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domenica 5 giugno 2016

315) QUALE FESTA REPUBBLICANA?


UNA VOLTA IN OCCASIONE DELLA PARATA MILITARE DEL 2 GIUGNO SI SENTIVA L’ORGOGLIO DI UN’APPARTENENZA PATRIOTTICA CHE OGGI NON SI PROVA PIÙ. 


In questo giugno 2016 la Repubblica Italiana sta festeggiando il suo 70° anniversario. Possibili brogli al referendum monarchia/repubblica portarono settant’anni fa alla nascita di questa forma istituzionale (c’erano gli americani che volevano la repubblica ad ogni costo). Non so se effettivamente quelle scorrettezze ci furono o no, in ogni caso non credo che la storia italiana degli ultimi settant’anni sarebbe cambiata molto con i re al posto dei presidenti della repubblica: i monarchi avrebbero svolto le stesse funzioni di arbitri imparziali, dando gli incarichi di governo ai rappresentanti dei partiti più votati e la Nato non avrebbe mai permesso delle svolte autoritarie antidemocratiche. I pochi movimenti monarchici che ci sono oggi in Italia puntano di più sul ramo Savoia Aosta, che sui discendenti diretti dei Savoia ultimi Re d’Italia: probabilmente perché Umberto II, il Re di maggio, preferì far interrare con la sua salma, sotto le sue ascelle, i sigilli reali, anziché consegnarli al figlio Vittorio Emanuele; dopo che quest’ultimo sposò una borghese i rapporti tra i due si incrinarono. 



Ricominciando a parlare delle  commemorazioni per il sette decenni della Repubblica d’Italia, con le solite parate militari che ci sono ogni 2 giugno, constato che ormai non provo più quell’orgoglio patriottico vedendo i vari reparti militari che sfilano e le istituzioni che assistono. Le forze armate italiane, capeggiate da quei governanti, dovrebbero difendere la patria, i suoi sacri confini, non essere le fautrici di un’infinita invasione che alla lunga distruggerà la nostra civiltà e tutto quello che con sacrificio abbiamo conquistato. Le stragi in mare continuano nonostante l’impegno delle molte marine europee per scongiurarle. Ogni tanto Renzi e Mattarella si fanno i loro giri in Africa: anziché dire che in Europa, in Italia specialmente, c’è crisi, la povertà e la disoccupazione aumentano, invece di spronare gli africani più colti, più benestanti, ad impegnarsi per lo sviluppo del loro continente con l’aiuto europeo ed invitarli a non consegnare i loro risparmi ai criminali che li porteranno alla morte, dicono, che non serve costruire muri, che loro vanno a prendere tutti e i molti media della loro parte danno manforte. Il messaggio che viene recepito è il seguente: è cosa buona e giusta affidarsi ai trafficanti di uomini ed ammucchiarsi al’inverosimile in delle piccole imbarcazioni fatiscenti. All’inizio dicevano che accoglievano solamente chi fuggiva dalle guerre (una piccola percentuale tra coloro che arrivano): a tutti sembra che nessuno viene identificato ed ognuno è libero di scorazzare senza né arte, né parte, per tutta Italia, in tutta Europa, finendo tra le grinfie della delinquenza e del terrorismo islamico. Anche lo status di rifugiato viene concesso con superficialità: alcuni basta che si dichiarano omosessuali (già, perché in molti stati africani l’omosessualità è un reato) ed è fatta. Tutta Europa si sta blindando, solo noi no. Recentemente il Dalai Lama, il capo della religione Buddista (il Buddismo è una religione tanto in voga tra gli intelletti di sinistra), ha dichiarato che l’Europa non può perdere la sua anima, il suo sangue, divenendo araba e musulmana; aggiungendo a quanto detto, che è meglio che gli immigrati si impegnino nei loro paesi. Quel poco di autorità che c’è in Libia si è detto disponibile a tornare agli accordi stipulati con Gheddafi (chissà i libici quanti soldi vorranno però), atti ad impedire le partenze illegali verso la Sicilia e così salvare veramente le vite: perché aspettare ancora e non approfittare di quella proposta? Un governo non di sinistra avrebbe colto al volo l’occasione, per cui dovrà insediarsi il prima possibile: il referendum di ottobre per provare a mandare a casa questo esecutivo è troppo lontano. Si stanno raccogliendo le firme per un altro quesito referendario, il quale tenterà di abrogare alcune norme della legge sulle unioni civili, così almeno, in caso di successo, si salverà la sacralità della famiglia, considerando che quelle patriottiche e religiose sono andate perdute. 


Concludo gioendo alla conclusione (si spera definitiva) della vicenda dei due marò tenuti prigionieri in India per alcuni anni: la loro mancata partecipazione alla parata militare del 2 giugno, anniversario della Repubblica, sono stati degli ennesimi motivi di non piacimento di quella sfilata e della perdita dell’orgoglio dell’appartenenza alla patria italiana.

lunedì 30 maggio 2016

314) LA PRIMA DA VESCOVO A CORI DI FELICE ACCROCCA

GALLERIA FOTOGRAFICA SULLA PRIMA VISITA NELLA NATIA CORI DEL NEOVESCOVO FELICE ACCROCCA, ASSEGNATO ALLA DIOCESI DI BENEVENTO. 

Monsignor Felice Accrocca, da pochi giorni ordinato vescovo a San Marco a Latina, ha visitato per la prima volta il suo paese natale nel suo nuovo ruolo, dove è stato accolto dalle autorità, dai fedeli, dai suoi amici e dai suoi parenti. Ha celebrato la santa messa nella Parrocchia di Santa Maria della Pietà di Cori Valle, che lo vide crescere nelle file dei giovani esploratori (o scout) e dove fu ordinato sacerdote trent'anni fa. Tra poco tempo inizierà la sua nuova missione di vescovo presso l'arcidiocesi di Benevento.

 



lunedì 23 maggio 2016

313) SALVEZZE SUDATE PER IL LATINA CALCIO E PER IL CORI CALCIO

QUANTE FATICHE PER LE SALVEZZE DEL LATINA CALCIO (CAMPIONATO NAZIONALE DI SERIE B) E DEL CORI CALCIO (CAMPIONATO REGIONALE DI PROMOZIONE).

In questa stagione calcistica 2015 – 16 ho seguito con trepidazione le vicende sportive che riguardano le squadre rappresentanti del nostro comune, della nostra provincia e della nostra regione (Cori, Latina, Lazio), ovvero la nostra filiera amministrativa. Ho anche assistito dal vivo a qualche incontro calcistico a Cori, a Latina, a Roma. SSLazio 1900, Latina Calcio e Cori Calcio sono riuscite tutte a mantenere le loro categorie (Serie A, Serie B, Promozione laziale). Un discorso a parte, rispetto al Latina e al Cori, va fatto per la Lazio: infatti le ambizioni della società erano ben altre che il mantenimento della propria categoria ed ha concluso all’8° posto, perdendo cinque posizioni rispetto all’annata precedente. Invece il mantenimento delle loro categorie per Cori e Latina, è stato come vincere i loro campionati, anche perché ad un certo punto delle loro stagioni sembravano essere entrambe spacciate. 



Il Latina Calcio, secondo me, avrebbe potuto salvarsi con più facilità se non avesse effettuato un infinito valzer di allenatori. Iuliano, l’artefice della miracolosa salvezza dello scorso anno, è stato allontanato troppo presto e quando la situazione di classifica non era disperata. La polemiche per lo stadio (hanno bloccato i lavori di ampliamento a causa del piano regolatore che lo destinava ad altri scopi) e per la scelta di Leonardi come direttore sportivo hanno influito negativamente. Ma non si può pretendere tanto dal Latina Calcio: la Serie B è tantissimo, è un bel patrimonio per il decollo della nostra provincia; bastano quei pochi milioni di euro dei diritti televisivi, più qaalche altro che arriva dagli sponsor, per allestire una squadra capace di mantenere la categoria, augurandosi che sia la di sopra delle aspettative e sperare in qualche miracolo. Poi se ci si mettessero pure le istituzioni e la politica per far sì che le infrastrutture e i servizi vengano potenziati tutto filerebbe ancor più liscio.

Il Cori Calcio, nel suo piccolo, sembrava essere ancor più spacciato del Latina Calcio, anche perché era inserito in un girone con molte squadre di Roma città, che tradizionalmente godono di privilegi. Il campionato regionale di Promozione (la Serie B della Regione Lazio) è un ottima vetrina pubblicitaria per il paese di Cori. Attraverso il calcio, i molti appassionati del pallone dilettantistico hanno curiosità di conoscere la storia, le tradizioni, la cultura, i prodotti, dei molti paesi laziali, spesso uscendo da Roma, che credono essere l’unica attrattiva, il centro dell’universo (a tal proposito invito a cliccare sopra il seguente indirizzo: http://www.sportpeople.net/storia-e-calcio-due-mondi-vicini-cori-vjs-velletri-promozione-laziale/). In questa stagione per il Cori c’è stata una sostanziale differenza tra andata e ritorno: un’andata disastrosa e un ritorno favoloso. La svolta l’ha data sicuramente il cambio di allenatore, l’esplosione in attacco di Tornesi, il perfezionamento dell’assetto difensivo con l’arrivo del portiere Tarricone, che ha fatto guadagnare qualche punto in più. Quest’ennesima impresa del Cori è passata tra l’indifferenza del paese e l’abbandono degli ultrà storici: alcune volte i tifosi avversari allo Stadio di Stozza erano più numerosi dei locali. Ragion per cui eventuali imprenditori o società cooperative, che a Cori non mancano, si sentiranno poco motivati ad investire nella locale squadra calcistica se le sue vicende interessano a pochissimi.


Ma bisogna considerare una cosa: sia il Cori Calcio, sia il Latina Calcio non erano mai arrivati così in alto nelle loro rispettive categorie prima dell'avvento delle attuali dirigenze. Lo stesso discorso vale per la SSLazio: i trionfi degli anni d'oro hanno comportato milioni e milioni di debiti che si stanno saldando ancora oggi e nonostante ciò negli ultimi anni qualche stagione ai vertici la squadra l'ha vissuta, vincendo anche qualche Coppa Italia. I tifosi spesso mostrano ingratitudine e memoria corta, poiché vogliono vincere a tutti i costi. La Serie A, anche se investi milioni, non te la faranno vincere mai, perché lo strapotere delle squadre del nord è immenso ed anche la  sudditanza dei vertici del Federcalcio e delle istituzioni nei loro confronti. 

lunedì 9 maggio 2016

312) OTTANT’ANNI FA NASCEVA L’IMPERO


IL 9 MAGGIO 1936 MUSOLINI PROCLAMÒ LA CONQUISTA DELL’ETIOPIA E LA NASCITA DELL’IMPERO ITALIANO.


Il 9 maggio 1936 dopo sette mesi di guerra il Regno d’Italia annesse l’Etiopia, che si unì alle due vecchie colonie italiane della Somalia e dell’Eritrea, formando l’Africa Orientale Italiana, o Impero d’Etiopia. La carica di imperatore fu assunta da Vittorio Emanuele III, già Re d’Italia. La guerra fu provocata dall’Etiopia, la quale attaccò il forte italiano presso Ual – Ual in Eritrea, causando numerose vittime tra italiani ed ascari. Già alla fine dell’800 l’Italia aveva tentato di penetrare in terra etiopica, ma fu sonoramente sconfitta e si accontentò del possesso delle colonie della Somalia e dell’Eritrea. L’Italia nella guerra del 1935 – 36 perse quasi 500.000 militari, tra italiani ed indigeni, mentre l’Etiopia ne perse all’incirca 300.000. La propaganda fascista esaltò la Campagna d’Etiopia: oltre al nuovo impero “proclamato sui colli fatali di Roma”, vi era la civiltà da esportare, la modernizzazione, attraverso le opere pubbliche, e l’eliminazione delle barbarie, come la schiavitù che era ancora ammessa laggiù. Gli abissini erano accusati di combattere con i proiettili dun dun, che esplodevano al momento dell’impatto, mentre gli italiani usarono i gas asfissianti, che molti eserciti impiegarono nella Grande Guerra. I generali italiani che diressero le operazioni militari furono: De Bono prima e Badoglio poi dal fronte eritreo e Graziani dal fronte somalo. 


Possedimenti italiani alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale: Libia, Albania, Isole dell’Egeo ed Africa Orientale Italiana.


Le maggiori potenze del mondo di allora, collocate in Europa, non vedevano di buon occhio l’espansione coloniale italiana, infatti dopo la Prima Guerra Mondiale mancarono le promesse territoriali (e coloniali) fatte all’Italia alla vigilia, come ricompensa per l’intervento: tramite la Società delle Nazioni imposero le sanzioni economiche contro la nostra nazione per la conquista dell'Etiopia. Come risposta il Regime Fascista organizzò la raccolta dei metalli, oro compreso: moltissimi donarono le fedi nuziali e in sostituzione ricevettero quelle d’acciaio. Il Negus (imperatore) Selassié fuggì dalla capitale Abis Abeba e riparò a Londra, mentre nel 1937 si insediò Amedeo Duca d’Aosta come viceré d’Etiopia. Nei cinque anni di occupazione italiana in Abissinia (o Etiopia) vennero realizzate opere pubbliche, venne abolita la schiavitù, alcuni coloni italiani si insediarono, venne tutelato l’ambiente, regolarizzata la caccia con la tutela di alcune specie protette, fu coniata una lira esclusiva etiope e le ribellioni vennero duramente represse. Nel 1941 l’Africa Orientale Italiana fu accerchiata e conquistata dai britannici nel corso della Seconda Guerra Mondiale, i quali restituirono il trono ad Hailé Selassié, ponendo fine al dominio italiano. 

Furono composte moltissime canzoni relative alla Seconda Guerra Italo – Etiope: parlano principalmente della liberazione della schiavitù etiope e della creazione dell’impero. La canzone più famosa di tutte è senz’altro “Faccetta Nera”: fu scritta in romanesco da Renato Micheli e fu musicata da Mario Ruccione nell’aprile 1935, ancor prima dell’inizio della guerra. Parlava dei liberatori italiani che avrebbero liberato gli schiavi, cancellando così l’arretratezza dell’Abissinia. Successivamente il Regime, visto il successo, sfruttò quella canzone, modificando alcune parti in chiave politica ed eliminò il dialetto romano, adottando l’italiano nazionale.  A me piace di più “Le Carovane del Tigrai”, che posto a conclusione di questa pagina di storia, unitamente al discorso di Mussolini del 9 maggio 1936.


Mentre in ciel lassù, nella notte blu/tremano le stelle tutte d’or,/s’ode da lontan, lieve un canto stran,/pieno di nostalgico dolor…/E cantando va, nell’oscurità/chi giammai conobbe libertà!

Vanno.../le carovane del Tigrai,/verso una stella che oramai/brillerà e più splenderà d'amor.

Mentre,/nell'ombra triste della sera,/s'innalza un umile preghiera/che dà un brivido in ogni cuor:
"Signore, Tu,/che vedi tutto di lassù,/fa che doman/finisca questa schiavitù!"

Vanno.../le carovane del Tigrai,/verso una stella che oramai/brillerà e più splenderà d'amor! …

Quando giunse il dì/che lontan s’udì/echeggiare il rombo del cannon,/ogni schiavo allor ascoltò il fragor,/con il cuore pieno di emozion!

Ora incontro va/alla civiltà/che le sue catene spezzerà!/Sotto sole d’or/verso il tricolor,/vanno... le carovane del Tigrai ecc.



Ufficiali! sottufficiali! Gregari di tutte le forze armate dello stato, in Africa e in Italia! Camicie nere della rivoluzione!Italiani e italiane in patria e nel mondo! ascoltate!
Con le decisioni che fra pochi istanti conoscerete e che furono acclamate dal Gran Consiglio del Fascismo, un grande evento si compie: viene suggellato il destino dell’Etiopia, oggi, 9 maggio, XIV anno dell’era fascista.
Tutti i nodi furono tagliati dalla nostra spada lucente e la vittoria africana resta nella storia della patria, integra e pura, come i legionari caduti e superstiti la sognavano e la volevano. L’Italia ha finalmente il suo impero, impero fascista, perché porta i segni indistruttibili della volontà e della potenza del littorio romano, perché questa è la meta verso la quale durante quattordici anni furono sollecitate le energie prorompenti e disciplinate delle giovani, gagliarde generazioni italiane Impero di pace perché l’Italia vuole la pace per sé e per tutti e si decide alla guerra soltanto quando vi è forzata da imperiose, incoercibili necessità di vita. Impero di civiltà e di umanità per tutte le popolazioni dell’Etiopia.
Questo è nella tradizione di Roma, che, dopo aver vinto, associava i popoli al suo destino. Ecco la legge, o italiani, che chiude un periodo della nostra storia e ne apre un altro come un immenso varco aperto su tutte le possibilità del futuro:
1°) i territori e le genti che appartenevano all’impero di Etiopia sono posti sotto la sovranità piena e intera del Regno d’Italia.
2°) il titolo di imperatore d’Etiopia viene assunto per sé e per i suoi successori dal Re d’Italia.
Ufficiali! sottufficiali! gregari di tutte le forze armate dello stato, in Africa e in Italia! Camicie nere! Italiani e italiane!
Il popolo italiano ha creato col suo sangue l’impero. lo feconderà col suo lavoro e lo difenderà contro chiunque con le sue armi.
In questa certezza suprema, levate in alto o legionari, le insegne, il ferro e i cuori a salutare, dopo quindici secoli, la riapparizione dell’impero sui colli fatali di Roma.
Ne sarete voi degni? (la folla prorompe in un formidabile: «sì!»)
Questo grido è come un giuramento sacro, che vi impegna dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini, per la vita e per la morte!
Camicie nere, legionari, saluto al re!

Benito Mussolini 

sabato 30 aprile 2016

311) TRASTEVERE (FILME DEL 1971)


TRASTEVERE È UNA PELLICOLA DEL 1971 DIRETTA DA FAUSTO TOZZI CHE, ATTRAVERSO UNA CAGNETTA SMARRITA, CI PARLA DELLE MILLE SFUMATURE DELL’OMONIMO QUARTIERE ROMANO, DALLE CARATTERISTICHE DI UN PAESE, IN CUI FIGURANO ANCHE LE “MADONNARE”, DEVOTE ALLA MADONNA DEL DIVINO AMORE.



Nel lungometraggio “Trastevere”  del 1971, diretto da Fausto Tozzi, una cagnetta di nome Mao, della razza bulldog francese, appartenente ad un noto baritono del luogo, si smarrisce, finendo in mano ad alcuni personaggi caratteristici trasteverini: inizia il giro in una famiglia di contrabbandieri, passando per un droga party, arriva ad un poliziotto tossicodipendente, poi la trova uno statunitense, che si suicida dal Gianicolo dopo essere caduto nelle grinfie di un conte omosessuale. Successivamente l’animale è accudito da un vedovo di una prostituta, con un figlio adolescente, che aiuta le donne di strada, dopo Mao è travata da un garzone di un macellaio, seduttore della moglie di un professore, il quale, per la delusione d’amore subìta, la porta dalla Sora Regina: strozzina, venditrice di sigarette di contrabbando e “regina” delle Madonnare, devote alla Madonna del Divino Amore (il loro canto è: "viva, viva sempre viva, la Madonna del Divino Amore, fa le grazie a tutte l'ore, noi l'annamo a visitar!"). Regina è la protagonista assoluta della pellicola: molte scene la riguardano ancor prima che le venga portata la cagna. Il giorno del pellegrinaggio al “Divino Amore”, si guasta l’autobus lungo la strada, le Madonnare, sotto pressione di Regina, cercano di completare il percorso a piedi, ma ad un passo dalla meta sono sfinite e preferiscono fermarsi in un’osteria, finendo con l’ubriacarsi, per poi cantare e ballare. Regina si sente male, la riportano a casa e muore. La bara, a causa della grandezza, viene calata con le funi dalla finestra, mentre parte il corteo funebre, tra lo strazio delle conoscenti di Regina, consce che la Trastevere che fu se ne va con la sua “regina”, il proprietario di Mao esulta per aver ritrovato la sua cagna. Il film termina con una veduta di Trastevere, in cui si sentono le chiacchiere cattive, tipiche di un piccolo paese, su Regina e la vita continua. Alcune scene furono a suo tempo censurate, riducendo così la durata dell’opera. Un cittadino di Grosseto provò ad intentare una causa contro il film per vilipendio alla religione: vi è una scena in cui una madonnara, in toni coloriti e volgari, spiega secondo lei il motivo per cui la Madonna non vuole le pellegrine. Il giudice istruttore, tuttavia, decise il non luogo a procedere poiché "la frase stessa non era altro che l'espressione volgare, e certamente irriverente, per dire che la Madonna poteva pur esser risentita, che ben si inquadrava nella volgarità del linguaggio che distinse il film in questione; che pertanto nella frase non v'era né invettiva, né vi erano parole oltraggiose dirette alla Madonna".


mercoledì 20 aprile 2016

310) ANTONIO SOCCI SULLA VISITA DEL PAPA A LESBO


Socci: "Il Papa non parla di quell'eccidio. Perché scorda cinque milioni di morti?"



I migranti morti nel Mediterraneo dal 2000 ad oggi, secondo calcoli approssimativi, sono stati circa 27 mila.
È un’orribile tragedia e va fermata. Ma da qui a definirla - come ha fatto ieri papa Bergoglio a Lesbo - «la catastrofe umanitaria più grande dopo la Seconda guerra mondiale» ce ne corre.
Debole in teologia l’attuale vescovo di Roma appare debolissimo in storia contemporanea. Basta ricordare una tragedia che Bergoglio dovrebbe conoscere bene: la dittatura militare argentina dal 1976 al 1983 ha fatto circa 40 mila vittime.
Parlando di catastrofi umanitarie dal 1945 ad oggi (ma morti ammazzati, mentre così non è per i migranti), va ricordato il genocidio del Sudan dove, nel 1983, fu imposta la sharia anche a cristiani e animisti: alla fine del 2000, su 30 milioni di abitanti, si contavano quasi 2 milioni di vittime, 4,5 milioni di sfollati, 500 mila profughi all’estero e centinaia di donne e bambini ridotti in schiavitù.
C’è poi l’orrendo genocidio del Ruanda che, nel 1994, fece quasi 1 milioni di vittime su circa 5 milioni di abitanti.
Infine c’è il capitolo comunista su cui Bergoglio glissa sempre. A parte l’Urss (che dal 1917 - secondo le stime minimali - fece 20 milioni di vittime) c’è la Corea del Nord (inferno comunista tuttora funzionante): dal 1950 circa 3 milioni di vittime. E la Cambogia: dal 1975 al 1979 i Khmer rossi hanno fatto 2 milioni di vittime su 6 milioni di abitanti.
Accanto ad altri macelli comunisti dal 1945 in avanti (Africa, Vietnam, Afghanistan, Europa dell’est, Cuba), che hanno fatto anch’essi qualche milione di vittime, c’è il caso più tragico: la Cina.
Dal 1949, quando il comunismo di Mao ha preso il potere, ha fatto più di 70 milioni di vittime. A cui vanno aggiunti gli aborti forzati imposti dal 1979 per la legge sul figlio unico: 300 milioni di “nascite in meno” in 21 anni.
A questo regime comunista - tuttora imperante - Bergoglio tre mesi fa ha lanciato un amorevole messaggio (sotto forma di intervista) che - come scrive Sandro Magister - brilla «per il suo totale silenzio sulle questioni religiose e di libertà» e «per le sue parole sfrenatamente assolutrici di passato, presente e futuro della Cina, esortata a farsi “misericordiosa verso se stessa” e ad “accettare il proprio cammino per quel che è stato”, come “acqua che scorre” e tutto purifica, anche quei milioni di vittime che il papa mai nomina, neppure velatamente».
Avendo taciuto così pure sulle migliaia di persone tuttora nei lager (compresi vescovi e sacerdoti) come può oggi Bergoglio fare la morale agli altri sui migranti?
Peraltro - a proposito di aborto - i predecessori di Bergoglio ritenevano una “catastrofe umanitaria” anche l’aborto libero (non forzato come in Cina) introdotto dalle legislazioni dei paesi democratici dagli anni Settanta (sull’esempio dei paesi totalitari).
I dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità dicono infatti che ogni anno, in tutto il pianeta, si fanno circa 50 milioni di aborti (la Seconda guerra mondiale in sei anni fece 50 milioni di vittime).
In 40 anni dunque siamo ben sopra al miliardo di aborti. Ma questa tragedia non è in cima ai pensieri di Bergoglio come l’emigrazione.
Per la quale ama fare esibizioni di bontà “politically correct” (e in favore di telecamera) come quella di Lesbo e (prima) di Lampedusa.
Naturalmente il problema c’è e va risolto. I trattati internazionali stabiliscono che i profughi (che scappano da guerre e persecuzioni) devono essere accolti ed è quello che l’Europa fa.
Ma i profughi sono una minoranza e - come hanno ripetuto molte volte i patriarchi delle chiese martiri orientali - desiderano anzitutto tornare nelle loro case.
Sogno impossibile se non si spazza via totalmente l’Isis. Ma come fare? Bergoglio, che si è sempre rifiutato di chiamare per nome - cioè “Stato islamico” - l’autore di quei crimini, è contro interventi di polizia internazionale. Altre soluzioni?
Il Papa potrebbe chiedere all’Arabia Saudita di farsi carico dei profughi provenienti da Siria e Iraq: è un Paese con tantissimo territorio libero, uno Stato con immense ricchezze derivanti dal petrolio ed è anche il centro propulsore dell’Islam, quindi sarebbe tenuto a soccorrere i musulmani. Oltretutto l’Arabia è vicinissima a quelle aree, quindi i profughi potrebbero trovare asilo lì, evitando migrazioni terribili e pericolose.
Lo stesso discorso si potrebbe fare all’Iran che è l’altro Paese confinante, anch’esso super-islamico (sia pure sciita). Ma sia Arabia Saudita che Iran in quella regione sono tra i fomentatori dei conflitti e non tra gli operatori di pace. Perché il Papa non lancia messaggi morali a quei due regimi?
Ci sono poi - accanto ai profughi - i migranti economici. In questo caso il primo diritto da proclamare - come fecero Giovanni Paolo II e Benedetto XVI - è il “diritto di non emigrare”, cioè di non doversi sradicare.
Pure i vescovi africani, l’anno scorso, hanno lanciato un appello alle giovani generazioni scolarizzate perché restino nei propri Paesi aiutandone lo sviluppo (oggi l’Africa è un continente in crescita che ha prospettive economiche molto buone).
Il fenomeno dell’emigrazione sconvolge sia Paesi di partenza, sia quelli di arrivo che non sono in grado di sopportare una simile invasione.
Oltretutto il traffico di esseri umani è spesso gestito da organizzazioni criminali che si arricchiscono sulla pelle dei migranti e talora portano quei poveretti alla morte.
Perché dunque il Papa non invita anzitutto a scongiurare il fenomeno migratorio invece di pretendere l’abbattimento delle frontiere d’Europa? Non si rischia così di alimentarlo?
Secondo certi osservatori, per esempio, il suo tour buonista a Lampedusa nel 2013 probabilmente contribuì a illudere migliaia di persone inducendoli a intraprendere viaggi terribili e a volte mortali.
Il Papa dimostra altrettanta superficialità riguardo all’impatto sull’Europa della marea migratoria. Sottovaluta l’evidenza storica di una difficilissima integrazione (vedi il caso del Belgio). E non considera che certi Paesi come l’Italia hanno già fatto il massimo. Del resto la nostra opinione pubblica - che avverte la crisi economica (l’Italia ha il record europeo della povertà) - trova sconcertanti certi episodi di cronaca che mostrano un eccesso di pretese da parte dei migranti che ospitiamo.
Il problema è soprattutto l’enormità dell’ “invasione”.
In una recente intervista Bergoglio è arrivato a dire: «Si può parlare oggi di invasione araba» dell’Europa, «è un fatto sociale». Ma - ha minimizzato - «quante invasioni l’Europa ha conosciuto nel corso della sua storia! Ha sempre saputo sorpassarsi, andare avanti per trovarsi poi come ingrandita dallo scambio di culture».
Colpisce la spensierata superficialità di queste parole. Ancora una volta papa Bergoglio mostra di essere a digiuno di storia.
Se parliamo delle invasioni barbariche sono state per l’Europa una vera devastazione: fu spazzato via il millenario Impero romano e il continente sprofondò nel caos, regredendo a uno stato pressoché selvatico.
Ci vollero secoli - e la vigorosa Chiesa dei monaci (non certo quella di Bergoglio) - per risollevarsi e dar forma al luminoso Medioevo.
Se poi parliamo - come Bergoglio - di “invasione araba” va detto che nella storia d’Europa proprio le invasioni musulmane (arabe e turche) sono state il più tragico dei flagelli.
Perché a Oriente hanno spazzato via la grande civiltà bizantina e per tre volte hanno tentato l’occupazione militare dell’Europa (miracolosamente scongiurata anche grazie a veri papi davvero illuminati).
I saraceni hanno poi sottoposto per secoli l’Italia a scorribande sanguinarie. Bergoglio continua a voler ignorare la natura dell’Islam e sottovalutarne il pericolo.
Si dedica con tanta passione ai migranti musulmani, che non ha tempo di ricordarsi dei molti cristiani perseguitati (come Asia Bibi), schiavizzati e uccisi sotto regimi islamici e comunisti.
di Antonio Socci 

http://www.antoniosocci.com/           http://www.liberoquotidiano.it/

domenica 10 aprile 2016

309) ANALISI SULLE POSIZIONI DEL PAPA



Francesco è cattolico Le sue encicliche no...

Il filosofo Cuniberto analizza le posizioni del Papa: suonano molto più cattocomuniste e ambientaliste che cristiane

Camillo Langone Gio, 07/04/2016 - 06:00
(http://www.ilgiornale.it/autore/camillo-langone.html)

Papa Francesco è cattolico? È una domanda che fra i cattolici, non necessariamente ipertradizionalisti, circola. Quando per mettermi in difficoltà o per ansia sincera la pongono a me, io me la cavo dicendo che Bergoglio lo ha messo lì lo Spirito Santo (se i conclavi venissero davvero decisi dai cardinali la Chiesa si sarebbe estinta da molti secoli) e che da lì deve toglierlo lo Spirito Santo. So che la risposta può suonare fideistica ma da credente nel Vangelo (e quindi in Matteo 16,18: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa») non ho molto altro da dire.

Ciò non mi impedisce di essere intellettualmente interessato alle analisi circa la situazione dell'edificio di Dio. Purché siano appunto analisi e non propaganda. Cerco di leggere il meno possibile i plauditores così come gli apocalittici, perché spero che abbiano tutti torto. È ininfluente che la ragione sia di Alberto Melloni o di Antonio Socci (per dire due campioni dei due schieramenti): in entrambi i casi la Chiesa cattolica come da quasi duemila anni viene intesa starebbe per dissolversi, dunque la fine del mondo sarebbe vicina. Siccome la notte voglio dormire bene, senza incubi, preferisco leggere un esegeta non programmaticamente ansiogeno e non partigiano, capace di esaminare i documenti papali sine ira et studio. Sto parlando di Flavio Cuniberto, filosofo torinese che insegna Estetica all'Università di Perugia e che non si palesa né papista né ateista, né di destra né di sinistra, né progressista né tradizionalista, né ciellino né ex ciellino: che sollievo! Leggendo Madonna Povertà. Papa Francesco e la rifondazione del cristianesimo (Neri Pozza, pagg. 96, euro 12) non si capisce nemmeno se l'autore è cattolico e pure questo contribuisce alla sensazione di obiettività. Trovo inoltre positivo che il suo curriculum sia vastamente filosofico anziché strettamente teologico, e quindi pieno di Platone, Schlegel, Nietzsche e non di quei teologi da seminario dai quali è sortito Vito Mancuso. Con bella prosa più letteraria che universitaria Cuniberto non affronta l'esortazione Amoris laetitia, non ha fatto in tempo, ma la Evangelii gaudium e la successiva enciclica Laudato si', insomma i documenti sulla povertà e sull'ambiente. «Un dittico che trasforma la Chiesa cattolica alle radici», leggo nelle prime righe con qualche preoccupazione. L'analisi si basa essenzialmente sulla logica ed è proprio sulla logica che cadono i due testi. Si prenda la questione della povertà: «È una categoria sociologica o teologico-spirituale? Male da combattere o tesoro da custodire?». Se il pauperismo bergogliano non fosse così aggrovigliato sarebbe accusabile di eterodossia ma poiché le accezioni positive e negative, mistiche ed economiche, nell'esortazione apostolica si mischiano di continuo, Cuniberto può parlare di «drammatica incertezza dottrinale». È un giudizio forte? Io temevo di peggio: meglio il dramma della confusione che la tragedia dell'eresia. L'autore, che Dio ce lo conservi, ricorda ciò che noi cattolici lussuosisti continuiamo sempre più vanamente a ripetere: «Non c'è nei Vangeli nessuna enfasi particolare sulla povertà in quanto condizione materiale. Gesù suscita scandalo perché frequenta pubblicani e peccatori (gente ricca), né sono poveri i suoi amici e discepoli stretti (da Lazzaro a Maria di Magdala a Nicodemo)». E rimarca come la Evangelii gaudium torca il Vangelo e San Paolo per far dire al Vangelo e a San Paolo ciò che si vuole dicano: beati i poveri nel senso sociopolitico del termine, e maledette le disuguaglianze provocate dai ricchi. Una volta tutto questo si sarebbe chiamato cattocomunismo.

Analogamente, il pensiero che innerva la Laudato si' è possibile chiamarlo cattoambientalismo? Secondo Cuniberto, sempre pacato ma pure sempre affilato nel ragionamento, no, il prefisso stavolta è di troppo, il pensiero è ambientalista e basta, l'enciclica si allontana dalla Bibbia ancor più dell'esortazione e «spazza via l'antica dottrina del peccato originale attribuendo alla natura una fisionomia edenica». E io che volevo dormire sonni tranquilli... Stavolta ad aleggiare non è l'ambigua teologia della liberazione ma addirittura Rousseau: «La natura assume tratti spiccatamente romantici: diventa la sfera dell'innocenza originaria, il luogo intrinsecamente buono che l'intervento umano altera e corrompe». Un simile documento è stato scritto in Vaticano o nella sede di Greenpeace? Cuniberto ci sente soprattutto la mano del confratello (gesuita come Bergoglio) Antonio Spadaro, direttore della rivista La civiltà cattolica e avventuroso cyberteologo. Che Papa Francesco abbia firmato la Laudato si' senza nemmeno leggerla? Lui che nelle omelie di Santa Marta tante volte ha parlato del diavolo, davvero condivide la trasformazione del Male da entità metafisica a problema antropologico risolvibile per mezzo di riforme sociali e di una migliore raccolta differenziata? «La riconversione eco-teologica proposta dall'enciclica delinea un cristianesimo senza Croce e senza Incarnazione, dove la figura storica di Gesù non è più fondante. Quel che rimane è una sorta di deismo neo-illuministico». Non mi concedo di aderire appieno al virgolettato di Cuniberto ma, dopo Madonna Povertà, sebbene continui a credere che Papa Francesco sia cattolico non sono più tanto sicuro che lo siano le sue encicliche.

domenica 3 aprile 2016

308) PASQUA 2016 A BERLINO

BERLINO, LA CITTÀ EMBLEMA DELLA STORIA MONDIALE DEL ‘900, È UNA METROPOLI ALL’AVANGUARDIA: RICCA DI STORIA, D’ARTE, DI CULTURA, CHE È TORNATA AL RUOLO DI EGEMONIA SULL’INTERA GERMANIA, L’ODIERNA LOCOMOTIVA DELL’EUROPA.



Dopo il cammino quaresimale è arrivata la Pasqua, quest’anno in netto anticipo rispetto agli anni passati. Per premio mi son concesso circa quattro giorni di vacanza a Berlino. Dopo averla sentita elogiare da molti, ho avuto la curiosità di visitarla. Qualche timore di viaggiare sulle rotte internazionali dopo gli eventi tragici di Bruxelles c’era; ma anche se si va a Roma si rischia e chi non può fare a meno di andarci cosa fa? Già da qualche mese avevo programmato e pianificato il viaggio e non c’era alcun rimborso se non fossi andato, quindi…… Non sono molto costosi i viaggi di pochi giorni nelle città europee: ovviamente uno va se non ha altre spese prioritarie e se prenota con largo anticipo c’è ulteriore convenienza. Tale convenienza si riesce a trovare anche nei periodi dell’anno in cui i prezzi non si abbassano, come le feste natalizie e pasquali: ad esempio se si parte a ridosso dell’Epifania, quando tutti stanno rientrando, si spende di meno; a Pasqua idem: per Berlino sono partito il giorno stesso, il resto dei vacanzieri erano partiti nei giorni precedenti, e ho approfittato di un’offerta vantaggiosa che mi ha fatto guadagnare un giorno in più. Dopo le esperienze precedenti andate a buon fine non ho avuto nessun timore di avventurarmi da solo; se qualcuno si fosse voluto unire a me volentieri, ma tutti avevano le loro vite, i loro impegni, così come io ho il mio da fare quando gli altri organizzano differenti viaggi. Per certi versi è anche meglio andare in vacanza soli: così uno può tranquillamente visitare quello che preferisce: senza discussioni, senza adattarsi a quello che decide la maggioranza, o i pochi più carismatici, in una comitiva. 


Appena arrivato non mi ha fatto una buona impressione Berlino, vedendo il suo aeroporto un po’ vecchiotto, io che arrivavo dal grandissimo e modernissimo Fiumicino: era l’aeroporto di Berlino Ovest, che verrà dismesso appena finiranno i lavori di quello nuovo, che ingloberà l’area del vecchio aeroscalo di Berlino Est. L’odierna capitale tedesca solo da pochi anni è tornata al ruolo di prima città della Germania unita, forse prima potenza europea; il clima grigio ed austero della vecchia Ddr ancora non è svanito del tutto, per cui alcune cose restano ancora da fare e ci sono molti cantieri aperti. A Berlino i tedeschi sembrano un po’ meno freddi e meno sprezzanti nei confronti degli italiani: la politica rigida che hanno vissuto per decenni li ha resi più abbordabili rispetto ai loro connazionali dell’ovest e non possono trattar male i turisti che portano i soldi. La paura degli attentati non si sente affatto: le stazioni dei treni, delle metropolitane, le strade e gli aeroporti non sono militarizzati come da noi. Mah, evidentemente avranno dei metodi più sofisticati dei nostri per prevenire gli attentati terroristici e non si sentiranno tanto a rischio, considerando che la Germania non si impiccia molto delle faccende arabe – mediorientali. Le differenze tra est ed ovest ancora si notano, anche se presto i nuovi moderni palazzi uniformeranno tutto. Ci sono vari tipi di trasporti urbani ferrati: le U Bahn, le metropolitane sotterranee, le S Bahn, i treni  di superficie. Berlino era un piccolo paese quando nei primi del ‘700 venne scelto per capitale del Regno di Prussia, che nel 1871 unificherà la Germania, e la storia mondiale del ‘900 vi è ruotata interamente attorno: le due guerre mondiali, il nazismo, il Muro di Berlino, emblema della Guerra Fredda. Alexanderlatz, ovvero la piazza simbolo della Berlino Est, con la sua Torre della Televisione che domina tutta la città, è divenuta una piazza commerciale e di feste sfrenate: è piena di bancarelle alimentari, di birrerie all’aperto, e di tendoni con discoteche; la Casa del Municipio Rosso, adornata dai disegni della vita secondo la visione socialista, rammenda i tempi andati. La città è piena di musei: da quelli che ricordano il Nazismo, la divisione, la Ddr e il Muro (esiste ancora un pittoresco checkpoint americano), a quelli più famosi vicino al Duomo, la cosiddetta Isola dei Musei, in cui spicca il famoso Museo di Pergamo. Tale museo fu allestito a cavallo tra l’800 e il ‘900: gli archeologi tedeschi  ritrovarono e smontarono nell’Asia Minore interi templi romani, rovine dei palazzi, l’Altare di Pergamo, la Porta di Babilonia, trasportando tutto a Berlino e rimontando. Ho fatto un’ora e mezza di fila per entrare e ho impiegato altrettanto per visionare tutto, ascoltando l’audio guida in italiano, rischiando di perdere il volo del ritorno. Sono stato anche a Potsdam, una cittadina attaccata a Berlino, famosa per la conferenza degli Alleati al termine dell’ultimo conflitto mondiale, in cui c’è il famoso Parco Sansoucci, con i palazzi che erano le residenze dei Principi di Prussia e dei loro illustri ospiti. Un’altra visita interessante è stata quella allo Stadio Olimpico (Olimpyastadion in tedesco), che fu costruito dal Regime Nazista in occasione dei giochi olimpici del 1936, dove la squadra di calcio italiana trionfò nelle medesime olimpiadi e recentemente nella Coppa del Mondo del 2006. Lo stile originale di quell'impianto non è stato alterato, di moderno ci sono soltanto la copertura, il prato, i tabelloni e i sedili. Fu più magnifico visitare nell’agosto 2014 un altro impianto che vide ancora una volta l’Italia campione del mondo, nel 1982: vale a dire il Santiago Bernabeu di Madrid; lì si potevano vedere tutti i trofei e la storia del Real Madrid, gli spogliatoi, le panchine del campo e la sala conferenze stampa.

Purtroppo questi viaggi per me non durano in eterno (ma beato chi può farseli durare perennemente), bisogna ritornare alle realtà che include la vita quotidiana, ma sono senz’altro dei bei raggi di sole, da rivedere attraverso le immagini immortalate e attraverso i perenni ricordi. Quando l’aeroplano Alitalia si staccava dal suolo berlinese e volava verso le nuvole, attraverso l’oblò si vedeva tutta la città ammucchiata, ben riconoscibile era la Torre Televisiva, ho scattato qualche fotografia. Stava quasi per scendermi una lacrima pensando che in quel momento dall’alto avrei potuto prendere Berlino in una mano e a tutte le sudate, alle lunghe camminate, alle corse nei treni sotterranei e di superficie, alla Porta di Brandeburgo, al Reichstag (il palazzo parlamentare), a qualche anziano suonatore di organetto, alle mangiate e bevute nelle birrerie tedesche, nei ristoranti italiani, perfino a una contravvenzione rimediata, in quei pochi, ma intensi, giorni.

sabato 26 marzo 2016

307) FERMIAMO L'ISLAMIZZAZIONE



Bombe a Bruxelles: salta in aria l’Europa “eunuco”

di Paolo Di Caro, il


Adesso metterete le vostre idiote bandierine belghe sul profilo facebook, pronti a piangere i morti dell’ennesima strage perpetrata dal nemico invisibile, ma che grida “Allah Akbar” prima di farsi esplodere.

Lo farete dopo aver difeso la società multirazziale che a Bruxelles, come nei sobborghi di mezza Europa, semplicemente non esiste.

Siete mai stati a Molenbeeck, il quartiere della città-burocrazia nel quale si applica la legge coranica?
Avete mai respirato quell’odore acre nel quale fanatismo, delinquenza e impunità si mescolano fino a farti mancare il respiro?

Bruxelles è un simbolo dell’Europa senza spina dorsale: forte coi deboli, i Popoli costretti a subire normative vessanti e cervellotiche, debole coi forti, quelli che con le armi e dietro il paravento di un testo sacro si prendono interi quartieri e li trasformano in “enclave” terroristiche protette e inaccessibili alle forze di polizia locali.

Verrebbe da dire che chi ha difeso una finta società multiculturale e multirazziale senza regole e senza rispetto di identità e tradizioni oggi si meriti quello che accade, ma proprio la nostra cultura e le nostre tradizioni ci impediscono di gioirne.

Certo solo l’ipocrisia finto egualitarista di certo pensiero debolissimo poteva e può tollerare la proliferazione e il consolidamento di sacche di fanatismo religioso ingrassate da condizioni economiche e sociali aberranti, pronte ad esplodere (sic!) al primo accenno di reazione e di fastidio degli annoiati e imbelli Popoli di quello che enfaticamente definiamo “Occidente”.

Ieri catturiamo nel cuore di Molenbeeck il ricercatissimo Salah e oggi il terrore spappola cervelli, braccia e gambe all’aeroporto e in metropolitana, semina il panico, si fa beffe di misure di sicurezza, metal detector, cani-artificieri.


Eppure stamattina i burocrati di Schumann, di Berlaymont, di Charlemagne, di Justus Liptus andranno a lavoro nei palazzi di vetro e acciaio di questa piccola Europa, continueranno a pensare al debito pubblico della Grecia e a bacchettare le finanziarie di Spagna e Italia, mentre a casa loro, a due fermate di metropolitana, centinaia di fondamentalisti islamici insediati nel fortino di Molenbeeck esulteranno per la morte degli infedeli, protetti persino da una legge ridicola che vieta le perquisizioni notturne per non disturbare la quiete pubblica.

La guerra asimmetrica del terrorismo islamico è il poligono che entra convesso nelle debolezze concave di questo ventre molle: veniamo a casa vostra, ci aprite le porte, ci regalate le vostre case, i vostri quartieri, le vostre Città, ma se vi azzardate a reagire, o a fingere di farlo, vi facciamo saltare in aria dove vi sentite più protetti.

Le guerre sono fatte di simboli e di azioni simboliche.
Prima ancora di interrogarsi sui propri errori, una Nazione degna di questo nome e della propria lettera maiuscola farebbe irruzione in quel quartiere e se lo riprenderebbe anche con la forza, smettendola di piangersi addosso sul lettino dello psicologo e citando manuali di sociologia.

Invece metteremo bandiere del Belgio sui profili, fingeremo di intensificare la missione in Siria, insisteremo sulle politiche di integrazione e di accoglienza, senza preoccuparci minimamente del fatto che entrambi i vocaboli andrebbero declinati come sinonimi di convivenza civile, rispetto delle regole e delle tradizioni di chi ospita, garanzia di condizioni di vita che non favoriscano conflitti sociali e guerre fra poveri.

Troppo difficile, vero?

Meglio lucrare sul business dell’immigrazione, lavandosi la coscienza con un corso di formazione per mediatori culturali e un simposio sul dialogo interreligioso, tanto quanto basta per potersi accomodare nei salotti fighetti dove si predica solo il politicamente corretto.

Avete preferito questa Europa “eunuco” al conclave di Popoli e Culture che la storia vi aveva affidato, quindi risparmiate le lacrime e lasciate che a piangere siano i soli che saltano per aria mentre voi guardate la skyline di Bruxelles dai palazzi di vetro della Città-burocrazia.

Che riposino in pace.

Riproduzione riservata - ©2016 Qelsi Quotidiano

http://www.qelsi.it/2016/bombe-a-bruxelles-salta-in-aria-leuropa-eunuco/

domenica 20 marzo 2016

306) SITUAZIONE COMPLICATA PER LE DESTRE A ROMA

MELONI E SALVINI A ROMA, IN OCCASIONE DELLE PROSSIME ELEZIONI COMUNALI, FANNO DI TUTTO PER RENDERE LA SITUAZIONE ANCOR PIÙ COMPLICATA. ENTRAMBI SONO CONTRADDITTORI CON LE IDEE CHE PORTANO AVANTI.

 
A Roma, in occasione delle prossime elezioni comunali, per le destre, in situazione normale (unitaria), sarà molto difficile affermarsi, figuriamoci se verranno presentati tre candidati sindaco: Bertolaso, Meloni e Storace. Quello che ha maggiori possibilità di arrivare al ballottaggio è Bertolaso, anche se sarà un’impresa molto ardua. Non capisco perché, prima Matteo Salvini e Giorgia Meloni erano d’accordo sulla candidatura di Bertolaso (tirando un sospiro di sollievo per aver scartato tutti il quotato Alfio Marchini) e poi hanno entrambi cambiato idea. Queste stupide ripicche, gelosie, ambizioni personali, non porteranno lontano. È altresì da condannare l’ostinazione di Berlusconi, che vuol puntare a tutti i costi su Guido Bertolaso, senza sentir ragione. Le primarie potrebbero mettere tutti d’accordo, persino Francesco Storace. A Roma c’è questa fissazione per le primarie, in altre città, come Milano, i candidati sindaco della destra, o del centrodestra, sono stati scelti senza polemiche. Nello scenario romano c’è molta confusione ed incertezza sul risultato finale: in questo clima caotico potrebbe spuntarla il “Movimento 5 Stelle”, vista la disastrosa ed impopolare gestione amministrativa del centrosinistra di Ignazio Marino, ma non è esclusa la sorprendente affermazione di qualche lista civica; il M5S potrebbe essere giudicato dal popolo dannoso, poiché potrebbe bloccare molte opere pubbliche (strade, metropolitane, nuovi impianti sportivi) e la candidatura olimpica, di vitali importanza per il definitivo rilancio della città. 


La vecchia guardia leghista (Bossi e Maroni) contrasta aspramente la strategia di Salvini alle comunali romane, chiedendo allo stesso di tornare ad occuparsi principalmente del Nord e di lasciare strada libera a Berlusconi nella Capitale d'Italia. Giorgia Meloni all’inizio aveva annunciato di non candidarsi perché aveva altre cose private a cui pensare, ma evidentemente ci ha ripensato, pensando ad un eventuale successo colpo di fortuna, che la sprona a compiere un ulteriore sforzo, con la complicità di un Salvini che non ha intenzione di vedere rilanciati Forza Italia e Berlusconi in uno scenario così importante. A dire la verità la Lega Nord a Roma aveva organizzato una sorta di elezioni primarie, in cui aveva vinto Alfio Marchini: se fossero coerenti dovrebbero indicare lui come candidato. Io se votassi a Roma sceglierei tra Storace, che si avvicina alle mie idee, e Bertolaso, valido professionista apolitico, straordinario nel gestire la situazione a L’Aquila in occasione del terremoto, escluderei a priori  Meloni, che a livello politico non mi è mai piaciuta.


Non intendo fare il giudice dei costumi altrui, né tantomeno entrare nelle vite personali delle persone a me estranee; tuttavia se alcuni personaggi pubblici esprimono dei pareri, delle idee, per guadagnare consensi, uno non può fare a meno di notare che non quadrano col loro modo di comportarsi. Ad esempio Giorgia Meloni ha partecipato alla manifestazione a sostegno della famiglia tradizionale, poi ha annunciato, da non coniugata, di essere incinta. Siamo umani: dei momenti di debolezza, delle tentazioni carnali, possono invogliare chiunque e non c'è nessuna legge che vieta di avere figli al di fuori del matrimonio, ma se ella è per la tradizione perché non si affretta a celebrare uno sposalizio riparatore? Anche Salvini non è impeccabile da quel punto di vista e il suo partito si è opposto con fermezza alla legge sulle unioni civili. Inoltre questa Meloni ha dichiarato che lei farà il sindaco e il suo fidanzato sarà il cosiddetto “mammo”, umiliandolo pubblicamente. (Nessuno s'indigna, gridando al sessismo?) Suonano un po’ strane queste parole per un’esponente di destra quasi estrema: dov’è la figura dell’uomo, nel vero senso della parola, autoritario, forte, massiccio, atletico, soldato? (poi non lamentiamoci se i figli crescono male ed a volte con tendenze "strane")  Non siamo ai livelli dei talebani, dell'Isis: le donne possono uscire di casa, lavorare, impegnarsi in politica; però se lei vuole sostituirsi in tutto e per tutto agli uomini va sicuramente contro il suo orientamento politico e si macchia di discriminazioni sessiste.

Comunque spero che le diverse anime della destra riescano a riconciliarsi, senza spaccarsi, soprattutto per la partita più importante: le elezioni politiche nazionali. Le elezioni amministrative sono dei validi allenamenti.

domenica 13 marzo 2016

305) GLI INTRECCI TRA L'IMMIGRAZIONE ILEGALE ED IL TERRORISMO

VENGONO SMENTITE LE RASSICURAZIONI SECONDO LE QUALI L’IMMIGRAZIONE INCONTROLLATA CLANDESTINA, PROTETTA DALLO STATO, NON METTE A RISCHIO LA SICUREZZA E L’INCOLUMITÀ DEI CITTADINI. QUALCHE ASPIRANTE TERRORISTA VIENE OSPITATO, A SPESE DEL CONTRIBUENTE, IN ALLOGGI DI LUSSO, IN DELLE REGIONI TRADIZIONALMENTE POVERE.

 Alloggio di lusso nel quale era ospitato l'aspirante terrorista

Qualche giorno fa gli organi di informazione nazionali hanno riportato la notizia dell’arresto di un Somalo, introdottosi clandestinamente in Italia, richiedente asilo politico, ospitato in un albergo di lusso in Molise, perché aveva intenzione di farsi esplodere alla stazione ferroviaria di Roma Termini, per provocare una strage ed invitava gli altri mussulmani come lui a imitarlo, in nome della loro fede. Vengono così smentite le rassicurazioni dei nostri governanti, secondo le quali i profughi (o presunti tali), richiedenti asilo politico non hanno nulla a che vedere col terrorismo di matrice islamista.

Fanno entrare tutti, senza minimamente effettuare un rigido controllo, una rigida selezione, su chi sono e che cosa hanno fatto questi fuggiaschi. Non tutti arrivano da paesi in guerra: alcuni provengono da nazioni in piena evoluzione economica, principalmente perché tengono lontano gli estremisti religiosi. Si parla da tempo di creare dei campi profughi all’estero: da li selezionare e controllare coloro che sono i veri perseguitati e poi portarli in Europa, in America, ma nella sostanza non si è realizzato nulla di tutto questo. La Gran Bretagna tenta di agire in quel senso: infatti quei pochi rifugiati che fanno entrare li prelevano direttamente nelle vicinanze dei loro paesi, sbarrando le porte a coloro che si accalcano lungo il Canale della Manica, onde evitare di incoraggiare nuove partenze e di portarsi possibili pericoli in casa propria, e li destinano a dei lavori di fatica in alcune aree britanniche poco popolate. 
Dobbiamo sentirci colpevoli noi, se uno, per sua libera scelta, si affida a della gente senza scrupoli, che illecitamente fa miliardi a palate, consegnandole migliaia di euro, e poi pretende di sfidare il mare in piccole barche stracariche, in cui basta un’onda più grossa del solito per capovolgerle. Se invece la gente nostrana si suicida per disperazione, perché non ce la fa più a campare, non ce ne può fregar di meno. Così partono le missioni navali di contrasto all’immigrazione illegale, che producono l’effetto contrario allo scopo prefissato: una vera goduria per i trafficanti, i quali fermerebbero se effettivamente quelle operazioni fossero di vero impedimento al loro illecito operato. Certo, dispiace quando avvengono i naufragi: in aumento, come il flusso crescente delle partenze incoraggiate dalla Marina Militare. Il giornalista Mario Giordano ha pubblicato un libro – inchiesta sul gigantesco giro d’affari che c’è dietro agli approdi sulle nostre coste (Ora non vedranno l’ora che si apra un nuovo fronte sulle coste delle Puglie?). Grazie a tutto ciò delle regioni povere come il Molise e la Basilicata si ritrovano a dover vivere con delle realtà, come l’estremismo islamico, lontane anni luce dalle loro problematiche prioritarie: la lotta per la sopravvivenza ed il futuro dei giovani.

Insomma per la sinistra e per il centro, dobbiamo subire (farci rapinare, ammazzare, lasciare molti nostri connazionali ai loro gravi problemi, trattare gli ospiti da gran pascià, che si arrabbiano pure se non hanno tutte le comodità) senza reagire, in nome della bellezza multietnica. Non siamo insensibili ed impietosi di fronte alle tragedie che attanagliano alcune aree del pianeta; chiediamo maggiore disciplina, maggior rigore, al fine di salvaguardare la nostra sicurezza e la nostra civiltà.

mercoledì 9 marzo 2016

304) LE MAROCCHINATE NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE


Otto marzo, riflettiamo sulle 'marocchinate'

Ci scrive il Senatore Ferdinando Signorelli, facendo il punto su una delle pagine più orrende della nostra storia

 

"Manca tuttora nel grande libro della nostra memoria storica collettiva, la pagina veritiera riguardante la dolorosa vicenda delle 60.000 donne italiane definite le "marocchinate". Un brutto termine usato per indicare quelle vittime che, durante la seconda Guerra Mondiale, in Italia,subirono la violenza degli stupri da parte delle truppe marocchine del contingente francese della V Armata Americana. Fatti questi, che si susseguirono ed accompagnarono la loro avanzata, dallo sfondamento del fronte di guerra di Cassino nel Maggio 1944, sino ai  territori del Lazio, del Grossetano, del Senese. E' stata richiesta l'istituzione della memoria delle "marocchinate" e la locuzione di "crimine contro l'umanità", senza alcun risultato. Come pure sono stati interessati i vari governi per conoscere la sorte toccata alle 60.000 pratiche presentate dalle donne violentate per l'accertamento finalizzato al loro riconoscimento di vittime civili di guerra,ma senza nessun apprezzabile riscontro da parte della burocrazia, nelle cui agghiaccianti voragini si sono lasciate spegnere le speranze di un riscatto. E' ormai impensabile, oggi, ogni possibile ripristino di questo iter, che avrebbe effetto su un numero inconsistente di soggetti sopravvissuti. In mancanza ed in attesa di un atto formale che ponga quegli eventi nelle loro giusta collocazione storica, come avvenuto per le vittime delle foibe, riteniamo, ancora una volta, che la celebrazione internazionale per la Donna possa rappresentare l'occasione di stimolo, di solidarietà e di memoria nei confronti della vergognosa inerzia dello Stato Italiano, che non si comporta come Patria Comune.

Nei giorni che seguirono la caduta di Esperia, avvenuta il 17 Maggio 1943, 7000 "goumiers" devastarono, rubarono, razziarono, uccisero e violentarono circa 3.500 donne, di età compresa tra gli 8 e gli 85 anni. Vennero sodomizzati circa 800 uomini, tra cui alcuni ragazzi ed anche un sacerdote, Don Alberto Terrilli, parroco di Santa Maria di Esperia, che morì due giorni dopo a causa delle sevizie. Molti uomini che tentarono di proteggere le loro donne vennero impalati. In una relazione degli anni '50 si legge che "su 2.000 donne oltraggiate, il 20% fu riscontrato affetto da sifilide, il 90% da blenorragia; molti i figli nati dalle unioni forzose. Il 40% degli uomini risultarono contagiati dalle mogli. Senza contare la distruzione dell'80% dei fabbricati, la sottrazione di gioielli, abiti, denaro e del 90% del bestiame.

Queste truppe furono fatte sfilare, come "marcia premiale" , il 4 Giugno 1944, in via dei Fori Imperiali, a Roma!

 Il Presidente Onorario dell'Associazione Nazionale " Vittime delle marocchinate"

Sen. Ferdinando Signorelli