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martedì 6 luglio 2010

59) PASQUINO E MASTRO TITTA NELLA ROMA PAPALINA

Nell’Anno del Signore è un film del 1969 diretto da Luigi Magni, in cui è ricostruita la storia vera di Angelo Targhini e Leonida Montanari, entrambi carbonari e condannati a morte, senza che si fossero potuti difendere, nel 1825 a Roma sotto il regno di Papa Leone XII. Faranno seguito da quel film alcuni filmati che si atterranno al mio racconto. 



Pasquino, il misterioso poeta satirico, che da secoli denunciava attraverso i versi il malgoverno, il malcostume e i soprusi nella Roma papalina era molto attivo nell’800. Nonostante, per il terrore che incuteva tra i potenti, misero delle guardie sotto la statua, dove di solito combinava le sue “pasquinate”, per catturarlo e fargliela pagare, non riuscirono a beccarlo. La sua attività si estinse con l’arrivo degli italiani a Porta Pia nel 1870: per gli abitanti di Roma e del Lazio quell'anno fu una liberazione. Si fece risentire nel 1938 con la visita di Hitler a Roma, ironizzando sulle coreografie di cartone che Mussolini mise per nascondere le zone più degradate, che Hitler avrebbe dovuto pitturare perché da giovane era imbianchino: Roma de travertino/rifatta de cartone/saluta l’imbianchino/suo prossimo padrone. L’ultimissima pasquinata è del 1989 in occasione della visita di Gorbaciov a Roma: “La Perestrojka nun se magna/da du giorni ce manni a pedagna/sarebbe er caso de smammà/ce cominceno a girà”, che era riferito alle misure di sicurezza che limitava la circolazione dei cittadini.




Mastro Titta, al secolo Giovanni Battista Bugatti (Sinigallia, 6 marzo 1779 – Sinigallia, 18 giugno 1869), era il boia di Roma, cioè colui che tra il 1796 e il 1864 giustiziò 516 persone mandate a morte dai tribunali ecclesiali: briganti e oppositori politici tra tutti. Nel 1864 si ritirò, il Papa gli concesse una pensione pontificia di 30 scudi e fu sostituito da Vincenzo Balducci. Dopo la Rivoluzione Francese e il periodo napoleonico, tutte le conquiste derivanti e le idee di libertà furono soppresse e si tornò al periodo prerivoluzionario, l’unica “conquista” che rimase fu la ghigliottina.




Già, perché dopo la Restaurazione le idee di libertà della Rivoluzione Francese rimasero tra gli animi e si costituirono società come Carboneria e Giovane Italia, che avevano come fondamento l’Unità d’Italia e il raggiungimento delle giustizie sociali per i meno abbietti: nelle rivoluzioni e nei motti del 1848 – 49, ma anche nel 1821 e nel 1830, ci fu ampissima partecipazione popolare. L’unico stato che poteva ambire a ruolo guida per la causa italiana era il Piemonte, sia perché non dipendeva direttamente o indirettamente dall’Austria, sia perché era stato il primo a concedere la costituzione (Statuto), di cui il I Articolo diceva che la Religione Cattolica era la religione di stato: affluirono a Torino uomini di tutte le regioni d’Italia per conseguire il fine della lotta per l’indipendenza. Descriverò ora brevemente alcuni aspetti politici – sociali piemontesi. La lingua italiana nel Piemonte, nonostante fosse diffuso il francese, lingua madre della Casa Savoia, era già la lingua ufficiale, così come negli stati preunitari (come si può evidenziare dal manifesto che gli amministratori comunali di Cori affissero dopo l’annessione all’Italia), ma era accessibile solo alla ristretta classe agiata, non era come oggi che grazie alla televisione è alla portata di tutti, anche dei meno istruiti; allora fu cosa ovvia dopo l’unificazione che l’italiano divenisse la lingua ufficiale. Lo Stato Piemontese era dunque uno stato bigotto, anche se alcune proprietà ecclesiali vennero confiscate per essere proprietà statali, cioè di tutti, per pubblica utilità, ma alla Chiesa rimaneva tantissimo.

Quando Roma passò dallo Stato Pontificio al Regno d’Italia era cosa normale che i beni fossero passati di proprietà tra i due stati, ad esempio per adibirli a sedi di ministeri e di pubblica amministrazione. Il clero comunque ha continuato ad acquisire altri beni anche dopo l’unità: tra le proprietà c'erano i terreni che cedeva a colonia alla povera gente che delle volte doveva cederle i 2/3 del raccolto. Ancora oggi il Vaticano è in espansione a Roma da quel punto di vista. Il nostro paese, Cori, dopo l’entrata nel Regno d’Italia poté avviare opere di sviluppo e rottura del millenario isolamento: la ferrovia, la Via dell’Annunziata, la Circonvallazione o Via Nova, le fontane che finalmente venivano dislocate nel paese a disposizione di tutti.

Manifesto affisso a Cori (LT) dopo il 20 settembre 1870

 
Quando giunsero i piemontesi a Roma nessuno fece del male al papa o ai preti, anche se qualcuno ritenne allora che l’avrebbero meritato, il potere spirituale del pontefice non fu mai messo in discussione, non è stato messo in discussione per 150 anni e c’è stata sempre libertà di culto. Ci fu un primo approccio dei Patti Lateranensi con “la legge delle guarentigie” , che prevedeva per il Vaticano una rendita da parte dello Stato Italiano di 3 milioni e 225.000 lire l’anno. Troppo buoni? La libertà religiosa era garantita anche nella Repubblica Romana (come si vede dalla sua bandiera), il fine di tutte le ribellioni, sommosse e rivoluzioni a Roma era esclusivamente quello di porre fine all’illegittimo potere temporale. 

Bandiera della Repubblica Romana

 
Pio IX per dei versi fu un innovatore: concesse libertà e diritti; per altri versi fu un reazionario: sedò nel sangue alcune rivolte. Noi abbiamo impiegato 1000 anni per capire la differenza tra stato e religione, tra qualche secolo lo capiranno anche i mussulmani perché il lasso di tempo tra la nascita delle religioni cristiana e musulmana è di 600 anni. Abbiamo un’Italia unita dove il sud, poco sviluppato, campicchia grazie al ricchissimo nord; come sarebbe oggi senza l'unificazione? I Borbone non sono stati migliori dei Savoia in fatto di repressioni; non pensiamo alle problematiche che ne scaturirono, pensiamo solo che tra le masse prima del Risorgimento c’era il desiderio di costituire una nazione unita, indipendente, con uguaglianze e giustizie sociali per tutti. Quello fu solo un primo approccio pian piano saremmo arrivati a tutto.

E allora, non è meglio avere uno stato italiano unito ed indipendente, con fierezza di appartenenza, spettante solo agli italiani, con diritti e benessere per tutti, uguaglianze, piuttosto che stare nello Stato Pontificio o in un altro stato preunitario, dominato dagli stranieri, con privilegi per pochi, miseria per tutti gli altri e dove se uno tentava di rivendicare i propri diritti sbatteva il grugno da Mastro Titta??? Questi processi di oggi revisionistici del Risorgimento sono insensati: è facile parlare con la pancia piena, non comprendere il significato di chi ha dato la vita per una giusta causa, per non far patire a noi quello che gli altri hanno patito. Nel corso dei millenni nella Chiesa, oltre ai delitti e ai crimini, non sono mancate storie di fede vera e di santità: questi aspetti bisogna rivalutare e non continuare mettere in discussione le lotte di indipendenza e di liberazione dagli oppressori; un po' come accade oggi con i cattolici impegnati in politica con l'Udc o con il Pd che perdono tutte le elezioni e trovano sempre da ridire. Io frequento la chiesa la domenica, però penso che bisogna fare autocritica e mea culpa sugli errori del passato, che corrispondono a verità, ma sono consapevole che la Chiesa di oggi è una Chiesa diversa da quella che è stata per secoli. Ma nonostante le sanguinee tradizioni cattoliche d’Italia, è ancora sentito il forte anticlericalismo degli italiani, dovuto a secoli di ingiustizie.

mercoledì 30 giugno 2010

58) L’ULTIMA FATICA DI MORONI PER LA CITTA’ DI CORI

 NEL MUSEO DELLA MEMORIA

RICORDI DELLA CORI DEL PASSATO


È stata pubblicata postuma l’ultima opera letteraria di Francesco Moroni, l’ottava per la precisione. Dopo aver pubblicato per l’Associazione Artisti dei (Monti) Lepini, di cui per un periodo ne è stato anche il presidente: “Gli Sbandieratori e il Leone Rampante”, “Cori bianco, Cori rosso: storia di una denominazione di origine controllata”, “Per non dimenticare gli anni della guerra a Cori”, “Aspetti politici e sociali nella Cori del XIX e XX secolo”, “Notizie intorno alla Vergine Anagnina Oliva raccolti nei luoghi della sua venerazione”, “Cori, Sant’Oliva e il Coriolano”, “La Madonna del Soccorso e la Sacra Rapresantazione di Sante Laurienti, la ritrovata Oliva”, ora è uscita la sua ultima fatica, forse la più elaborata ed impegnativa di tutte, che si intitola “Nel Museo della Memoria, Ricordi della Cori del passato”. Personalmente possiedo tutti i libri di Moroni, tranne i primi due elencati, e li ho trovati molto interessanti, soprattutto “Per non dimenticare gli anni della guerra a Cori” e “Aspetti politici e sociali nella Cori del XIX e XX secolo”.

Non sapevo che fosse stato pubblicato un altro suo libro, il quale in questi giorni è stato proposto a me e alla mia famiglia  di acquistarlo per attività benefiche: abbiamo accettato volentieri. L’autore ha voluto illustrare nella sua ultima opera letteraria una rappresentazione di una Cori sparita, che conobbe negli anni della sua infanzia, e che ora il progresso e il miglioramento delle condizioni di vita hanno fatto in modo di cancellarne ogni traccia. Il fine è di tramandare com’era il vostro paese, far conoscere un mondo che molti non hanno mai conosciuto (fortunatamente) e di cui egli non aveva nessuna nostalgia o rimpianti perché era molta la miseria nella maggioranza della popolazione, rassegnata a quelle condizioni e ai soprusi dei potenti. Per secoli è stato così, solo negli ultimi decenni il tenore di vita dei meno abbietti si è elevato di molto, sino ad equipararsi ai signori di un tempo, grazie soprattutto alle innovazioni tecnologiche, all'industrializzazione sfrenata e all’assistenzialismo statale. Da una prima sfogliata superficiale che ho dato, nel volume non mancano raffronti tra il mondo di ieri e di oggi, elenchi di negatività in entrambi i tempi, o in un modo o in un altro. Il libro, che è composto da oltre 400 pagine, descrive molti aspetti paesani antichi: dai luoghi, quali strade, piazze, vicoli; ai mestieri; dallo scorrere dei giorni attraverso lavoro e feste; ai personaggi caratteristici, come preti e artisti vari; dagli svaghi, come la caccia, il cinema, il teatro, la banda musicale; ai prodotti della terra, alle poesie, eccetera, eccetera. Naturalmente l’autore si è avvalso della collaborazione di altre persone, le quali ha ringraziato in fase di presentazione, per le ricostruzione delle vicende storiche e per le fotografie incluse nel racconto. Spero che queste poche righe abbiano convinto, chi non l’avesse ancora fatto, ad acquistare questa piccola enciclopedia sul vostro paese.

martedì 22 giugno 2010

57) MEGARADUNO DEI BERSAGLIERI DEL PRIMO LA MARMORA

CIVITAVECCHIA (ROMA), DOMENICA 20 GIUGNO 2010 



Cronaca di una mia giornata particolare

Domenica scorsa mi sono recato nella città marittima di Civitavecchia per assistere alle cerimonie del raduno per i molti che sono passati alla caserma del “Primo Reggimento Bersaglieri La Marmora”, che era situata appunto in quella cittadina. Sono partito dal paese di Cori (LT) alle ore 7:00 e con due ore di automobile sono giunto alle ore 9:00 a Civitavecchia, già antico centro romano di Centumcellae, giusto in tempo per l’inizio delle celebrazioni; ma per ritrovare il parcheggio che era indicato nelle cartina insieme ai luoghi delle celebrazioni, che mi avevano inviato telematicamente insieme al lasciapassare per il posteggio e che avevo entrambi stampati, ho perso qualche minuto, così sono arrivato a cerimonie iniziate. I militari sono precisi, fossi partito qualche minuto prima…... ma non ero l’unico che in quel momento stava sopraggiungendo. Il tempo era caratterizzato da un forte vento e da sporadiche minacce di piogge, già me ne ero accorto mentre percorrevo l’autostrada, l’autovettura oscillava, pensavo ad un problema della stessa perché forse stavo correndo troppo, ma al ritorno mi sono tranquillizzato vedendo i tabelloni elettronici che indicavano il forte vento che giungeva dal vicino mare. Non era una giornata da mare: chi frequenta quel tratto di “litorale romano” (Fregene, Marina di Cerveteri, Santa Severa, Santa Marinella) se ne è stato a casa, anche il sottoscritto ci avrebbe fatto un pensierino al termine delle cerimonie in caso di giornata afosa. Erano presenti al raduno e alle celebrazioni, oltre naturalmente agli ex bersaglieri di Civitavecchia, le associazioni dei bersaglieri di molte zone d’Italia, ce ne erano anche delle nostre parti: Cisterna, Latina e Borgo Sabotino. Le associazioni dei bersaglieri comprendono molti ex bersaglieri, ma anche simpatizzanti adolescenti e ragazzi, dispongono di rispettabili abiti, sia borghesi, sia uniformi militari policromi di servizio e di combattimento, molte di esse hanno le fanfare, che naturalmente erano presenti, prima fra tutte quella molto nota di Guidonia. Codeste associazioni si sono schierate insieme agli ex bersaglieri del Primo di Civitavecchia, divisi per le compagnie che lo componevano: Prima Lupi, Seconda Falchi, Terza Tigre, Mortai Pesanti, CCS e Fanfara. Ogni compagnia ha svolto il rito della Foto Ricordo, mentre dal microfono uno dei presentatori invitava, in toni burberi ed irrequieti, al silenzio e ad affrettare le operazioni per via della minaccia della pioggia. La cerimonia è proseguita con l’arrivo del medagliere delle associazioni bersaglieresche, degli stendardi comunali di Civitavecchia e di Cosenza, dove ora ha sede il Primo Reggimento Bersaglieri, tutti gli schieramenti hanno omaggiato quei momenti mettendosi sugli attenti, innalzando i molti stendardi e i tricolori italiani (una sorta di presentat arm).


Le autorità civili e religiose civitavecchiesi hanno tenuto i loro discorsi, dopodiché hanno parlato gli ideatori del raduno e dei vecchissimi bersaglieri. Uno di loro è un generale in congedo, classe 1921, che fu inviato al Fronte Greco – Albanese nella Seconda Guerra Mondiale e che negli anni ’50 contribuì alla formazione del 1° Battaglione Bersaglieri a Civitavecchia. L’intervento più commovente è stato del bersagliere più anziano di tutti, classe 1916, l’emozione e la commozione gli hanno impedito di leggere il suo intervento, che è stato letto dal presidente della sua associazione bersaglieri: ha parlato della sorella morte che vide in faccia durante la guerra, quando fu inviato su tre fronti, ma ciononostante si è dichiarato fiero di aver servito la patria, di essere stato bersagliere e l’ultimo suo desiderio della sua vita è andare a Torino l’anno prossimo al raduno nazionale dei bersaglieri che si terrà nella città simbolo dell’Unità d’Italia per il 150° anniversario.


Alcuni signori anziani che erano presenti purtroppo oggi sono finiti sulle sedie a rotelle, gli alti ufficiali organizzatori della manifestazione li hanno confortati, ringraziati e rincuorati con calorosi gesti affettuosi. Ho rivisto alcuni ufficiali che sono avanzati molto di grado rispetto al periodo in cui li conobbi: da tenenti, da capitani che erano, oggi sono divenuti tenenti colonnelli e colonnelli, mentre i colonnelli di allora oggi sono generali. Si sentivano tra la gente che assisteva alle cerimonie parlate e cadenze di tutta Italia, del Nord e del Sud, non solo la parlata romana di Civitavecchia con leggerissimo accento toscano: è un’impresa ardua arrivare ad una lingua italiana nazionale pulita, senza né accenti, né cadenze. Dopo i discorsi e l’ammassamento tenutisi vicino al porto, i reparti improvvisati hanno sfilato per le vie della città, di passo e di corsa, mentre le forze dell’ordine, vigili, carabinieri e finanzieri, facevano attenzione che gli spettatori non li intralciassero.


Hanno voluto sfilare per le strade di Civitavecchia perché era il simbolo della loro libertà al termine dell’orario addestrativo, dove ci si svagava e dove nascevano persino gli amori. Il programma della giornata è stato svolto interamente di mattina, probabilmente hanno cambiato per via della partita di calcio che era in programma il pomeriggio, è stata annullata per via del maltempo la prevista esibizione delle "freccette tricolori" e le fanfare hanno chiuso con un concerto prima dei saluti finali e prima di recarsi nei ristoranti per chi aveva prenotato il pranzo. Io non avevo prenotato, ma ho preferito trattenermi per seguire la partita di calcio dell’Italia, così dopo aver mangiato una pizza e dopo aver bevuto una birra in una trattoria sarda, ho fatto un giro per il porto al Forte Michelangelo, dove era ancorata la Nave del Bersagliere e poi in auto mi sono recato alla Borgata Aurelia, frazione di Civitavecchia sulla strada di Tarquinia, dove per quasi 50 anni c’è stata la caserma dei bersaglieri. Tante volte bisognava muoversi con le circolari cittadine che terminavano le corse alle ore 20:00, dopodiché c’erano solo i tassinari vampiri a disposizione quando ci si recava alla stazione dei treni per la licenza, quando ci si recava in libera uscita e quando si rientrava in caserma: quante sòle, quante sofferenze, quante sudate, quante arrabbiature che ho sbeffeggiato e messo alle spalle nel momento che percorrevo quella strada con un'autovettura condotta da me.

Ho visto da fuori la caserma, che ora ospita un altro reparto dell’Esercito Italiano, ho rivisto la Borgata, mi sono fermato all’oratorio della sua chiesetta per seguire l’incontro Italia – Nuova Zelanda dei mondiali e poi sono ripartito imboccando il casello autostradale Civitavecchia Nord qualche chilometro più avanti. L’autostrada inizia e muore in quel punto, da circa un quarantennio si attende che venga prolungata sino a Livorno, per far in modo di decongestionare il traffico sulla pericolosa Via Aurelia. Sulla via del ritorno ho ripensato ad una volta che percorsi quell’autostrada su un taxi abusivo, preso insieme ad altre quattro persone alla Stazione Termini di Roma perché eravamo stati sorpresi da uno sciopero dei treni e pagammo 50.000 lire a testa: era la sera di San Valentino del 1998, era pure di sabato, nel momento in cui la gente spensierata, sorridente e ben abbigliata sostava negli autogrill nell’attesa di andare a divertirsi, noi depressi tornavamo nella prigionia. Oggi però abbiamo conquistato quella libertà, quella responsabilità  e quella maturità che ci consentono di non aver più nulla da invidiare a quelle ragazze di quel sabato sera e che ci consentono di venire così lontano da soli con l’automobile: da 20 anni a 30 anni è un bel balzo, anche se c’è chi non ha dovuto attendere così a lungo perché anche a 20 anni giungeva a Civitavecchia con l’auto da terre molto più lontane della mia. Ma siamo stati bersaglieri e alla fine ne è valsa la pena: basta pensare di esserlo stati e si alza la testa nei momenti in cui giungono i nostalgici pensier, i ricordi che ci fan sospirar; alla fine delle giornate, come quella trascorsa, siamo stanchi, magari con il corpo, ma le nostre anime sono ancora tese verso l’ascesa dell’Italo Valor!

Piume al Vento
(Canto bersaglieresco)

Sfilano per le strade i bersaglier,
musica in testa, a gran velocità.
Ogni piumato fante se ne va
scordando i suoi nostalgici pensier....
L'ammirazion che desta il suo passar
è la sua vita, tutto il suo piacer
e se un ricordo lo fa sospirar
rialza la testa :"Sono un bersaglier!" 
Passa!Le piume al vento l'Italia nel cuor!
Squilla con ardimento fanfara d'amor!
Stanco magari è il corpo
ma l'anima è ancor
tesa, verso l'ascesa dell'italo valor!


N.B.: le fotografie sono tratte dal gruppo Quelli del Primo Bersaglieri La Marmora.

giovedì 10 giugno 2010

56) SETTANTA ANNI FA

10 GIUGNO 1940

  
Esattamente 70 anni fa, il 10 giugno 1940, Benito Mussolini, Primo Ministro e Duce d’Italia, dal balcone del suo ufficio situato a Palazzo Venezia sull’omonima piazza a Roma, annunciava l’entrata dell’Italia in guerra a fianco della Germania Nazista. Il Patto d’Acciaio e l’Asse Roma – Berlino, stipulati tra i due paesi, imponevano l’assistenza reciproca in caso di conflitti. Il desiderio della Germania dopo l’ascesa al potere di Adolf Hitler era prendersi la rivincita dopo l’inglorioso esito del Primo Conflitto Mondiale.


Con la scusa di voler riunire tutti i popoli di sangue tedesco sotto un unico grande stato, il nazismo voleva imporre una nuova egemonia sul mondo e sostituirsi alla Gran Bretagna, che allora era un po’ come gli Usa oggi. Hitler si annesse l’Austria e i sudeti cecoslovacchi, quest’ultimi con l’approvazione della Francia e della Gran Bretagna, dopo la conferenza di Monaco in cui Mussolini ebbe il ruolo di negoziatore e mediatore. Il successivo obiettivo dei tedeschi era il corridoio polacco, che separava la Germania dalla Prussia Orientale Tedesca, per Francia e per Gran Bretagna era considerato il limite che la Germania non doveva oltrepassare per entrare in guerra con loro. Nonostante ciò il 1 settembre 1939 le forze corrazzate tedesche iniziarono l’occupazione militare della Polonia, così Francia e Gran Bretagna dichiararono guerra alla Germania. L’Italia, alleata della Germania, attuò la politica della cosiddetta non belligeranza. Ma per otto mesi al confine tra Germania e Francia non si sparò un solo colpo, quel periodo fu denominato La Drôle de Guerre, la strana guerra: i due eserciti erano posizionati lungo le linee di fortificazione, la Linea Maginot francese e la Linea Sigfrido tedesca, in quel lasso di tempo i tedeschi tentarono invano di convincere i francesi alla pace. Nella primavera del 1940 partirono le operazioni belliche tedesche: i germanici occuparono Danimarca e Norvegia, in previsione di un accerchiamento della Gran Bretagna e di eventuali guerre sottomarine, dopodiché invasero i neutrali stati del Belgio, dell’Olanda e del Lussemburgo, penetrarono in Francia, aggirarono la Linea Maginot e dilagarono. Un nuovo tipo di guerra irrompeva, la guerra lampo: chi si aspettava la guerra di trincea tipica della Prima Guerra Mondiale si sbagliava di grosso, perché quella volta i nuovi armamenti, primi tra tutti i cacciabombardieri, facevano la differenza. Mussolini non voleva farsi sfuggire un’occasione storica e quando oramai i tedeschi sfilavano sotto l’Arco di Trionfo a Parigi, l’Italia dichiarò guerra alla Francia (e alla Gran Bretagna); i francesi parlarono di pugnalata alla schiena da parte italiana. Il Duce pensò: “se la Francia è caduta così rapidamente, presto anche l’Inghilterra cederà”; i suoi gerarchi tentarono di convincerlo a lasciar perdere la guerra ma egli rispose che aveva bisogno di alcune centinaia di morti per potersi sedere sul tavolo della pace.

Il progetto fascista di espansione italiana ad inizio conflitto

L’inutile assalto italiano alla Francia causò la perdita di oltre 1200 soldati italiani, tra morti e dispersi, mentre i francesi non persero nemmeno 200 militari. L’Italia uscì a mani vuote dopo l’armistizio franco – germanico: avrebbe voluto impossessarsi di Nizza, Savoia, Corsica, Tunisi e Gibuti, ma tutti quei territori vennero controllati dal governo collaborazionista della Francia del sud, con capitale Vichy, presieduto dal Maresciallo Pétain; mentre la Francia del nord venne occupata direttamente dalla Germania. Solo dopo la fine della Francia di Vichy, con lo sbarco americano nel Marocco, l’Italia pose sotto suo diretto controllo militare una parte della Francia del sud e la Corsica. La stessa Corsica, Tunisia e Malta erano considerati imponenti pericoli per l’Italia in caso di guerre, per questo e per altri motivi, il Capo di Stato Maggiore, Maresciallo Pietro Badoglio, sconsigliò a Mussolini e al Re la guerra: secondo lui l’Italia sarebbe stata pienamente pronta nel 1944 e in quel 1940 più di sei settimane non avrebbe resistito, visto e considerato che aveva impiegato quasi tutti gli armamenti nelle guerre di Abissinia e di Spagna. Mussolini non volle sentire ragione perché per lui il conflitto era finito e perché temeva Hitler, che sotto-sotto non aveva mai amato. Hitler al contrario era sempre stato un estimatore del Duce: era il suo modello sin dal 1923 quando attuò il primo tentativo, poi fallito, di impossessarsi del potere a Monaco di Baviera. Continuò ad essere suo ammiratore anche quando salì al potere nel 1933, ma Mussolini non ricambiò la stima, anzi bloccò perfino un suo primo tentativo di annessione dell’Austria, perché temeva per l’Alto Adige o Tirolo del Sud. Ben presto però il Duce cambiò idea su Hitler, non immaginando che sarebbe stata la rovina per il fascismo, per l’Italia e per lui. Con l’alleanza italo – tedesca Mussolini fu costretto ad attuare anche in Italia le politiche di discriminazione razziale nei confronti degli ebrei, moltissimi dei quali erano fascisti sfegatati. Quel conflitto di “pochi giorni” durerà cinque anni e l’Italia perderà 415.000 vite umane tra militari e civili. Nel 1941 con le prime sconfitte italiane in Grecia, in Africa del nord, nelle battaglie navali del Mediterraneo e con la perdita dell’Impero d’Etiopia, che era indifendibile perché i rifornimenti non potevano passare per il Canale di Suez britannico, tramontò l’ambiziosa idea della guerra parallela, cioè una guerra italiana autonoma, sempre da alleata della Germania. Si passò così ad una guerra congiunta italo – tedesca, quando i tedeschi intervennero in Grecia e in Africa del nord con Rommel, per rimediare ai disastri italiani.

Nel luglio 1943, dopo le sconfitte della fine del 1942 dell’Asse a Stalingrado in Russia e ad El Alamein in Egitto, gli anglo – americani sbarcarono in Sicilia, mentre tempestavano di bombe tutta Italia, il Re destituì Mussolini sostituendolo con Badoglio e firmò l’armistizio con gli Alleati nel settembre del 1943. I tedeschi reagirono occupando militarmente quasi tutta l’Italia, che per loro era ritenuta traditrice, massacrarono i militari italiani che non volevano consegnare le armi e farsi deportare, liberarono Mussolini dalla prigionia e lo misero a capo del governo fantoccio della Repubblica Sociale Italiana. La patria italiana morì: ormai era terra di conquista di eserciti stranieri che si fronteggiavano, ogni italiano sceglieva da che parte stare e si scontrava con un altro italiano nella sanguinosa guerra civile, dove perirono anche civili innocenti sterminati da tutte le parti. Gli alleati vinsero, in Italia finì il fascismo e la monarchia e gli americani posero sotto loro controllo militare indiretto il nostro paese, salvandolo dal comunismo, ma allo stesso tempo lo aiutarono economicamente. La cosa positiva di quegli anni di morte, di sangue, di desolazione, di massacri, di fame, di miseria fu l’inizio di una nuova era di prosperità, di pace e di sviluppo economico. Per i bambini che nacquero in quegli anni, tra cui i miei genitori nel 1940 e nel 1943, in quell’inferno si prevedeva che il futuro non sarebbe stato certamente di rose e fiori per loro. Ma fortunatamente non fu così.

mercoledì 2 giugno 2010

55) LA FESTA DELLE FORZE ARMATE, LA FESTA D’ITALIA



Oggi 2 giugno, anniversario della Repubblica Italiana, nella nostra capitale si svolge la tradizionale parata militare ai Fori Imperiali. Onore alle forze armate d’Italia, specialmente a quelle impegnate nelle missioni all’estero per garantire la nostra sicurezza ed incolumità, onore a chi muore per noi tutti. Parlai della parata militare anche lo scorso anno, ma visto che ormai ci apprestiamo a vivere i 150° dell’Unità d’Italia, quest’anno in questo mio sito merita una menzione speciale uno dei padri moderni della nostra patria, ovvero il maggior artefice dell’unificazione: il Generale Giuseppe Garibaldi, eroe dei due mondi.



Grazie Generale!
Viva Garibaldi!
Viva la nostra Italia!













 AVE ITALIA


Il suo unico scopo nella vita fu liberare gli italiani dall’oppressione degli stranieri, dei loro complici e liberare Roma dalla tirannia clericale per farla capitale del nuovo stato. Fu un uomo vero dai sani principi che non volle essere mai ricompensato con cariche politiche e con beni materiali. Fu l’unico a non rassegnarsi alla cessione di Nizza, sua città natale, alla Francia. La sua determinazione ed ostinazione nel raggiungere i suoi scopi lo portò spesso a scontrarsi con l’esercito regolare piemontese e poi italiano, le cui autorità raccomandavano prudenza nelle guerre di redenzione. Dopo di lui il processo di unificazione continuò per riunire sotto un unico stato tutti i popoli italiani ed oggi possono esserci dei rammarichi per altre terre perdute recentemente e in tempi lontani che avrebbero potuto appartenere all’Italia: Istria, Dalmazia, Nizza, Savoia, Corsica, Ticino, Malta.

Oggi nella giornata delle forze armate, le quali hanno combattuto per l’Unità, sentitevi orgogliosi di appartenere a questa nostra grande nazione, tirate fuori l’orgoglio patriottico perché se si arrendono le nazioni la barbarie vincerà ed altri ci sottometteranno, rivalutate il culto di Garibaldi. La bandiera d’Italia è qualcosa di sacro, non è unicamente la bandiera della nazionale di calcio, di cui se ne vedono molte in giro di questi tempi per via dei campionati del mondo. È una presa in giro nei confronti della nostra storia, della nostra cultura, dei nostri caduti, del nostro sangue equiparare il tricolore italiano alla bandiera dalla Juventus, del Milan, dell’Inter ecc. Allo stesso modo l’Inno Nazionale viene accostato all’inno delle squadre calcistiche. Si, anche il calcio va bene, ma l’orgoglio di appartenere ad una nazione non può basarsi unicamente su di esso.

sabato 29 maggio 2010

54) LA STRAGE DELL’HEYSEL

29 MAGGIO 1985 PER NON DIMENTICARE


 
Il pallone nel corso della sua storia ha fatto vivere momenti magici e gioiosi, delusioni e amarezze ma anche immense tragedie. Venticinque anni fa a Bruxelles, allo Stadio Heysel, durante la finale di Coppa dei Campioni Juventus – Liverpool morirono 39 tifosi: 32 italiani, 4 belgi, 1 francese, 1 irlandese e 370 furono i feriti.




Lo stadio era inadeguato e fatiscente per ospitare una partita del genere: le 2 società, inglese e italiana, avevano fortemente criticato quella scelta; non era come oggi, che se uno stadio che vuole ospitare un evento simile deve disporre di severissimi requisiti e norme di modernità e di sicurezza impartiti dall’Uefa. Il giorno prima già c’erano stati degli scontri tra tifosi e nel pomeriggio prima della partita delle automobili con dei megafoni girarono per le strade di Bruxelles invitando coloro che possedevano i veri biglietti ad affrettarsi a recarsi allo stadio, perché stavano circolando e vendendo molti tagliandi falsi. Ciò non impedì ai possessori dei biglietti falsi di entrare: lo stadio si riempì oltre la naturale capienza, soprattutto dove erano ospitati i sostenitori del Liverpool, ubriachi fradici come al solito, che si spinsero verso la semicurva  Z, che ospitava spettatori neutrali, in prevalenza italiani e juventini che non avevano trovato posto nella curva della Juventus. La calca che ne generò, col fuggi, fuggi generale, portarono al crollo di un muro, il quale schiacciò molte persone, mentre altre finirono calpestate, altre ancora si lanciarono nel vuoto per cercare vie di fuga.

Le autorità belghe non disposero la sicurezza e le forze dell’ordine non intervennero immediatamente, solo mezzora dopo arrivò appositamente un battaglione di poliziotti che trovò frangi inferocite di tifoseria bianconera. I tifosi del Liverpool caricarono verso il settore Z a scopo intimidatorio, aspettandosi la reazione degli italiani, come era successo l’anno prima nella finale di Roma, ma i sostenitori del tifo organizzato juventino erano collocati nella curva opposta alla loro. Il capitano della Juventus Gaetano Scirea, insieme al capitano del Liverpool, parlarono dai microfoni della stadio e invitarono alla calma, entrambi non si resero conto realmente di ciò che stava accadendo. L’Uefa decise per motivi di ordine pubblico di far disputare la gara: vinse la Juventus 1-0 con un rigore di Platini, che si abbandonò a scene di esultanza inappropriate per l’occasione. Il rigore non c’era affatto ma il Liverpool non protestò perché si sentiva colpevole per l’accaduto.

I giocatori ammisero di sapere della tragedia, ma la immaginavano di modesta entità, il polacco Boniek dichiarò che non avrebbe voluto giocare e non ritirò il premio partita, mentre Platini l’indomani, conoscendo la vera entità della catastrofe, disse, rispecchiando il pensiero degli altri giocatori e dei dirigenti bianconeri, che non era il caso di festeggiare la conquista di quella coppa che attendevano da lungo tempo. Non tutto il pubblico si rese conto della tragedia e una parte di esso gioì per la vittoria della Juventus, così si giustificarono i giocatori, addirittura a fine gara alcuni tifosi chiesero loro gli autografi. Purtroppo l’indomani al ritorno in Italia i giocatori della Juventus, oramai al corrente di tutto, alzarono con entusiasmo la coppa alla discesa dall’aereo: non era affatto il caso. Molti anni dopo Marco Tardelli chiederà scusa per tutto.
Il telecronista italiano Bruno Pizzul, che sapeva tutto quanto, commentò a malincuore quella partita, senza naturalmente farsi coinvolgere emotivamente dalle prestazioni sportive juventine; allora non c’erano i telefoni cellulari per cui alcuni italiani gli si avvicinarono chiedendogli di fare i loro nomi e cognomi e far sapere che stavano bene, lui si rifiutò per non far preoccupare, disperare ed angosciare ancor di più i parenti di tutti gli altri tifosi della Juventus presenti. Il radiocronista Enrico Ameri invece fece i nomi delle persone che con le lacrime agli occhi lo imploravano. Dopo quella partita le squadre inglesi, i cui tifosi ubriachi si erano già resi protagonisti di analoghi episodi, vennero escluse dalle coppe europee per cinque anni. Dopo la partita Italia – Inghilterra ad Italia 90 ed i gesti di ritrovata fratellanza tra le due squadre  e tifoserie venne deciso di revocare quell’esclusione, ma il Liverpool dovette attendere ancora un anno.

domenica 23 maggio 2010

53) STAGIONE CALCISTICA 2009/2010

INTER PIGLIATUTTO


Complimenti sinceri agli interisti, con cui noi tifosi della Lazio siamo legati da un gemellaggio, che quest’anno hanno vinto Coppa Italia, Campionato Italiano di Serie A e soprattutto Champions League, il traguardo più prestigioso di tutti e che mancava nella bacheca nerazzurra da ben 45 anni. L’unico obiettivo stagionale che l’Inter non ha conquistato è stato nella sfida di Supercoppa Italiana giocata a Pechino ad inizio stagione contro la Lazio , ma come dissi allora è meglio aver fallito in quel piccolo trofeo che fallire in competizioni più prestigiose nel corso dell'anno. Almeno la Lazio un trofeo lo ha vinto, seppur modesto, a differenza di altre squadre che ci hanno irriso e sbeffeggiato per lungo tempo e che ora a fine stagione si ritrovano con un pugno di mosche in mano. Non bisogna mai parlare in anticipo nel dare giudizi, i cavalli si vedono all’arrivo, io difatti ho atteso e adesso posso parlare: ride bene chi ride per ultimo.


Purtroppo l’Inter e l’Italia perderanno Josè Maurinho, questo straordinario personaggio, Uomo Vero in un Calcio Finto, a cui romanisti, juventini e milanisti dovrebbero riconoscere pienamente i meriti e le straordinarie qualità, come faccio io laziale. Nessuno prima di lui in Italia era riuscito nell'impresa di vincere Campionato, Coppa italia e Coppa Campioni. E’ merito suo se l’Inter ha potuto colmare finalmente quel vuoto storico della Coppa Campioni che mancava nella sua bacheca da lunghi anni, ma anche in campionato, nel finale è stato abile a non far perdere la testa alla squadra dopo la crisi invernale e lo straordinario recupero della Roma.

Massimo Moratti ha superato suo padre Angelo ma secondo me la Grande Inter degli anni ’60 era tutta un’altra cosa: era una squadra genuina, in un calcio meno sontuoso ripetto a quello di adesso, fatta di campioni nostrani; è proprio questo il punto: nell’Inter di oggi purtroppo non c’è neanche un giocatore italiano tra i titolari, è l’unica nota stonata. Ma una Coppa Campioni e 5 scudetti, più altri trofei minori, sicuramente faranno entrare la squadra nella leggenda, anche se tra quei 5 scudetti il primo le è stato assegnato a tavolino e, dopo gli ultimi sviluppi su Calciopoli, non si sa se resterà nella sua bacheca.

Io e molti altri laziali non abbiamo dimenticato tutti gli insulti e le offese dei romanisti dopo l’ultima sfida tra le due squadre e la fortuita vittoria della Roma, non bisogna mai sbilanciarsi nel dare giudizi anticipati ed affrettati, tipo: Roma Campione d’Italia, Lazio Serie B; io infatti ho atteso sino ad adesso, non ho parlato neanche una settimana dopo quando Giampaolo Pazzini li ha sgonfiati, perché era ancora tutto aperto. Ce ne vuole di faccia tosta per mettersi a strumentalizzare gli atteggiamenti dei tifosi laziali su Lazio – Inter: che si pretendeva dopo tutto quello che avevano subito da tifosi e giocatori della Roma dopo il derby? La squadra avendo conquistato la salvezza era demotivata e l’Inter, che era di un altro pianeta, ha passeggiato, così come ha passeggiato tre giorni dopo nella finale di Coppa Italia contro una Roma motivata e seconda in classifica. Non dimentichiamo che quando era la Lazio ha lottare per i vertici aveva il tifo contrario dei romanisti e non favorevole: come successe nel 1973 all’ultima partita Roma – Juventus o nel 2000 quando i romanisti esposero uno striscione polemico contro la loro società che diceva “c’hai ridotti a tifà Juve”. E gli juventini, che anche loro se la sono presa con i laziali, non ricordano Juventus – Milan del 1999? Erano le ultime partite e il Milan, che rincorreva la Lazio in classifica, andò a passeggio tranquillamente in quella gara a Torino. Ma sportivamente faccio i complimenti alla Roma e a Ranieri per il suo campionato, iniziato disastrosamente e tra le contestazioni dei tifosi e terminato quasi in trionfo. Quando la Roma è vicina a traguardi importanti è timorosa e le manca quel pizzico di perfezione e di cattiveria, è storicamente provato: Roma – Liverpool 1984, Roma – Lecce 1986, Roma – Manchester U. 2007 e ora Roma – Sampdoria di quest’anno. Concentrazione e determinazione che non mancano alla Lazio quando si trova in analoghe situazioni: vedi le finali di Coppa delle Coppe e di Supercoppa Europea e vedi la Supercoppa Italiana di quest’anno. Eccovi un sano sfottò che non è neanche volgare ed offensivo, come lo sono molti altri che sono presenti in rete.

martedì 11 maggio 2010

52) PROCESSIONE DELLA MADONNA DEL SOCCORSO 2010



FILMATI SULLA FESTA PATRONALE DELLA MADONNA DEL SOCCORSO DI QUEST'ANNO A CORI (LT), CHE COME SEMPRE CADE NEL GIORNO DELLA FESTA DELLA MAMMA. ANCHE LA FESTA CIVILE, COME QUELLA RELIGIOSA, E' STATA UN GRANDE SUCCESSO. MA PURTROPPO IN QUESTI GIORNI FESTOSI NON SONO MANCATI AVVENIMENTI TRAGICI.




sabato 8 maggio 2010

51) POLEMICHE SUL 150° ANNIVERSARIO DELL’UNITÀ D’ITALIA

Lo scorso 5 maggio, 150° anniversario dell’imbarco della spedizione dei Mille da Quarto (Genova), sono iniziate le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unita Italiana, le quali culmineranno il prossimo marzo, nel mese in cui il Regno d’Italia fu proclamato nel 1861. Circa 1162 volontari, in prevalenza bergamaschi, sbarcarono a Marsala in Sicilia la mattina dell’11 maggio con la protezione delle navi britanniche.


Il Piemonte aveva iniziato il processo di unificazione italiana nel 1859, dopo il fallimento del 1848/49 con Carlo Alberto di Savoia, ponendo la questione italiana, al centro dei colloqui bilaterali tra Regno di Sardegna, di cui il Piemonte faceva parte, e potenze europee e dopo che i piemontesi si garantirono le simpatie europee per aver partecipato alla Guerra di Crimea. L’alleanza tra Regno di Sardegna e Francia portò alla guerra con l’Austria, alla conquista della Lombardia e alla cessione di Nizza e Savoia a Napoleone III, imperatore dei francesi. La mancata annessione del Veneto, consentì ai piemontesi di non farsi ostacolare dalla Francia nell’annettersi con dei plebisciti l’Emilia – Romagna e la Toscana, divise in ducati e granducati. I piemontesi avrebbero potuto fermarsi lì e concentrarsi nel liberare le altre terre del Nord Italia ancora sotto il giogo dell’Impero d’Austria – Ungheria, ma non fu così perché il loro primo pensiero fu la conquista dei ben assestati stati centro – meridionali dello Stato Pontificio e del Regno delle due Sicilie. Allora perché in questi giorni alcuni esponenti della Lega Nord polemizzano sul Risorgimento, dicendo che l’unificazione era solo una scusa per liberare il Nord dagli austriaci? Se fosse stato così i mille, quasi tutti settentrionali, non si sarebbero imbarcati con Garibaldi, e Vittorio Emanuele II non sarebbe disceso per strappare Marche e Umbria ai pontifici. In Sicilia un esercito di poco più di 1.000 uomini, a cui si unirono dei “picciotti locali”, sbaragliò il potente esercito borbonico in 3 battaglie, quando i garibaldini erano in difficoltà a Garibaldi suggerirono la ritirata, ma egli rispondeva duro: “non ci ritiriamo, qui o si fa l’Italia o si muore!” Il Regno Borbonico era in crisi, il giovane monarca Ferdinando II (Re Bomba) era inesperto e Garibaldi fece leva sull’accensione dell’antico rancore dei siciliani nei confronti dei napoletani. Sul continente le cose non andarono meglio per i Borbone, ma ormai Garibaldi disponeva di oltre 20.000 uomini, la battaglia decisiva per la loro definitiva sconfitta avvenne lungo il fiume Volturno. Dopo essersi incontrato con Vittorio Emanuele a Teano, se non lì sempre da quelle parti, e avergli consegnato il Regno delle due Sicilie, Garibaldi con l’appoggio dell’esercito piemontese lanciò l’offensiva all’ultima roccaforte borbonica posta a Gaeta.
Dopo i plebisciti venne proclamato il Regno d’Italia a Torino il 17 marzo 1861, di fronte ad un parlamento con i rappresentati di tutta Italia, escluse naturalmente Roma e le tre Venezie. Nel sud ci si aspettavano maggiori libertà e giustizie sociali con l’arrivo dei piemontesi, ma gli animi delle masse popolane restarono immediatamente delusi quando Crispi in Sicilia, fece fucilare chi assaltava le proprietà e uccideva i grandi proprietari terrieri. La mancata riforma agraria, che ci sarà solo negli anni ’50 del ‘900, e il mancato smembramento dei latifondi, su cui si basava l’economia del sud con i relativi privilegi per i potenti e con i prodromi del fenomeno della Mafia, portarono al brigantaggio: furono impiegati più uomini per reprimerlo che in tutte le guerre per l’unità. Fatto strano: nel 1946 nel referendum Monarchia/Repubblica i Savoia beccarono una valanga di voti proprio al sud, nonostante le feroci repressioni del brigantaggio i meridionali si affezionarono alla nuova casa reale in 85 anni. Oggi si sente tanto parlare di Partito del Sud, in contrapposizione a quello del nord, di movimenti neoborbonici, ma oggi il sud da solo non va da nessuna parte se si stacca. Maggiore autonomia federalista sì ai vari enti, sempre seguendo le direttive del governo centrale, basta che non si vada a favorire ancor di più i potentati locali e la Lega Nord, la quale è la secessione il suo principale obiettivo. La ricchezza del nord, tranne il Veneto che si è fatto da solo divenendo la regione più produttiva e ricca d’Italia da regione poverissima che era, è nata anche dal sacrificio dei meridionali, oltre naturalmente dal fatto che il suo territorio era diviso in tanti piccoli staterelli ed ogni regnante faceva di tutto per lasciare il segno, per tramandare ai posteri la propria gloria. Una nuova Italia unita con ampie autonomie agli enti dovrà esserci, dove nessuno metterà in discussione Roma Capitale. Anche se l’Italia non l’ha fatta Roma, come la stessa fece ai tempi che da piccolo villaggio divenne impero, l’hanno fatta quagli stessi padani, oggi smaniosi di staccarsi, scegliendo la Città Eterna quale capitale più degna per far rivivere il mito dell’impero.

Sarei stato felicissimo per quella scelta se non fosse che qualche volta mi viene da obiettare perché ai romani, che hanno solo atteso i bersaglieri a Porta Pia, dà alla testa. Se si fosse saputo sarebbe stato meglio far rimanere la capitale a Torino o a Firenze. Noi laziali non romani (burini o ciociari) non facciamo mai caso a quella sorta di razzismo nei nostri confronti, ma nell’Urbe di Romani de Roma ce ne sono ben pochi e coloro che nel corso dei millenni vi hanno comandato (Imperatori, Papi, Re, Presidenti) poche volte lo sono stati. Anche oggi chi comanda a Roma? I padani naturalmente! In questi giorni si sente addirittura parlare di una regione del Lazio Sud, meglio lasciar perdere perché i nuovi enti servono solo a creare nuovi magna - magna.

L'esempio di Nino Manfredi che da ciociaro volle divenire romano per forza, ma anche Alberto Sordi, che molti dicono che sia stato romano da 7 generazioni, non lo era: suo padre era nato a Valmontone. Comunque non ho nulla contro di loro, li considero insieme a Totò i più grandi attori italiani di tutti i tempi.

 Il popolano Ciceruacchio, eroe della Repubblica Romana, in procinto di essere fucilato dagli austriaci (In Nome del Popolo Sovrano 1990).


Nino Manfredi torna alle sue origini (Per Grazia Ricevuta 1971).

domenica 25 aprile 2010

50) L’ALTRA FACCIA DEL 25 APRILE

 Sui banchi di scuola e sui mezzi d’informazione mediatici vi hanno parlato sempre del 25 aprile: la lotta partigiana, la guerra di liberazione, le stragi nazifasciste ecc. Hanno fatto bene a narrarvi tutto questo, hanno fatto male a non narrarvi l’altra faccia del 25 aprile: le stragi operate dai partigiani, di cui nessuno si è mai interessato. Uscì il libro “Il Sangue dei Vinti” di Giampaolo Pansa, ha fatto seguito un film, dove è narrato l’altro 25 aprile, occultato per lungo tempo, come fu occultata la strage delle Foibe.
A prescindere dal fatto che tra le forze partigiane aderirono pure forze cattoliche, liberali, conservatrici, monarchiche, non solo formazioni social – comuniste, ma a cosa servì la lotta partigiana? Se non fosse stato per gli angloamericani ancor oggi ci sarebbe la resistenza: i partigiani liberarono le città del Nord Italia quando ormai i tedeschi erano in fuga, erano consapevoli della sconfitta ed erano accerchiati ovunque dall’arrivo delle forze alleate. Perciò risulta falso questo mito dei partigiani che liberarono l’Italia. I crimini commessi in quel periodo dai nazifascisti sono stati terribili ed orrendi, non lo metto in discussione, ma alcuni potevano essere benissimo evitati, come alle Fosse Ardeatine ad esempio: dopo l’occupazione tedesca di Roma gli occupanti affissero dei manifesti, in cui si diceva che per ogni morto tedesco in eventuali attentati avrebbero pagato con la vita dieci civili italiani. Allora perché gli attentatori di Via Rassella misero le bombe? Come allo stesso modo furono compiute altre rappresaglie ai danni di civili per degli inutili attentati e agguati. Ma è anche vero che alcune stragi nazifasciste avvennero senza motivi.
Nessuno ha mai parlato degli stermini compiuti dai partigiani sui civili, senza apparente motivo: soprattutto vecchi, donne e bambini, soltanto perché erano sospettati di essere amici di fascisti, vennero trucidati dopo il 25 aprile. Ci si stava preparando alla rivoluzione proletaria di stampo sovietico, ogni potenziale avversario andava eliminato, perfino i partigiani che non erano social – comunisti. Il triangolo della morte in Emilia Romagna è la zona maggior incriminata per le stragi operate dai partigiani. Nessuno si è mai interessato dei combattenti della Repubblica di Salò: non erano mostri, erano persone come tutte le altre, che per legge dovevano rispondere alla chiamata alle armi, operando una scelta di vita; si scontravano in una guerra civile sia con le bande partigiane al nord, sia con i connazionali del Regno del Sud al fronte. Quei combattenti hanno data la vita per una causa che ritenevano giusta, avevano delle persone, familiari e conoscenti, che li amavano e che non hanno neanche potuto avere un luogo dove piangerli: infatti i caduti della RSI non erano degni di entrare nei cimiteri, venivano ammassati nelle fosse comuni. La Repubblica di Salò reclutava anche personale femminile nelle forze ausiliarie: molte di queste ausiliarie furono barbaramente violentate e trucidate dopo il 25 aprile.
Il giorno 25 aprile deve essere il giorno del ricordo per i tutti i caduti di ogni parte, in cui bisogna ricordare tutti gli eccidi, sia nazifascisti sia partigiani, senza dimenticare che a differenza del 4 novembre, quando si ricorda una vittoria, in questo caso si rimembra una sconfitta: questo dovrà essere il nuovo senso di questo giorno e non dovrà essere a senso unico come lo è stato finora. Ma se si fossero aspettati gli angloamericani buoni, buoni, nel periodo tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945, molte stragi sarebbero state evitate, non solo quelle naziste e fasciste, ma anche quelle del dopoguerra, quando si cercò perlopiù di strappare il nostro paese all’influenza americana e farlo convergere in quella sovietica.

lunedì 19 aprile 2010

49) FULL METAL JACKET E IL VIETNAM


Non sapendo più di cosa parlare in questo blog, avendo esaurito tutti gli argomenti politici, paesani, religiosi, parlerò di uno delle molte pellicole che vedo in dvd. Il film è Full Metal Jacket: finalmente ho trovato il disco versatile, nel centro commerciale della stazione centrale dei treni a Roma. In televisione lo trasmettono sempre in seconda serata su Rete 4, solo una volta riuscii a vederlo interamente, si può trovare anche su You Tube, però diviso in mille spezzoni. Mi avallerò per la mia analisi di documentazioni, recensioni cinematografiche, critiche e interviste ai protagonisti. Full Metal Jacket (nome dei proiettili di piombo blindati col rame che vengono impiegati per caricare i fucili dei marines), è il penultimo film diretto da Stanley Kubrick, fu girato nel 1987, ad un anno di distanza da Platoon di Oliver Stone, solo in Italia F.M.J. fu il terzo film più visto della stagione e incassò 8 miliardi di lire. La pellicola fu ispirata dal romanzo The short timers (Nato per uccidere) di Gustav Hasford, ex marine e corrispondente di guerra. Kubrick dà un messaggio sul processo di disumanizzazione degli individui che si tramutano in macchine per uccidere, insensibili ed impietosi, solo il protagonista, Soldato Jocker (interpretato da Matthew Modine), che rimanendo sé stesso interiormente, un tipo giocoso ed ironico, ma fuori in apparenza si adatta alle mentalità dei compagni, riuscirà a mantenere la sanità mentale. Il senso del lungometraggio è  contro le guerre, non a favore come qualcuno potrebbe erroneamente pensare, la figura di Jocker è anomala ed in contrasto rispetto ai fanatici della guerra: Hartman, Animal (Adam Baldwin) e il Colonnello Pope. Quest’ultimo nel film, durante la scoperta di una fossa comune, sgrida severamente il protagonista che indossa sull’uniforme il distintivo della pace, ma sull’elmetto ha scritto “born to kill” (nato per uccidere): si difende dicendo che voleva dimostrare l’ambiguità dell’uomo. Una parte di Full Metal Jacket è stato girato alla periferia di Londra, in uno stabilimento diroccato ed abbandonato in procinto di essere demolito, con l’aggiunta di alcune palme sembrava il vero Vietnam. Kubrick risiedeva in Inghilterra e non amava viaggiare, per cui tutti i suoi film li girava vicino casa. Il Sergente Maggiore Hartman (interpretato da Ronald Lee Ermey) era stato un vero istruttore dei marines, improvvisava delle battute sue durante le riprese, non seguendo il copione, ma si rivelavano perfette, spesso si lamentava degli attori, che impararono un addestramento militare vero, per lui erano troppo rammolliti e quando si arrabbiava azzittiva perfino Kubrick.




Il film si divide in 2 distinte parti: la prima parte è ambientata nel campo di addestramento delle reclute dei marines degli Stati Uniti di Perris Island, Carolina del Sud; la seconda parte è ambientata in guerra nel Vietnam. Al campo di addestramento il severissimo Sergente Maggiore Hartman, capo istruttore, tratta le sue reclute peggio degli animali per trasformali in spietati assassini e dà loro degli ignobili soprannomi. Il protagonista Jocker ha due amici: il texano Cowboy (Arliss Howard) e Palla di Lardo (Vincent D’Onofrio). Jocker risponde ai durissimi metodi con l’ironia, ma viene azzittito con la violenza da Hartman, al quale Jocker non ha paura di rinnegare il suo essere ateo; Palla di Lardo, che non è completamente sano mentalmente, subisce sia dall’istruttore, sia dai compagni, ma con quei durissimi metodi e con quei soprusi diverrà il migliore di tutti, compromettendo la sua psiche: l’ultima notte a Perry Island perde la testa, ammazza il Sergente Maggiore Hartman e poi si suicida. In Vietnam Jocker fa il corrispondente per i marines ma lui e il suo amico fotografo Rafterman, stanchi della noia nelle retrovie e delle notizie censurate dai superiori, si fanno spedire al fronte nei tempi della decisiva offensiva del Tĕt dei nordvietnamiti (anno 1968).




Al fronte nel plotone dei “porci arrapati” ritrova il suo amico Cowboy, legherà anche con il negro Eightball e troverà l’ostilità dello spietato psicopatico guerriero Animal. Un cecchino tra le macerie di alcuni edifici distrutti dai carri armati americani uccide Eighball, Cawboy e un altro commilitone; Animal con ostinazione e senza paura entra in un edificio per snidare il cecchino e fargliela pagare, gli altri sono costretti a seguirlo, quando Jocker è sotto il fuoco del cecchino, che è un’adolescente vietnamita, è protetto da una colonna, all’improvviso interviene Rafterman che abbatte il cecchino. Il cecchino è moribondo e in fin di vita, Animal insiste per lasciarlo morire dissanguato, mentre Jocker desiste, però alla fine è costretto a sparare il colpo di grazia su richiesta della moribonda. Nella scena finale del film i soldati incamminandosi intonano La Marcia di Topolino (l’avevo già inserita in altro contesto che ritenni appropriato), che in mezzo ad un’atmosfera macabra infernale li riporta agli anni della loro serena infanzia, il soldato Jocker con la mente pensa ai sogni erotici di quando tornerà a casa e la cosa positiva per lui, nonostante tutti gli orrori, i massacri e gli amici uccisi, è l’essere rimasto vivo e non avere più paura di nulla nella vita.

Nella mondo reale non sarà stato proprio così: molti reduci del Vietnam finivano nei manicomi, anche i suicidi nei campi di addestramento erano frequenti. Era l’apogeo della guerra in Vietnam nel 1968: l’incremento americano di truppe, iniziato all’inizio degli anni ’60, era all’apice, si intravedeva anche la frustrazione per una sconfitta di una superpotenza. Sono state impiegate più bombe in Vietnam dagli americani che nella Seconda Guerra Mondiale, ma i danni furono minori perché si bombardavano sempre boscaglie zeppe di Vietcong (la resistenza comunista agli americani). La tecnica della guerriglia fu micidiale, tant’è vero che gli americani nel 1973 furono costretti ad evacuare dal paese e a chiedere l’armistizio, sotto la pressione dei movimenti pacifisti in America: un cecchino che da solo decimava le truppe americane e ne ritardava l'avanzata, consapevole di morire (come oggi gli attentatori suicidi islamici), quello fu il Vietnam. Senza gli americani il Vietnam del Sud cadde: il Nord Vietnam espugnò la capitale Saigon nel 1975, che fu ribattezzata Ho Chi Minh in onore del grande statista comunista del nord, lo stato vietnamita divenne uno solo, comunista e si pose fine in quella che era l’Indocina Francese a 30 anni di guerre, iniziate con la proclamazione dell’indipendenza. Paradossi della storia: oggi il Vietnam conosce uno sviluppo economico grazie agli Usa, infatti molte imprese multinazionali americane, vi aprono stabilimenti col consenso del regime comunista.

Le cose che non ti ho mai detto (una poesia d'amore di un'autrice di cui non conosco l'identità)
Ricordi il giorno che presi in prestito la tua macchina nuova e l'ammaccai?/ Credevo che mi avresti uccisa, ma tu non l'hai fatto./E ricordi quella volta che ti trascinai in spiaggia e tu dicesti che sarebbe piovuto e piovve?/Credevo che mi avresti esclamato "te l'avevo detto!" ma tu non l'hai fatto./Ricordi quella volta che civettavo con tutti per farti ingelosire, e ti eri ingelosito?/Credevo che mi avresti lasciata, ma tu non l'hai fatto./Ricordi quella volta che rovesciai la torta di fragole sul tappetino della tua macchina?/Credevo che mi avresti picchiata, ma tu non l'hai fatto/E ricordi quella volta che dimenticai di dirti che la festa era in  abito da sera e ti presentasti in jeans?/Credevo che mi avresti mollata, ma tu non l'hai fatto./Si, ci sono tante cose che non ho mai fatto./Ma avevi pazienza con me, mi amavi e mi proteggevi./C'erano tante cose che volevo farmi perdonare quando saresti tornato dal Vietnam./Ma tu non sei tornato.

sabato 3 aprile 2010

48) RILANCIO DEGLI EVENTI RELIGIOSI/PAESANI



La Santa Pasqua dà avvio ogni anno alla primavera, periodo in cui inizia un tiepido caldo che si accentuerà sempre più. Le ricorrenze religiose si susseguiranno: Pasqua, Pentecoste, festa padronale della Madonna del Soccorso, Corpus Domini ecc. Si registra da parte della gente una gelosa riscoperta di queste tradizioni religiose, dovuta alle ondate migratorie e alla paura che possano essere soppiantate e sostituite con altre. Questo avviene da noi, in altri paesi industrializzati europei e del mondo per la Chiesa Cattolica non è certo un periodo felice: queste storie di pedofilia influiscono negativamente nell’opinione delle masse verso la Religione Cattolica e la gente tende ad allontanarsi. Forse ci sarà del vero in quello che si dice, i casi di pedofilia ci saranno stati ma molto circoscritti e limitati, non come vorrebbero far credere i media mondiali, che tendono ad ingrossare ed anche a falsificare le notizie perché vogliono colpire questo Papa, dopo aver fallito l’obiettivo col Papa nazista, che a differenza del predecessore suscita in loro antipatia. Comunque condanno gli autori di atti osceni pedofili, non voglio giustificarli: è giusto che siano puniti.


In periodi di crisi economiche e occupazionali come questi, precarietà, casse integrazioni e licenziamenti, le persone perdono la speranza nella vita (togliendosela addirittura). Il nostro paese, che anticamente era prevalentemente un paese agricolo e pastorale, per sé non offre molte possibilità di sbocco occupazionale: c’è una piccola area industriale/artigianale, aziende medio/piccole che impiegano principalmente parenti e conoscenti dei titolari, perciò quasi tutti fanno i pendolari tra Cori e Latina, Roma, Aprilia, Cisterna per lavorare nelle industrie e nei servizi, c’è anche chi prova ad avviare delle attività commerciali sperando che vada tutto bene. Il nostro territorio però non è stato completamente investito dalla crisi: solo poche industrie chiudono, principalmente le multinazionali americane che si trasferiscono nell’Europa dell’Est, dove c’è manodopera a bassissimo costo, le nostre industrie invece si ridimensionano; i più giovani sono le vittime principali di questa crisi: prima erano lavoratori precari, ora neanche più quello. I più fortunati che riescono a trovare buoni posti di lavoro in luoghi pubblici, grazie alle conoscenze o alla politica e sono notati da tutti, sono soggetti a invidie e chiacchiericci, persino le categorie di lavoratori svantaggiati a cui i servizi sociali dei comuni riservano i posti: a chi non piacerebbe avere un lavoro al comune, “sotto casa”, a tempo determinato e soprattutto indeterminato? Se uno per trovare un qualsiasi lavoro  ha conoscenze influenti è giusto che le sfrutti, ma almeno si guardi bene dal puntare il dito su coloro che non ne hanno.



Per iniziare a ritrovare fiducia nella società e a guardare con ottimismo il futuro bisogna che il passato riviva in noi: il rilancio degli eventi e delle tradizioni religiose, quali parti portanti della nostra terra e del nostro dna potrebbe essere una soluzione, conseguentemente si rilancerà anche la Religione Cattolica invertendo la tendenza al declino. Il rinnovamento dovrà riguardare a mio avviso la riscoperta dell’antico messale e degli antichi canti, quelli belli e spirituali: messale e parte dei canti in lingua latina; ad esempio io preferisco “Christus Vincit “ (canto pasquale) e non altri canti chitarristici come “Al centro del mio cuore” o “Resta qui con noi”. Allo stesso modo nella processione della Madonna del Soccorso sono sempre state antiche usanze cantare “Viva sempre viva”, gridare “Evviva Maria” e la banda musicale, la quale dava solennità e sacralità all’evento. Il cantare andando scalzi con grossi ceri in mano “Eviva sempre eviva la Madonna devia crucis Zoccorso, a Lei famo ricorso ecc.”, piangere per la commozione, era un modo per ringraziare la Madonna per una grazia ricevuta. Come gridare “viva Maria” è un’antica usanza sin dalla notte dei tempi. Ogni paese in passato aveva una banda musicale per ogni evento religioso, civile e delle volte anche per i funerali: la banda musicale in una processione la valorizza e la onora splendidamente, basta che esegua solo inni religiosi durante le pause nelle preghiere; a mio avviso le processioni senza musica sono mosce e troppo tristi. Come i giovani d’oggi imparano a suonare la pianola, la batteria, la chitarra, un tempo i bambini imparavano a suonare gli strumenti a fiato per accedere alla banda del paese e per qualcuno di loro poteva esserci occasione di riscatto sociale: mio padre, ad esempio, ebbe l’occasione di entrare al conservatorio di Santa Cecilia in Roma, di diplomarsi, di fare carriera musicale insieme ad altri, perché visto che c’era stata la guerra molti musicisti erano morti, ne servivano degli altri ed era più facile entrare nei conservatori, così i direttori delle bande musicali di Cori e Giulianello, De Rossi e Marchetti, segnalavano i bambini, gli adolescenti più bravini. Oggi sono sparite quasi tutte le bande musicali paesane, tranne qualcuna, e per commemorare gli eventi importanti, civili e religiosi, si ricorre molte volte agli sbandieratori nostrani ma non sono la stessa cosa.

Quest’anno per quanto concerne la festa civile della Madonna del Soccorso, che ci sarà la seconda domenica di maggio, hanno fatto le cose in grande, l’ho visto dal programma che hanno distribuito quando sono passati a chiedere l’offerta in casa mia: forse è esagerato quel programma ma se l’hanno stilato saranno sicuri che copriranno tutte le spese; quelli del comitato potranno dire "non vi va mai bene niente": quando non si fa quasi nulla la gente si lamenta, quando si esagera c’è sempre chi ha da ridire. Comunque auguro al comitato che vada tutto bene e che sia una splendida giornata da ogni punto di vista.


Un modo di riscatto della Chiesa potrebbe essere quello dei religiosi, preti e frati, che vanno in mezzo alle piazze, alle strade, togliendosi l’abito talare, conoscono la gente, non per sgridarla della latitanza religiosa (otterrebbero l’effetto opposto a quello desiderato), ma per immedesimarsi in essa, per capire i suoi problemi e per aiutarla. Un periodo c’era don Lauro qui a Cori, la cosa positiva che mi ha colpito di lui era quella che riusciva a divenire amico delle persone più atee e miscredenti, perché lo faceva da persona qualunque, non da sacerdote: andava nei caffè, vedeva giocare a carte, commentava, parlava di calcio, di politica, così facendo la gente pian piano si confidava, si apriva, qualcuno sentiva addirittura il desiderio di confessarsi e di andare in chiesa; nei suoi limiti e a suo modo tentava di mettere un freno alle classiche mentalità paesane, bigotte, invidiose, calunniatrici. Egli mi diceva: “se io mi metto a rimproverare la gente, quella mi manda a quel paese e mi pure mena, mi vedrà come un avversario e non si aprirà mai, perché molti non hanno nessuno per parlare, per sfogarsi". Quando a uno scappava una bestemmia e c’era lui gli chiedeva scusa, non rendendosi conto che era prete: egli diceva che col tempo avrebbero capito che non si bestemmia, ma non perché lui era presente. Una volta fatta amicizia con le persone le sensibilizzava nell’aiutare con viveri e con denaro i famigliari bisognosi dei tossicodipendenti di comunità. L’esempio di don Lauro potrebbe essere una nuova idea per rinnovare la Chiesa in questi tempi di crisi e per far avvicinare la gente, possa essere da sprone per i sacerdoti (e per chi sta loro intorno) per stare in mezzo agli altri come persone comuni, amici di tutti: sarà una tattica sicuramente vincente e si sconfiggeranno i pregiudizi da una parte e dall’altra.