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domenica 30 settembre 2018

402) CONTROTENDENZE: SEMPRE A MONTE, MAI A VALLE



ANTICAMENTE I PAESI NASCEVANO SUI MONTI PER DIFENDERSI MEGLIO DALLE RAZZIE E DAGLI ASSEDI, OGGI I CENTRI URBANI TROVANO MAGGIORE SVILUPPO IN PIANURA. INVECE A CORI ATTUALMENTE SI VERIFICA UNA CONTROTENDENZA: CI SONO MAGGIORI MOVIMENTI, PIÙ VITA, PIÙ AFFARI A CORI MONTE, RISPETTO A CORI VALLE, QUANDO, AL CONTRARIO, OGNI RIONE NON DOVREBBE ESSER RIDOTTO A MORTORIO E PERDERE LINFA.


 Vista aerea di Cori: si può notare che, al di fuori dal centro storico, ci sono più edifici al Monte rispetto alla Valle

Nei tempi remoti era raro che un centro urbano sorgesse in pianura: per motivi difensivi ci si sentiva più sicuri e più protetti, dalle violente scorribande, arroccati sulle alture dei monti, cinti di possenti mura. Oggi invece quasi tutti i comuni montani, al fine di rimanere agganciati al modo moderno, hanno creato delle frazioni verso valle, verso le grandi vie di comunicazione, verso la comodità: si veda Sermoneta (Carrara, Sermoneta Scalo, Doganella), Artena (Colubro, Macere e altre) e perfino Roccamassima (Boschetto). I nuclei storici dei paesi che dai monti si sono sviluppati sulle valli sono stati gelosamente salvaguardati, evitando di esagerare nel costruire nuovi edifici a ridosso delle loro antiche mura. 



A Cori le cose sono andate e vanno diversamente: nessuna agglomerato degno di nota è nato fuori dal paese, sulla pianura: i nuovi immobili, edificati dal dopoguerra in poi, hanno soffocato il centro storico e sono di più quelli sorti verso le montagne, rispetto a quelli edificati verso la piana. Avrebbero dovuto salvaguardare l’antico nucleo urbano, posto da millenni sulla collina, circondato dal verde e con i due caratteristici ponti all’entrata delle antiche porte, situate a valle, e far sorgere qualche nuova frazione in territorio pianeggiante a qualche chilometro dal centro storico. L’unica frazione corese è Giulianello, un antico paese, sviluppatosi attorno al Castello di Giuliano: in quanto tale meriterebbe di essere comune autonomo, ma la legge non lo consente.




Anticamente Cori Alto e Cori Basso erano nettamente separati da una vasta fascia di vegetazione e c’era rivalità tra essi (non mancavano liti, scazzottate), mentre oggi, se escludiamo il periodo del Carosello Storico, non c’è quasi più. Contrariamente alle tendenze odierne da noi tutto ruota attorno a Cori Monte: quasi tutti gli abitanti di Cori Valle preferiscono andare a spasso, svagarsi, nella parte alta del paese, in Piazza Signina e Via San Nicola principalmente, lasciando abbandonate a loro stesse le zone dove risiedono. Piazza Signina non si può più vedere quando cala il buio, con tutte quelle automobili che si intrufolano nell’area pedonale: infatti io da casa mia preferisco non allungare troppo lo sguardo nella citata piazza nelle ore serali/notturne (occhio non vede, cuore non duole!). A Cori Valle, dalla parte di Piazza della Croce, un po’ di movimento c’è ancora, specie dopo l’apertura del grande supermercato Conad, vicino ad una via (Velletri – Anzio) molto trafficata dai grandi mezzi pesanti che escono dall’Autosole e si dirigono nei principali centri della Pianura Pontina, nella perenne attesa che la bretella partorisca.

Per i coresi è diventato più raffinato fare tutto al Monte, quando ci vorrebbe il giusto equilibrio, non affollando esageratamente una parte del paese e spopolando l’altra. Anche alla Valle fuori dal centro storico ci sono bar, giardini, giochi per bambini, negozi, attività ricreative, la parrocchia con il catechismo per i bimbi: occorrerebbe che i vallarani rivalutassero e apprezzassero i loro rioni (sia dalla parte di Porta Romana, sia dalla parte di Porta Ninfina). Certo, si può anche venire al Monte, ma bisogna ricordarsi anche dei propri quartieri a Valle, non soltanto durante il Carosello Storico dei Rioni, mantenendoli vivi e non facendo loro perdere linfa.

giovedì 20 settembre 2018

401) SIAMO ALLE SOLITE



DOPO L’ANNULLAMENTO DELLA GARA D’APPALTO I TEMPI PER L’AMMODERNAMENTO DELLA STRADA REGIONALE 148 PONTINA SI ALLUNGANO (I LAVORI DOVEVANO PARTIRE MENO DI CINQUE ANNI FA). IDEM PER IL NUOVO PONTE DI GENOVA: SI DISCUTE E NON SI CONCLUDE NULLA, QUANDO NE AVEVANO PREVISTO LA RICOSTRUZIONE IN POCO PIÙ DI UN ANNO.



In Italia non si riesce a realizzare un’opera pubblica di utilità collettiva in tempi celeri: tra critiche, contestazioni, vie giudiziarie, ricorsi, controricorsi, passano anni, decenni.  Il suddetto discorso riguarda anche la strada 148 pontina: il suo ammodernamento cinque anni fa l’avevano inserito tra le opere pubbliche prioritarie da realizzare e oggi è ancora tutto fermo al palo. La recente sentenza del Tar non ha bocciato il progetto, ha annullato la gara d’appalto alla ditta aggiudicante, dopo che una società edile esclusa aveva fatto ricorso, per cui non si capisce l’esultanza esagerata dei contrari ai lavori. La stampa sarà contenta: almeno avrà ancora per lungo tempo materiale per riempire gli spazi dei quotidiani, con gli aspri battibecchi tra favorevoli e contrari. Già si infuocano ora i dibattiti: facciamo così, facciamo cosà (abbiamo sentito queste proposte milioni di volte) e prima che sceglieranno un’idea, la approveranno, reperiranno i finanziamenti, passeranno altri decenni. Oggi come oggi la 148 pontina è una strada molto disastrata: i lavori per l’ammodernamento avrebbero dovuto essere già a buon punto, le liti, le beghe, i ricorsi, non fanno che peggiorare la situazione; gli incidenti stradali anziché ridursi aumenteranno. 


La citata strada è l’unico collegamento che c’è da Latina per raggiungere Roma, se non si vuole percorrere la Via Appia e attraversare i centri abitati, mentre noi del nord della Provincia LT abbiamo più soluzioni: possiamo scegliere tra Pontina e A1 (tratto Roma – Napoli), impieghiamo sempre mezz’ora per raggiungere entrambi le vie di comunicazione. C’è il pro e c'è il contro: la 148 è gratuita ma è in condizione disastrose, sull’A1 si viaggia più comodi e più sicuri ma si paga il pedaggio. È prevista anche la realizzazione di una bretella Valmontone – Cisterna – Campoverde che attraverserà il nostro territorio e consentirà l’unione delle due arterie, rompendo lo storico isolamento della nostra produttiva provincia col resto della penisola. Bisognerebbe anche pensare a realizzare solidi collegamenti col sud pontino. Chissà quando avverrà ciò, quando saremo vecchi? Vedremo, l’importante è che non si imporranno movimenti politici per natura contrari a tutto.



Basta vedere quel che sta accadendo a seguito delle vicende relative alla ricostruzione del ponte di Genova che è crollato: perfino in quella circostanza vanno per le lunghe. Avevano presentato un progetto per un nuovo ponte che dicevano sarebbe stato realizzato in un anno e mezzo (lo slogan era: ricostruire presto, non in fretta) e tutto è ancora in alto mare. Si discute animatamente sui modi e le procedure per la demolizione del rimanente ponte e sulla realizzazione del nuovo, perdendo tempo prezioso. Vista la gravità della situazione non credo che si attarderanno coi consueti tempi biblici: per non creare in eterno caos a Genova una soluzione la troveranno, ma non in brevissimo tempo, come avverrebbe se la Lega governasse col resto del centrodestra. Per evitare che le vie di comunicazioni non si espandano o si adeguino ai tempi odierni, occorrerebbe che le masse non viaggino più, si liberino dei mezzi di trasporto motorizzati e che il flusso merci si riducesse di molto. Quanti sarebbero disposti ad accettare queste condizioni?

lunedì 10 settembre 2018

400) IN NOME DEL POPOLO SOVRANO



IN NOME DEL POPOLO SOVRANO È UNA PELLICOLA DEL 1990 DIRETTA DA LUIGI MAGNI, LA QUALE CI RACCONTA ATTRAVERSO SVARIATE SFACCETTATURE LE VICENDE DELLA REPUBBLICA ROMANA DEL 1848 – 49, NEL CONTESTO DELLE LOTTE PER L’ITALIA UNITA.



·        Contesto storico
Il film nel “in nome del popolo sovrano” è ambientato, principalmente a Roma, nell’ambito dei moti del 1848 – 1849, allorquando in tutta Europa scoppiarono delle sommosse contro le monarchie assolutistiche. L'Italia, dopo secoli e secoli, si rivesgliava, concretizzandosi sempre di più l’idea di unità per liberarsi dal giogo dello straniero e per concedere più diritti al popolo. Con Napoleone gli ideali della Rivoluzione Francese si erano sparsi in tutta Europa, Italia compresa, e nonostante molti italiani ed europei morirono combattendo per lo stesso e per la sua sete di conquiste, le idee e le concessioni che portò rimasero negli animi della popolazione e furono le motivazioni che portarono alle sommosse contro i regimi autoritari dopo la Restaurazione del 1815. Nel 1848 tutti guardavano al Piemonte, che era l’unico stato che concesse la costituzione in modo permanente (Statuto Albertino) e che prese a cuore la "causa italiana", quando si sollevarono contro gli austriaci e contro i piccoli regni ad essi indirettamente legati, nell’attesa che i piemontesi arrivassero in tutta l’Italia. Purtroppo il piccolo Piemonte non poté far nulla contro il grande Impero Austriaco nella Prima Guerra di Indipendenza, così tutti i governi temporanei che si erano costituiti lungo la penisola furono repressi nel sangue, Repubblica Romana compresa, dall’Austria e dalla Francia. Papa Pio IX nel suo stato inizialmente fu considerato un innovatore: nominò un ministro laico, concesse l’amnistia ai prigionieri politici, inviò un corpo di volontari in sostegno del Piemonte; dopodiché fece dietrofront: ritenne di non doversi mettere contro una nazione cattolica come l’Austria, non promulgò la costituzione e il ministro laico Pellegrino Rossi fu assassinato da uno dei figli del popolano Ciceruacchio, uno dei pilastri della Repubblica Romana. La Repubblica divenne un dato di fatto, ebbe a capo il triumvirato Mazzini – Armelini – Saffi, mentre il pontefice fu costretto a riparare a Gaeta e chiese aiuto alla Francia di Carlo Luigi Bonaparte (Napoleone III) per tornare sul trono. Accorsero da tutta Italia a difesa della Repubblica, Garibaldi in primis, combattendo cadde perfino l’autore dell’odierno inno nazionale Goffredo Mameli. Negli anni successivi Napoleone III aiutò i piemontesi a liberare la Lombardia, ma protesse il Papa fino in ultimo, impedendo di annettere il Lazio al nuovo stato italiano, fino alle sua caduta nel 1870, quando finalmente il processo di unificazione italiana fu portato a compimento.


  • Trama “In nome del popolo sovrano”
Con Nino Manfredi, Jacques Perrin, Alberto Sordi, Elena Sofia Ricci, Massimo Wertmuller. Roma 1848, dopo l'assassinio del primo ministro Pellegrino Rossi, il Papa Pio IX capisce che è tempo di andare in esilio a Gaeta. Qualche mese dopo, proclamata la Repubblica Romana con Mazzini e Carlo Bonaparte per capi, i francesi di Luigi Napoleone Bonaparte, alleato papale, sono scesi in Italia ed hanno posto l'assedio alla città. È in questo periodo che si svolgono le vicende private di vari personaggi: Cristina, moglie del marchesino Eufemio Arquati e fervente sostenitrice della repubblica, è innamorata del garibaldino Giovanni Livraghi, amico del frate barnabita Ugo Bassi, contrario al potere temporale del Papa. Tra i vari popolani, emerge la figura di Angelo Brunetti, detto Ciceruacchio, e del di lui figlio minore. Gli eventi precipitano: a causa della scarsa coordinazione dei difensori e nonostante l'intervento di Garibaldi e dei bersaglieri di Luciano Manara i francesi hanno presto partita vinta e a Ciceruacchio, Ugo Bassi e Livraghi non resta che fuggire al nord, al seguito di Garibaldi, per tentare di raggiungere l'insorta Venezia. Mentre Eufemio ed il padre pranzano con l'"assassino della Repubblica" generale Oudinot, Cristina fugge per raggiungere l'amato Livraghi, ma invano: il capitano, infatti, caduto in mano austriaca, viene fucilato insieme a Bassi, poco dopo Ciceruacchio, nonostante le "raccomandazioni alla pietà" che la giovane rivolge ad uno zio che giudica i "colpevoli". Rimasta sola, Cristina viene raggiunta da Eufemio che, in un impeto di gelosia, era partito per ucciderla; ma poi, resosi conto della situazione politica e avendo acquisito una presa di coscienza, decide di arruolarsi nell'esercito piemontese "per fare l'Italia". Dieci anni dopo, il vecchio Marchese Arquati osserva soddisfatto le foto del figlio bersagliere e della nuora, che al seguito di Vittorio Emanuele hanno unificato l'Italia. Roma, però, è ancora governata dal Papa.

venerdì 31 agosto 2018

399) LA POPOLAZIONE DI CORI I È IN DECLINO



LA POPOLAZIONE DI CORI DA QUALCHE ANNO È IN DIMINUZIONE, A CAUSA DEI NATI CHE NON SUPERANO IN NUMERO I MORTI E PER L’EMIGRAZIONE IN ALTRI SITI. IL PAESE È POCO VIVIBILE O SI SONO RIDOTTE LE OPPORTUNITÀ DI OCCUPAZIONE NEI DINTORNI? PROPOSTE PER IL RILANCIO.



Dando un’occhiata alle statistiche ISTAT, pubblicate sul sito tuttitalia.it, riguardanti il Comune di Cori (Cori+Giulianello), si può notare che la popolazione, dopo aver superato gli 11.000 abitanti, da qualche anno ha iniziato a scendere sotto quella soglia. Tra i motivi della citata diminuzione ovviamente c’è il numero dei morti che supera quello dei nati, ma questo elemento già da tempo influiva nel declino della popolazione in generale; ora un nuovo fattore si è aggiunto: l’emigrazione corese in altri luoghi da un po’ di tempo si è impennata vertiginosamente. Il numero degli stranieri residenti si è stabilizzato, non registra né cali, né aumenti: ci dà prova che l’esodo riguarda solo i coresi. Dal 2001 il numero dei residenti è andato costantemente aumentando, principalmente per i cittadini della Comunità Europea che arrivavano, passando, in 10 anni, da 10.534 abitanti, al picco massimo di quasi 11.300  residenti nel 2010 – 2011. Al 1 gennaio 2018 Cori la popolazione ammonta a 10.893: ha perso all’incirca 400 abitanti in 7 anni. 



Anche noi nel nostro piccolo rispecchiamo l’odierna tendenza nazionale all’emigrazione all’estero o in altri luoghi d’Italia che danno maggiori opportunità di farsi un futuro rispetto al nostro territorio, un tempo fiore all’occhiello occupazionale. C’è anche chi potrebbe fare a meno di trasferirsi altrove, invece preferisce andare a vivere in qualche ridente cittadina non molto distante, ritenendola a misura d’uomo, ricca di servizi essenziali e d’attività per lo svago ed il tempo libero e non località dormitorio. A Cori abbiamo avuto di tutto e non c’è rimasto quasi nulla: ferrovia, ufficio collocamento, dazio, banca autonoma, piscine, ospedale, ecc.; sono rimasti gli sbandieratori, poche tradizioni/usanze ed alcuni rinomati marchi vinicoli ed oleari.

Con la popolazione in diminuzione ritengo ingiustificato far edificare nuovi immobili, bisognerebbe rivalutare e valorizzare il centro abitato già esistente, per far sì che non venga abbandonato. Occorrerebbe rendere il centro storico accogliente e vivibile, far ristrutturare le antiche abitazioni con criteri antisismici, seguire dei piani per il colore, riportarci il commercio (bar, negozietti, artigianato), spostando i grandi supermercati fuori dal centro abitato, valorizzare le aree archeologiche di pregio (Tempio d’Ercole, Via Colonne, mura ciclopiche) per fare in modo che esso diventi attrattivo per i giovani  locali e per i villeggianti, e non sia solo una deteriorata maxienclave per immigrati e per anziani. Nelle periferie non guasterebbero qualche parcheggio e qualche marciapiede in più, uniti al miglioramento dei metodi di scolo delle acque.

Molte di queste proposte presumo che rientrino da tempo nei piani di tutte le amministrazioni comunali che si sono avvicendate negli anni, ma il nostro comune è povero: non ha potuto fare e non può fare tutto in autonomia senza gli aiuti degli enti superiori. Qualche cosa minima si può iniziare a fare per limitare la grande fuga: ad esempio battersi per evitare la chiusura del punto di primo intervento, riaprire le piscine comunali, ridurre le tasse di pertinenza municipale e, prendendo spunto dal governo nazionale, azzerare le spese superflue, diminuire i costi della politica locale, e con i soldi risparmiati iniziare ad effettuare qualche lavoretto per rendere più graziosi ed accoglienti Cori e Giulianello.

lunedì 20 agosto 2018

398) LE INFRASTRUTTURE PERICOLANTI E LA POLITICA


I PONTI CROLLANO, LA GENTE MUORE, I POLITICI SI ACCUSANO TRA LORO. TUTTI HANNO LE LORO RESPONSABILITÀ: O PER UN MOTIVO O PER UN ALTRO. 


Alla vigilia di ferragosto un viadotto che sovrasta Genova è crollato, provocando la morte di oltre quaranta persone tra vacanzieri e lavoratori. Sono imponenti i viadotti che passano sopra Genova: a me hanno sempre fatto molta impressione quelle rare volte che mi è capitato di passarci sopra, soprattutto guardando di sotto. Per alcuni, i ponti genovesi sono degli ecomostri: la definizione può anche essere azzeccata ma sono stati costretti a realizzarli per far sì che Genova, una delle città più industrializzate e produttive d’Italia, non rimanesse isolata e non avendo altre soluzioni, essendo l’abitato genovese stretto tra il mare e i monti (sarebbe stato molto più oneroso aprire le montagne o realizzarvi decine e decine di chilometri di gallerie).

Per svariati motivi avvengono i suddetti crolli: per l’elevatissimo numero dei mezzi a motore che circolano rispetto a quando furono costruiti, per i materiali di costruzione non sempre di prima qualità, per la costituzione del terreno dove hanno fondamenta le infrastrutture, per gli scarsi controlli e manutenzioni e per l’eccessiva burocrazia che ritarda le eventuali correzioni dei difetti e le riparazioni. I ponti ferroviari e quelli di epoche lontane sono sempre lì da decenni, da secoli: sopra di essi non passano carichi eccezionali, ma sarà sempre bene monitorare costantemente il loro stato.

I politici si accusano tra loro, unitamente ad “Autostrade per l’Italia” tutti hanno le loro colpe: sia quelli che governavano in passato, sia questi che ci sono ora. Molti allarmi di pericolo crollo per il “Ponte Morandi” di Genova sono rimasti inascoltati da parte della vecchia classe politica e hanno fatto costruire i giganteschi piloni di cemento che lo sostenevano a ridosso di palazzine molto popolate: è un miracolo che la strage non sia stata di proporzioni molto più imponenti. I membri di questo nuovo esecutivo sono stati applauditi nonostante tutto: la gente ha apprezzato la fermezza e la severità nell’indicare i principali responsabili, attivandosi immediatamente per azioni esemplari e clamorose. La Lega ha anch’essa governato in passato, sia in Liguria, sia nel governo nazionale. I Cinque Stelle, sebbene siano politicamente “verginelli”  hanno anche loro qualche pecca sulla coscienza: infatti quando si avviavano le procedure per la costruzione delle nuove bretelle autostradali  per alleggerire il traffico pesante, poiché si riteneva che i viadotti genovesi non sarebbero stati eterni e già si profilava il rischio crollo, essi dicevano che erano tutte delle favolette per giustificare l’enorme sperpero di denaro pubblico per delle inutili opere. Da quelle proteste partì il fronte contrario: le solite manifestazione, le consuete raccolte di firme, gli ordinari ricorsi a vie giudiziarie, eccetera. Ora invece Di Maio con la faccia di bronzo dichiara che i lavori partiranno a breve e già ci sono i finanziamenti. Visto cosa succede a dire a priori sempre di no, senza esaminare l’utilità dell’infrastruttura da realizzare?

Le indagini, i processi su questo crollo dureranno anni, decenni e troveranno qualche capro espiatorio che pagherà per tutti; la burocrazia sarà estremamente lenta e gli oppositori alle opere di interesse pubblico si faranno sentire. Qualunque cosa accadrà non farà tornare in vita coloro che ci hanno rimesso la pelle.

domenica 12 agosto 2018

397) VENEZIA GIULIA: LEMBO D’ITALIANITÀ



NELLA SOTTILE STRISCIA DI TRIESTE E DELLA VENEZIA GIULIA ITALIANA, STRETTE NEL MARE SLAVO, L’ITALIANITÀ E IL SENTIMENTO PATRIOTTICO SI SENTONO DI PIÙ CHE ALTROVE.


Trieste e Gorizia sono dei capoluoghi di provincia italiani di frontiera: essi hanno patito non poco gli eventi tragici del XX secolo. Mentre in altre zone di confine gli italiani sono presenti oltre lo stesso (vedi Svizzera italiana) o la loro presenza è molto limitata prima di attraversarlo (vedi Alto Adige), in Friuli Venezia Giulia la presenza italiana è delimitata proprio dalla frontiera. Sono esattamente cent’anni che Trieste e Gorizia appartengono all’Italia, dopo essere stati per circa seicento anni sotto l’egemonia austriaca. Nel corso del Primo Conflitto Mondiale molti giuliani irredentisti (dall'esempio di Guglielmo Oberdan a fine '800) attraversavano il fronte per unirsi al Regio Esercito Italiano: il Museo del Risorgimento e il maestoso Monumento dei Caduti, situati a Trieste, unitamente al grandioso Faro della Vittoria, ne rimembrano le gesta e il sacrificio; essi o caddero in battaglia o, se venivano catturati dagli austroungarici, venivano uccisi ugualmente, per tradimento. Dopo l’annessione della Venezia Giulia al Regno d’Italia, gli italiani, dopo secoli di sottomissione agli austroungarici e agli slavi, divennero l’etnia egemone, fra gli entusiasmi e le acclamazioni. 


Ancora oggi a Trieste sono presenti una minoranza slava e una ridottissima comunità tedesca; le chiese ortodosse e protestanti presenti nel capoluogo giuliano, oltre alla sinagoga, testimoniano come la città sia stata cosmopolita nei secoli. L’impronta austriaca nelle architetture è imponente: ne sono testimonianza gli eleganti edifici di Piazza Unità d’Italia e del Castello di Miramare con il suo maestoso parco, questi ultimi furono creati dall’arciduca Massimiliano d’Asburgo e sono posti nel lungomare triestino, dove la gente prende il sole sopra i marciapiedi e trova l’ombra tra gli alberi. Ma i monumenti simboli di Trieste sono senza dubbio il Castello e la Cattedrale del patrono San Giusto, arroccati su un’altura che domina la città e non mancano reperti dell’antica Roma. Il campo di concentramento della risiera di San Sabba e la foiba di Basovizza sono le testimonianze degli orrori che ha vissuto Trieste nella Seconda Guerra Mondiale. Nel dopoguerra molti giuliani in fuga dall’Istria si rifugiavano nel libero territorio triestino per sfuggire alla pulizia etnica. Nel 1954 la città tornò all’Italia a titolo definitivo: perse il suo naturale retroterra divenuto jugoslavo, nonostante questi problemi tirò un sospiro di sollievo tornando alla madrepatria. La ridotta zona della Venezia Giulia rimasta italiana fu unta al Friuli: oggi esiste una rivalità tra le due componenti della regione.

Pure Gorizia, durante la guerra fredda, ebbe non pochi problemi: infatti la città fu definita la Berlino d’Italia, essendo divisa in due da barrire e fili spinati. Ancora oggi ci sono Gorizia italiana (i 2/3 della città) e Nova Gorica jugoslava. Gli italiani la bombardarono pesantemente nel 1916, prima di entrarvi (c’è la famosa canzone il cui ritornello recita: Oh Gorizia tu sei maledetta/Per ogni cuore che sente coscienza/Dolorosa ci fu la partenza /E il ritorno per molti non fu) e quando la presero definitivamente nel 1918 ripristinarono come simbolo di italianità, nell’entrata principale del suo castello, il Leone di San Marco, il quale fu rimosso dopo la fine della brevissima occupazione veneziana di alcuni secoli prima.


Con la smantellamento della cortina di ferro l’economia goriziana ha subito dei risvolti negativi: molte caserme militari hanno chiuso, i militari e le loro famiglie sono andati via e tutti si muovono liberamente oltreconfine, dove tutto costa di meno. Franco Basaglia iniziò la battaglia per l'abolizione dei manicomi da Gorizia e la legge che li ha soppressi porta il suo nome. Dista pochi chilometri, in territorio sloveno, la località di Kabarid (Caporetto); io era assieme ad altri turisti da quelle parti, quando una guida ci ha riferito che lì è presente un museo sulla “vittoria di Caporetto”. Tutti quelli che erano con me si sono meravigliati ed indignati perché per noi italiani la battaglia di Caporetto fu una grande disfatta, ma che gettò le basi per la definitiva vittoria e tutti loro hanno ricordato, con un pizzico d’orgoglio, le gesta dei propri avi: “mio nonno classe ’84, mio bisnonno classe ’99, eccetera”.

Un’altra località che ha subito danni nel corso della guerra ’15 – 18’ è stata Cividale del Friuli, un’interessante cittadina, centro di rilievo in epoca longobarda. Poi c’è Aquileia, antico capoluogo della provincia romana “Venetia et Histria” e nel Medio Evo sede patriarcale. Grado è posto sulla parte finale della laguna veneta, in territorio friulano, ed ha la sua storia, ma è più conosciuta come località balneare.

Ho parlato delle città e delle cittadine che ho visitato in una breve vacanza, tramite viaggi organizzati con guide turistiche ed audio guide. Visitando quei luoghi, non soltanto ricchi di cultura, storia, arte, ma anche situati ai confini dell’italianità, che hanno sofferto tanto per tal motivo e dove hanno combattuto per portare a compimento il Risorgimento, i loro abitanti si sentono più italiani che altrove e  con maggior orgoglio patriottico. Idem per chi non è del luogo e vi capita: documentandosi sulle loro sofferenze, tragedie, battaglie per unirsi alla patria, uno riscopre la fierezza e l’orgoglio patriottico che spesso dimentica. 

martedì 31 luglio 2018

396) ATTIRARE ATTENZIONE ESTERIORMENTE



NEL PERIODO ESTIVO, ANDANDO IN GIRO QUASI SCOPERTI, IN MOLTI INDIVIDUI SI NOTANO SCRITTE, DISEGNI E SCARABOCCHI VARI INCISI NELLE GAMBE, NELLE BRACCIA E NEL CORPO. IL DAR NELL’OCCHIO DAL PUNTO DI VISTA ESTERIORE NON FA LA PERSONA.



Ora che fa caldo la gente va in giro sbracciata o quasi ignuda: in molti individui si notano scritte multiformi, disegni multicolori e schizzi vari impressi nelle braccia, nelle gambe e nel corpo. C’è colui che si tatua in modo molto modesto, con minidisegni e miniscritte, e c’è quello che lo fa in modo molto più consistente, coprendo quasi interamente la pelle (almeno un piccolo spiraglio per far respirare la pelle bisogna lasciarlo, altrimenti, con l’intero corpo verniciato, si muore soffocati). Non soltanto i giovani si fissano con quella mania, anche la gente di una certa età ha iniziato a farsi contagiare. Si calcola approssimativamente che gli individui tatuati ammontino a circa il 12 – 15% della popolazione. Questa fatta di cittadinanza come mette qualche risparmio da parte lo impiega per farsi “affrescare” o “scolpire” come un bassorilievo.

Il tatuarsi potrebbe comportare qualche rischio: infatti ci sono stati dei gravi casi di infezioni, episodi isolati, ma che dimostrano che non si può star tranquilli al 100%. Inoltre si rischiano ustioni permanenti, se si va sotto il sole cocente con un tatuagio fatto da poco. Ricordo che negli anni 1980 questa pratica già andava di moda, anche se in modo più ridotto rispetto ad adesso; in quel lasso di tempo in alcune gomme americane da masticare si trovavano i tatuaggi finti, i quali potevano essere applicati sul corpo e che col tempo si scolorivano o si staccavano. Un limitato periodo può andar pure bene, per tutta la vita a me non piacerebbe affatto. Nei maschi un ulteriore elemento, che è visto come abbellimento estetico, è l’orecchino: un tempo destava scandalo e quando uno lo portava si pensava a “particolari tendenze”, mentre oggi non si sconvolge più nessuno.

Chi non segue le inclinazioni del momento non è benvisto, è antico, potrebbe anche essere oggetto di scherno; però io penso che si può essere sé stessi anche senza nessuna traccia di inchiostro sul corpo, senza orecchini, senza stare tutto il tempo con la testa abbassata verso un minischermo, insomma non seguendo gli orientamenti dell’epoca. Ai figli o agli altri parenti si può voler bene ugualmente, anche non scrivendo i loro nomi nel proprio corpo. Pur rispettando che la pensa in modo differente, aggiungo ai precedenti pensieri che un uomo debba essere forte, disciplinato, ordinato, rassettato; quando si esagera con quelle mode egli non è visto in modo totalmente positivo, specialmente se dovesse ambire ad avere una discreta occupazione. Non è l’aspetto esteriore quello che conta (l’apparire), bensì le qualità di una persona e quello che la stessa ha dentro (l’essere): tale considerazione va applicata a tutti, sia a coloro che vogliono dar nell’occhio, sia ai soggetti “invisibili” più discreti.

sabato 21 luglio 2018

395) FURTI SACRILEGHI NELLE CHIESE A CORI



I FURTI DEI CALICI USATI PER LE FUNZIONI NELLE CHIESE DI CORI, I RITI VUDÙ,  LE MESSE NERE, LA SICUREZZA DEI CITTADINI.



Un mistero si aggira sui furti che hanno riguardato i calici e le ostie usati per le celebrazioni religiose in alcune chiese di Cori. Una domanda sorge spontanea: come mai i trafugatori hanno preso di mira solo quegli oggetti in particolare, evitando di portare via soldi o altre cose di maggior valore? C’è chi ipotizza la pista sacrilega, cioè i furti a scopi satanici. Qualcun altro addirittura parla di riti vudù, i quali sono dei culti sincretistici africani con alcuni aspetti esoterici.



Questa pratica prevede dei sacrifici animali. Addirittura quando fu uccisa, lo scorso febbraio, quella ragazza a Macerata in un primo momento si parlò di riti vudù, poi quella pista si rilevò falsa. Anche nel nostro caso specifico, cioè in questi piccoli furti, sembra poco probabile la pista vudù (se fosse esatta i furti riguarderebbero pure altro), ciò non toglie che per un paese di modeste entità, con alcuni dei suoi abitanti locali che hanno dei problemi seri, non è conveniente ospitare un elevatissimo numero di richiedenti asilo politico, senza sapere chi sono costoro e cosa hanno fatto in vita loro; è notizia di questi giorni che i nostri politici locali hanno fatto richiesta per farsene arrivare degli altri, quelli che erano a Fondi, dopo che i loro gestori hanno chiuso bottega perché travolti dal malaffare. Mandarli in città più grandi che ancora ne ospitano pochi no? Non so il motivo di questa scelta; alcuni mesi fa gli stessi amministratori avevano dichiarato sulla stampa che Cori aveva raggiunto il numero massimo di profughi da ospitare. Per tranquillizzare il popolo i governanti coresi hanno dichiarato che coloro che arriveranno staranno al massimo per sessanta giorni, prima di essere trasferiti altrove: saranno sessanta giorni precisi o sessanta giorni rinnovabili? Ora c’è il Ministro Salvini che porrà fine agli eccessivi sperperi ed affari in questo campo e darà un’accelerata nell’esaminare le moltissime richieste d’asilo politico, concedendolo solo a chi ne ha diritto, come facevano i suoi predecessori, soltanto che erano più lenti.

Tornando ai furti dei calici: dietro potrebbe celarsi l’ombra delle messe nere o dei riti satanici, i quali alcune volte possono condurre ad uccidere. Premettendo che i possibili moventi di quegli scippi sono solo delle supposizioni e nessuno conosce la verità, prendendo spunto da un’ipotetica motivazione affronto l’argomento. Sempre più giovani e meno giovani si sentono attratti dall’esoterismo, la quale è una trappola ben adescata per coloro che sono privi di convinzioni religiose. Uno cresciuto con ideali cristiani se ne guarderebbe bene di farsi convincere a partecipare a quei riti. Ben pochi ritrovano la fede cristiana, sono di più coloro che preferiscono abbracciare altre religioni o addirittura i riti satanici; fortunatamente ancora non ci sono masse oceaniche che cercano l’alternativa al cattolicesimo, la stragrande maggioranza degli individui vive, religiosamente parlando, nell’indifferenza.




Il sistema di videosorveglianza da poco istallato in paese, al fine di prevenire gli scippi e le rapine nelle abitazioni private e nel patrimonio storico culturale, ancora non è funzione; presto arriveranno delle nuove telecamere, ma bisogna attivarle tutte il prima possibile. Non è escluso che un domani provino a rubare oggetti con più alto valore custoditi nelle chiese, come ad esempio l’Ara del Tempio d’Ercole a San Pietro o il famoso candelabro pasquale a Santa Maria, o delle porzioni di colonne dei templi. Ciò, dei reperti storici,  che si puossono trasportare facilmente non starebbero meglio custoditi e protetti nel Museo della Città e del Territorio?

martedì 10 luglio 2018

394) LA MALASANITÀ A CORI E NEL LAZIO



LA REGIONE LAZIO DECIDE DI CONCENTRARE LE STRUTTURE SANITARIE NEI MEDI – GRANDI CENTRI, CHIUDENDO QUELLE DEI PICCOLI PAESI. POCHI OSPEDALI NON BASTANO PER IL SEMPRE MAGGIORE BACINO D’UTENZA CHE HANNO E I TEMPI PER ESSERE CURATI ADEGUATAMENTE SI ALLUNGANO DANNATAMENTE. MENO SPASSI, PIÙ SERVIZI PER I CITTADINI.



Quando la Regione Lazio decide di tagliare le strutture sanitarie dei piccoli centri della regione (come ad esempio quelle di Cori, Sezze, Priverno) non si rende conto del danno che arreca ai cittadini. Bisogna recarsi negli ospedali delle città di degna rilevanza e mettersi in lista di attesa, aspettando settimane, mesi, anni per effettuare una visita. Nel nostro caso particolare a Velletri, ad Aprilia, a Latina soprattutto, nei pronto soccorsi del Santa Maria Goretti, dell’Icot o di altri ospedali, se i casi non sono urgentissimi bisogna attendere ore ed ore per essere medicati o curati, addirittura certe volte non basta una giornata d’attesa. E se uno è in una situazione grave senza saperlo? Adesso se vai nel (presunto) punto di primo intervento corese ti dicono in molti casi di recarti altrove, dicendoti: ci vai da solo o ti portiamo noi?

Eppure a Cori avevamo un ospedale che era un piccolo gioiello: c’era un pronto soccorso efficiente, un reparto maternità, le grandi e complesse operazioni non le effettuano, ma i piccoli interventi si. Ricordo i tanti amichetti di scuola che venivano operati di appendicite nel nostro ospedale. Esso fu aperto nel 1880 col nome di “Santa Maria salute degli infermi, allorquando i Conti Cataldi adibirono parte del loro antico palazzo a punto di ricovero per gli ammalati. Negli anni 1970, quando l’antica residenza signorile destinata ad ospedale fu ampliata, la struttura sanitaria corese conobbe il massimo splendore; negli anni 1980 la vecchia mulattiera che congiungeva Cori Alto a Cori Basso fu allargata notevolmente e trasformata in strada carrozzabile (con l’antico ponte romano della Catena che venne coinvolto nei lavori che  in parte lo stravolsero), anche per facilitare il compito delle autoambulanze.  L’ospedale di Cori era già destinato alla chiusura all’alba del nuovo millennio, ma si riuscì a salvarlo convertendolo in ospedale di comunità, grazie ala particolare sensibilità delle amministrazioni comunali e regionali di quel momento. Addirittura un privato cittadino donò col suo patrimonio personale un’apparecchiatura, che ora dicono sia stata portata altrove (non so se è vera questa notizia).

Sono passati degli anni ed hanno ricominciato coi tagli alla sanità. Nella passata campagna elettorale regionale il riconfermato presidente venne a Cori, (oggi possiamo aggiungere con la faccia di bronzo) rassicurando  i politici locali della sua fazione che il nostro punto di primo intervento non sarebbe stato toccato; poi “passata la festa gabbato lo santo”. Hanno ricominciato a circolare delle voci negative sulla sopravvivenza di quel che rimane del nostro ospedale di comunità. All’amministrazione comunale corese si sono uniti i sindaci di Cisterna, Norma, Roccamassima per far pressione alla Regione al fine di scongiurare questa nefasta eventualità. Perché la regione non taglia le spese superflue, come le ricchissime prebende per i suoi consiglieri, i rimborsi per i gruppi politici, i sostanziosi vitalizi per gli ex consiglieri ed assessori e i contributi al cinema, invece di ridurre un diritto fondamentale per i  cittadini, come quello alla salute?

Durante la campagna elettorale regionale si erano stretti fortemente al presidente uscente una cricca di personaggi sfarzosi, capeggiati dal fratello attore di Nicola Zingaretti: speravano nella continuità della precedente amministrazione, cioè nell’erogazione di fondi per le rappresentazioni cinematografiche? Il cinema si, gli ospedali no! Non si rendono conto che la Regione Lazio è popolata anche da quei “paesanotti”, “burinotti”, “contadini”, “pastori” e non soltanto dalla ristretta loggia dei salotti sontuosi del suo capoluogo. Non tutti hanno i soldi necessari per delle visite specialistiche e per delle cure private. Confidando nella saggezza di chi di dovere e se ci fosse il lieto fine, non riavremo mai l’efficiente ospedale e pronto soccorso di qualche decennio fa.

A tal proposito voglio concludere con una bella poesia dialettale corese presa da un libro di Cesare Chiominto, dedicata allo storico primario del vecchio ospedale di Cori, vale a dire il dottor Bertrando Fochi, la quale ci illustra come era operativo, efficiente, professionale, il nostro presidio sanitario una volta.


Aglio dottóre Fòchi, ghierurgo                Al dottor Fochi, chirurgo

Eviva Fochi,                                           Evviva Fochi
ggènte ghierurga,                                    stirpe di chirurghi,
che ttàglia e ccóse,                                 che taglia e cuce,
nn’aùsa purga!                                        non usa purganti!

Peréntro ai létti                                       Nei letti
déglio Spedàle                                        dell’Ospedale
fa a tutti bbène                                       fa a tutti bene
facènno male.                                         facendo male

Se a ttì te zzìchia                                    Se ti pizzica
l’appendicite                                           l’appendicite
o puramente                                           oppure
l’interculite,                                            hai l’enterocolite,

se tte se smòve                                       se ti si muove
jo carcolétto                                           il calcoletto
o nno’ sfocóna                                        o non funziona bene
bbè jo cellètto,                                        il pisello

se glio ‘ngennóre                                     se il dolore
te mantè sveglio,                                    ti tiene sveglio,
se tte castìa                                             se ti castiga
torcibbudéglio,                                       il mal di pancia,

se tté lo fegato,                                       se hai mal di fegato
se ppisci fino                                          se urini poco
se tte sse’ ntùrbita                                  se ti si intorbida
sempre l’urino,                                        sempre l’urina,

se ppó le nàlisi                                        se poi le analisi
palrlano stórto                                        non sono buone
ca, pe’ ‘nna pòtise,                                   perché, per ipotesi,
te sta a dda’ ‘n córbo,                             stai per avere un colpo,

e sse a tti l’ùrgera                                    e se la tua ulcera
male se mette,                                        peggiora
e nnon c’è bbóno                                    e non ti fa effetto
lo Tagamètte,                                         il Tagamet,

se vidi móglieta                                      se vedi tua moglie
fasse ciccióna                                         diventare grassa
ca ci ss’è fatto                                         perché si è formato
quache fibblòma,                                    un fibroma,

se lle moròiche                                       se le emorroidi
te fao chicì                                              ti bruciano    
e colle càppuse                                       e con le capsule
n’te pó guarì,                                          non puoi guarire,

se glio sturòlogo                                     se l’urologo
t’è ggià spacciato                                    ti ha già spacciato
e fosse méglio                                         e sarebbe meglio
che ti èo tagliato,                                    che te lo avessero tagliato,

se a ttì la cònica                                      se la colica    
non te dà pósa,                                       non ti dà tregua,
se tte ss’accóglie                                     se ti si infetta            
l’antivenósa:                                           l’endovenosa:

non perde témpo,                                   non perdere tempo,
curi da Fòchi                                          corri da Fochi
ca cómme isso                                        perché come lui
ci ne stao póchi;                                     ce ne sono pochi;

do’ cortellate                                          due coltellate
ar punto ggiusto                                      al punto giusto
e ttu recampi,                                         e torni a vivere,
ma co’ ppiù ggusto.                                ma con più gusto.