Bretagna e dalla deludente Cina. La Russia sportivamente non è
più la potenza di un tempo. Per l’Italia queste olimpiadi si son chiuse
positivamente, più o meno come nel 2008 e nel 2012, anche se siamo lontani dal
massimo delle medaglie d’oro, ben 14, conquistate a Los Angeles ‘84, e dal
massimo delle medaglie complessive, 36, ottenute in due occasioni (una delle quali è Roma '60).
Dei veri italiani con sacrificio ed
umiltà hanno tenuta alta la sacra bandiera della nostra nazione, facendola
piazzare tra le prime dieci posizioni per numero di medaglie. Da sconosciuti si
lavora più tranquillamente, senza sentire il peso eccessivo di chi è al centro
dell’attenzione; quando uno è sopravvalutato della stampa e tutti si aspettano
il massimo risultato, se non arriva che delusione: come è successo alla nuotatrice
Federica Pellegrini.
Il sipario sta per abbassarsi: tutti,
trionfatori e sconfitti, sono stati molto soddisfatti di essersi fatti
conoscere da tutto il mondo, consci che tra poco si dimenticheranno di loro,
nell’attesa che tutti li rimembreranno tra quattro anni.
GLI ARGOMENTI MAGGIORMENTE
IN VOGA DELL’ESTATE 2016 A
CORI SONO: GLI IMPIANTI SPORTIVI DI STOZA,
LA SQUADRA DI
CALCIO, LA PULIZIA DEL
PAESE, IL CAROSELLO STORICO, IL LATIUM FESTIVAL.
Gli impianti sportivi di
Stoza sono imponenti per un modesto
paese e dopo una fase di abbandono, rovina e degrado, in cui erano stati
paragonati ad una cattedrale nel deserto, stanno pian piano rivedendo la luce,
nonostante qualche intoppo. In questa torrida estate, la cui calura è spezzata
di tanto in tanto dai temporali, molte persone corrono nella pista in terra
battuta che circonda il campo di calcio di Stoza.
Anch’io ci vado ogni tanto. Capita di guardare gli imponenti spalti,
di ripensare con nostalgia alle fredde, ventose, delle volte piovose giornate
invernali, in cui si seguiva la squadra di calcio e di sognare che qualche importante
mecenate innamorato di Cori la rifondi, facendola arrivare ad altissimi
livelli, così da migliorare ed ampliare ancora di più lo stadio. Parlando con
realismo, se dovesse rifondarsi la squadra di calcio che ha chiuso i battenti,
sarà a livello amatoriale, difficilmente rivivremo le glorie degli ultimi tempi.
Sarà compito del Comune mettere nelle condizioni migliori un appassionato
sportivo (che è agevolato nelle tasse se è titolare di un’impresa) che ha delle
disponibilità economiche di svolgere al meglio il proprio compito.
L’amministrazione comunale avrebbe potuto lanciare un appello o fare qualcosa
per salvare il calcio a Cori, specie quello giovanile (fa ancora in tempo a
prodigasi e non è escluso che lo stia facendo), la prima squadra avrebbe anche potuta essere sacrificata. Bisogna però
sottolineare che il pallone a Cori non è sparito completamente, poiché esiste una
piccola realtà del calcio a cinque
con un’annessa scuola calcio. Ad un privato imprenditore non si può dir nulla
se decide di prendere, non prendere, lasciare una società calcistica; è
l’attaccamento della gente ad una squadra che fa la differenza: se a Cori il
calcio locale fosse stato molto seguito il nostro pallone avrebbe avuto un
seguito e gli amministratori comunali si sarebbero fatti in quattro per
salvaguardarlo. Le cose positive non durano molto a Cori (fu così anche per la
pallavolo), non appassionano, non entusiasmano (poi ci sono sempre le invidie, le ripicche, le rivalità); l’unica eccezione è costituita
dagli sbandieratori, che danno la possibilità a molti ragazzi di viaggiare nel
mondo.
Dopo la cessata attività
della squadra di calcio nessuno aveva più curato il manto erboso del campo sportivo e fatto
pulizia: ha provveduto il Comune, in occasione del Carosello Storico che si è disputato allo Stadio di Stoza. Le erbacce sono presenti un po’ ovunque, provvedono
ad estirparle a zone in occasione di ricorrenze particolari, come è successo
con Stoza: la scalinata della Madonna del Soccorso e l’area mercato
vengono pulite nel mese di maggio per la festa della Madonna, il cimiteri nel mese di novembre per la ricorrenza dei
defunti, i tragitti del centro storico solo per il Carosello e il Latium
Festival. Perché non si selezionano dei nuovi lavoratori a tempo determinato
con una graduatoria, che lavorando a rotazione, un gruppo al mese, da aprile a
settembre, puliscono Cori dall’erba alta?
Il Carosello Storico dei Rioni è intoccabile: sarà indubbiamente più
seguito del calcio, ma appassiona soltanto coloro che hanno a che fare con le
varie porte e quelli cui interessa la sola disputa dell’anello. Non è che sia
da buttare via, potrebbe essere impostato meglio: ormai la maggioranza dei
paesani ci pensa solo i giorni delle sfilate che guardano nelle strade (alcuni vanno altrove), facendo
qualche commento sulle priore, poi qualcuno mangia nelle taverne ed arrivederci
all’anno prossimo; non ci sono iniziative di promozione turistica o artigianale, con un incorporato viaggio nel rinascimento,
come avviene nei paesi limitrofi per i palii “inventati”, copiando quelli
originali come i nostri. Tutti gli anni i giornali di Latina scrivono sempre le
stesse cose nel presentare questa rassegna storica. Con la formula dei due
palii all’anno la manifestazione ha perso di anno in anno interesse:
quell’entusiasmo, quella partecipazione, quel coinvolgimento di massa che c’era,
quando veniva proposto a distanza di anni, è andato spegnendosi lentamente.
Potranno anche venire a vederlo da fuori, più che altro per i costumi antichi,
non certo per la corsa all’anello, che per un forestiero potrà risultare lunga
e noiosa. Guardando il sito del palio si potrà notare che negli anni delle
amministrazioni comunali di destra, provarono senza successo a rivoluzionare il Carosello: nel 2001 facendo fare un solo
palio, nel 2007 non facendolo svolgere affatto per rinnovarlo e rilanciarlo. Quegli
amministratori comunali fallirono la missione per la forte opposizionedegli irriducibili contradaioli e per la loro
caduta anticipata.
Il “Latium Festival” è presente da più di quarant’anni a Cori, anche
se prima veniva chiamato “Festival della
Collina”: è molto interessante vedere di anno in anno la moltitudine del
folclore, che arriva da svariate associazioni dei molti popoli del mondo, in
scena per una decina di giorni in questo paese adagiato su un colle dei Monti Lepini. L’unico elemento negativo
è che i vari gruppi non possono fare baccano in pieno centro cittadino tutte le
notti fino al’alba, perché la gente non tutta è in ferie: la mattina deve
alzarsi presto e nelle ore notturne non riesce a riposare. A mezzanotte,
massimo mezzanotte e mezza, tutto dovrebbe tacere come nelle feste patronali.
“Il
caporalato è andare dalle persone che stanno morendo e farle
finire di morire”. La frase, lapidaria, è di un proprietario terriero della provincia barese, che intercettiamo alle
cinque del mattino mentre assiste all’inizio dell’acinellatura: la difficile operazione
di pulitura dei grappoli di uva da tavola, da preparare verso fine luglio in
vista della raccolta di settembre. Gli acini più piccoli impediscono agli acini
più grandi di crescere al meglio e vanno rimossi uno per uno.
Questo lavoro viene tradizionalmente svolto da braccianti chiamati a giornata, non di rado giovani sui
vent’anni che cercano di guadagnare qualche soldo “facendo l’acinino”. Pulire i
grappoli sembra un compito semplice, ma può rivelarsi massacrante. Trascorrere
fino a dieci ore sotto il tendone
di plastica che serve a proteggere l’uva contro la pioggia con temperature che
superano i quaranta gradi, le braccia sempre sollevate e il caporale che
incalza chi lavora meno velocemente, non è un lavoro da signorine.
Eppure, negli ultimi anni, sono sempre di più le donne che vanno a giornata a lavorare in campagna. Non
più giovani che vogliono pagarsi gli studi o magari la vacanza, ma madri di
famiglia che accettano di lavorare anche per venti euro al giorno pur di
sfamare la propria prole. Alle quattro del mattino si mettono in viaggio dalle
province meno ricche della Puglia, Brindisi e Taranto. Sui pullman viaggiano
per ore fino alla zona compresa fra Bari, Andria e Foggia, dove c’è più
richiesta di manodopera.
Il sindacato stima che ogni notte si
mettano in movimento fra trentamila e quarantamila donne, per la stragrande
maggioranza italiane. A volte si portano dietro anche il marito, il fratello, i
figli. La miseria costringe ad accettare ogni tipo di ricatto.
Anche la truffa dei fogli di ingaggio, che
consente a molti datori di lavoro di conferire una patina di legalità – anche
se solamente formale – al lavoro dei braccianti alle loro dipendenze.
Il meccanismo è semplice: i braccianti vengono assunti per quindici giorni con
il sistema del part-time orizzontale e (sotto)pagati per un mese. Così facendo
l’azienda risulta sempre in regola con le uscite, i contributi previdenziali e
tutte le norme sul lavoro: se mai dovesse arrivare un’ispezione, si fa sempre
in tempo a dire che il bracciante ha iniziato a lavorare da due ore, quando
invece sta raccogliendo uva dalle cinque del mattino.
Come se questo
non bastasse, molto spesso i fogli di ingaggio vengono intestati ad amici o
parenti dei proprietari terrieri, che così, se non si superano le 51 giornate
di lavoro in un anno, possono godere dell’assegno di disoccupazione.
Ma le truffe a danni dello Stato si sommano
a quelle, se possibili ancora più gravi, commesse alle spalle dei braccianti
diseredati. Dalle tabelle salariali emerge che la paga giornaliera di un
operaio di “secondo livello” (fra cui quelli, ad esempio, addetti
all’acinellatura) non dovrebbe essere inferiore, al lordo, a 47 euro. Una paga
quasi doppia al salario
medio di un operaio irregolare.
Nemmeno gli orari vengono rispettati: da
contratto la giornata dovrebbe durare sei ore e mezza più due di straordinario,
ma nella realtà questo tempo può quasi raddoppiare. Non è raro che le donne
lavorino dalle sei del mattino alle sei di sera.
Alla paga lorda,
come succede per gli africani, dev’essere sottratto il costo del trasporto sul
posto di lavoro (che, se superiore a un’ora e mezza, competerebbe
contrattualmente all’azienda).
Per quanto questo
fenomeno sia sulla bocca di tutti, trovare qualcuno disposto a parlarne è
ancora più difficile che nel ghetto di Rignano Garganico. La manodopera non
manca e chi “parla” rischia di trovarsi senza lavoro da un giorno all’altro.
Ogni tanto la
questione torna alla ribalta delle cronache, soprattutto quando, tre o quattro
volte all’anno, qualche bracciante muore sul posto di lavoro.
È il caso della
bracciante quarantanovenne Paola
Clemente, morta nel luglio 2015 mentre lavorava nelle vigne
della campagna di Andria. Un malore provocato dai quarantadue gradi all’ombra
e, quasi certamente, dal lavoro estenuante. Il suo stipendio era di appena 27
euro al giorno.
Nel processo
ancora in corso, per cui, nonostante i tanti mesi trascorsi, non ci sono ancora
stati rinvii a giudizio, è indagato fra gli altri Ciro Grassi, l’autista del bus che
aveva condotto la Clemente
fino nei campi, dal paese del Tarantino di cui era originaria.
Ciro Grassi è
anche il nome che leggiamo sulla fiancata di un bus parcheggiato, fin dalle
cinque del mattino, sul bordo di una vigna delle campagne baresi. Una
coincidenza?
Certo Grassi è
solamente indagato e quindi innocente fino a prova contraria, ma resta comunque
paradossale che la normativa non ne abbia sospeso l’attività per cui pure si è
dichiarato innocente.
SE IL
FONDAMENTALISMO ISLAMICO CERCASSE LA VITTORIA SOLTANTO
NEI PAESI MUSSULMANI POCO IMPORTEREBBE, IL GUAIO È CHE CERCA DI PENETRARE ANCHE
IN OCCIDENTE.
C’è stata ancora una mattanza islamica in Francia, la terza in
diciotto mesi, questa volta è stata duramente colpita la città di Nizza. Questi
sono i risultati di un buonismo senza limiti nelle politiche migratorie che ha
stravolto l’identità nazionale francese. Le nazioni europee maggiormente
colpite dal terrorismo islamico hanno tutte le stesse caratteristiche della
Francia: hanno rinunciato alla tutela delle loro culture, delle loro tradizioni
in nome di un mito multiculturale. Noi fortunatamente non siamo ancora ai
livelli della Francia, della Gran Bretagna, del Belgio, dell’Olanda, della
Germania: facciamo ancora in tempo a fermare l’inarrestabile ascesa della furia islamica
che cerca in tutti i modi di sottometterci, distruggendo la nostra cultura, che
si basa sul cristianesimo, e i nostri modi di fare, di pensare. Quasi nessuno
tra coloro che si proclamano imani in Italia ha condannato l’eccidio di Nizza. Alcuni
giornalisti propongono la totale espulsione dell’Islam in Italia se le alte
cariche musulmane non collaborano alla prevenzione delle violenze, segnalando i
predicatori dell’odio: a mali estremi, estremi rimedi. I problemi del mondo
islamico non dovrebbero minimamente interessarci, purtroppo ce li ritroviamo in
casa nostra.
Magari riuscissimo ad intravederli solamente in finestra, come
avviene nei paesi dell’Estremo Oriente: solo un po’ la Cina è alle prese con una
piccola minoranza islamica nel suo vastissimo e popolatissimo territorio, mentre le Coree,
Il Giappone, il Vietnam non sono sfiorati minimamente dalle violenze islamiste,
perché tengono le porte chiuse all’immigrazione. Anche nell’ex oasi laica turca
l’integralismo religioso avanza sempre di più; quella Turchia, cui l’Europa
lecca i piedi a suon di miliardi, ricatta il Vecchio Continente con la bomba immigrazione: basterebbe
posizionare una flotta navale lungo le coste delle isole greche, che non sono
molto lontane da quelle turche, per fermare quell’esodo ed evitare di pagare.
Il recente tentativo di colpo di stato che c’è stato in Turchia, a prescindere
che sia vero o no, ha prodotto violente repressioni. I nostri governanti rappresentano
lo specchio della nostra società: sensibile, debole, paurosa, delicata, che
preferisce patteggiare con i tagliagole piuttosto che osteggiarli. Ci sarebbe
bisogno di un Putin italiano.
I CALCIATORI DELLA NAZIONALE HANNO PIANTO PER DELLE SCIOCCHEZZE E
OVVIAMENTE PER FAR SCENA, COME GLI ATTORI, MENTRE C’ERANO COLORO CHE PIANGEVANO
PER I LORO CARI ASSASSINATI IN BANGLADESH.
Ormai oggi è diventata una moda: quando i calciatori professionisti
strapagati perdono una partita importantissima iniziano a piangere a dirotto. È
esattamente quello che è accaduto con l’eliminazione della nazionale di calcio italiana dall’ultimo Campionato Europeo per Nazioni. Anni addietro tutti prendevano in
giro Diego Armando Maradona che piangeva quando perdeva, ma ai tempi in cui giocava
a calcio per uno sportivo era raro piangere per una sconfitta, e gli dicevano: “grande e grosso, piange come un bambino!”
Oggi invece tutti sono contenti vedere i calciatori italiani piangere per la
nazionale: è considerato un segno di vero attaccamento alla casacca che
indossano. Per chi è abituato a vincere facile (almeno in Italia), come gli
juventini, di cui la nazionale è zeppa, è durissima accettare una sconfitta. Saranno
anche l’eccessiva eccitazione, l’enfasi, la concentrazione, la tensione per
l’alta posta in palio, sotto la visione di milioni e milioni di persone, la
paura di fare errori grossolani, la miscela di sostanze farmaceutiche consentite
di ingerire, che porteranno a sfogare la delusione nei dopogara. Inoltre si
farà un po’ di scena, per far vedere alle masse che si tiene veramente a quella
competizione. La gente abbocca, sono pochi quelli che vedono al di là del naso.
Per fare un paragone stupido è un po’ quello che accade nel mondo
teatrale professionistico e dello televisione; tutti, dopo uno recitazione,
dopo una proiezione, esclamano: “che
bravi interpreti, che storie commuoventi!” Raramente si va ad indagare
su quello che c’è dietro le quinte: non ci si pongono quesiti sugli
sceneggiatori che vogliono dare lezioni morali e sugli attori che recitano i
buoni, domandandosi se effettivamente nella vita reale si comportano come nella
finzione; o ancora: non vengono dei dubbi se nel mondo dello spettacolo le donne non molto brave ma dai facili costumi. Il
paragone regge a pennello tra i calciatori e gli attori, perché entrambe le
categorie sono in mano agli impresari, agli agenti, ai procuratori, dentro ci sono dei retroscena e degli impicci che nessuno saprà mai e perché anche
i primi spesso recitano: oltre che per i motivi accennati pocanzi, anche per le
sceneggiate che effettuano in campo, come ad esempio accentuando una caduta o
il dolore per un fallo subìto.
Nell’ultima gara della nazionale
italiana i giocatori avrebbero potuto tenere un atteggiamento più
dignitoso, considerando l’ennesimo eccidio di matrice islamica avvenuto in
Bangladesh, che questa volta ha colpito particolarmente l’Italia. Gli italiani
hanno giocato con il lutto al braccio dopo aver effettuato un minuto di
raccoglimento, successivamente hanno dimenticato i loro connazionali uccisi e
le loro famiglie duramente segnate, che versavano vere giustificate lacrime di
dolore. Per una forma di rispetto verso i morti, la compagine italiana avrebbe potuto concedere le interviste ai
giornalisti il giorno seguente alla sconfitta, una volta smaltita la tensione
della partita, tenendo un atteggiamento più dignitoso, evitando pianti, comportandosi
da veri uomini, non da bambini viziati abituati ad avere tutto. Potranno aver perduto una partita, non i loro miliardi. È soprattutto nei
momenti tragici come questi che dovremo ricordarci di essere italiani, tirando fuori
i tricolori. Dovremmo esporli pure negli anniversari della nostra storia
gloriosa, non possiamo sentirci italiani principalmente per il pallone.
Quel gigante buono che fece ridere
l'Italia negli anni di piombo
I suoi ruoli non piacevano alla critica ma portavano
buonumore quando ce n'era bisogno
Pedro Armocida- Mer, 29/06/2016 - 08:48
(http://www.ilgiornale.it/)
La vita è meravigliosa. Anche
quando è morta. A volte, soprattutto quando è morta. E non sembri una forzata
iperbole. Naturalmente dispiace, pensando in primis alle persone che lo hanno
amato da vicino, la notizia della morte di Bud Spencer al secolo Carlo
Pedersoli, classe 1929 (oggi a Roma sarà allestita la camera ardente in
Campidoglio mentre domani si terranno i funerali nella Chiesa degli artisti in
piazza del Popolo).
Però se un'intera collettività
elabora la morte di un attore come fosse uno della propria famiglia, allora
anche nella fine tutto sembra acquistare un senso.
«Ho perso il mio amico più caro,
sono sconvolto» ha detto Terence Hill, il compagno d'una vita di film, diciotto
per la precisione. Insieme hanno dato vita a una delle grandi coppie della
storia del cinema che lavorava molto sui fisici diversi (Bud Spencer viaggiava
tra i 120 e i 160 chili), proprio come Stanlio e Olio (Russell Crowe
intervistato recentemente da Marta Perego su Iris per il film The Nice Guys in
coppia con Ryan Gosling non ha fatto altro che ricordare Bud Spencer
reinterpretandone la famosa scena del coro dei pompieri di Altrimenti ci
arrabbiamo in cui si passa le dita sulle labbra emettendo un «ba ba
brerere...»).
«Siamo l'unica coppia a non aver
mai litigato. E proprio perché non c'era invidia siamo diventati amici. A
differenza mia, aveva studiato per recitare. Io non ho fatto scuole né
accademie. Ma alla fine anche una scimmia impara a recitare», ha ricordato
Terence Hill, anch'egli, al secolo, con un nome molto italiano, Mario Girotti.
Anche se la coppia che ha fatto ridere tutti, ma proprio tutti (a parte forse
qualche critico che non lo voleva ammettere), ha attraversato i confini
dell'Italia conquistando il pubblico di mezzo mondo. Così il ministro della
giustizia tedesco si è sentito di dover cinguettare: «Il pugno duro e il cuore
tenero. Un eroe della mia infanzia»; mentre tutti i principali quotidiani di
quel paese hanno ricordato l'attore anche in prima pagina.
Un coro quasi unanime, un
cordoglio generale pieno di ricordi affettuosi, per uno dei nostri pochi
artisti che ha manifestato le sue simpatie politiche senza nascondersi. Come
quando si candidò nelle liste di Forza Italia nel 2005 nel Lazio a sostegno del
presidente uscente Francesco Storace senza però venire eletto. Anche in quel
caso, il pubblico che lo ha amato (su Facebook la pagina di Bud Spencer ha un
milione e mezzo di fan), probabilmente ha voluto scindere i due aspetti
tenendosi per sé quello più privato. Quello legato indissolubilmente ai ricordi
personali. A quella prima volta al cinema a vedere le botte parecchio comiche
che davano Bud Spencer e Terence Hill. E a leggerli questi ricordi, anonimi ma
universali, viene il groppo in gola. Perché sono memorie che uniscono
soprattutto i figli con i padri, magari intanto scomparsi, e viceversa. Sono
certamente ricordi un po' più «maschi» anche se erano tante le sorelle che si
divertivano con quei film, al cinema con tutta la famiglia. Quando andare al
cinematografo era ancora una festa, un po' speciale, come la pizza il sabato
sera o le pastarelle la domenica.
Perché la coppia dei «fagioli
western» il cinema li riempiva facendo trascorrere qualche ora spensierata a
un'Italia che non aveva molto da sorridere in quegli anni di piombo.
Anni difficili anche all'estero
in cui due film della coppia d'oro sono stati girati nel Sudafrica
dell'apartheid del regime di Pretoria, Io sto con gli ippopotami (1979) e
Piedone l'africano (1978). Il piccolo interprete di quest'ultimo film, Baldwin
Dakile, che un giorno non fu fatto entrare insieme alla troupe in un ristorante
solo per bianchi, è stato adottato a distanza da Bud Spencer ed è diventato un
avvocato in Sudafrica.
Quasi impossibile calcolare, rapportandoli ai valori
odierni, gli incassi di film che detengono anche un altro peculiare record,
quello dei puntini nei titoli: Lo chiamavano Trinità..., Dio perdona... io no!,
...più forte ragazzi!, ...altrimenti ci arrabbiamo!, ...continuavano a
chiamarlo Trinità. Tutti film che sono tra i 50 più visti al cinema nel nostro
Paese. Qualsiasi confronto è improponibile, vincono tutto loro. Proprio come
hanno continuato a vincere le migliaia di volte che sono stati programmati in
tv, ogni passaggio un successo. E' anche grazie a loro se il cinema italiano è
andato avanti come industria popolare. Una popolarità che per Terence Hill
continua ancora oggi con il grandissimo successo di Don Matteo. Purtroppo ora
completamente in solitaria.