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domenica 3 aprile 2016

308) PASQUA 2016 A BERLINO

BERLINO, LA CITTÀ EMBLEMA DELLA STORIA MONDIALE DEL ‘900, È UNA METROPOLI ALL’AVANGUARDIA: RICCA DI STORIA, D’ARTE, DI CULTURA, CHE È TORNATA AL RUOLO DI EGEMONIA SULL’INTERA GERMANIA, L’ODIERNA LOCOMOTIVA DELL’EUROPA.



Dopo il cammino quaresimale è arrivata la Pasqua, quest’anno in netto anticipo rispetto agli anni passati. Per premio mi son concesso circa quattro giorni di vacanza a Berlino. Dopo averla sentita elogiare da molti, ho avuto la curiosità di visitarla. Qualche timore di viaggiare sulle rotte internazionali dopo gli eventi tragici di Bruxelles c’era; ma anche se si va a Roma si rischia e chi non può fare a meno di andarci cosa fa? Già da qualche mese avevo programmato e pianificato il viaggio e non c’era alcun rimborso se non fossi andato, quindi…… Non sono molto costosi i viaggi di pochi giorni nelle città europee: ovviamente uno va se non ha altre spese prioritarie e se prenota con largo anticipo c’è ulteriore convenienza. Tale convenienza si riesce a trovare anche nei periodi dell’anno in cui i prezzi non si abbassano, come le feste natalizie e pasquali: ad esempio se si parte a ridosso dell’Epifania, quando tutti stanno rientrando, si spende di meno; a Pasqua idem: per Berlino sono partito il giorno stesso, il resto dei vacanzieri erano partiti nei giorni precedenti, e ho approfittato di un’offerta vantaggiosa che mi ha fatto guadagnare un giorno in più. Dopo le esperienze precedenti andate a buon fine non ho avuto nessun timore di avventurarmi da solo; se qualcuno si fosse voluto unire a me volentieri, ma tutti avevano le loro vite, i loro impegni, così come io ho il mio da fare quando gli altri organizzano differenti viaggi. Per certi versi è anche meglio andare in vacanza soli: così uno può tranquillamente visitare quello che preferisce: senza discussioni, senza adattarsi a quello che decide la maggioranza, o i pochi più carismatici, in una comitiva. 


Appena arrivato non mi ha fatto una buona impressione Berlino, vedendo il suo aeroporto un po’ vecchiotto, io che arrivavo dal grandissimo e modernissimo Fiumicino: era l’aeroporto di Berlino Ovest, che verrà dismesso appena finiranno i lavori di quello nuovo, che ingloberà l’area del vecchio aeroscalo di Berlino Est. L’odierna capitale tedesca solo da pochi anni è tornata al ruolo di prima città della Germania unita, forse prima potenza europea; il clima grigio ed austero della vecchia Ddr ancora non è svanito del tutto, per cui alcune cose restano ancora da fare e ci sono molti cantieri aperti. A Berlino i tedeschi sembrano un po’ meno freddi e meno sprezzanti nei confronti degli italiani: la politica rigida che hanno vissuto per decenni li ha resi più abbordabili rispetto ai loro connazionali dell’ovest e non possono trattar male i turisti che portano i soldi. La paura degli attentati non si sente affatto: le stazioni dei treni, delle metropolitane, le strade e gli aeroporti non sono militarizzati come da noi. Mah, evidentemente avranno dei metodi più sofisticati dei nostri per prevenire gli attentati terroristici e non si sentiranno tanto a rischio, considerando che la Germania non si impiccia molto delle faccende arabe – mediorientali. Le differenze tra est ed ovest ancora si notano, anche se presto i nuovi moderni palazzi uniformeranno tutto. Ci sono vari tipi di trasporti urbani ferrati: le U Bahn, le metropolitane sotterranee, le S Bahn, i treni  di superficie. Berlino era un piccolo paese quando nei primi del ‘700 venne scelto per capitale del Regno di Prussia, che nel 1871 unificherà la Germania, e la storia mondiale del ‘900 vi è ruotata interamente attorno: le due guerre mondiali, il nazismo, il Muro di Berlino, emblema della Guerra Fredda. Alexanderlatz, ovvero la piazza simbolo della Berlino Est, con la sua Torre della Televisione che domina tutta la città, è divenuta una piazza commerciale e di feste sfrenate: è piena di bancarelle alimentari, di birrerie all’aperto, e di tendoni con discoteche; la Casa del Municipio Rosso, adornata dai disegni della vita secondo la visione socialista, rammenda i tempi andati. La città è piena di musei: da quelli che ricordano il Nazismo, la divisione, la Ddr e il Muro (esiste ancora un pittoresco checkpoint americano), a quelli più famosi vicino al Duomo, la cosiddetta Isola dei Musei, in cui spicca il famoso Museo di Pergamo. Tale museo fu allestito a cavallo tra l’800 e il ‘900: gli archeologi tedeschi  ritrovarono e smontarono nell’Asia Minore interi templi romani, rovine dei palazzi, l’Altare di Pergamo, la Porta di Babilonia, trasportando tutto a Berlino e rimontando. Ho fatto un’ora e mezza di fila per entrare e ho impiegato altrettanto per visionare tutto, ascoltando l’audio guida in italiano, rischiando di perdere il volo del ritorno. Sono stato anche a Potsdam, una cittadina attaccata a Berlino, famosa per la conferenza degli Alleati al termine dell’ultimo conflitto mondiale, in cui c’è il famoso Parco Sansoucci, con i palazzi che erano le residenze dei Principi di Prussia e dei loro illustri ospiti. Un’altra visita interessante è stata quella allo Stadio Olimpico (Olimpyastadion in tedesco), che fu costruito dal Regime Nazista in occasione dei giochi olimpici del 1936, dove la squadra di calcio italiana trionfò nelle medesime olimpiadi e recentemente nella Coppa del Mondo del 2006. Lo stile originale di quell'impianto non è stato alterato, di moderno ci sono soltanto la copertura, il prato, i tabelloni e i sedili. Fu più magnifico visitare nell’agosto 2014 un altro impianto che vide ancora una volta l’Italia campione del mondo, nel 1982: vale a dire il Santiago Bernabeu di Madrid; lì si potevano vedere tutti i trofei e la storia del Real Madrid, gli spogliatoi, le panchine del campo e la sala conferenze stampa.

Purtroppo questi viaggi per me non durano in eterno (ma beato chi può farseli durare perennemente), bisogna ritornare alle realtà che include la vita quotidiana, ma sono senz’altro dei bei raggi di sole, da rivedere attraverso le immagini immortalate e attraverso i perenni ricordi. Quando l’aeroplano Alitalia si staccava dal suolo berlinese e volava verso le nuvole, attraverso l’oblò si vedeva tutta la città ammucchiata, ben riconoscibile era la Torre Televisiva, ho scattato qualche fotografia. Stava quasi per scendermi una lacrima pensando che in quel momento dall’alto avrei potuto prendere Berlino in una mano e a tutte le sudate, alle lunghe camminate, alle corse nei treni sotterranei e di superficie, alla Porta di Brandeburgo, al Reichstag (il palazzo parlamentare), a qualche anziano suonatore di organetto, alle mangiate e bevute nelle birrerie tedesche, nei ristoranti italiani, perfino a una contravvenzione rimediata, in quei pochi, ma intensi, giorni.

sabato 26 marzo 2016

307) FERMIAMO L'ISLAMIZZAZIONE



Bombe a Bruxelles: salta in aria l’Europa “eunuco”

di Paolo Di Caro, il


Adesso metterete le vostre idiote bandierine belghe sul profilo facebook, pronti a piangere i morti dell’ennesima strage perpetrata dal nemico invisibile, ma che grida “Allah Akbar” prima di farsi esplodere.

Lo farete dopo aver difeso la società multirazziale che a Bruxelles, come nei sobborghi di mezza Europa, semplicemente non esiste.

Siete mai stati a Molenbeeck, il quartiere della città-burocrazia nel quale si applica la legge coranica?
Avete mai respirato quell’odore acre nel quale fanatismo, delinquenza e impunità si mescolano fino a farti mancare il respiro?

Bruxelles è un simbolo dell’Europa senza spina dorsale: forte coi deboli, i Popoli costretti a subire normative vessanti e cervellotiche, debole coi forti, quelli che con le armi e dietro il paravento di un testo sacro si prendono interi quartieri e li trasformano in “enclave” terroristiche protette e inaccessibili alle forze di polizia locali.

Verrebbe da dire che chi ha difeso una finta società multiculturale e multirazziale senza regole e senza rispetto di identità e tradizioni oggi si meriti quello che accade, ma proprio la nostra cultura e le nostre tradizioni ci impediscono di gioirne.

Certo solo l’ipocrisia finto egualitarista di certo pensiero debolissimo poteva e può tollerare la proliferazione e il consolidamento di sacche di fanatismo religioso ingrassate da condizioni economiche e sociali aberranti, pronte ad esplodere (sic!) al primo accenno di reazione e di fastidio degli annoiati e imbelli Popoli di quello che enfaticamente definiamo “Occidente”.

Ieri catturiamo nel cuore di Molenbeeck il ricercatissimo Salah e oggi il terrore spappola cervelli, braccia e gambe all’aeroporto e in metropolitana, semina il panico, si fa beffe di misure di sicurezza, metal detector, cani-artificieri.


Eppure stamattina i burocrati di Schumann, di Berlaymont, di Charlemagne, di Justus Liptus andranno a lavoro nei palazzi di vetro e acciaio di questa piccola Europa, continueranno a pensare al debito pubblico della Grecia e a bacchettare le finanziarie di Spagna e Italia, mentre a casa loro, a due fermate di metropolitana, centinaia di fondamentalisti islamici insediati nel fortino di Molenbeeck esulteranno per la morte degli infedeli, protetti persino da una legge ridicola che vieta le perquisizioni notturne per non disturbare la quiete pubblica.

La guerra asimmetrica del terrorismo islamico è il poligono che entra convesso nelle debolezze concave di questo ventre molle: veniamo a casa vostra, ci aprite le porte, ci regalate le vostre case, i vostri quartieri, le vostre Città, ma se vi azzardate a reagire, o a fingere di farlo, vi facciamo saltare in aria dove vi sentite più protetti.

Le guerre sono fatte di simboli e di azioni simboliche.
Prima ancora di interrogarsi sui propri errori, una Nazione degna di questo nome e della propria lettera maiuscola farebbe irruzione in quel quartiere e se lo riprenderebbe anche con la forza, smettendola di piangersi addosso sul lettino dello psicologo e citando manuali di sociologia.

Invece metteremo bandiere del Belgio sui profili, fingeremo di intensificare la missione in Siria, insisteremo sulle politiche di integrazione e di accoglienza, senza preoccuparci minimamente del fatto che entrambi i vocaboli andrebbero declinati come sinonimi di convivenza civile, rispetto delle regole e delle tradizioni di chi ospita, garanzia di condizioni di vita che non favoriscano conflitti sociali e guerre fra poveri.

Troppo difficile, vero?

Meglio lucrare sul business dell’immigrazione, lavandosi la coscienza con un corso di formazione per mediatori culturali e un simposio sul dialogo interreligioso, tanto quanto basta per potersi accomodare nei salotti fighetti dove si predica solo il politicamente corretto.

Avete preferito questa Europa “eunuco” al conclave di Popoli e Culture che la storia vi aveva affidato, quindi risparmiate le lacrime e lasciate che a piangere siano i soli che saltano per aria mentre voi guardate la skyline di Bruxelles dai palazzi di vetro della Città-burocrazia.

Che riposino in pace.

Riproduzione riservata - ©2016 Qelsi Quotidiano

http://www.qelsi.it/2016/bombe-a-bruxelles-salta-in-aria-leuropa-eunuco/

domenica 20 marzo 2016

306) SITUAZIONE COMPLICATA PER LE DESTRE A ROMA

MELONI E SALVINI A ROMA, IN OCCASIONE DELLE PROSSIME ELEZIONI COMUNALI, FANNO DI TUTTO PER RENDERE LA SITUAZIONE ANCOR PIÙ COMPLICATA. ENTRAMBI SONO CONTRADDITTORI CON LE IDEE CHE PORTANO AVANTI.

 
A Roma, in occasione delle prossime elezioni comunali, per le destre, in situazione normale (unitaria), sarà molto difficile affermarsi, figuriamoci se verranno presentati tre candidati sindaco: Bertolaso, Meloni e Storace. Quello che ha maggiori possibilità di arrivare al ballottaggio è Bertolaso, anche se sarà un’impresa molto ardua. Non capisco perché, prima Matteo Salvini e Giorgia Meloni erano d’accordo sulla candidatura di Bertolaso (tirando un sospiro di sollievo per aver scartato tutti il quotato Alfio Marchini) e poi hanno entrambi cambiato idea. Queste stupide ripicche, gelosie, ambizioni personali, non porteranno lontano. È altresì da condannare l’ostinazione di Berlusconi, che vuol puntare a tutti i costi su Guido Bertolaso, senza sentir ragione. Le primarie potrebbero mettere tutti d’accordo, persino Francesco Storace. A Roma c’è questa fissazione per le primarie, in altre città, come Milano, i candidati sindaco della destra, o del centrodestra, sono stati scelti senza polemiche. Nello scenario romano c’è molta confusione ed incertezza sul risultato finale: in questo clima caotico potrebbe spuntarla il “Movimento 5 Stelle”, vista la disastrosa ed impopolare gestione amministrativa del centrosinistra di Ignazio Marino, ma non è esclusa la sorprendente affermazione di qualche lista civica; il M5S potrebbe essere giudicato dal popolo dannoso, poiché potrebbe bloccare molte opere pubbliche (strade, metropolitane, nuovi impianti sportivi) e la candidatura olimpica, di vitali importanza per il definitivo rilancio della città. 


La vecchia guardia leghista (Bossi e Maroni) contrasta aspramente la strategia di Salvini alle comunali romane, chiedendo allo stesso di tornare ad occuparsi principalmente del Nord e di lasciare strada libera a Berlusconi nella Capitale d'Italia. Giorgia Meloni all’inizio aveva annunciato di non candidarsi perché aveva altre cose private a cui pensare, ma evidentemente ci ha ripensato, pensando ad un eventuale successo colpo di fortuna, che la sprona a compiere un ulteriore sforzo, con la complicità di un Salvini che non ha intenzione di vedere rilanciati Forza Italia e Berlusconi in uno scenario così importante. A dire la verità la Lega Nord a Roma aveva organizzato una sorta di elezioni primarie, in cui aveva vinto Alfio Marchini: se fossero coerenti dovrebbero indicare lui come candidato. Io se votassi a Roma sceglierei tra Storace, che si avvicina alle mie idee, e Bertolaso, valido professionista apolitico, straordinario nel gestire la situazione a L’Aquila in occasione del terremoto, escluderei a priori  Meloni, che a livello politico non mi è mai piaciuta.


Non intendo fare il giudice dei costumi altrui, né tantomeno entrare nelle vite personali delle persone a me estranee; tuttavia se alcuni personaggi pubblici esprimono dei pareri, delle idee, per guadagnare consensi, uno non può fare a meno di notare che non quadrano col loro modo di comportarsi. Ad esempio Giorgia Meloni ha partecipato alla manifestazione a sostegno della famiglia tradizionale, poi ha annunciato, da non coniugata, di essere incinta. Siamo umani: dei momenti di debolezza, delle tentazioni carnali, possono invogliare chiunque e non c'è nessuna legge che vieta di avere figli al di fuori del matrimonio, ma se ella è per la tradizione perché non si affretta a celebrare uno sposalizio riparatore? Anche Salvini non è impeccabile da quel punto di vista e il suo partito si è opposto con fermezza alla legge sulle unioni civili. Inoltre questa Meloni ha dichiarato che lei farà il sindaco e il suo fidanzato sarà il cosiddetto “mammo”, umiliandolo pubblicamente. (Nessuno s'indigna, gridando al sessismo?) Suonano un po’ strane queste parole per un’esponente di destra quasi estrema: dov’è la figura dell’uomo, nel vero senso della parola, autoritario, forte, massiccio, atletico, soldato? (poi non lamentiamoci se i figli crescono male ed a volte con tendenze "strane")  Non siamo ai livelli dei talebani, dell'Isis: le donne possono uscire di casa, lavorare, impegnarsi in politica; però se lei vuole sostituirsi in tutto e per tutto agli uomini va sicuramente contro il suo orientamento politico e si macchia di discriminazioni sessiste.

Comunque spero che le diverse anime della destra riescano a riconciliarsi, senza spaccarsi, soprattutto per la partita più importante: le elezioni politiche nazionali. Le elezioni amministrative sono dei validi allenamenti.

domenica 13 marzo 2016

305) GLI INTRECCI TRA L'IMMIGRAZIONE ILEGALE ED IL TERRORISMO

VENGONO SMENTITE LE RASSICURAZIONI SECONDO LE QUALI L’IMMIGRAZIONE INCONTROLLATA CLANDESTINA, PROTETTA DALLO STATO, NON METTE A RISCHIO LA SICUREZZA E L’INCOLUMITÀ DEI CITTADINI. QUALCHE ASPIRANTE TERRORISTA VIENE OSPITATO, A SPESE DEL CONTRIBUENTE, IN ALLOGGI DI LUSSO, IN DELLE REGIONI TRADIZIONALMENTE POVERE.

 Alloggio di lusso nel quale era ospitato l'aspirante terrorista

Qualche giorno fa gli organi di informazione nazionali hanno riportato la notizia dell’arresto di un Somalo, introdottosi clandestinamente in Italia, richiedente asilo politico, ospitato in un albergo di lusso in Molise, perché aveva intenzione di farsi esplodere alla stazione ferroviaria di Roma Termini, per provocare una strage ed invitava gli altri mussulmani come lui a imitarlo, in nome della loro fede. Vengono così smentite le rassicurazioni dei nostri governanti, secondo le quali i profughi (o presunti tali), richiedenti asilo politico non hanno nulla a che vedere col terrorismo di matrice islamista.

Fanno entrare tutti, senza minimamente effettuare un rigido controllo, una rigida selezione, su chi sono e che cosa hanno fatto questi fuggiaschi. Non tutti arrivano da paesi in guerra: alcuni provengono da nazioni in piena evoluzione economica, principalmente perché tengono lontano gli estremisti religiosi. Si parla da tempo di creare dei campi profughi all’estero: da li selezionare e controllare coloro che sono i veri perseguitati e poi portarli in Europa, in America, ma nella sostanza non si è realizzato nulla di tutto questo. La Gran Bretagna tenta di agire in quel senso: infatti quei pochi rifugiati che fanno entrare li prelevano direttamente nelle vicinanze dei loro paesi, sbarrando le porte a coloro che si accalcano lungo il Canale della Manica, onde evitare di incoraggiare nuove partenze e di portarsi possibili pericoli in casa propria, e li destinano a dei lavori di fatica in alcune aree britanniche poco popolate. 
Dobbiamo sentirci colpevoli noi, se uno, per sua libera scelta, si affida a della gente senza scrupoli, che illecitamente fa miliardi a palate, consegnandole migliaia di euro, e poi pretende di sfidare il mare in piccole barche stracariche, in cui basta un’onda più grossa del solito per capovolgerle. Se invece la gente nostrana si suicida per disperazione, perché non ce la fa più a campare, non ce ne può fregar di meno. Così partono le missioni navali di contrasto all’immigrazione illegale, che producono l’effetto contrario allo scopo prefissato: una vera goduria per i trafficanti, i quali fermerebbero se effettivamente quelle operazioni fossero di vero impedimento al loro illecito operato. Certo, dispiace quando avvengono i naufragi: in aumento, come il flusso crescente delle partenze incoraggiate dalla Marina Militare. Il giornalista Mario Giordano ha pubblicato un libro – inchiesta sul gigantesco giro d’affari che c’è dietro agli approdi sulle nostre coste (Ora non vedranno l’ora che si apra un nuovo fronte sulle coste delle Puglie?). Grazie a tutto ciò delle regioni povere come il Molise e la Basilicata si ritrovano a dover vivere con delle realtà, come l’estremismo islamico, lontane anni luce dalle loro problematiche prioritarie: la lotta per la sopravvivenza ed il futuro dei giovani.

Insomma per la sinistra e per il centro, dobbiamo subire (farci rapinare, ammazzare, lasciare molti nostri connazionali ai loro gravi problemi, trattare gli ospiti da gran pascià, che si arrabbiano pure se non hanno tutte le comodità) senza reagire, in nome della bellezza multietnica. Non siamo insensibili ed impietosi di fronte alle tragedie che attanagliano alcune aree del pianeta; chiediamo maggiore disciplina, maggior rigore, al fine di salvaguardare la nostra sicurezza e la nostra civiltà.

mercoledì 9 marzo 2016

304) LE MAROCCHINATE NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE


Otto marzo, riflettiamo sulle 'marocchinate'

Ci scrive il Senatore Ferdinando Signorelli, facendo il punto su una delle pagine più orrende della nostra storia

 

"Manca tuttora nel grande libro della nostra memoria storica collettiva, la pagina veritiera riguardante la dolorosa vicenda delle 60.000 donne italiane definite le "marocchinate". Un brutto termine usato per indicare quelle vittime che, durante la seconda Guerra Mondiale, in Italia,subirono la violenza degli stupri da parte delle truppe marocchine del contingente francese della V Armata Americana. Fatti questi, che si susseguirono ed accompagnarono la loro avanzata, dallo sfondamento del fronte di guerra di Cassino nel Maggio 1944, sino ai  territori del Lazio, del Grossetano, del Senese. E' stata richiesta l'istituzione della memoria delle "marocchinate" e la locuzione di "crimine contro l'umanità", senza alcun risultato. Come pure sono stati interessati i vari governi per conoscere la sorte toccata alle 60.000 pratiche presentate dalle donne violentate per l'accertamento finalizzato al loro riconoscimento di vittime civili di guerra,ma senza nessun apprezzabile riscontro da parte della burocrazia, nelle cui agghiaccianti voragini si sono lasciate spegnere le speranze di un riscatto. E' ormai impensabile, oggi, ogni possibile ripristino di questo iter, che avrebbe effetto su un numero inconsistente di soggetti sopravvissuti. In mancanza ed in attesa di un atto formale che ponga quegli eventi nelle loro giusta collocazione storica, come avvenuto per le vittime delle foibe, riteniamo, ancora una volta, che la celebrazione internazionale per la Donna possa rappresentare l'occasione di stimolo, di solidarietà e di memoria nei confronti della vergognosa inerzia dello Stato Italiano, che non si comporta come Patria Comune.

Nei giorni che seguirono la caduta di Esperia, avvenuta il 17 Maggio 1943, 7000 "goumiers" devastarono, rubarono, razziarono, uccisero e violentarono circa 3.500 donne, di età compresa tra gli 8 e gli 85 anni. Vennero sodomizzati circa 800 uomini, tra cui alcuni ragazzi ed anche un sacerdote, Don Alberto Terrilli, parroco di Santa Maria di Esperia, che morì due giorni dopo a causa delle sevizie. Molti uomini che tentarono di proteggere le loro donne vennero impalati. In una relazione degli anni '50 si legge che "su 2.000 donne oltraggiate, il 20% fu riscontrato affetto da sifilide, il 90% da blenorragia; molti i figli nati dalle unioni forzose. Il 40% degli uomini risultarono contagiati dalle mogli. Senza contare la distruzione dell'80% dei fabbricati, la sottrazione di gioielli, abiti, denaro e del 90% del bestiame.

Queste truppe furono fatte sfilare, come "marcia premiale" , il 4 Giugno 1944, in via dei Fori Imperiali, a Roma!

 Il Presidente Onorario dell'Associazione Nazionale " Vittime delle marocchinate"

Sen. Ferdinando Signorelli


domenica 28 febbraio 2016

303) CRONISTORIA ITALIANA DAL 1940 AL 1945

LO SCRITTORE ARRIGO PETACCO RACCONTA DETTAGLIATAMENTE MESE PER MESE LA VITA QUOTIDIANA DEGLI ITALIANI (E GLI EVENTI BELLICI) DAL 10 GIUGNO 1940 AL 25 APRILE 1945, CIOÈ NEGLI ANNI DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE.


Lo scrittore, giornalista e storico Arrigo Petacco, già direttore de "La Nazione", de "La Storia Illustrata" e dello "Speciale Tg1", ha pubblicato un libro che racconta la vita quotidiana degli italiani dal 10 giugno 1940 al 25 aprile 1945: negli anni del Secondo Conflitto Mondiale. Si tratta di una piccola enciclopedia che, mese per mese nei cinque anni di guerra, narra la vita della gente comune, impegnata nella lotta per la sopravvivenza, tra i bombardamenti e tra la quantità di cibo scarso e razionato. Pochi prima d'ora avevano affrontato gli anni dell'ultima guerra in Italia da questo punto di vista: infatti i principali storici mettevano e mettono in primo piano gli eventi bellici e politici di quegli anni. 
                                                                                                   
Come tutti sapranno i cinque anni di guerra italiani sono divisi in due fasi: giugno 1940 - settembre 1943, con il Regno d'Italia parte integrante dell'Asse Roma - Berlino (e successivamente) Tokyo, in guerra contro gli Alleati (Francia e Gran Bretagna prima, Unione Sovietica e Stati Uniti dopo); settembre 1943 - aprile 1945, con la guerra (civile e non) nel territorio italiano diviso in due: occupato dai tedeschi al nord, in collaborazione con i fascisti, e dagli Alleati al sud con a fianco il governo monarchico. Nella prima fase di guerra può essere individuata un'altra parte che porta così a tre le divisioni dei periodi di guerra dell'Italia: 1940 - 1941 guerra parallela (indipendente) italiana all'interno dell'Asse, 1941 - 1943 guerra congiunta italo - tedesca (dopo le prime sconfitte italiane in Africa ed in Grecia nel primo anno). 

Già da mesi, prima del giugno 1940, si facevano le prove sugli allarmi aerei e si costruivano i rifugi; puntualmente i bombardamenti sulle città italiane settentrionali  iniziarono subito dopo il 10 giugno 1940 e ci furono alcune vittime. Roma invece fu risparmiata dalle bombe fino al 1943: per rispetto dei suoi millenari monumenti e del Papa. Il primo militare caduto fu il milanese Carlo Milinverni che era impegnato sul fronte francese. Complessivamente l'Italia ebbe tra il 1940 ed il 1945 circa 450.000 morti (300.000 militari e 150.000 civili), un numero inferiore rispetto ai caduti italiani tra il 1915 ed il 1918 (600.000 e quasi tutti militari) e altresì un numero inferiore rispetto ai caduti degli altri stati europei nella Seconda Guerra Mondiale: ad esempio l'Unione Sovietica ebbe oltre 23 milioni di morti e la Germania oltre 7 milioni. In Italia gli effetti dei bombardamenti furono inferiori in confronto al resto d'Europa: per il fatto che le case erano costruite in pietra e ciò limitava il dilagare delle fiamme, ma quando una o più bombe cadevano nelle vicinanze dei rifugi antiaerei, spesso non c'era nulla da fare e si faceva la fine dei topi. Chi poteva fuggiva dalle grandi città e si rifugiava nelle campagne, già dall'estate del '40: i quotidiani cercavano di minimizzare, visto che tutti dicevano che la guerra sarebbe durata poche settimane (molti si affrettavano ad arruolarsi con la speranza di fare in tempo), dicendo che la fuga dalle città era una corsa anticipata alle vacanze. I giornali non descrivevano realmente la situazione sui vari fronti, particolarmente quando le nostre forze armate erano in difficoltà: quando c'erano le sconfitte non se ne parlava e si dava risalto ai successi dell'Asse nei fronti ove non era impegnata l'Italia. "L'Albo della Gloria" era una rubrica dei fogli d'informazione che riportava i nominativi dei nostri militi caduti in combattimento (alcune volte pubblicavano anche le fotografie), successivamente si limitò a fornire solamente i numeri dei morti, dei feriti e dei dispersi. Dei fatti di cronaca nera non se ne parlava sui media di allora: si dava notizie solo delle sentenze di morte, mediante fucilazione, per i reati più gravi, come gli omicidi, lo spionaggio militare pro - Alleati e in alcuni casi la borsa nera. Nel cuore della guerra, dopo circa vent'anni ricominciarono gli scioperi nelle fabbriche. I contadini e gli operai non avevano la certezza di conservare il posto di lavoro, una volta terminato il conflitto, spogliati dalle vesti militari e tornati alla vita civile, potevano solo sperare sul buon cuore dei padroni; gli impiegati invece erano privilegiati da quel punto di vista.

alcuni manifesti invitanti al silenzio, onde evitare lo spionaggio nemico

Nonostante la guerra e le privazioni, gli svaghi e i divertimenti fino al 1943 non mancarono: cinema, teatro, campionati di calcio, ciclismo, Mostra del Cinema di Venezia.  Quando i militari tornavano a casa per le licenze, davano ai familiari un quadro reale della situazione sui fronti e nelle retrovie, smentendo le visioni fasulle dei giornali, dei cinegiornali e della radio. Il fenomeno della Resistenza, cioè della guerriglia interna contro gli occupanti, nacque nella Seconda Guerra Mondiale: gli Italiani, prima di ritrovarsela in casa, la fronteggiarono in Jugoslavia ed in Grecia. I civili in Italia avevano diritto a una quantità modesta di cibo al mese, bisognava avere un'apposita tessera, ma chi era benestante illegalmente ricorreva alla borsa nera e nelle campagne si soffriva meno la fame. Anche i ristoranti dovettero adeguarsi alla magra di quel tempo di guerra. In quegli anni si inventavano cibi alternativi: surrogati di caffè, sigarette con comuni foglie, pane non fatto col grano e la farina, la biancaspuma, che sostituiva il latte e lo zucchero; si realizzarono metodi alternativi ala legna da ardere per scaldarsi, come ad esempio bagnare la vecchia carta, farla asciugare. Nelle città saltarono fuori i ciclotaxi, il cuoio fu bandito dalle suole delle scarpe e fu sostituito dal cartone. Si raccoglieva metallo ovunque, anche spogliando le recinzioni dei parchi pubblici, per realizzare cannoni ed altre armi da guerra. Nelle aree verdi pubbliche delle città nacquero gli orticelli di guerra. Le inserzioni sui giornali, con l'avanzare della guerra, si intensificarono: la gente comune metteva in vendita quasi tutti gli averi per comprare cibo. Con l'arrivo degli Alleati al sud la grande fame in un primo momento si attenuò. Sono descritti i noti episodi della Resistenza e della "Campagna d'Italia": incursioni partigiane, rappresaglie, combattenti di Salò, del Regno del Sud, Anzio, Montecassino, liberazione di Roma, di Firenze, del Nord, uccisione di Mussolini. Non solo i tedeschi, anche gli americani alcune volte si macchiarono di crimini contro i civili, ma a differenza dei primi, quando venivano scoperti, i loro comandi li processavano e li condannavano a morte; non si può dire altrettanto per i marocchini. Con il ripristino dell'autorità monarchica a Roma anche il direttore del carcere di Regina Coeli, Pietro Caruso, fu processato e condannato a morte per collaborazionismo con i tedeschi, mentre il suo vice fu linciato dalla folla. 

Insomma questo volume è un bel lavoro. Ora non so come l'autore del libro la pensi politicamente, ma sembra che sia molto obbiettivo: descriva gli eventi come cronaca senza schierarsi.

mercoledì 24 febbraio 2016

302) I SOLITI DEPRIMENTI DATI ISTAT

LE STATISTICHE SULLA POPLAZIONE ITALIANA NON CAMBIANO MAI DI ANNO IN ANNO: SEMPRE MENO NASCITE, SEMPRE PIÙ ITALIANI IN FUGA, SEMPRE PIÙ ANZIANI E SEMPRE PIÙ STRANIERI. PER LA POLITICA È TUTTO NELLA NORMA: NON PRENDE PROVVEDIMENTI PER LA SALVAGUARDIA DELLA NOSTRA IDENTITÀ, DELLA NOSTRA CIVILTÀ, PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI.


Indicatori demografici

Al 1° gennaio 2016 la popolazione in Italia è di 60 milioni 656 mila residenti (-139 mila unità). Gli stranieri sono 5 milioni 54 mila e rappresentano l'8,3% della popolazione totale (+39 mila unità). La popolazione di cittadinanza italiana scende a 55,6 milioni, conseguendo una perdita di 179 mila residenti.

I morti sono stati 653 mila nel 2015 (+54 mila). Il tasso di mortalità, pari al 10,7 per mille, è il più alto tra quelli misurati dal secondo dopoguerra in poi. L'aumento di mortalità risulta concentrato nelle classi di età molto anziane (75-95 anni). Il picco è in parte dovuto a effetti strutturali connessi all’invecchiamento e in parte al posticipo delle morti non avvenute nel biennio 2013-2014, più favorevole per la sopravvivenza.

Nel 2015 le nascite sono state 488 mila (-15 mila), nuovo minimo storico dall’Unità d'Italia. Il 2015 è il quinto anno consecutivo di riduzione della fecondità, giunta a 1,35 figli per donna. L'età media delle madri al parto sale a 31,6 anni.

Il saldo migratorio netto con l'estero è di 128 mila unità, corrispondenti a un tasso del 2,1 per mille. Tale risultato, frutto di 273 mila iscrizioni e 145 mila cancellazioni, rappresenta un quarto di quello conseguito nel 2007 nel momento di massimo storico per i flussi migratori internazionali. Le iscrizioni dall’estero di stranieri sono state 245 mila e 28 mila i rientri in patria degli italiani. Le cancellazioni per l'estero riguardano 45 mila stranieri e 100 mila italiani.

Gli ultrasessantacinquenni sono 13,4 milioni, il 22% del totale. In diminuzione risultano sia la popolazione in età attiva di 15-64 anni (39 milioni, il 64,3% del totale) sia quella fino a 14 anni di età (8,3 milioni, il 13,7%). L’indice di dipendenza strutturale sale al 55,5%, quello di dipendenza degli anziani al 34,2%.

Diminuisce la speranza di vita alla nascita. Per gli uomini si attesta a 80,1 anni (da 80,3 del 2014), per le donne a 84,7 anni (da 85). L'età media della popolazione aumenta di due decimi e arriva a 44,6 anni.




È monotono ascoltare o leggere ogni volta i dati che elabora l'Istat: anziani e stranieri in aumento, italiani e natalità in diminuzione; non si verifica mai una controtendenza. La denatalità in sé farebbe pure bene al paese, perché eviterebbe il sovraffollamento in un territorio con un'alta densità di popolazione, se non fosse per la vita media che si allunga sempre di più, di conseguenza c'è una massiccia fascia di pensionati da mantenere, e se non fosse che fuori dell'Europa la popolazione cresce a ritmi vertiginosi: in futuro ci sarà il rischio di venire schiacciati e cancellati. L'Asia sta registrando una lieve frenata alla natalità, l'Africa no. La Cina ha abolito l'obbligo del figlio unico: nasceranno altri centinaia e centinaia di milioni di cinesi, molti dei quali saranno stivati nei sottoscala per venti ore al giorno a produrre robaccia. La politica in Italia, in Europa, anziché mettere al centro della propria agenda la famiglia, l'incitamento alla procreazione, mettendo nelle condizioni necessarie i giovani nell'operare in tal senso (più lavoro, meno sgravi fiscali, più asili nido, aiuti economici, ecc.), la salvaguardia della nostra civiltà, cultura ed italianità, dà priorità all'immigrazione e all'omosessualità. I politici antinazionali vanno fieri delle loro scelte e non si rendono conto che quelle loro decisioni sono alcune delle molteplici cause per cui nascono sempre meno bambini: alcuni non vedono un buon futuro per una nuova vita in mezzo a tutta questa immigrazione e nell'incremento della propaganda omosessuale, perché da adulto il neonato di oggi potrebbe rimanere vittima di violenze di matrice integralista islamica o di violenza criminale comune, oppure potrebbe legarsi sentimentalmente a un islamico/a e convertirsi all'Islam, o ci saranno maggiori probabilità rispetto al passato che diventi sodomita (molti commenti in rete denotano queste paure). Così si preferisce fuggire dall'Italia in paesi tranquilli, dove regna la quiete e la disciplina: i giovani  per cercare fortuna, gli anziani per godersi le pensioni senza costi della vita e tasse eccessive, tutti per vivere in pace e serenità. L'immigrazione non cessa nonostante la crisi, anche se ci sono meno ingressi rispetto al recente passato. Abbiamo un tasso di disoccupazione che è al 13%, quindi come si manterranno i milioni e milioni di stranieri che vorrebbero far entrare per incrementare la forza lavoro, mantenere i servizi, le pensioni e per sostituire la popolazione italiana che non figlia quasi più? Se si creerà nuovo lavoro non dovrebbero dare la priorità agli italiani? Ci vorrebbero dei cambiamenti politici radicali per far tornare il buonsenso, ma ci saranno sempre i paletti della Consulta e dell'Europa che lo impediranno, per questo sarà molto difficile (ma non impossibile) che i futuri dati statistici ci faranno sorridere.

martedì 9 febbraio 2016

301) NO ALLO STRAVOLGIMENTO DELLA NORMALE FAMIGLIA

SI A DEI PATTI DI CONVIVENZA, RICONOSCIUTI A LIVELLO GIURIDICO, NON SOLTANTO TRA PERSONE CHE HANNO UNA RELAZIONE SENTIMENTALE; NO ALL'EQUIPARAZIONE DEGLI STESSI CON LA FAMIGLIA TRADIZIONALE E NO ALLE ADOZIONI DEI BAMBINI ALLE COPPIE OMOSESSUALI. 



In queste ultime settimane ci sono state delle accesissime discussioni sul progetto di legge in esame nel Parlamento Italiano che prevede anche in Italia il riconoscimento giuridico delle convivenze e addirittura i parlamentari vorrebbero legalizzare le adozioni dei bambini da parte delle coppie omosessuali. Ormai è un dato di fatto che molte coppie che vivono un legame sentimentale non necessariamente si uniscono in matrimonio: è la logica conseguenza della modernizzazione e della secolarizzazione, le quali stravolgono le tradizioni di millenni; i genitori "vecchio stampo" e "antiquati" cercano invano in molte occasioni di dissuadere i loro figli a vivere come concubini (questa parola fino a qualche decennio fa destava molto scandalo, così come le gravidanze extra-matrimoniali, mentre oggi nessuno si sconvolge più). Sono d'accordo a un riconoscimento legale delle convivenze (non soltanto tra persone legate sentimentalmente, anche tra coloro che semplicemente condividono un tetto), non sono d'accordo all'equiparazione tra le stesse e la famiglia tradizionale. A me non importa nulla se le persone legate da un rapporto intimo, compresi gli omosessuali, convivono, soltanto che, se le convivenze verranno equiparate ai matrimoni, sempre più gente sceglierà la prima scelta, così un vincolo sacro, vecchio di millenni, una tradizione legata ai valori religiosi della patria di appartenenza si disintegrerà per sempre. Sarà bene tenere anche in futuro un abisso tra coppie informali e coppie unite ufficialmente da un vincolo sacro, che è il punto portante della famiglia, della procreazione. Alcune persone che coabitano senza essere unite in matrimonio sono della stessa mia idea: per loro la convivenza è un primo passo verso l'altare; anch'io se convivessi non cambierei parere. Ormai tutto l'occidente ha legalizzato le convivenze, addirittura le unioni omosessuali con le adozioni; in Italia c'è la sede centrale della Chiesa Cattolica, da questo punto di vista può essere considerato un bene: è fortissima la sua influenza sull'opinione pubblica e sulle istituzioni, anche se siamo arrivati al divorzio e all'aborto nonostante la contrarietà del Vaticano. 



Dico assolutamente no alle adozioni dei bambini da parte delle coppie omosessuali. A parte quell'inglesismo orrendo (stepchilp adoption), che deturpa sempre più la nostra lingua (perché non interviene la Consulta, visto che la Costituzione Italiana dice chiaro e tondo che la lingua ufficiale d'Italia è l'italiano? Quell'articolo costituzionale dovrebbe valere soprattutto per le istituzioni); come si fa ad affidare un bambino a due padri o a due mamme, stravolgendo il normale equilibrio? Il fanciullo crescerà molto male sicuramente se gli faranno credere che l'anormalità è la normalità. La natura dice che per "fabbricare" una nuova vita umana sono necessari due sessi diversi. Quando un bimbo cresce con un solo genitore, o a causa di divorzi o a causa di vedovanze, egli sa con certezza che ha un padre o una madre che non vivono con lui, o sa di averli avuti: grazie alla loro unione è venuto al mondo. Se un pargolo chiederà ai due genitori sodomiti come lo hanno creato cosa risponderanno? Qualcosa non quadrerà.




Avete visto a che livelli ci stanno portando? E per certi politici tutto rientra nella norma. Quelli che sostengono questo governo e nelle politiche 2013 furono eletti con il Pdl, oltre che mostrare una scarsa coerenza verso gli elettori che li hanno portati lì su, perché gli stessi volevano mantenere la famiglia tradizionale e volevano regole ferree verso l'immigrazione, mostrano incoerenza anche verso loro stessi, non mollando le poltrone: il profitto e la carriera per loro viene prima degli ideali di bandiera. Abbaiano, abbaiano ma non mordono: non minacciano di far cadere il governo per ottenere il ritiro della norma sulle adozioni. Quando hanno visto i ministeri e i sottosegretariati hanno perso il lume della ragione, infischiandosene di tradire gli elettori. 

giovedì 28 gennaio 2016

300) NOTIZIE CONVENIENTI E NOTIZIE SCOMODE

IL POLITICAMENTE CORRETTO OVVIAMENTE INFLUENZA LA STAMPA: INFATTI LE NOTIZIE VENGONO INGROSSATE O VENGONO TENUTE SEGRETE A SECONDA DELLE CONVENIENZE.


La scorsa settimana i media hanno scatenato un putiferio sulla notizia del sacerdote che inizialmente si era rifiutato, durante un funerale cattolico, di benedire la salma di una signora marocchina, per poi ripensarci per l'indignazione della gente. Se la donna in questione, di religione islamica, è stata ammessa nel rito cattolico funebre, il prete avrà sicuramente sbagliato a comportarsi in quel modo. Prima di quelle esequie c'era stata un'ampia discussione tra le alte gerarchie ecclesiali sulla questione se ammettere o no una non cattolica nel rito funebre: alla fine hanno deciso per il si, considerando che la signora si stava avvicinando al cattolicesimo. Quindi, dopo le dovute autorizzazioni, non si capisce come mai il prete si sia comportato così: su questo sono d'accordo. Mi chiedo soltanto perché ingrossare in modo spropositato questo piccolo fatto e non fare altrettanto con degli episodi di cronaca più gravi. Ah già, perché la stragrande maggioranza dei mezzi di comunicazione devono attenersi alle disposizioni "corrette politicamente", tendenti alle mode del momento e al "progressismo politico". Di seguito riporto una notizia ignorata dai grandi quotidiani, ad eccezione de "Il Tempo" .

Da noi saresti una p..." Aggredita una soldatessa

"Nel nostro paese le donne sono considerate p..ne (…) Se non ci lasciate andare vi ammazziamo"

Così due giovani africani si sono rivolti ad una soldatessa che presta servizio a Roma alla fermata Cipro della metro. I due africani, secondo quanto racconta il Tempo, sono stati arrestati. Accusati di lesioni e resistenza a pubblico ufficiale hanno patteggiato la loro pena: 6 mesi di reclusione. Si tratta di un 23enne proveniente dal Senegal e di un 25enne originario della Guinea. Gli imputati hanno un regolare permesso di soggiorno e svolgono servizi di sicurezza presso alcuni negozi del centro storico di Roma. Martedì scorso, verso le 14,30, stavano tornando dalla pausa pranzo quando, dopo essere entrati all’interno della stazione della metropolitana Cipro, a Prati, erano stati notati dai militari dell’Esercito che sorvegliano gli obiettivi sensibili della Città Eterna.

"Uno di loro, dopo aver guardato verso di noi – ha spiegato in aula la soldatessa – ha sputato". Poi le ingiurie: "Tu al mio paese avresti fatto una brutta fine. Se non ci lasciate andare vi ammazziamo", avevano continuato a urlare cercando di "disarmare e strappare di dosso all’agente – recita il capo d'imputazione - l’arma". E ancora: "Nel nostro paese le donne sono considerate p..ne". Da questo scambio verbale ne è nata una colluttazione. E i due sono stati arrestati e processati per direttissima. "Quello che sembrava essere un fatto politico, magari legato al terrorismo, si è dimostrato essere un fatto culturale, legato alla diversa considerazione della donna-ha dichiarato illegale della difesa, Andrea Panfili – Uno dei due africani, secondo gli operanti, si era mostrato infastidito alla vista di una donna soldato. Secondo i miei assistiti erano solo irritati perché dovevano tornare in fretta sul posto di lavoro".
Mario Valenza - Gio, 21/01/2016 - 16:23


Quelle aree politiche solitamente sono così sensibili su questi temi: parità di sessi, anzi di genere, violenza sulle donne, femminicidio (nuovo vocabolo istituito appositamente), femminismo, eccetera. Immaginiamo se gli autori di quell'aggressione fossero stati degli italiani: per giorni avremmo avuto dei titoloni sui giornali e le discussioni infuocate avrebbero dominato le trasmissioni televisive. Invece se si tratta di "preziose risorse", elevate al rango di semidei,  meglio imboscare tutto.  Appunto: se si tratta di esseri in parte divini non bisogna toccarli per non scatenare le ire degli Dei dell'Olimpo. Noi invece dell'altra parte politica non ci stiamo e ci ribelliamo, a costo di beccarci le maledizioni di Giove: auspichiamo che coloro che compiono atti simili vengano allontanati al più presto.

mercoledì 20 gennaio 2016

299) RIMUOVERE LA STORIA PER LEGGE


Non chiamatelo "gadget"

Demagogia spicciola in casa Pd: cosa non si fa per un titolo sui giornali

 

Quella proposta di legge che vuole impedire la vendita di oggetti che richiamano a Mussolini e al Fascismo è un'offesa alla storia
È sbagliato il concetto di fondo. Profondamente sbagliato. Ed ecco perché in Italia si perde del tempo dietro a uno come l'onorevole Fiano, che se c'è una cosa che ha capito è che basta pronunciare il nome "Mussolini" ed ecco, magicamente, la notorietà, i titoloni, i dibattiti.
Il problema sta nel fatto che Mussolini non è un "gadget", Mussolini è storia. Il Fascio littorio non è un "gadget", anch'esso è storia. Per quale motivo se andiamo a Venezia e compriamo una riproduzione di una gondola la chiamiamo "souvenir" mentre un busto del Duce lo chiamiamo "gadget"?
Andiamo con ordine. Se vado a Roma e trovo una bancarella con il busto di Giulio Cesare posso comprarla e portarmela a casa. Se vado al Cairo posso acquistare una riproduzione della maschera funeraria di Tutankhamon. E così via, a Milano potrei acquistare una statuetta del Duomo, a Napoli un quadro di Totò o di Eduardo, ad Assisi una cartolina di San Francesco e passando per Foligno sarebbe cosa buona e giusta portarsi a casa anche un ritratto di Santa Chiara. Potrei fare una lista infinta, no? E allora qual è la ragione di tanto clamore quando si parla di un busto del Duce o di una riproduzione del Fascio littorio? La storia è storia, ma di che parliamo?
La questione è che l'errore sta a monte. Ma quali "gadget"? Souvenir, semmai. Riproduzioni di personaggi e vicende storiche, questo è. Come il Colosseo, come il sarcofago di Tutankhamon eccetera, eccetera, eccetera. Insomma Mussolini non è un "gadget", è un personaggio storico. E anzi sarebbe cosa giusta poterne acquistare un ritratto non solo a Predappio ma in ogni negozio d'Italia.
Qui non è una questione di "democrazia", il problema della "democrazia" non va neppure posto. È sbagliato il punto di vista: che si "possano" produrre, vendere e acquistare prodotti che riproducono il volto di Mussolini, o i simboli del Fascismo, è cosa ovvia, non deve neppure essere messa in discussione. Poi, mi scuseranno i "compagni" del Pd, ma allora dovranno arrestare pure il loro Sindaco (Pd) di Predappio, perché l'amministrazione ha di recente prodotto e diffuso una medaglia commemorativa della Fondazione della Città che reca l'immagine della Casa del Fascio e, dal lato opposto, il vecchio simbolo di Predappio con un bel Fascio littorio in bella mostra. Quella medaglia come vogliamo definirla? Un "gadget"? No, quella bellissima medaglia è un oggetto commemorativo di un fatto storico. Dunque Frassineti può e gli altri comuni mortali no?
Ancora: c'è stata - appena sono scattati i 70 anni dalla morte di Benito Mussolini - una corsa alla pubblicazione del suo "Diario di Guerra". È stato pubblicato da almeno tre case editrici. Giusto, è storia. Evviva! A proposito, Il Giornale d'Italia pubblica stralci di quel Diario da un pezzo, a noi la storia sta a cuore sempre (quotidianamente è il caso di dire), e siamo a disposizione di tutti, on line e pure gratis. Insomma, il "Diario di Guerra" di Mussolini possiamo forse chiamarlo "gadget"? No, dunque. Non lo è, come non lo sono i busti, i Fasci eccetera.
C'è poi un'altra questione: e cioè dell'oggettistica varia e multiforme che gira in commercio. E questo è un altro paio di maniche. Perché vi sono oggetti alquanto discutibili, che non fanno onore alla storia e che - quelli si - andrebbero "vietati", per una questione di rispetto della nostra vicenda patria. Per esempio, le "mutande". Ma insomma, si possono commercializzare "mutande" con il volto del Duce? Ecco, facciamo un esempio: ve lo immaginate un paio di mutande con l'effige di Giulio Cesare? Dobbiamo essere seri, e fare le cose per bene. Le "mutande", onorevole Fiano, le faccia togliere dal commercio, pensi che sarei persino d'accordo con lei!
Questione a parte, poi, sono gli oggetti di stampo nazista. Quella non è storia nostra, se vogliono possono venderli a Berlino, da queste parti sono alquanto inopportuni e contribuiscono alla confusione che è sin troppo ben diffusa tra Fascismo e Nazismo. Parliamo di due esperienze storiche diverse, diversissime. Il fatto di aver avuto un "alleato scomodo" in un periodo della nostra storia non significa che dobbiamo continuare a fare confusione e a contribuire alla diffusione di un messaggio sbagliato, inesatto, incompleto e deviante. L'Italia pensi alla sua, di storia, anche perché non ha proprio niente da invidiare a quella degli altri Paesi, tantomeno alla Germania, soprattutto se ci riferiamo a quel preciso momento storico. Ecco, se in Italia togliessimo di mezzo le "svastiche" e i busti di Hitler sarei contenta. Chi ne volesse acquistare potrebbe andare a farlo a Berlino, è affare germanico e non italiano. Ma basta, seriamente basta, con queste provocazioni, onorevole Fiano. Pensi, se proprio vuole impegnarsi per il bene di questo Paese, a fare una legge che aiuti gli Italiani che non arrivano alla fine del mese, faccia qualcosa di sociale e di popolare. Guardi che l'esempio può trovarlo agevolmente in quei simboli a cui lei è tanto ostile. Apra la sua mente, tolga i paraocchi e la smetta con la demagogia, ché gli Italiani hanno ben altre questioni da risolvere. 
Emma Moriconi9/01/2016 11:25
http://ilgiornaleditalia.org/ 

Dux sulla neve: arresteranno il monte Giano per apologia di fascismo?


Chissà se l’onorevole Fiano e compagnia bella ora arresteranno anche la neve? Chissà se Laura Boldrini denuncerà il monte Giano per “apologia di fascismo”? Chissà se scatterà l’allarme rosso, visto che sta ancora spopolando sul web la fotografia con la scritta “DVX”. È bastata una nevicata leggera per accentuare il contrasto fra terreno e alberi, è bastato un cielo limpido e senza un fiulo di foschia «ed ecco che nonostante i 90 chilometri di distanza la scritta DUX (a essere romanamente precisi DVX) appare nitida agli occhi di chi si affaccia dal Gianicolo o da Monte Mario», come riporta in bella vista il Messaggero: fotografia (di Francesco Toiati) e notizia poi rilanciate in rete a più non posso. Fu un omaggio a Benito Mussolini datato  1939, quando  venne sagomata sul territorio del comune di Antrodoco, in provincia di Rieti, sul Monte Giano, un’abetaia di  20mila alberi su una superficie di otto ettari dagli allievi della Scuola delle Guardie Forestale di Cittaducale. Ironia della sorte la “neve fascista”  è caduta proprio mentre la ridicola proposta di legge dell’onorevole Fiano del Pd di vietare per apologia di fascismo ogni tipo di gadget mussoliniano veniva presa a sberleffi in rete dalla maggoriu parte dell’opinione pubblica, non certo fatta di soli nostalgici.

Dux, la storia dell’omaggio a Mussolini

«Nel dopoguerra, tra incuria e incendi nonché l’aggiunta, certo casuale, di altri abeti, l’imperitura scritta rischiò più volte di scomparire, poi nel 1998 la giunta regionale di centrosinistra di Badaloni stanziò 260 milioni di lire, ufficialmente per la manutenzione di quei boschi», si legge sul quotidiano romano. «Due anni dopo divampà un incendio e  le fiamme a ridosso degli abeti furono spente in extremis dagli elicotteri della Protezione civile a cui si era appellato con grande apprensione Luigi Ciaramelletti, reatino e assessore regionale alla Cultura della giunta Storace. Tra polemiche nella Capitale e ritardi si giunse così al 2004 prima che i lavori dei boscaioli sul versante del monte Giano (1.820 metri) rendessero di nuovo ben distinta la scritta, riconosciuta patrimonio artistico e monumento naturale senza uguali al mondo. Anche in nome di mai dichiarate alleanze tra Sinistra e Destra del reatino che negli anni hanno sempre difeso le tre letterone che campeggiano anche sui viaggiatori, magari pure turisti, in viaggio sulla trafficata Salaria. “La lotta al fascismo e alle sue eredità non si fa con la motosega” dichiarò del resto Roberto Giocondi, del Pd sabino». Intanto il web continua a scatenarsi ed è giù cliccatissimo l’“evento” a cui sono invitati tutti gli italiani… “Una settimana bianca con gli onorevoli Boldrini e Fiano sul Monte Giano, per curare la loro ossessione contro il Duce”. Data, il prossimo 14 febbraio alle 17.

martedì 12 gennaio 2016

298) BREVE VIAGGIO IN PORTOGALLO

IL PORTOGALLO NON SARA' UNA NAZIONE RICCHISSIMA, MA E' ALL'AVANGUARDIA PER LE INFRASTRUTTURE, CONSERVA LA PROPRIA IDENTITA' STORICA, RELIGIOSA, NAZIONALE ED A VOLTE E' SIMILE AL NOSTRO TERRITORIO PER IL PAESAGGIO AGRICOLO. 

Il mio 2016 è iniziato con un breve viaggio di quattro giorni in Portogallo: precisamente nelle due maggiori città del paese (Oporto e Lisbona) e in qualche piccolo centro limitrofo di importanza storica - religiosa. Il Portogallo è un'antica terra di grandi navigatori (Enrico il navigatore e Vasco da Gama per esempio) e nel '500 era la maggiore potenza del mondo: tant'è vero che quando Cristoforo Colombo per la Spagna scoprì le nuove terre americane, gli spagnoli, sapendo della fortissima concorrenza portoghese nel navigare i mari, furono costretti ad accordarsi coi lusitani tramite il papato, il quale stipulò un accordo. Oggi è una piccola nazione non molto influente, sarà anche più povera rispetto all'Italia e qualche situazione di degrado è presente; però per alcuni aspetti è migliore a noi. 

Dal punto di vista delle infrastrutture sono molto avanti: i due maggiori aeroporti del paese (di Lisbona e di Oporto) sono grandissimi e sono collegati ai centri delle città con delle efficienti linee di metropolitane (la maggioranza paga il biglietto, alla faccia del luogo comune "i portoghesi"), le strade a doppia carreggiata sono presenti anche nei piccoli centri di importanza turistica, dei grandissimi ponti agganciano un capo all'altro di Lisbona e di Porto (o Oporto) e al termine di uno di esso (il 25 aprile: prende il nome dal giorno dell'inizio della Rivoluzione dei Garofani) c'è una grandissima statua del Cristo a simboleggiare la tradizione religiosa. (In italia un'opera pubblica di importanza strategica è di difficile realizzazione: o perché la burocrazia lo impedisce, o perché ci sono i soliti oppositori e c'è il rischio che la mafia mangi tutto e costruiscano con materiali scadenti) In ogni luogo pubblico, in ogni trasmissione televisiva, in occasione delle feste natalizie, era presente un albero di natale e ovviamente le città erano illuminate a festa: nessuno sognerebbe mai di rinunciare ai propri simboli nazionali. In Portogallo è presente una consistente comunità africana, originaria delle ex colonie dell'Angola, del Mozambico, del Brasile, che è ben inserita nel tessuto storico, religioso, linguistico portoghese; di islamici non ce ne sono quasi. Nei luoghi turistici, nelle stazioni e negli aeroporti prima ci sono le scritte portoghesi, poi inglesi ed altre; sui manifesti campeggia la scritta pt., il dominio internet portoghese, che come si legge, è il simbolo del loro orgoglio nazionale. I prodotti che produce la terra rendono la Lusitania (antico nome del Portogallo) simile al nostro territorio: in particolare per i vini (famosi quelli di Porto) e per l'olio di oliva. 


Un giorno ho partecipato ad un'escursione organizzata, con tanto di guida, a Fatima e dintorni. I grandi monasteri che ci sono, sono il frutto dei voti dei sovrani del Portogallo per le vittorie nelle guerre: contro gli Arabi e contro gli Spagnoli. Il paese di Fatima prende il nome da una principessa araba fatta prigioniera dai cristiani e convertita al cristianesimo dalla consorte del primo Re portoghese, Mafalda di Savoia; oggi è famosa per la Madonna apparsa nel 1917 ai tre pastorelli con i suoi tre segreti e ci sarebbe da dibattere. All'inizio avevo un po' di soggezione a recarmi a Fatima, poi ho vinto la paura pensando alla Madonna del colle in cui ebbi i natali, ai margini di quel Latium Vetus, origine di quei popoli latini, che grazie alla maestosità di Roma antica, i discendenti sono presenti pure lì, nella lontana Lusitania: ho pensato che la Madonna è sempre quella. Inoltre la presenza dei ristoranti, dove si mangia molto bene e si spende poco, del centro commerciale che vende gli articoli religiosi, che benedicono al termine di ogni messa, e il comportamento consueto della gente del luogo (che è uguale a quella delle altre parti, con pregi e difetti),  mi hanno messo ancor di più a mio agio. Infine è da citare il Portogallo come la terra dell'esilio di alcuni sovrani di Casa Savoia (nonostante qualche errore commesso dai Re d'Italia, quella casata ha restituito all'Italia l'indipendenza e la dignità di Roma antica, dopo secoli e secoli di umiliazioni, di vergogne e di sottomissioni): Carlo Alberto, che diede inizio alla stagione risorgimentale, che a Oporto ha una piazza e un teatro intitolati, e Umberto II che chiuse il ciclo dei Sovrani Savoia in Italia. 

Quando un viaggio finisce la tristezza è maggiore delle perplessità iniziali e della soddisfazione di avercela fatta.

lunedì 4 gennaio 2016

297) IL PRIMO DISCORSO DI FINE ANNO DI MATTARELLA

I buonisti dell'immigrazione spiazzati dal rigore del Colle

Mattarella invoca espulsioni per chi viene in Italia per delinquere e sconfessa la sinistra dell'accoglienza a tutti i costi. Ma nessuno prende le distanze

Massimo Malpica - Sab, 02/01/2016 - 08:31



Roma - C'è un passaggio nel primo messaggio di fine anno da presidente della Repubblica di Sergio Mattarella che ha rischiato di spiazzare il nucleo «buonista» del centrosinistra.

Qualcosa che non è sfuggito, per esempio, a Matteo Salvini. Il leader leghista alle 20.50 su Facebook annuncia: «Perfino il frizzante Mattarella dà ragione alla Lega: espulsioni per le centinaia di migliaia di clandestini presenti in Italia, che da mesi Renzi e Alfano mantengono in case e alberghi. E chi arriva in Italia, ne deve rispettare leggi e tradizioni». Naturalmente Mattarella, da vecchio esponente della sinistra Dc, non ha usato esattamente il tono e le parole del numero uno del Carroccio. Auspicando espulsioni solo per gli immigrati «pericolosi». Ma per altri versi è andato persino oltre.Nella scaletta del rapido discorso a reti unificate, per dirne una, Mattarella ha messo in fila lavoro, evasione fiscale, ambiente. Per poi passare al terrorismo fondamentalista e all'immigrazione. In una sequenza collegata non solo temporalmente, se concludendo il tema dell'accoglienza l'inquilino del Quirinale reclama la «collaborazione» delle comunità straniere «contro i predicatori d'odio e contro quelli che predicano violenza», o se parlando del «pregiudizio» il Capo dello Stato ne fa un problema bipartisan, che dunque va abbattuto «da una parte e dall'altra».

Non solo «peccato» degli italiani, insomma, ma anche degli stranieri che non si integrano. Verso i quali «serve accoglienza», concede Mattarella, che subito dopo aggiunge: «serve anche rigore». Richiamando esplicitamente la necessità di rimpatriare, ovviamente in modo «dignitoso», i migranti che non hanno diritto all'asilo.Solo buon senso, forse, ma non così scontato. «Chi è in Italia - detta la linea il presidente della Repubblica - deve rispettare le leggi e la cultura del nostro Paese». Quelli che non lo fanno, quelli che invece commettono reati «devono essere fermati e puniti, come del resto avviene per gli italiani che delinquono». Ma a differenza degli italiani, aggiunge Mattarella, gli stranieri «che sono pericolosi vanno espulsi».La cosa singolare è che mentre Salvini plaude ai richiami del Quirinale a un maggior rigore sull'immigrazione, nessuno nel centrosinistra azzarda un seppur timido distinguo o prende le distanze. I professionisti del buonismo, spiazzati, si allineano. E i commenti, anche quelli di Sel e Sinistra italiana, sono tutti di elogio. Rimarcano la valenza «sociale» delle parole del presidente, plaudono (lo fa Nicola Fratoianni) al discorso da «bene comune», sottolineano la lotta alle diseguaglianze e glissano sugli stranieri da rimpatriare, sui pregiudizi al contrario, sui «migranti che sbagliano», sui predicatori dell'odio. Così il primo messaggio dal Colle di Mattarella diventa ecumenico. A sua insaputa.

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ll primo discorso di fine anno di Sergio Mattarella: la critica (silenziosa) a Renzi


Uno schiaffone a Renzi in diretta tv. Nel suo stile sobrio e riservato, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella regalerà Capodanno amaro al premier. Il primo discorso da Capo dello Stato sarà breve "meno di venti minuti" e sarà una rottura con la tradizione incarnata dal 2006 al 2014 da Giorgio Napolitano: niente scrivanie, stanze settecentesche e pennacchi della Palazzina, Mattarella parlerà dal salotto della sua residenza privata. Un luogo intimo per "entrare in punta di piedi nelle case degli italiani" e per rivolgersi ai telespettatori senza fanfare né filtri dell'ufficialità politica.

Di cosa parlerà - Soprattutto, però, conteranno le parole. Ed è qui che arriveranno le botte più pesanti per la roboante autostima del presidente del Consiglio. Dopo aver ammonito politica, istituzioni finanziarie e magistratura a prendersi le proprie responsabilità sullo scandalo delle banche ("Episodi gravi - aveva detto qualche giorno fa -, le responsabilità vanno accertate e il risparmio tutelato", in quello che sembrava un monito bello e buono al tandem Renzi-Boschi), il presidente parlerà di crisi economica, lavoro, disoccupazione giovanile, questione meridionale. Insomma, tutte le questioni ancora aperte e che spesso il governo evita di affrontare quando non dà già, erroneamente, per superate.

Di cosa non parlerà - Non parlerà, invece, dei temi sbandierati da Renzi come grandi successi di questo 2015, le riforme. Fu questo uno dei temi principali dell'ultimo discorso di Napolitano, un anno fa. E il premier ha definito proprio le riforme come un "capolavoro parlamentare", chiarendo che in caso di sconfitta al referendum lascerà la politica. E il fatto che Mattarella non voglia spendere un minuto per un tema così centrale, dice molto.

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