bandiera

bandiera

giovedì 30 luglio 2015

280) INCHIESTA FOTOGRAFICA 3


GLI ALBERI IMPONENTI CHE NON VENGONO SFOLTITI COSTITUISCONO UN PERICOLO PER I VEICOLI IN TRANSITO E QUELLI POSTI IN MEZZO AI MARCIAPIEDI COSTITUISCONO UN OSTACOLO AL NORMALE TRANSITO DEI PEDONI.



È vero gli alberi non andrebbero mai potati o rimossi e le ombre di quelli grandi d’estate sono una bellezza. Nelle cime più alte delle nostre montagne c’è una fitta vegetazione e una consistente macchia in continua espansione: lassù i grossi arbusti non costituiscono un pericolo per nessuno, anche perché quelle zone sono poco frequentate dagli uomini. Dentro i centri urbani e nelle via carrozzabili invece gli alberi maestosi, i cui grossi rami si espandono sempre di più, costituiscono una grave minaccia per l’incolumità di tutti noi: in caso di forti ventate o di trombe d’aria qualche grosso ramo potrebbe spezzarsi e cadere sui veicoli in transito.




Basta guardare la grossa quercia centenaria ubicata nel parcheggio del cimitero di Giulianello: è molto bella, però i rami sovrastano la sottostante strada che conduce ad Artena. 




Anche l’olmo posto all’inizio di Via Casalotto, nonostante gli abbiano dato una leggera sfoltita, non è del tutto innocuo.




Un ulteriore problema costituito dai grandi fusti è quello che essi spesso sono piantati in mezzo ai marciapiedi e quando crescono troppo ostruiscono il passaggio dei pedoni: è il caso di Via Roma e della Circonvallazione.




Gli antichi alberavano le strade per abbellirle e per fare riposare all’ombra i viandanti; allora però non c’erano i mezzi a motore veloci come oggi (che avrebbero potuto anche finirci contro): così nei casi di cadute dei rami, le genti dei tempi passati se ne rendevano subito conto e si allontanavano. Oggi bisognerebbe rimpicciolire o eliminare del tutto le grosse piante lungo le strade e piantarle nei luoghi dove non costituiscono dei pericoli. Sarà altresì necessario prestare attenzione anche agli alberi posti nei giardini e nei parchi urbani per non far correre rischi alla gente a piedi.

mercoledì 22 luglio 2015

279) IN GRECIA TANTO RUMORE PER NULLA E DA NOI?

IN GRECIA, NONOSTANTE LA VITTORIA DEL NO AL REFERENDUM, LE COSE SONO ANDATE COME SE AVESSE VINTO IL SI. L’ITALIA POTREBBE ESSERE LA PROSSIMA VITTIMA DEI BUROCRATI E DEI FINANZIERI EUROPEI, VISTO CHE IL DEBITO PUBBLICO TOCCA LA SPAVENTOSA CIFRA DEI 2.200 MILIARDI DI EURO.



La Grecia ha ottenuto dei nuovi prestiti dalla Banca Centrale Europea con alti tassi d’interesse e mettendo delle ipoteche su qualche proprietà statale: la volontà popolare non è stata presa in considerazione. Così il Primo Ministro Tsipras si è rimangiato tutte le promesse elettorali e quel no che egli aveva invitato a votare nel referendum inerente all’accettare o meno le proposte di Bruxelles per il risanamento dei debiti greci. Hanno imposto delle condizioni pesantissime, includendo dei nuovi piani di riforme e di austerità. Purtroppo non c’è modo per la Grecia di uscire da questo vortice: i soldi ottenuti incrementando i debiti, daranno una boccata d’ossigeno per alcuni mesi, dopodiché si starà peggio di prima. La coalizione di partiti che sorregge Tsipras inizia a scricchiolare: un ministro si è dimesso; la sua componente di sinistra dà segni di maggiore insofferenza perché da anticapitalista ha dovuto accettare dei compromessi d’alta finanza per non soccombere. Con la moneta unica ha tutto in mano l’Unione Europea, che controlla i coni tramite la Bce: se uno stato non conia una propria moneta nazionale difficilmente riuscirà a ripianare il debito pubblico, subirà le imposizioni ed i ricatti delle nazioni d’Europa più potenti economicamente. Una possibilità per pagare più agevolmente i debiti verso l’estero sarebbe quella di avere una propria valuta nazionale forte, non svalutata dall’inflazione, come ad esempio la sterlina britannica, il cui valore è superiore all’euro.


La prossima vittima dell’Europa potrebbe essere proprio l’Italia, il cui debito pubblico è costantemente in crescendo: attualmente è equivalente a quasi 2.200 miliardi di euro (dove sta la ripresa annunciata dal governo?). Nel 2011 mandarono all’attacco gli speculatori tedeschi, col cosiddetto “spread”, per mettere paura al popolo e per poterci commissariare, perché il governo di allora aveva intrapreso delle strade distanti da quelle dettate da Berlino e da Bruxelles. In futuro non è escluso che potremmo subire dei nuovi ricatti con la minaccia della chiusura dei rubinetti ed essere sacrificati agli altari dei burocrati e dei finanzieri europei, entrando in quel vortice del “debito tira debito” che non avrà mai fine. Le proprietà dello stato andranno perdute, nelle borse valori gli investitori si ridurranno drasticamente, la nostra sovranità e la nostra unità nazionale scompariranno. Nel senso che non potremo decidere più nulla autonomamente e le regioni un po’ più sviluppate delle altre se ne vorranno andare. Quindi al fine di evitare queste nefaste conseguenze occorrerà sbrigarsi a ridurre il più possibile i debiti verso l’estero (magari chiedendo dei prestiti urgenti agli italiani più facoltosi attraverso l’emissione di nuovi Bot, Cct, obbligazioni), anche  se ciò comporterà un impoverimento e un regresso statale; una volta saldati i debiti si potrà uscire agevolmente dall’euro: allora si che non ci saranno più timori dei ricatti economici esteri, si riacquisterà la piena indipendenza e si potranno programmare dei piani per il facile rilancio.

lunedì 13 luglio 2015

278) CRISTO SULLA FALCE E SUL MARTELLO

IL PAPA FRANCESCO HA RICEVUTO IN DONO UNA SCULTURA RAFFIGURANTE CRISTO CROCISSO SOPRA UN SIMBOLO ANTICRISTIANO PER ECCELLENZA: LA FALCE E IL MARTELLO. EGLI NON HA MOSTRATO MOLTA INDIGNAZIONE.



Hanno suscitato clamore in tutto il mondo i doni fatti al Papa dal Presidente Boliviano Morales; infatti trattasi di un crocifisso e di una medaglia un po’ anomali: un Gesù Cristo inchiodato su un simbolo comunista, la falce ed il martello, il medesimo simbolo comunista era presente sul collare indossato dal Papa. Quel crocifisso blasfemo può essere considerato un classico esempio di ossimoro, poiché due elementi in contrasto tra loro vengono accostati.

Sarà vero che le teorie cui si basano sia il socialismo, sia il cristianesimo elogiano gli ultimi, condannano gli sfruttatori e il loro fine è un’equa distribuzione dei beni; però la storia ha dimostrato che entrambi dimenticarono i loro obiettivi primari, pensando al tornaconto personale e si macchiarono di gravi crimini. Le nazioni del socialismo reale praticavano l’ateismo di stato, perseguitando violentemente le religioni (in particolare quella cristiana), perché le ritenevano una delle cause della povertà delle classi umili, ancora oggi qualche regime comunista del mondo non si è ammorbidito. Carlo Marx considerava le religioni l’oppio, la droga dei popoli.

Il Papa Giovanni Paolo II conobbe bene le persecuzioni comuniste nella sua Polonia: infatti Egli indicava quell'ideologia come uno dei mali assoluti e così diede un contributo fondamentale al suo crollo nell'Europa dell’Est. Nessuno si sarebbe sognato di donare quel tipo di crocifisso al Papa Polacco, ben sapendo che si sarebbe arrabbiato molto. Una netta differenza tra questi due papi è che Francesco non fa mistero delle sue tendenze politiche di sinistra, poi grosso modo sono uguali nelle idee, tranne che sulla famiglia, visto che oggi nella Chiesa ci sono delle timide aperture verso le nuove forme di convivenza.  Un’altra sostanziale differenza tra i due pontefici è che il Polacco, a differenza del’Argentino, si occupava poco delle questioni interne del Vaticano, per cui non era malvisto dai cardinali.

Ho letto un articolo di Antonio Socci su questo dono fatto al Papa, egli ha fatto un’analisi completa sul perché in America Latina il Cattolicesimo perde terreno, a favore del protestantesimo e dell’ateismo (laggiù per fortuna che l’Islam  non costituisce un problema, almeno per ora): per lui i vescovi ed i sacerdoti si sono ridotti al rango di sindacalisti, sono troppo in combutta con i governi di sinistra, marxisti e le masse perdono attrattiva per la fede. In un periodo storico come questo avremo bisogno di un figura papale forte che difenda i valori portanti della nostra società e tuteli la nostra religione come valore nazionale, senza però dimenticare i poveri. Invece avviene tutto l’opposto: si protegge e benedice quel multiculturalismo (magari sperando nelle conversioni per rimpiazzare gli autoctoni che si allontanano sempre di più dalla Chiesa) che un domani potrebbe favorire la fine del Cattolicesimo a suon di violenza, come avviene nelle aree calda del pianeta. Delle nuove opere di evangelizzazione in occidente, no?

Peccato che l’America Latina stia cambiando in peggio: molti stavano facendo un pensierino per un eventuale trasferimento in quel continente per non assistere agli stravolgimenti negativi in atto in Europa, benedetti dal politicamente corretto. 

martedì 7 luglio 2015

277) L’EROICO CORAGGIO DEI GRECI

IL POPOLO DELLA GRECIA CON CORAGGIO E DETERMINAZIONE HA PREFERITO ANDARE VERSO UN FUTURO IGNOTO PIUTTOSTO CHE AVERE LA VITA PIÙ COMODA, AUMENTARE I DEBITI FARSI MANGIARE DAI POLITICI E DAI BANCHIERI EUROPEI E MONDIALI. 



È stato grande il popolo greco nell’ultimo fine settimana nel dire no al piano di rientro dei debiti, che il loro stato non è stato in grado di pagare, proposto dell’Europa e del FMI. Negli anni passati i piani di austerità imposti da un’Europa capeggiata dalla Germania non hanno prodotto grandi risultati, se non quelli di impoverire sempre di più la nazione e far aumentare la disoccupazione. Il Primo Ministro greco Tsipras ha preferito consultare il suo popolo prima di sedersi da suddito al tavolo dei grandi d’Europa e rispondere: “sissignori!” Infatti egli ha dichiarato che il referendum istituito non era sull’Euro e sull’Europa: la vittoria del no gli servirà ad essere più forte quando si siederà al tavolo dei potenti d’Europa. Quei potenti irritati per l’esito referendario non vogliono più saperne della Grecia: spereranno che Tsiparas li implorerà accettando tutto quello che dicono? Non si può pensare di estinguere i vecchi debiti aprendone di nuovi: sarà un circolo vizioso che non avrà mai termine; in quel vortice della finanza mondiale la Grecia ci entrò grazie all’Europa e all’Euro: ora come farà ad uscirne indenne e senza essere schiavizzata? Dovrà cercare l’aiuto della Russia o della Cina?

Storicamente la Grecia, se escludiamo il periodo florido dei tempi antichissimi, è sempre stata una nazione povera, il turismo in parte la salva: ha accettato la scommessa europea per decollare economicamente ed ha fallito, mentre le nazioni guida dell’UE  sono ingrassate sempre più (le stesse analogie si possono riscontrare nella Spagna e nel Portogallo: hanno aderito alla Cee, dopo delle dittature, con le stesse ambizioni greche ed oggi a decenni di distanza stanno regredendo economicamente). I Greci da qualche anno sono stremati: per alleviare un poco le loro sofferenze avrebbero potuto comportarsi da pecoroni e votare in massa si, come suggerivano i poteri forti mondiali indicando le gravi conseguenze in caso di no, invece hanno capito che il si era la causa di tutti i loro mali, si sono ribellati, incuranti dell’aumento di tutti i loro patimenti. Qualche eccesso se lo sono concesso: infatti nella nazione ci sono molti pensionati non anzianissimi. Anche da noi in Italia fino a qualche anno fa in determinati settori lavorativi statali (e non) c’erano le minipensioni: fortunatamente noi, che siamo un paese più sviluppato della Grecia, ci siamo resi conto in tempo che era un lusso che non potevamo permetterci, perché le conseguenze sarebbero ricadute sulle nuove generazioni.

La svolta greca potrebbe aprire un vortice che determinerà il fallimento della moneta unica e delle politiche economiche d’Europa. Meglio tornare alle valute nazionali per non essere rasi al suolo (economicamente parlando) dai tedeschi e dai francesi? Meno male che alcune nazioni forti del nord non partecipano a questo circolo vizioso e si allontanano sempre più dall'Europa e dell’Euro (Gran Bretagna, Danimarca, Svezia), altrimenti per noi nazioni mediterranee sarebbe ancora peggio. A questo punto i paesi dell’Europa dell’Est per non perdere quel poco di positivo che hanno nelle loro economie, si guarderanno bene dall'adottare l’Euro.



In Italia esiste un forte dislivello nord/sud; è proprio il ricco nord che salva le aree più degradate del paese, altrimenti finirebbero peggio della Grecia. Negli ultimi anno però anche noi abbiamo sentito gli effetti della crisi internazionale: i burocrati di Bruxelles hanno imposto i governi a loro graditi, delle volte andando anche contro la volontà popolare, per non andare contro i loro interessi e noi abbiamo subìto delle conseguenze negative. Con il troppo servilismo di Renzi gli effetti della crisi potrebbero dilatarsi e, anche se non finiremo come la Grecia, le spinte separatiste del nord  potrebbero accentuarsi, in modo che il settentrione indipendente, non mantenendo più il sud, sentirà in toni minori gli effetti della crisi economica. 



Post scriptum: al coraggio che hanno avuto i greci può essere accostata la similitudine del coraggio che hanno coloro che manifestano pubblicamente il proprio pensiero, poi camminano tranquillamente e a testa alta nei punti di maggior ritrovo del proprio paese e negli orari di maggior afflusso di persone, perché essi sono consapevoli di non aver nulla di cui vergognarsi e di essere delle persone oneste e pulite. 

domenica 28 giugno 2015

276) NON SIAMO TERRA DI CONQUISTA

Integrazione sogno impossibile: l'islam vuole solo ucciderci

Non possiamo più credere che europei e arabi possano amalgamarsi. Tutte le volte ci illudiamo che ogni massacro sia un caso isolato

Vittorio Feltri - Sab, 27/06/2015 - 17:20 (http://www.ilgiornale.it/)


Due attentati in un sol giorno, uno in Francia, vicino a Lione, con un uomo decapitato e la sua testa accostata a una bandiera dell'Isis, tanto perché non ci fossero equivoci sulla matrice del delitto, e il secondo in Tunisia, nel Golfo di Hammamet (sissignori, quello di Craxi), con addirittura 37 salme, turisti freddati in spiaggia a titolo dimostrativo o addirittura inseguiti nelle stanze di un paio di resort, ex luoghi paradisiaci di vacanze.



Non è finita.
In Kuwait, per gradire, alcuni kamikaze si sono fatti esplodere davanti a una moschea: 13 cadaveri. Per oggi, anzi per ieri, può bastare a rammentarci che le guerre di religione o gli scontri di civiltà, o come diavolo si vogliano definire i massacri seriali in corso, non sono fenomeni regionali irrilevanti né destinati ad essere circoscritti a qualche zona particolare.
Siamo di fronte all'ennesima esplosione di follia omicida su scala internazionale di cui non comprendiamo, per accidia o per incapacità di valutare la portata dei fatti, la genesi e le finalità. Ogni volta che accadono episodi di questa gravità, i nostri sentimenti oscillano tra l'incredulità e lo stupore e, nonostante si ripetano con regolarità, ci illudiamo che siano casi isolati, non significativi di uno stato permanente di terrore voluto dagli islamisti allo scopo di farci capire che l'obiettivo siamo noi, noi dell'Occidente, infedeli da eliminare.
Illuminante, nella sua stupidità, il commento di François Hollande: «Non dobbiamo cedere alla paura». Scusi, presidente, con tutto il rispetto, ma come si fa a non avere paura di assassini crudeli e spietati che agiscono in nome di Allah? Che tagliano teste come se potassero alberelli? Che gettano bombe e compiono stragi? Dovremmo essere sereni e pensare che i fondamentalisti sono dei mattacchioni mossi da spirito goliardico?
Alcuni mesi orsono i ragazzotti dell'Isis hanno assaltato un giornale satirico parigino, Charlie Hebdo , ed è stata un'ecatombe. Non contenti, hanno stecchito altri cittadini il giorno appresso. Ma lei, Hollande, se ne è già dimenticato? Si è scordato di essere sceso in piazza in segno di solidarietà nei confronti dei morti ammazzati? Quella manifestazione in teoria doveva servire a sensibilizzare le coscienze dei francesi e, in genere, degli europei, mobilitandoli nella lotta ai malnati. Che ieri si sono nuovamente dati da fare per seminare terrore e versare sangue. E adesso lei ci viene a dire di non soccombere alla paura. Ci suggerisce di esultare? O forse confonde la paura con il panico? Già. Il panico è un cattivo consigliere, mentre la paura è indispensabile per trovare il coraggio di organizzare una difesa seria dal pericolo. Difesa alla quale, dopo una settimana dall'eccidio nella sede del settimanale, lei non ha più pensato. Così come non ci hanno più pensato coloro che sfilarono con lei lungo i boulevard di Parigi in segno di protesta contro i nemici della nostra civiltà.
Sia chiaro. Non ce l'abbiamo con il presidente francese: siamo irritati a causa dell'indifferenza europea, di ogni Paese comunitario, ai problemi riguardanti la sicurezza della gente minacciata dai musulmani esaltati che, dai tempi delle Torri Gemelle abbattute a New York, non hanno più smesso di attaccare le nostre democrazie talmente tolleranti da aver tollerato perfino l'immigrazione in massa proveniente dal Medio Oriente. Il dramma è che noi non abbiamo abbastanza paura (e qui evoco il titolo di un mio libro in materia) dei carnefici dello Stato islamico perché, in fondo, speriamo che essi si stanchino di sterminarci gratis e scoprano il piacere di vivere nel Vecchio Continente, dove i testi religiosi, compreso il Corano, appartengono alla sfera culturale e non si applicano quali codici penali.
Ci illudiamo. Non esistono i musulmani moderati. Anche quelli che non sparano, difficilmente, anzi mai, deplorano i fratelli criminali, probabilmente in silenzio approvano le uccisioni che compiono. Tutto ciò non succede per caso, ma è il frutto velenoso di un'immigrazione incontrollata che ha invaso il nostro continente, Francia, Inghilterra, Italia, eccetera, senza mai integrarsi appieno e rimanendo legata alla tradizione islamica, come dimostra la circostanza che quasi tutti i terroristi attivi dalle nostre parti sono figli e nipoti di musulmani trapiantati qui da decenni. L'integrazione è un sogno irrealizzabile. O comprendiamo questo concetto elementare o continueremo a credere ingenuamente che europei e arabi possano amalgamarsi e rispettare gli stessi valori. Aspetta e spera.
Gli Stati Uniti sono andati due volte a combattere in Irak e una volta in Afghanistan per esportarvi la democrazia, provocando centinaia di migliaia di vittime: hanno fatto un buco nell'acqua. Ovvio, in quei Paesi se ne infischiano dei nostri modelli istituzionali, non sanno cosa siano e li rifiutano, preferiscono il Corano e le sue feroci disposizioni comprendenti la decapitazione, il taglio delle mani e dei piedi, per sorvolare sulle crocifissioni, recentemente tornate di moda insieme con il rogo: bruciare vivi i cristiani piace all'islam integralista. E noi come ci proteggiamo? Ospitando in casa nostra cani e porci, salvo lagnarci perché non si limitano ad abbaiare e a grugnire: uccidono.



Ci possono salvare la rabbia e l'orgoglio

Vittorio Feltri - Dom, 28/06/2015 - 07:00 (http://www.ilgiornale.it/)

Siamo tutti impressionati, spaventatissimi. In questi giorni, causa stordimento, non sappiamo come reagire alle violenze dei terroristi. Non abbiamo la lucidità necessaria per organizzare neppure le idee. Ma il peggio arriverà tra una settimana, quando, a esequie avvenute, saremo di nuovo travolti dalle nostre attività quotidiane e inghiottiti dalla routine: il lavoro, la famiglia, le tasse. Succede sempre così. Lentamente ci si dimentica anche dei morti ammazzati. È accaduto in (...) (...) passato, accadrà nel prossimo futuro.
Non importa che la Tunisia, dove è avvenuta la strage sulla spiaggia, sia a pochi chilometri dall'Italia e che Lione, dove hanno decapitato un francese, sia a due passi dai nostri confini. Ci consoliamo pensando che, in fondo, siamo stati risparmiati e confidiamo che il nostro stellone ci proteggerà ancora. Ci attacchiamo alle illusioni. Ma in cuor nostro siamo consapevoli che, prima o poi, avendo l'Isis e similari all'uscio di casa, saremo colpiti. Nel qual caso cadremo ancor di più in stato confusionale. O forse ci organizzeremo, benché sia difficile che un singolo Paese - la Francia insegna - sia in grado di predisporre un piano di protezione autonomo.
Servirebbe un'iniziativa europea. Già. Ma Bruxelles è simbolo di inefficienza, di impotenza; non è stata all'altezza di modulare l'immigrazione scoordinata, figuriamoci se le possiamo delegare l'arduo compito di arginare la prepotenza sanguinaria islamista. Essa non ha la mentalità e i mezzi per correre ai ripari. La preoccupazione principale della Ue è la stabilità finanziaria, la tutela dell'euro - giudicato stoltamente irreversibile, come la morte - e gli interessi del sistema bancario, considerato basilare. L'Europa non ha una politica estera, è priva di un esercito, non è un corpo omogeneo: è un agglomerato di nazioni che non hanno nulla in comune, ciascuna delle quali sopravvive piegandosi alla volontà della cancelliera Angela Merkel e di pochi altri papaveri.
Supporre poi che gli Stati Uniti siano pronti a fornirci un aiuto salvifico è assurdo, senza contare che da anni, ogni qualvolta sono intervenuti in Medio Oriente, hanno combinato solo disastri: basti citare le nefaste guerre in Irak e in Afghanistan. La verità è che siamo costretti ad arrangiarci in proprio. Abbiamo il coraggio e la forza di farlo? Per ora, non crediamo. Non siamo preparati né militarmente né psicologicamente. Inoltre, l'Italia è pervasa dalla cultura dell'integrazione, della multiculturalità, dell'accoglienza. Cui si aggiunge la tradizionale vocazione dei cattolici e dei buonisti di sinistra a ritenere che sia giusto ospitare tutti gli stranieri, indiscriminatamente, nella speranza che ciò ci preservi dagli attacchi dei fondamentalisti.
È improbabile che i nostri governi si attrezzino per i respingimenti e i rimpatri nonché per selezionare gli aventi diritto all'asilo politico e bocciare chi, invece, viene qui per altri motivi, compreso quello di complicarci la vita. Ovvio, auspichiamo che l'Europa cambi registro e si renda conto che il problema non è l'euro bensì l'Eurabia. Ma temiamo che questa sia un'ipotesi ottimistica ai limiti della dabbenaggine.
Conosciamo i nostri polli e supporre che si ravvedano e si trasformino in galli, decisi a non soccombere all'Isis e similari, è quasi surreale. Forse ci meritiamo quello che sta accadendo: dopo due guerre mondiali nel secolo scorso, il Vecchio Continente non ha il temperamento per affrontare la terza, che però è in atto e minaccia di ridurci a pezzi. Tra i nostri nemici, ci sono anche coloro che non hanno l'energia interiore per combattere contro chi pretende di annientarci. Non resta che appellarsi a coloro che, oltre alla rabbia, hanno ancora una punta d'orgoglio.

venerdì 19 giugno 2015

275) SECONDO RADUNO DEI BERSAGLIERI DI CIVITAVECCHIA

20 GIUGNO 2010 PRIMO RADUNO DEI BERSAGLIERI DI CIVITAVECCHIA

14 GIUGNO 2015 SECONDO RADUNO DEI BERSAGLIERI DI CIVITAVECCHIA

 LE PRINCIPALI DIFFERENZE NELLA VITA DI QUALCUNO.






Domenica 14 giugno 2015 si è svolto il secondo raduno dei bersaglieri che hanno prestato servizio presso la Caserma “D’Avanzo” di Civitavecchia. Anche a me è arrivato un invito; non è che sia patito di queste adunanze: ho partecipato perché queste occasioni sono sempre delle buone scuse per fare un viaggetto, divertendosi con la propria automobile su lunghe distanze e mangiare delle buone pietanze in qualche ristorante, insomma per passare una domenica diversa. In questo raduno non c’è stato nulla di insolito rispetto agli altri che fanno abitualmente: i soliti discorsi e presentazioni degli organizzatori e delle autorità politiche della città ospitante, le consuete strombazzate delle molte fanfare delle associazioni di bersaglieri in congedo e simpatizzanti ed infine le tradizionali sfilate, di passo e di corsa.  


Anche alcune donne hanno sfilato: le crocerossine e qualche donna bersagliere, presente sia tra le associazioni e sia tra quei pochi veri militari che hanno partecipato al raduno. Oggi la presenza femminile nelle forze armate si aggira intorno all’8% del totale (nelle parate militari sembrano molte di più: vengono ben esposte per non indignare i perbenisti, i benpensanti e i paladini dell’uguaglianza), essendo quel mestiere duro e di prestanza fisica; apparentemente dovrebbe esserci uguaglianza tra i sessi, però molti privilegi alle femmine sono concessi, come ad esempio tenere i capelli lunghi.  Anche per delle donne indossare una divisa e imbracciare un fucile può essere considerato un segno di potenza fisica e caratteriale: se non saranno troppo maschie potranno suscitare interesse, almeno dal punto di vista esteriore. Naturalmente nessuno vuole le guerre e la violenza, la funzione del servizio militare è difensiva; se l’Isis avesse la possibilità e i mezzi non esiterebbe un istante ad invaderci e a farci scegliere tra l’Islam e la vita: dovremmo stare a guardare a causa della nostra delicatezza? La leva obbligatoria è stata sospesa (in caso di conflitti tornerà) per risparmiare nelle spese statali: con la fine della “Guerra Fredda” le possibilità di un coinvolgimento italiano negli eventi bellici è ridotto al minimo, perciò è stato deciso di istituire un esercito professionista, in formato ridotto e  composto da volontari, quel poco che basta per garantire la sicurezza nazionale ed internazionale.


Chiusa questa parentesi e tornando alla radunata, di cui ho detto brevemente tutto, non posso fare a meno di notare le cose che sono cambiate nella mia vita a distanza dal primo raduno del giugno 2010 (vedere qui la cronaca), in cui ancora non sapevo che per me si stava chiudendo un ciclo e se ne stava aprendo un altro che dura tuttora. Generalmente ai giovani che cercano lavoro vengono offerti contratti da precari, a tempo stabilito: essi sono costretti a lavorare tre mesi qui, due lì, uno da un’altra parte, tra un impiego e l’altro passa qualche tempo e non è mica detto che si riesca a trovare sempre qualcosa. Quel 20 giugno 2010 io avevo qualche prospettiva di lavoro in vista, ma pensavo appunto che si sarebbe trattato di tre mesi e basta e che poi sarei stato costretto a cercare altrove. Invece sono cinque anni che lavoro quasi ininterrottamente. Grazie a ciò c’è stato qualche cambiamento in positivo nei miei stili di vita e sono decollato definitivamente. Se il viaggio a Civitavecchia del 20 giugno 2010 fu il viaggio della maturità, questo del 14 giugno 2015 è stato quello della definitiva consacrazione. Nel primo raduno era la prima volta che andavo con l’auto in un posto così distante (in precedenza non c’erano state occasioni anche perché le vecchie utilitarie di famiglia non erano sempre a mia completa disposizione), utilizzai una vecchia Fiat Punto, che peraltro non apparteneva neanche a me, questa volta sono andato in una Fiat Bravo tutta mia. Questa volta, a differenza della prima, è stato come andare dal Monte alla Valle, perché nel frattempo ho avuto delle esperienze di guida in dei lunghissimi percorsi. In quel periodo consideravo vacanza l’andare in una piscina privata di qualche parente, successivamente ho potuto fare delle villeggiature in posti vicini e lontani. Cinque anni fa nel primo raduno dovetti contenermi nelle spese del pranzo, oggi non l’ho fatto: ho scelto le specialità di mare che preferivo, il tutto accompagnato da un ottimo vino bianco, per finire frutta di stagione, caffè ed amaro. Fare delle gite fuori porta, anche brevi, e mangiare al ristorante tutte le settimane è fuori dalle mie possibilità, una volta ogni tanto non guasta. Se ripenso alla situazione politica del 2010 era tutto l’opposto di oggi: allora il centrodestra controllava tutto, come oggi il centrosinistra (governo centrale, maggioranza delle regioni, delle province, dei comuni), le coste libiche di Gheddafi erano ben pattugliate, la posizione di Fini si faceva sempre più contrastante con il Pdl, il quale proprio quell’estate lo dichiarò incompatibile.


Anche le tipologie delle chiacchiere nel frattempo sono cambiate: prima il difetto era la disoccupazione, ora è la solitudine. È vero che chi si espone è al centro dell’attenzione e quindi se le cerca: se costui riesce ad eliminare quella che secondo gli altri è un’imperfezione ne troveranno immediatamente un’altra, soprattutto se noteranno dei cambiamenti positivi; la superbia e la noia perseguitano tutti, anche me. I passatempi sono tanti: c’è chi pratica sport, c’è chi frequenta associazioni culturali, folcloristiche, ricreative, religiose, politiche, c’è chi suona nei complessini, c’è chi vede la televisione o va su internet, c'è chi si improvvisa giudice o psicologo; l’essenziale è non far nulla di illecito. Io penso che uno nella vita possa fare tutto quello che vuole, basta che non faccia nulla contro le leggi e del male agli altri, solo in queste circostanze gli estranei potranno intromettersi, criticare ed eventualmente denunciare. Ma se uno si comportasse in una maniera non perseguibile penalmente e la sua famiglia non condividesse il suo modo di vivere, sarà compito esclusivamente della stessa spronarlo, biasimarlo e indirizzarlo verso le strade che essa riterrà più consone, specialmente nell’aiutare un giovane a costruirsi il proprio futuro. Per avere delle amicizie e frequentare le persone ci sono diversi modi: c’è quello che va in piazza e nei bar, scambia quattro chiacchiere con qualche conoscente e poi avrà altre occasioni di incontrarsi con quelle persone con cui ha un rapporto confidenziale; c’è invece chi in giro si vede poco e preferisce riunirsi in delle circoscritte comitive di amici nelle case private o in qualche locale, specialmente nel fine settimana. Gli anni passano, i ragazzi si fanno uomini e le strade che intraprendono li possono portare anche lontani dal paese o ad avere mogli e figli, così le vecchie amicizie si disperdono. Ci sono alcuni, anche giovani, che non escono mai di casa e non frequentano nessuno ad eccezione dei propri familiari: io non li giudico, né li critico. I caratteri non sono tutti uguali. E come dice il proverbio: "meglio soli che male accompagnati!"

lunedì 15 giugno 2015

274) DISASTROSE POLITICHE SULL'IMMIGRAZIONE IRREGOLARE

I cinque (falsi) totem del buonismo cattocomunista

del


Sono i cinque totem del buonismo ad oltranza. E gli argomenti preferiti da governo e sinistra per convincerci che l’immigrazione fuori controllo è la conseguenza di tragedie epocali anziché il risultato degli errori commessi tra il 2013 e il 2015.
Trenta mesi durante i quali l’Italia ha messo le proprie navi a disposizione dei migranti irregolari, ma si è ben guardata dall’affrontare la questione libica ed avviare politiche di contenimento degli sbarchi. Ma basta esaminare i dati del Ministero dell’Interno per capire che quei cinque totem sono pura finzione ideologica.

Chi cerca rifugio in Italia fugge da guerre e persecuzioni
Falso. Tra i 64mila 886 migranti che nel 2014 hanno presentato richiesta di protezione internazionale in Italia solo 812 provengono dalla Somalia, 505 dalla Siria e 480 dall’Eritrea. Dunque solo un’esigua minoranza dei richiedenti asilo in Italia fugge da Paesi dove sono in corso conflitti o persecuzioni. La maggior parte proviene, infatti, da Nigeria (10.138 richieste), Mali (9.771 ), Gambia (8.556), Pakistan (7191), Senegal (4.678) e Bangladesh (4582). Peccato che in Gambia, Pakistan, Senegal e Bangladesh non si registrino guerre o tragedie epocali. In Nigeria i Boko Haram fanno strage tra i cristiani del nord est, ma la maggior parte dei nigeriani approdati da noi sono musulmani alla ricerca di sistemazione economica. Nel Mali operano dal 2012 i soldati francesi impegnati a spegnere l’insurrezione islamista accesasi anche grazie all’eliminazione di Gheddafi in Libia. Ma la Francia, nonostante le sue responsabilità, lascia volentieri a noi anche i migranti del Mali.

Non possiamo dire no ai migranti mentre i Paesi mediorientali ne accolgono milioni
Falso. L’Arabia Saudita e il Qatar finanziano e armano le fazioni jihadiste attive in Siria, ma non accolgono un solo rifugiato. E ne vietano l’entrata sul proprio territorio. La Turchia, invece, utilizza i profughi per garantire un bacino di reclutamento ai gruppi jihadisti in lotta contro Bashar Assad. Il milione e duecentomila rifugiati del Libano sono la conseguenza della contiguità geografica e dei giochi delle fazioni che, come in Turchia, li utilizzano per garantire reclute alla causa jihadista.

L’ondata migratoria è una catastrofe figlia del disinteresse per l’Africa
Falso. Negli ultimi 60 anni i regimi africani si sono divorati più di mille miliardi di dollari in aiuti occidentali. Oggi di fronte alla pretesa di vederli ricambiati con riforme politiche ed economiche preferiscono rivolgersi ad una Cina che concede crediti a lungo termine in cambio di materie prime. Così mentre la Cina s’arricchisce con le risorse africane noi subiamo le conseguenze di un’alleanza che fa di Pechino la nuova potenza coloniale dell’Africa. Ed il vero responsabile dei suoi più recenti disastri.

Neppure una Libia con un governo stabile fermerebbe l’ondata migratoria
Falso. L’Africa è devastata da fame, guerra e povertà da mezzo secolo, ma gli sbarchi sulle nostre coste subiscono una rapida impennata solo all’inizio del 2014. Tanto che gli oltre 50mila sbarchi dei primi sei mesi del 2015 finiscono con il pareggiare la somma dei 13.267 sbarchi del 2012 e dei 42.925 del 2013. La situazione africana si è deteriorata così drasticamente in due anni? Ovviamente no. Le cause sono più semplici ed evidenti. Nel 2012 e nel 2013 la presenza di un governo a Tripoli e l’assenza di missioni di soccorso ai barconi contribuiscono a contenere il fenomeno. E un seppur debole governo centrale impedisce alle milizie jihadiste attive sui confini meridionali di garantire «materia prima» ai trafficanti di uomini presenti sulle coste. L’avvio, a fine 2013, di Mare Nostrum e il caos seguito alla salita al potere a Tripoli, nell’agosto 2014, di una coalizione islamista sono, a conti fatti, le vere cause degli oltre 220mila sbarchi registrati dal gennaio 2014 a oggi.

L’Italia è un Paese egoista. Gli altri paesi europei son più generosi
Falso. Nel 2014 l’Italia ha garantito 20.630 dei 183.365 asili concessi nei 28 paesi dell’Unione Europea. Davanti a noi c’è solo la Germania con 47.555 casi e l’immensa Svezia con 33.025. La Francia ne ha concessi 20.640, cioè solo 10 più di noi. E uno studio basato sui dati 2013 dell’European Migration Network, agenzia della Commissione Europea, rivela che i Paesi con il più alto numero di migranti in stato di detenzione sono: Francia (38.266 casi), Spagna (9.020), Ungheria (6496), Bulgaria (6.303), Belgio (6.285). Alla faccia dell’Italia cattiva.

domenica 7 giugno 2015

273) ELEZIONI REGIONALI 2015

PRIMI CALI DI CONSENSI PER IL PD DI RENZI (PERÒ SE LA CAVA VINCENDO IN CINQUE REGIONI SU SETTE), SALVA LA FACCIA  BERLUSCONI GRAZIE AL SUO PUPILLO TOTI CHE ESPUGNA LA ROSSA LIGURIA, TRIONFO DELLA LEGA NORD, CHE DILAGA IN VENETO, RICONFERMANDO IL GOVERNATORE USCENTE, E CON LE SUE LISTE FA IL PIENO DI VOTI NELL’ITALIA CENTRO – SETTENTRIONALE, SFRUTTANDO ASTUTAMENTE IL MALCONTENTO PER L’IMMIGRAZIONE CLANDESTINA.


Le elezioni regionali 2015 sono state tutt’altro che indolore per il centrosinistra italiano, nonostante il risultato favorevole di cinque regioni a due faccia credere l’opposto. Se il centrodestra oltre a Liguria e a Veneto avesse conquistato anche l’Umbria e non avesse perso la Campania (nonostante gli "impresentabili"), dove le partite se le è giocate sino in ultimo, sarebbe stato un trionfo assoluto e ci sarebbe stata la disfatta di Renzi. A dire la verità se ci fosse stata unità nel centrodestra in tutte le sette regioni, magari effettuando le primarie per stabilire i candidati, le sfide sarebbero state aperte ovunque, soprattutto nelle Puglie, dove la sinistra vince sempre grazie alle spaccature altrui e a Fitto soprattutto. Dopo il trionfo del Pd nelle elezioni europee dello scorso anno da queste elezioni regionali, in cui sono state chiamate alle urne sette regioni per le elezioni dei loro presidenti e dei loro consigli, molti si aspettavano la replica: addirittura si pronosticava nei primi mesi dell’anno che il Pd facesse capotto, vincendo per sette regioni a zero.


 Analizzando i dati delle singole liste regione per regione e facendo una media nazionale si denota: qualche milione di voti in meno per il Pd rispetto allo scorso anno, un’emorragia senza fine per Forza Italia, una tenuta del Movimento Cinque Stelle, una percentuale insignificante per Alfano ed un vero e proprio boom per la Lega Nord; non bisogna dimenticare però che il partito dell’astensione risulta sempre il primo. Riesce a salvare la faccia Berlusconi, il cui partito è in profonda crisi di consensi, grazie al suo nuovo delfino e portavoce Toti che si afferma nella rossissima Liguria: una novità, un volto nuovo giovanile che è stato visto in positivo dagli elettori e che si spera non faccia come i vari Fini, Alfano, Fitto. Il quadro politico delle regioni in generale è ben chiaro e sbilanciato nettamente a favore delle sinistre, che controllano sedici regioni contro la tre del centrodestra, ma la Liguria potrebbe essere un segnale di svolta. Dietro alla grande esplosione di consensi per la Lega Nord, non solo nella sua roccaforte del Veneto, c’è il malcontento popolare per il grande esodo biblico ed incontrollato dall’Africa verso l’Italia.

Non si cercano soluzioni vere, atte a bloccare questo mega affare per trafficanti, mafie, terroristi islamici (chissà quanti milioni ne porteranno da qui al 2018), ma ogni qualvolta si verificano dei naufragi si potenzia il pattugliamento del mare: così si incoraggiano sempre di più le partenze (e gli affogamenti) e siamo passati da circa mille arrivi al giorno a tremila – quattromila approdi giornalieri. I centri di accoglienza sono al collasso e non si sa più dove accogliere queste persone, di cui solo una piccola parte ha diritto allo status di rifugiato (Siriani, Somali ed Eritrei), le navi delle altre nazioni d’Europa partecipano sì ai soccorsi, ma portano tutti in Italia. La lieve ripresa tanto sbandierata dal governo e dai media di regime non si percepisce e la povertà tra gli italiani è in  costante aumento: giovani e meno giovani non sempre riescono a trovare degli espedienti per racimolare qualche soldo, come fanno questi immigrati, che arrivano in maniera sempre più massiccia, per pagarsi le traversate del mare. Coloro che non otterranno il diritto di rifugiato politico finiranno in tutta Europa a fare i barboni, in mano alla criminalità, agli schiavisti e ai terroristi islamici; allora non è meglio rimanere nei propri paesi e e rimboccarsi le maniche per la crescita? La Lega parla per ottenere consensi ma non ha soluzioni immediate per risolvere questo problema: ci vorranno mesi, addirittura anni, per stipulare degli accordi internazionali, soprattutto con la martoriata Libia, la quale pretenderà fiumi di denaro per bloccare le partenze illegali verso la fessa Italia. Questo le masse popolari lo sanno bene: se non lo sapessero non ci sarebbe tutta questa astensione, motivata dal fatto che ritengono che la politica sia tutto un magna – magna e la Lega otterrebbe la maggioranza assoluta dei consensi, almeno al nord. Morale della favole di queste regionali: un anno fa Renzi sembrava imbattibile, oggi non lo è più.   

domenica 31 maggio 2015

272) LA S.S. LAZIO 1900 VERSO I TRE SCUDETTI?

IL CAMPIONATO DI CALCIO 1914 – 15 FU SOSPESO PER LA GUERRA ED ASSEGNATO NEL 1919 INGIUSTAMENTE AL GENOA, VINCITRICE DEL GIRONE DEL NORD, CHE MOLTO PROBABILMENTE AVREBBE DOVUTO AFFRONTARE NELLA FINALISSIMA LA VINCENTE DEL GIRONE SUD, VALE A DIRE LA S.S. LAZIO.

 Una formazione della Lazio nella stagione 1914 - 1915

Cento anni fa, all’entrata in guerra dell’Italia nel Primo Conflitto Mondiale, il campionato di calcio venne interrotto quando, sia nel girone Nord e sia in quello del Sud, mancava una giornata al termine, che si sarebbe dovuta disputare il 23 maggio; ma ormai da qualche giorno era in atto la mobilitazione generale con il richiamo alle armi degli uomini. Allora il regolamento del campionato italiano di calcio era il seguente: c’erano dei piccoli gironi territoriali per qualificarsi nei gironi finali della Lega Nord e della Lega Sud e le due vincitrici delle leghe si affrontavano nella finalissima per contendersi il titolo di Campione d’Italia. Questa era la situazione ad una giornata dal termine: nel Nord il Genoa  aveva due punti di vantaggio sulla coppia Torino, Inter e quattro sul Milan; nel Centro Sud la Lazio aveva due punti di vantaggio sulla coppia Roman, Pisa e addirittura otto sul Lucca. Nell’ultima giornata del 23 maggio il Genoa avrebbe dovuto affrontare il Torino, all’andata aveva subìto sei reti di scarto dai granata, mentre la Lazio avrebbe dovuto giocare contro il fanalino di coda del suo girone, il Lucca e c’era la sfida Roman – Pisa. Se non ci fosse stata la guerra molto probabilmente la finale scudetto sarebbe stata Genoa – Lazio, oppure Torino – Lazio. È vero che le squadre del Centro Sud in quel periodo (ma pure oggi) non avevano speranze di affermarsi contro gli squadroni del Nord di allora, infatti la Lazio fu campione per tre volte della Lega Sud (1913,1914,1923) e fu sconfitta sonoramente nelle finalissime scudetto rispettivamente da Pro Vercelli, Casale e Genoa, ma assegnare d’ufficio lo scudetto al Genoa nel 1919, che non è detto che avrebbe disputato la finale, senza dare delle possibilità alle altre contendenti, fu un’ingiustizia colossale.

Ora i casi sono quattro:
1)     far rimanere tutto com’è;
2)     assegnare ex – aequo lo scudetto anche alla Lazio, che al 99% dei casi avrebbe vinto il suo girone;
3)     non assegnare quello scudetto a nessuno;
4)     far disputare oggi le partite che mancavano per terminare il campionato, finalissima compresa.

L’ultima ipotesi è la più clamorosa ma non sarebbe tanto sorprendente: in Germania in un caso analogo hanno fatto disputare una partita a circa cento anni di distanza per  l’assegnazione di un titolo. Sorgerebbero dei problemi perché qualche società calcistica di allora oggi non c’è più: il Roman, ad esempio, che assieme ad altre compagini avrebbe dato vita all’odierna AS Roma 1927 (la Lazio riuscì ad evitare quella fusione).
C’è anche un caso di assegnazione ex aequo di uno scudetto nel 1922, alla Novese e alla Pro Vercelli, perché c’era stata una scissione all’interno della Federcalcio ed organizzarono due campionati distinti. Poi ci sono due casi di scudetti revocati per provati illeciti: nel 1927 al Torino e quello recente del 2005 alla Juventus. Nelle due forzate soste belliche il calcio non si fermò del tutto, istituirono dei tornei sostitutivi vinti dal Milan e dai Vigili del Fuoco di La Spezia: anche le due società interessate potrebbero portare avanti delle battaglie legali, così come la Lazio, per vedersi riconoscere ufficialmente quei titoli. Io penso che ci saranno poche possibilità che assegneranno lo scudetto 1915 anche alla Lazio, ma se ciò dovesse accadere i propri tifosi non proveranno mai le emozioni e le gioie che hanno provato  quando la società, che storicamente ha vinto poco, ha conseguito realmente i due scudetti sul campo ed altri trofei importanti. Oltre a ciò, se accadrà tutti parleranno di sistema calcio malato e di mafia. Non sembra una carognata questa richiesta, semmai lo è quello che fu deciso allora, è una giusta rivendicazione. Gli scandali nel calcio e nello sport in generale sono altri, ben provati, pure la Lazio nel corso della sua storia è stata coinvolta, però non ha mai avuto la faccia tosta di negare l’evidenza come invece fanno alcuni di altre società.  

domenica 24 maggio 2015

271) I BISNONNI DELLA GRANDE GUERRA

IN OCCASIONE DEL CENTENARIO DELL'ENTRATA NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE DELL'ITALIA RICORDI DEI MIEI BISNONNI (E DELLE LORO CONSORTI) CHE VI PARTECIPARONO.



Un attestato di partecipazione alla Grande Guerra, con annessa medaglia, firmato dal Ministro della Guerra Mussolini (oggi si direbbe ad interim) del mio bisnonno Casiero Andrea. Dalle notizie che ho tutti i miei bisnonni di sesso maschile parteciparono alla guerra del ’15 – ’18 e riuscirono a tornare dalle loro famiglie sani e salvi; anzi addirittura trovarono anche il tempo di allargare le loro numerose prole durante quel conflitto: infatti le mie due nonne erano nate entrambe nel 1917. Seguono le immagini dei miei bisnonni: dal ramo paterno tutto di Rocca Massima, al ramo materno non omogeneo (Cori, Albano, Puglie). Solo di una mia bisnonna pugliese non ho immagini perché morì giovane.


  • RAMO PATERNO


FILOMENA DEL FERRARO, ELEUTERIO CIARDI


  • RAMO MATERNO
ANDREA CASIERO (1877 - 1957), IDA QUADRELLI (1880 - 1940)

GIUSEPPE PERRUCCI

domenica 17 maggio 2015

270) LATINA E FROSINONE


LATINA E FROSINONE, I DUE CAPOLUOGHI DI PROVINCIA DEL BASSO LAZIO RIVALI NEL CALCIO E COSI' DIVERSI. DAL PUNTO DI VISTA DELLO SVILUPPO E DELLA QUALITA' DELLA VITA E' MEGLIO LATINA, MA FROSINONE, SEPPUR PIU' PICCOLO, E' MEGLIO ORGANIZZATO ED HA BUONISSIME VIE DI COMUNICAZIONE.




C'è grande festa in queste ore in Ciociaria per la storica promozione del Frosinone Calcio in Serie A. Così la Regione Lazio per la prima volta in assoluto avrà tre rappresentanti nella massima categoria calcistica nazionale. L'anno scorso questa storica impresa era stata sfiorata dalla compagine calcistica del Latina, ma la città sarebbe stata impreparata a questa eventualità, per cui qualche maligno sostiene che i giocatori latinensi abbiano perso di proposito lo spareggio decisivo contro il Cesena (ma non tutti ci credono, anche perché la scorsa estate la società pontina aveva dichiarato che l'obbiettivo di questa stagione sarebbe stato la promozione). Invece Frosinone non è assolutamente spiazzato dall'inaspettata promozione in massima serie: vuoi perché la squadra ha maggiore esperienza nel calcio professionistico, vuoi perché a differenza del Latina ha molti giocatori di proprietà e vuoi perché già da tempo si erano organizzati nell'allargamento del vecchio stadio e nella costruzione di uno nuovo di zecca.



Al di la della rivalità e degli sfottò tra tifosi del Latina e del Frosinone (gli insulti più comuni sono: pecorari i ciociari, paludari e bufalari i pontini) facendo un confronto tra le due città bisogna ammettere che Latina è molto più grande e più sviluppata, ma Frosinone, nonostante abbia meno della metà degli abitanti di Latina (125.000 contro 48.000), dispone di preziosissime ed importanti vie di comunicazione: prima tra tutte l'Autostrada del Sole (spina dorsale della penisola italiana, principale asse di collegamento viario nord/sud) e naturalmente di un'importante ferrovia. Latina invece ha una malandata superstrada come "veloce" collegamento stradale e la stazione ferroviaria è molto lontana dal centro della città. Anche il litorale non è in pieno centro cittadino. Quindi alla seconda città del Lazio, per popolazione ed estensione, manca di quelle necessarie vie di comunicazioni e di quei sevizi come un piccolo porto, un piccolo aeroporto civile, una metropolitana leggera, che la farebbero uscire dall'isolamento perenne.

Certo la città pontina, a differenza di Frosinone, non ha storia e quindi mai avrebbe una vocazione turistica, escludendo naturalmente quella balneare, ma i piccoli centri montani della propria provincia potrebbero anch'essi uscire dall'isolamento e potrebbero acquisire notorietà attraverso un capoluogo ben collegato col mondo esterno e naturalmente con la sua squadra di calcio nelle massime categorie professionistiche. Bisogna ammettere che Frosinone ha avuto dei buoni agganci politici per il passaggio dell'Autosole in un periodo di espansione economica ed edilizia; mentre oggi si discute, si discute e non si realizza nulla: è il caso dell'ammodernamento della Pontina e del suo collegamento con l'Autostrada del Sole, i cui progetti sono tornati in discussione, quando sembravano stessero partendo. Frosinone e Latina sono dei patrimoni per il nostro territorio nelle massime categorie dello sport più popolare, però bisogna riconoscere che il capoluogo ciociaro è meglio preparato, è meglio organizzato per la Serie A ed è più facilmente raggiungibile dal resto d'Italia. Mi auguro che Latina mantenga la Serie B e che un domani raggiunga quel traguardo, disponendo di quei servizi e di quelle infrastrutture necessarie.

lunedì 11 maggio 2015

269) BERLUSCONI È ALL’EPILOGO?

SILVIO BERLUSCONI SEMBRA VOLERSI SBARAZZARSI DI PARTE DEL SUO IMPERO, DALLE SUE AZIENDE ALL’AC MILAN. SOLO LA POLITICA NON LASCIA: IN QUESTO CAMPO NON SI CAPISCE QUALI SIANO LE SUE INTENZIONI PERCHÉ NEGLI ULTIMI TEMPI MOLTE SONO STATE LE SUE GIRAVOLTE.

Sono sempre più insistenti le voci secondo le quali la famiglia di Silvio Berlusconi intende vendere quote considerevoli delle sue aziende, soprattutto la squadra calcistica dell’A.C. Milan 1899. Come mai quell’impero inizia a scricchiolare, quando fino a pochi anni fa sembrava in continua espansione? Peserà senza dubbio la sentenza con la quale l’ex cavaliere ha dovuto dare un maxirimborso al suo imprenditore rivale De Benedetti, senza dimenticare il mantenimento milionario in favore dell’ex moglie e i costosi processi passati e presenti in cui è stato o è imputato. Berlusconi ciononostante rimane sempre uno degli uomini più ricchi d’Italia e del mondo, però ora per lui è arrivato il momento della prudenza economica, non essendo più il momento delle spese folli: sia nel calcio, sia nella politica. I nuovi magnati della finanza internazionale provengono dal medio e dall’estremo oriente: in un occidente in crisi economica stanno comprando tutto, soprattutto le società di calcio, che hanno fama e notorietà planetaria. Berlusconi ha dichiarato che intende mantenere la maggioranza azionaria delle sue società: se venderà, cederà delle quote minoritarie, così da disporre dei nuovi capitali per rendere nuovamente competitive le sue attuali proprietà.

 

L’unico campo in cui Silvio Berlusconi non dà segni di rinunzia è quello politico. Noi gli siamo grati e riconosciamo i meriti per tutto quello che ha fatto, ma non sarebbe ora che indicasse un degno successore? Ai tempi del Pdl  l’aveva segnalato in Angelino Alfano; ma avrebbe preso un granchio colossale e meno male che è finita come è finita. (Ora il suo minuscolo partito è completamente succube del Pd: i suoi componenti per stare attaccati il più possibile alle poltrone e tenersi il potere sono stati favorevoli ad una legge elettorale antidemocratica che li cancellerà dalla scena politica. Ed il Presidente della Repubblica non ha fatto obiezioni: non poteva opporsi a coloro che lo hanno portato dov’è. Comunque, giudici permettendo, ci sarà il referendum popolare.) Nel partito del Berlusca le lotte tra fazioni non si arrestano. Negli ultimi tempi sempre più intenso è stato lo scontro tra Berlusconi e Fitto; certo che tra tutti e due: il primo non vuole ritirarsi, il secondo si è montato la testa dopo le scorse elezioni europee in cui raccolse molte preferenze personali. Ora si parla dell’accantonamento di Forza Italia e della creazione di un ennesimo nuovo partito nato dall’unione di più forze politiche per poter competere con il Partito Democratico (a meno che non si sfasci anch’esso). Dopo il fallimento del Pdl le altre piccole formazioni di destra non vogliono saperne più di queste ammucchiate. Che facciamo? Prima Forza Italia e Alleanza Nazionale, poi il Popolo delle Libertà, successivamente di nuovo Forza Italia e ora? Prima si forma un governo di larghe intese, poi si esce, poi si collabora nuovamente, infine si fa opposizione. Oltre a fare perdere consensi, non è confusionario e ridicolo tutto ciò? Per di più sarebbe da incoerenti mettersi di nuovo con Alfano, quando ora a destra gli fanno una dura opposizione. È pure vero che Silvio Berlusconi risuscita sempre quando sembra finito, ma mica è eterno.