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sabato 11 novembre 2017

370) DALLE ELEZIONI SICILIANE A QUELLE POLITICHE



LA VITTORIA DI NELLO MUSUMECI NELLE ELEZIONI REGIONALI DELLA SICILIA RILANCIA LA COALIZIONE DI CENTRODESTRA, CHE A QUESTO PUNTO PARTE FAVORITA PER LE PROSSIME ELEZIONI POLITICHE NAZIONALI.



Dopo la netta affermazione del centrodestra nelle votazioni amministrative della scorsa primavera, anche nelle elezioni regionali siciliane di questo autunno ha tirato lo stesso vento. Nel 2012 Musumeci perse per la divisione delle forze di centrodestra; oggi invece, anche se tutta la sua area l’ha sostenuto, non ha vinto facilmente come si poteva pensare, a causa della crescita del Movimento Cinque Stelle che ha sfiorato quasi un testa a testa con il vincitore. Per il centrosinistra il risultato conseguito è stato molto deludente; la stessa coalizione da un anno a questa parte sta incassando un filotto di sconfitte: referendum costituzionale, elezioni amministrative, regionali siciliane.

Evidentemente le politiche  che attua in campo nazionale ed internazionale non sono gradite dal popolo. Neanche il M5S riesce a sfondare: dopo aver avuto un’inaspettata esplosione di consensi al debutto, non riesce più ad allargarsi, complici le non cristalline gestioni dei comuni di Roma e di Torino, amministrate proprio dai penta – stellati. In questi contesti appare favorito il centrodestra per la vittoria alle prossime elezioni politiche nazionali: secondo gli ultimi sondaggi manca poco per ottenere la maggioranza che gli consentirà di governare senza larghe intese. 


C’è l’incognita Berlusconi: potrà partecipare alla campagna elettorale, ma in caso di vittoria non potrà avere ruoli diretti nel governo prima del 2019. Egli potrebbe fare, a legislatura inoltrata, come Renzi fece con Letta, oppure attenderà la scadenza del mandato di Mattarella e si farà eleggere Capo dello Stato? Si, e quando ce lo manderanno sullo scranno più alto dello stato! Si scatenerà una campagna mediatica e giudiziaria, che al confronto quelle viste finora sembreranno barzellette. Hanno stabilito un patto secondo il quale il partito che prenderà più voti tra Lega Nord (che forse eliminerà “Nord”, lanciandosi come partito per tutto il territorio nazionale), Fratelli d’Italia e Forza Italia, indicherà, nell’eventualità di un successo, il Presidente del Consiglio dei Ministri. Berlusconi continua a parlare di moderati, di governo composto in maggioranza da professionisti non politici, nonostante il periodo che viviamo suggerisca tutt’altro, comprese le scelte estreme e radicali. Il moderatismo in questi tempi particolari non paga più: tant’è vero che le piccole particelle di centro disseminate di qua e di la (a seconda delle convenienze), ormai hanno delle percentuali irrisorie. Il nuovo centro è il movimento di Beppe Grillo: i suoi elettori, i suoi militanti, sono i nuovi centristi atipici e ribelli.

La legge elettorale è stata approvata finalmente, così non ci sono più ostacoli per andare alle elezioni: dovranno essere fissate tra fine febbraio e l’inizio marzo 2018, non oltre (l’ultima volta votammo il 24 e 25 febbraio 2013). Non si pensi di spostare le suddette votazioni ad aprile o a maggio prossimi.

martedì 31 ottobre 2017

369) IL CENTENARIO DELLA RIVOLUZIONE RUSSA D’OTTOBRE



CENT’ANNI FA CON LA RIVOLUZIONE RUSSA D’OTTOBE INIZIÒ IL CICLO DEI REGIMI COMUNISTI, DESTINATI COL TEMPO A TRAMONTARE.


Cent’anni fa, mentre sul fronte italiano della Guerra 15 – 18 ci fu la disfatta di Caporetto, in Russia i Bolscevichi riuscirono a prendere il potere. Nel febbraio del 1917 lo Zar Nicola II era stato deposto e si era insediato il governo provvisorio dei Menscevichi (la minoranza) a cui si contrapponevano i Bolscevichi (la maggioranza). I malcontenti per la Prima Guerra Mondiale e per le sconfitte, unite all’arretratezza dell’Impero Russo e al forte divario tra le classi sociali furono alla base della Rivoluzione. Fu firmata la pace tra Russia ed Imperi Centrali, la quale sancì da parte russa la perdita di vasti territori, che sarebbero divenuti indipendenti a seguito della vittoria dell’Intesa nella Grande Guerra: nacquero Polonia, Lettonia, Lituania, Estonia, Finlandia; anche Ucraina e Bielorussia in un primo tempo divennero liberi, successivamente verranno inglobate nel nuovo stato sovietico. Nel 1922, al termine della Guerra Civile Russa tra rivoluzionari e controrivoluzionari, quest’ultimi erano sostenuti dai grandi stati occidentali, nacque l’Urss (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) e Lenin ne divenne il capofila indiscusso. La parola "sovietica/o" deriva da "soviet", cioè i consigli, le asemblee, che erano alle fondamenta della citata nuova nazione di allora. L’eco di quella rivoluzione si diffuse nel resto d’Europa ma non riuscì a propagarsi in modo vittorioso. Il nuovo stato sovietico avviò il programma della collettivizzazione e della statalizzazione, abolendo la grande proprietà privata, attuando così le idee di Marx ed Engels. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, oltre all’Unione Sovietica, molte altre nazioni divennero comuniste a tutti gli effetti: l’Europa orientale, la Cina ed altre nazioni asiatiche, Cuba. 


Se il socialismo reale avesse funzionato oggi tutti quei regimi comunisti sarebbero ancora in piedi e molte altre nazioni avrebbero intrapreso quella strada, invece quelle forme di governo sono cadute da un bel pezzo: nella stessa Russia e un po’ ovunque. Si parlava di giustizia sociale, di uomini tutti eguali, senza appartenenza di classe, e poi c’erano coloro che si ritenevano superiori, ovvero i capi delle dittature comuniste, e se qualcuno osava contestarli o criticarli finiva incarcerato o finiva al patibolo. Uguaglianza significa mettersi al paro di tutti gli altri ed accogliere contestazioni e giudizi; libertà vuol dire accettare più partiti, non imporne uno soltanto. Comunque il divario tra i dirgenti del partito e il comune popolo, nel possesso e nel tenore di vita, era molto elevato. Complessivamente le vittime del comunismo, nei suoi lunghi decenni, furono circa 100 milioni, divisi tra Urss, Europa, Cina, Vietnam, Cambogia, Africa, America Latina. Stalin ebbe la fama di maggiore carnefice. Uno che viveva in condizioni di vita disagiate, al’inizio era lieto di accettare quelle teorie, convinto che sarebbe arrivata la tanto sospirata giustizia sociale, col tempo però capiva che non era tutto oro quel che luccicava. Ammetto che le maggiori responsabilità dell’affermazione e della diffusione dell’ideologia marxista fu dovuta all’egoismo delle classi nobili, borghesi, spesso anche clericali, che detenevano il potere in buona parte del mondo del passato, che pensavano principalmente ai propri interessi e non si curavano del popolo e dei suoi bisogni. L‘Unione Sovietica conobbe uno sviluppo economico, divenendo la seconda potenza del mondo, dopodiché pagò lo scotto di quelle trasformazioni poggiate su piedi d’argilla, subendo delle crisi negli anni 1980, nell’economia e in politica, che la fece implodere e finire. I partiti comunisti d’occidente risentirono di quegli eventi, perdendo notevoli consensi; gli stessi si resero conto del fallimento del socialismo reale e cambiarono nomi e simboli. I loro esponenti, i loro militanti, oggi sono in gran parte benestanti, rappresentano la nuova borghesia. I pochissimi regimi comunisti di oggi ancora in vita si dividono in due categorie: quelli che si sono aperti al libero mercato e sono più progrediti e quelli vecchio stile, più arretrati.  

domenica 22 ottobre 2017

368) DIFFERENZE TRA LE VITE DI OGGI E DI IERI



LA SOCIETÀ DI OGGI È MOLLE, MA C’È QUALCHE ECCEZIONE E SI ASSISTE AD UNA CONTROTENDENZA PER LA CRISI. LA SOCIETÀ DI IERI ERA FORTE: TUTTI ERANO ABITUATI ALLA VITA DURA, DAL LAVORO, DALLE MALATTIE ALLA GUERRA. IL CASO DELL’ITALIANO CHE COMBATTE L’ISIS, CHE PER ASSURDO È INDAGATO DALLA MAGISTRATURA. 

Fino a qualche anno fa, prima della crisi economica, sentivamo spesso dire che i giovani erano molli, erano da sempre abituati alla vita comoda, ad avere tutto e non volevano adattarsi. Si facevano e ancora si fanno discorsi moralisti del genere: “questi ragazzi d'oggi non hanno voglia di rimboccarsi le maniche ed adattarsi, preferiscono stare sulla sedia col cellulare, nell’attesa che il campanello suoni e li portino in Ferrari a lavorare in banca, al ministero o in qualunque ufficio.” Si elogiavano gli anziani genitori che da una vita si spaccavano la schiena con dei lavori duri ed umili per mantenere i figli nullafacenti, ingrati e che facevano finta di studiare. Si toccava altresì il tasto migratorio: “abbiamo bisogno di manodopera estera, ci andassero questi giovani a fare quei lavori!” Il cantante Povia nel suo brano “Immigrazia”, in cui non ce l’ha con l’immigrato ma col sistema che vuole imporre un neoschiavismo per fini elettorali, approfittando della debolezza delle generazioni di oggi, e per far aumentare il Pil, afferma che una volta i figli crescevano duri perché i loro padri erano duri, mentre oggi crescono molli perché siamo tutti molli e dei versi della canzone recitano: “….mentre tu fissi il lampadario, ti fregano il salario,…., mentre tu stai sulla sedia, l’immigrato lui s’insedia….”  

A condizioni di lavoro accettabili i ragazzi farebbero tutti i tipi di mestiere. Dipende anche dalle condizioni economiche o dalla volontà della famiglia d’origine del giovane: se uno proviene da una famiglia con problemi economici è chiaro che dovrà cercare tutti i lavori senza far tanto lo schizzinoso, mentre se appartiene ad una famiglia benestante, se la sua famiglia glielo consentirà, egli potrà trovare con calma il lavoro che più si addice alle sue aspirazioni. Se uno potesse scegliere se avere un’occupazione manuale ben retribita ed essere vicino casa, piuttosto che svolgere una mansione superiore in una distante località e fare il pendolare con tutte le problematiche che ne derivano, non è detto che scelga la seconda soluzione. Oggi assistiamo a qualche lieve segnale di controtendenza, a causa della crisi economica ed occupazionale: giovani e meno giovani sono costretti a cercare, spesso senza riuscirci, tutti i mestieri a disposizione e se non trovano emigrano (L’emigrazione sarebbe stata molto superiore in questi decenni se non fossero stati creati i maggiori centri occupazionali del nostro territorio: Latina, Aprilia, Cisterna, che si allargò notevolmente grazie alla bonifica, Pomezia, Colleferro, Guidonia. E chi fondò quelle città?) Alcuni dei privilegiati, di quelli che non conoscono crisi e che prima facevano quelle paternali perbeniste, citate pocanzi, oggi se le rimangiano: infatti qualche volta disdegnano coloro che trovano qualche lavoro al di sotto dei loro precedenti mestieri o delle loro aspirazioni. Anni fa ero in una frazione di Civitavecchia: c’era una coppia che stava per sposarsi ed aveva un bar e un locale che fungeva da pizzeria; una sera involontariamente li sentii che discutevano animatamente tra loro e alla fine lei concluse bruscamente verso di lui con: “sei un comune pizzettaro!” Questo per dire che nelle persone interiormente si possono trovare delle caratteristiche diverse dalle apparenze.

Questi discorsi fatti finora non si addicono alla società italiana pre – boom economico, nella quale la maggioranza dei cittadini era costretta a svolgere i lavori più faticosi per cercare di campare, non sempre dignitosamente. La tecnologia che c’è oggi e che riduce la fatica fisica, nella prima metà del ‘900 era alle prime armi e la collettività non ne usufruiva pienamente. Perciò tutti erano abituati a faticare e a tribolare; anche la mortalità giovanile era elevata, per cui quando arrivano le frequenti guerre non era tutto quel dramma che ci sembra a noi che siamo fragili, perché da sempre abituati a questa società. Mi spiego meglio: non è che gli uomini del passato fossero felici di andare a combattere e a morire, erano molto più preparati di noi ad affrontare quei drammi, perché cresciuti in una società in cui erano abituati a penare. In dei raduni militari mi è capitato di ascoltare le testimonianze di alcuni reduci della Seconda Guerra Mondiale e della Battaglia di El Alamein; gli stessi dicevano di essere fieri di aver servito i loro reparti e che noi difficilmente avremmo capito la loro tenacia e loro caparbietà di allora. Sono i valori patriottici di un tempo, oggi scomparsi dalla nostra società, non propriamente del Fascismo ma della stato liberale precedente nato dal Risorgimento.
Oggi non ci sono folle oceaniche di giovani italiani, di giovani occidentali, che scelgono di combattere per una giusta causa, eppure qualcuno se ne trova. C’è un italiano che combatte in Ucraina contro i russi, tuttavia il caso più eclatante è quello di Karim Franceschi (nato a Casablanca da padre italiano e da madre marocchina), il quale da qualche anno combatte l’Isis in Iraq al fianco dei Curdi. Egli ha effettuato questa scelta di vita, dopo aver servito l’Esercito Italiano per tanto tempo, perché intelligentemente pensa che se lo Stato Islamico non verrà fermato gli attentati in Europa non cesseranno e un giorno il califfato arriverà a casa nostra. Lo stesso ha altresì avuto l’amara sorpresa di essere indagato dalla magistratura italiana: combatte per proteggerci ed ha delle grande giudiziaria, roba da matti!

mercoledì 11 ottobre 2017

367) GLI ANNI DI PIOMBO, OGGI QUASI DIMENTICATI



DOPO PIÙ DI SETTANT’ANNI ANCORA CI OSTINIAMO A RICORDARE I DRAMMATICI EVENTI DELL’ULTIMA GUERRA MONDIALE COME FOSSERO ACCADUTI IERI, TRASCURANDO LE PROBLEMATICHE ATTUALI. EPPURE DURANTE GLI ULTIMI SETTE DECENNI ABBIAMO VISSUTO ALTRI ANNI TRAGICI, I COSIDDETTI “ANNI DI PIOMBO”, CHE OGGI SONO QUASI CADUTI NEL DIMETICATOIO.

Sono passati settantadue anni dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale, tantissimi, ma le rimembranze, che sono state trasmesse da chi l’ha vissuto verso le successive generazioni,  sono indelebili, tanto da collocarle nel passato recente. Oggi sono scomparsi quasi tutti coloro che vissero quel conflitto in età adulta, mentre ci sono ancora molti testimoni che vissero quella guerra nella fanciullezza e nell’adolescenza. Tra quelli che non la ricordano o che non l’hanno vissuta si scatenano animate discussioni ed animati dibattiti con discorsi tipo: “le colpe furono di quelli!; ma se le guerre in quel periodo erano la prassi!; i partigiani hanno liberato la nazione!;, no sono stati gli angloamericani, ma anch’essi si macchiarono di crimini con i bombardamenti!; le stragi naziste si, ma ci sono state anche le stragi partigiane e così via.“ Quel conflitto fu senza dubbio un'immane tragedia, non lo nego, è bene ricordarlo ogni tanto, onorando chi perì, civili e militari, ma sarà meglio non fossilizzarsi troppo su argomenti e su ideologie morti e sepolti, fuori tempo e fuori luogo. Noi ci scaldiamo tanto per dei fatti di tanto e tanto tempo fa e intanto ci sfilano la terra sotto i piedi, si preparano attentati, eccetera. Dopo settant’anni ancora si mettono delle lapidi per onorare i deceduti di quella guerra, è giusto, ma che senso ha farlo oggi se non lo fecero a suo tempo quando il ricordo era freschissimo? Quelli della Bosnia, del Libano, della Siria, sentendo quei discorsi, si faranno delle risate amare, dicendo: “voi parlate della guerra attraverso i libri di storia e i ricordi delle persone anziane, noi l’abbiamo vissuta sulla nostra pelle!” Non abbiamo avuto delle guerre vere e proprie da settantadue anni a questa parte, è vero,  ma altri tipi di violenze ed altri tipi di guerriglie si.

A parte le guerre di mafia, che riguardano esclusivamente alcune regioni d’Italia e che si perdono nella notte dei tempi, l’intera nazione italiana ha attraversato un periodo drammatico e violento tra la fine degli anni 1960 (dopo le contestazioni del ’68 e l’autunno caldo) e gli inizi degli anni 1980, che fu battezzato con l’appellativo di Anni di Piombo” ed ebbe il suo apice nella seconda metà degli anni 1970 (il 1977 fu l’anno in cui le situazioni violente si impennarono vertiginosamente). In quel periodo gli estremisti politici di tutti gli schieramenti (rossi, neri, anarchici ed altri) commettevano attentati terroristici, omicidi mirati, si scontravano in piazza e nelle università. Secondo alcuni scrittori l’origine del terrorismo sarebbe da attribuire ad un tentativo di colpo di stato: il cosiddetto Piano Solo del 1964.  Ecco alcune delle più note sigle terroristiche: Gap, Nap, Pac, Br, Nar, Nuclei Armati per il Comunismo, Ordine Nuovo, Ordine Nero, Terza Posizione, Avanguardia Nazionale. La Seconda Guerra Mondiale fu senza dubbio molto più drammatica, ma gli anni di piombo non sono stati da meno. Rispetto alla guerra, negli anni di piombo la gente comune, le cui condizioni economiche e sociali erano profondamente cambiate dal conflitto, fu coinvolta solo in minima parte, principalmente nelle stragi nelle piazze, nelle stazioni, nei treni; quasi tutti i delitti commessi erano mirati: riguardavano i politici, i giornalisti, gli iscritti ai partiti (in particolare i missini) e gli appartenenti alle forze dell’ordine. I martiri di quest’ultima categoria provenivano in maggioranza da famiglie povere, mentre gli assassini, che facevano della militanza proletaria la loro bandiera, appartenevano a famiglie agiate, erano dei figli di papà. 


 Immagine icona degli Anni di Piombo scattata a Milano in Via De Amicis il 14 maggio 1977: un terrorista uccide un vicebrigabiere

Molti terroristi ripararono all’estero per sfuggire a delle condanne certe ed addirittura alcuni stati li hanno protetti per anni ed ancora li proteggono; se ne parla anche in questi giorni: è il caso di Cesare Battisti, che scandalosamente fa la bella vita protetto dal Governo Brasiliano, anziché marcire in qualche prigione dello Stato Italiano per i suoi cinque omicidi.  L’organizzazione terroristica più famosa fu senza dubbio quella delle Brigate Rosse, che, tra le molte azioni eclatanti, riuscì a rapire ed a uccidere lo statista democristiano Aldo Moro nella primavera 1978. L’avvenimento più violento e sanguinario fu la strage alla Stazione di Bologna nel 1980. Mentre per alcuni attentati furono condannati dei terroristi di destra, altre stragi ebbero dei processi andati a vuoto, rimanendo senza colpevoli, e si seguirono delle piste alternative oltre a quelle ufficiose: mafia, terrorismo palestinese, loggia massonica P2. Si parlava di “strategia della tensione”, ovvero la destabilizzazione del paese che doveva portare ad una svolta autoritaria. Qualche maligno avvalora la tesi delle stragi di stato, che servivano per provocare terrore e paure, al fine di isolare le parti politiche estreme, che in quegli anni andavano forte (negli anni ’70 sia Msi che Pci raggiunsero i loro massimi storici in %) per rafforzare i partiti di centro governativi. Infatti dopo il delitto Moro il Pci subì una perdita di voti e terminò il compromesso storico: i governi Andreotti monocolori Dc (1976 – 1979), appoggiati esternamente dai comunisti.  Sono dei grandi misteri di cui pochissimi sanno le risposte certe; anche noi comuni cittadini possiamo aprire dei dibattiti su quel drammatico periodo della nostra storia con documentazioni e ricerche e tireremo le nostre conclusioni. Quello degli Anni di Piombo è un argomento poco dibattuto: invece di stare a fissarsi con l’ultima guerra mondiale bisognerebbe analizzarlo maggiormente.

sabato 30 settembre 2017

366) ARTICOLI INTERESSANTI SU RELIGIONE E PATRIA



Polonia: il rosario 'sui confini della Patria'
Appuntamento di preghiera e speranza fissato per il 7 ottobre

29/09/2017 08:57


Si svolgerà il prossimo 7 ottobre, in Polonia, la manifestazione religiosa “Rosario alle frontiere”, organizzata dai fedeli laici cristiani della Fondazione “Solo Dios Basta”. I cui responsabili hanno spiegato che quel giorno “una catena umana di persone si posizionerà lungo i confini della nazione e reciterà il rosario, per la Polonia e per il mondo intero”. All'iniziativa ha aderito anche la Conferenza episcopale locale: “Chiediamo a tutti i fedeli di partecipare. Preghiamo insieme: clero, persone consacrate e fedeli laici, adulti, giovani e bambini” si legge nella nota dei vescovi polacchi.

La giornata di preghiera (i dettagli sono illustrati nel sito www.rozaniecdogranic.pl) celebra anche il centenario delle apparizioni di Fatima nonché festa della Madonna del Rosario. Tale ricorrenza è stata introdotta dopo la grande battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571, quando la flotta della Lega Santa sconfisse quella dell'Impero ottomano salvando l'Europa dall'islamizzazione. Una vittoria che secondo i cristiani oltre al valore dei combattenti è dipesa anche dall'intervento divino, invocato appunto attraverso la recita del rosario. “La preghiera potente del Rosario – si legge nel sito dell'associazione organizzatrice dell'evento - può influenzare il destino della Polonia, dell'Europa e anche del mondo intero”. Oggi come allora.




Una Carta senza amor patrio
Terza e ultima puntata del viaggio nella Costituzione



Di amor patrio non si accenna minimamente nella nostra Costituzione e si può capire la ragione storica contingente: venivamo da una guerra perduta e dall’ubriacatura fascista e nazionalista, da un patriottismo esibito e guerresco, ed eravamo diventati di fatto un paese a sovranità limitata.
Tutto questo impose la sordina all’amor patrio.
Infatti di patria si parla nella Costituzione solo all’art. 52 a proposito della difesa dei confini; un tema per certi versi oggi più urgente che nel passato e per altri superato dopo Schengen e nella società globale. Ma l’idea difensiva della patria non può esaurire l’amor patrio che non si esercita solo in caso di necessità estrema, ma anche in positivo come un legame d’affetto, di identità e di storia.
Sparisce l’amor patrio, la cultura dell’identità italiana e la mazziniana religione della patria; di sacro restano i confini, oggi impunemente violati, e la difesa in caso di pericolo. La nostra Costituzione è troppo recente per fondare l’amor patrio e troppo vecchia per essere immutabile col nuovo millennio e a 70 anni dalla nascita.
La Costituzione non è immodificabile nel nome di una visione teologica della Carta, che Ciampi definì la nostra Bibbia laica; ogni Carta è figlia del suo tempo e nella nostra carta c’è tutto il sapore del Novecento, delle sue ideologie, dei suoi conflitti, del suo linguaggio.
Oggi per esempio difficilmente si esordirebbe dicendo che la nostra è una repubblica “fondata sul lavoro”, considerando che un’affermazione del genere non riguarda più l’assoluta maggioranza degli italiani. È un’asserzione nobile e significativa ma non è universalmente rappresentativa, se si considera che il prolungamento dell’età media e dell’età giovanile, più i flussi migratori hanno reso il nostro paese abitato in maggioranza da cittadini che non lavorano più o non lavorano ancora.
Meglio sarebbe in linea di principio stabilire che la nostra è una repubblica fondata sul rispetto della persona e della comunità, mediante i diritti e i doveri di ciascuno e di tutti, e dunque la libertà, il lavoro e la dignità dei suoi cittadini.
E sarebbe opportuno esplicitare nella Costituzione l’amor patrio e fondare la nostra democrazia sul principio di responsabilità personale e comunitaria e sulla finalità del bene comune. Sul piano degli ordinamenti, alcune modifiche ci sono già state, come la modifica del titolo quinto della Costituzione riguardo l’assetto federale.
Non sarebbe affatto inconcepibile se la nostra democrazia si riconfigurasse da repubblica parlamentare in repubblica presidenziale, come la Francia o gli Stati Uniti. Ipotesi che i padri costituenti non presero allora in considerazione perché uscivamo dall’esperienza di una dittatura e si temeva il risorgere di leadership forti, autoritarie; ma oggi il presidenzialismo sarebbe pienamente legittimo e sacrosanto.
Peraltro c’è una lunga e rispettabile storia di proposte in questo senso: da Pacciardi a Craxi passando per Almirante, e poi il gruppo democristiano di Europa ’70 e il gruppo di Milano guidato da Miglio. Certo, le modifiche della Costituzione vanno fatte con maggioranze qualificate e non semplici, risicate e occasionali, perché devono esprimere una volontà larga, profonda e duratura.
Ma altre modifiche potranno darsi se si considera che siamo oggi nell’Unione Europea, viviamo in una società globale, ci sono i flussi migratori, nuovi scenari e nuovi reati legati alle nuove tecnologie, alla bioetica e alle violazioni della privacy. Senza considerare gli sconfinamenti dei poteri istituzionali.
La Costituzione in Italia non ha né i meriti né le colpe che le vengono attribuite; è rimasta sulla carta, non ha dato frutti, non è stata causa di progressi né di sciagure. Le carte costituzionali, soprattutto nei paesi mediterranei come il nostro, sono cornici, ma nessun’opera d’arte è stata giudicata dalla cornice.
Sono norme, carte da visita, ideologiche e rituali, regolamenti astratti, dichiarazioni di principio e di intenzioni generiche; ma la vita è altrove, la realtà è un’altra cosa, il mondo va per la sua strada.
Il problema vero non è quel documento, utile per capire lo spirito di un’epoca, i valori e i compromessi di una stagione, ma non per rigenerare un paese e dare una prospettiva di vita e di sviluppo.
Il nodo è un altro: dove si è cacciata l’Italia, qual è e dov’è il suo tratto comune, la sua presente e concreta fisionomia, i suoi punti salienti che la distinguono dagli altri paesi e la accomunano al suo interno?
Insomma bisogna avere una visione “laica” e non teologica della Costituzione, considerarla figlia e non madre della storia, dettata dal proprio tempo, dalle sue esigenze e dalle forze prevalenti dell’epoca e non dettata da Dio a Mosè sul Monte Sinai.
Una Costituzione da rispettare, non da imbalsamare e adorare; quindi  modificarla nelle sue parti più deperibili è un modo per rispettarla sul serio, rendendola viva e aderente alla vita di una nazione e al suo avvenire.
E comunque l’anno che verrà prima di essere il 70° della Costituzione sarà il centenario della Vittoria, il 4 novembre 1918. Se fosse quella la priorità, e se meritasse di essere ripristinata almeno per il centenario come festa nazionale solenne?
In fondo è l’unica data condivisa che ricorda l’unità degli italiani.
Se il comune proposito è rifondare l’Italia, il pericolo prioritario da cui dobbiamo salvarla è lo sfascismo trasversale e molecolare che la sta distruggendo. Occorre allora rifondare l’Italia sulla resistenza allo sfascismo imperante e su una vera lotta di liberazione antisfascista.


mercoledì 20 settembre 2017

365) IUS SOLI, SCENDE IN CAMPO LA CHIESA



QUANDO IL VATICANO SI OPPONEVA PUBBLICAMENTE ALLE LEGGI RELATIVE ALL’EUTANASIA, ALL’ABORTO, ALLA BIOGENETICA, UNA PARTE POLITICA LO ACCUSAVA DI INGERENZA INGIUSTIFICATA, MENTRE ORA CHE INTERVIENE IRRESPONSABILMENTE A FAVORE D’UN TEMA TOTALMENTE GIURIDICO COME LO IUS SOLI, QUELLA STESSA FAZIONE PLAUDE.



Nelle ultime settimane è scesa in campo la Chiesa Cattolica, tramite il Pontefice, la Cei e la sua stampa, per accelerare l’approvazione della legge sullo ius soli, bloccata in parlamento. Per approvare la citata legge l’attuale maggioranza di governo non aveva i numeri e stava per rinunciare, anche per i sondaggi che indicavano la forte contrarietà degli Italiani, ma ecco intervenire alcune istituzioni ecclesiastiche  a far pressione agli scettici senatori del partito di Alfano. (Mi piacerebbe sapere a costoro che cosa cambia se degli stranieri, molti dei quali non cattolici, non cristiani, acquisiscono la cittadinanza italiana prima o dopo; anzi alla lunga potrebbe ritorcersi proprio contro la Chiesa Cattolica Italiana.) Qualche tempo fa le stesse istituzioni religiose non mostrarono lo stesso fervore nell’opporsi alle leggi sulle unioni civili. 



Su questo argomento io personalmente ho già espresso il mio parere qualche articolo fa, dicendo che le priorità sono altre e che non è prudente regalare con facilità le cittadinanze: è meglio sudarsele, guadagnarsele, dimostrando di voler accettare le usanze e i principi del paese che ospita, piuttosto che volerli cancellare e imporre i propri. In questo scritto mi voglio soffermare sugli interventi della religione nella vita politica: per il politicamente corretto, quando quelle ingerenze sono scomode, allora lo stato deve essere laico ed aconfessionale e i preti devono occuparsi esclusivamente dei loro fedeli, mentre quando quegli interventi fanno comodo quell’indignazione scompare, divenendo consenso sfrenato. È strano che sia così: quando si toccano i temi della vita dal concepimento alla morte la Chiesa ha tutto il diritto di intervenire, nel caso dello ius soli, è solo ordinamento giuridico che non contrasta con i valori cattolici. È come se degli ecclesiali dessero delle indicazioni sull’approvazione della legge finanziaria.

Alcuni preti hanno capito che la campagna della stampa cattolica a favore delle cittadinanze facili non è di competenza religiosa e gli stessi non permettono la vendita di quei giornali nelle loro chiese quando ci sono degli articoli orientati in tal senso. Il parlamento cercasse i numeri per sbloccare le vere leggi necessarie alla nazione, come ad esempio  quella bloccata sull’abolizione delle spese della politica e dei privilegi dei parlamentari. Ci sono tanti fedeli cattolici che hanno bisogno di essere rincuorati, consolati: questo dovrebbe essere uno dei principali compiti degli uomini di Chiesa, grandi e piccoli.

domenica 10 settembre 2017

364) BREVI PENSIERI SU VARI ARGOMENTI D’ATTUALITÀ



OPINIONI SU ALCUNI FATTI DI CRONACA NAZIONALE E INTERNAZIONALE DELLE ULTIME SETTIMANE.


L’ascesa di Minniti e la solita questione migranti
L’attuale Ministro degli Interni Minniti si è dato da fare per fermare le rotte dei trafficanti dal Nord Africa verso la Sicilia e sta con fatica riuscendo nell’impresa. Tutta un’altra cosa rispetto ad Alfano. Il Governo si è svegliato tutto insieme per tentare di recuperare i consensi in vista delle imminenti elezioni regionali siciliane e (soprattutto) di quelle politiche che incombono, nelle quali lo steso Minniti, divenuto uomo forte e temuto nel suo partito, potrebbe scalzare Renzi e Gentiloni. Se il precedente esecutivo si fosse mosso su quella questione, Renzi probabilmente non avrebbe perso il referendum costituzionale. Abbiamo visto i recenti fatti di cronaca nazionale relativi agli stupri (addirittura si accaniscono anche sulle settantenni), quello che ha suscitato maggiormente scalpore è stato quello di Rimini: spesso si concedono con troppa superficialità i permessi di permanenza sul territorio italiano, senza sapere effettivamente con chi si ha a che fare e senza venire a conoscenza di eventuali crimini commessi nei paesi d’origine dai soggiornanti in Italia. Delle altre polemiche sono sorte sulla morte di una bambina a causa della malaria: non si sa se quella malattia, ritornata da noi dopo decenni, proviene dall’Africa oppure no. Però mesi fa il Ministero della Salute aveva lanciato l’allarme sulla possibilità della ricomparsa di quel mortale malanno, a seguito dei massicci flussi migratori.

Il ventennale della morte della principessa Diana
Sono passati venti anni dalla morte della Principessa Diana di Gran Bretagna, la quale era la persona più famosa al mondo. Il suo ex marito, l’erede al trono di Gran Bretagna, e il resto della casa reale erano molto insofferenti di fronte alla sua popolarità. Carlo d’Inghilterra era sempre stato legato all’odierna moglie Camilla, ma il matrimonio tra i due era impossibile, poiché la stessa era sposata con prole con un cattolico ed egli avrebbe perso i suoi diritti di erede al trono unendosi ad ella (successivamente le norme saranno modificate). Carlo si sposò con Diana, di sangue nobile, per avere degli eredi. Dopo il naufragio del loro matrimonio Diana ebbe delle relazioni con dei facoltosi mussulmani ed era ancora in giovane età: se avesse avuto degli altri figli sarebbe stato uno scandalo per la Corona che il primogenito suo e di Carlo, futuro sovrano britannico e capo della Chiesa Anglicana, avesse avuto dei fratellastri islamici. Per cui c’è chi sostiene la tesi del complotto: l’assassinio delle principessa, da parte dei servizi segreti britannici, sarebbe stato camuffato in un incidente automobilistico. È una versione poco convincente, sia perché c’erano molti testimoni che assistettero all’incidente, sia per la testimonianza dell’autista dell’auto che sopravvisse e che quella notte aveva bevuto molto.

L’assurda campagna negli Usa contro Cristoforo Colombo
Negli Stati Uniti è tornata la caccia alle streghe. Questa volta la vittima è il navigatore genovese Cristoforo Colombo, scopritore ufficiale del continente americano. Ci sono molte richieste di rimozione delle statue del marinaio italiano e in molte città statunitensi si va verso l’abolizione del Columbus Day, che tradizionalmente si celebra il 12 ottobre. La motivazione è quella che dopo la scoperta dell’America le popolazioni natie amerinde vennero progressivamente sterminate da parte degli Europei. Mica fu Cristoforo Colombo che fece eliminare gli autoctoni americani, furono principalmente spagnoli, portoghesi, inglesi e francesi, ma la maggioranza dei natii perì a causa delle malattie arrivate dall’Europa; se Colombo non avesse scoperto, per caso, il nuovo mondo (voleva raggiungere l’Estremo Oriente asiatico attraverso una rotta che nessuno aveva mai osato affrontare), presto o tardi vi sarebbe approdato qualcun altro. Gli stessi Americani nelle guerre contro gli indiani pellerossa compirono molte stragi. Se i buonisti d’oltreoceano vogliono essere coerenti con i loro princìpi sarà bene che essi propongano di lasciare le Americhe a quei pochi indigeni rimasti e tutti rientrino nelle nazioni europee da dove partirono i loro avi. Si, e dove ci ficcheremo tutti quanti? (Basta dire che in Italia dovrebbero rientrare oltre 70 milioni di individui: a tanto ammontano gli oriundi italiani stanziati nel Nuovo Mondo. Molti di più sono gli oriundi britannici, francesi, tedeschi, spagnoli e portoghesi.)

Il regimi comunisti e le tensioni in Estremo Oriente
Nel lontano oriente soffiano dei venti di guerra: infatti la Corea del Nord, sta testando degli ordigni nucleari a lunga gittata, così da provocare la ferma opposizione della comunità internazionale e degli Usa. In quel “paradiso comunista” non c’è libertà (mesi fa uno studente americano è stato torturato e portato alla morte per aver strappato un manifesto) e il popolo soffre, mentre si spendono miliardi in armamenti. (Anche in Venezuela, retto anti-democraticamente da un altro regime d’ispirazione marxista, non c’è libertà e mancano i beni di prima necessità, nonostante la nazione sia una delle maggiori produttrici di petrolio al mondo) Se gli Usa attaccheranno la Corea del Nord, la Cina potrebbe intervenire in sua difesa, generando un conflitto su larga scala. Bisognerà vedere, restando nell’ipotetico, se il conflitto sarà convenzionale o nucleare. Nel secondo caso ci saranno quegli scenari apocalittici, manifestatesi sotto forma di incubi per cinquant’anni durante la Guerra Fredda. Non credo che si arriverà a tanto, al massimo potrà esserci un conflitto convenzionale tra le due Coree e forse il Giappone; ma neanche ci sarà per non scatenare la reazione delle grandi potenze mondiali. Fortunatamente tutto ciò avviene molto lontano da noi, che al massimo subiremo ristrettezze economiche.

domenica 27 agosto 2017

363) NON CASUALI GLI ATTENTATI A BARCELLONA



Da Karl Marx a Maometto. La diabolica alleanza spagnola tra sinistra e fondamentalisti

Nel 2004, la Fallaci nella "Forza della ragione" scrisse: "A Madrid il processo di islamizzazione procede spedito"

Sab, 19/08/2017 - 19:21

Ma, soprattutto, il discorso vale per la Spagna. Quella Spagna dove da Barcellona a Madrid, da San Sebastian a Valladolid, da Alicante a Jerez de la Frontera, trovi i terroristi meglio addestrati del continente.


(Non a caso nel luglio del 2001, cioè prima di stabilirsi a Miami, il neodottore in architettura Mohammed Atta vi si fermò per visitare un compagno detenuto nel carcere di Tarragona ed esperto in esplosivi). E dove da Malaga a Gibilterra, da Cadice a Siviglia, da Cordova a Granada, i nababbi marocchini e i reali sauditi e gli emiri del Golfo hanno comprato le terre più belle della regione. Qui finanziano la propaganda e il proselitismo, premiano con seimila dollari a testa le convertite che partoriscono un maschio, regalano mille dollari alle ragazze e alle bambine che portano lo hijab. Quella Spagna dove quasi tutti gli spagnoli credono ancora al mito dell'Età d'Oro dell'Andalusia, e all'Andalusia moresca guardano come a un Paradiso Perduto. Quella Spagna dove esiste un movimento politico che si chiama «Associazione per il Ritorno dell'Andalusia all'Islam» e dove nello storico quartiere di Albaicin, a pochi metri dal convento nel quale vivono le monache di clausura devote a san Tommaso, l'anno scorso s'è inaugurata la Grande Moschea di Granada con annesso Centro Islamico. Evento reso possibile dall'Atto d'Intesa che nel 1992 il socialista Felipe González firmò per garantire ai mussulmani di Spagna il pieno riconoscimento giuridico. Nonché materializzato grazie ai miliardi versati dalla Libia, dalla Malesia, dall'Arabia Saudita, dal Brunei, e dallo scandalosamente ricco sultano di Sharjah il cui figlio aprì la cerimonia dicendo: «Sono qui con l'emozione di chi torna nella propria patria». Sicché i convertiti spagnoli (nella sola Granada sono duemila) risposero con le parole: «Stiamo ritrovando le nostre radici»
***
Forse perché otto secoli di giogo mussulmano si digeriscono male e troppi spagnoli il Corano ce l'hanno ancora nel sangue, la Spagna è il paese europeo nel quale il processo di islamizzazione avviene con maggiore spontaneità. È anche il paese nel quale quel processo dura da maggior tempo. Come spiega il geopolitico francese Alexandre Del Valle che sull'offensiva islamica e sul totalitarismo islamico ha scritto libri fondamentali (e naturalmente vituperati insultati denigrati dai Politically Correct) l'«Associazione per il Ritorno dell'Andalusia all'Islam» nacque a Cordova ben trent'anni fa. E a fondarla non furono i figli di Allah. Furono spagnoli dell'Estrema Sinistra che delusi dall'imborghesimento del proletariato e quindi smaniosi di darsi ad altre mistiche ebbrezze avevan scoperto il Dio del Corano cioè erano passati da Karl Marx a Maometto. Subito i nababbi marocchini e i reali sauditi e gli emiri del Golfo si precipitarono a benedirli coi soldi, e l'associazione fiorì. Si arricchì di apostati che venivano da Barcellona, da Guadalajara, da Valladolid, da Ciudad Real, da León, ma anche dall'Inghilterra. Anche dalla Svezia, anche dalla Danimarca. Anche dall'Italia. Anche dalla Germania. Anche dall'America. Senza che il governo intervenisse. E senza che la Chiesa cattolica si allarmasse. Nel 1979, in nome dell'ecumenismo, il vescovo di Cordova gli permise addirittura di celebrare la Festa del Sacrificio (quella durante la quale gli agnelli si sgozzano a fiumi) nell'interno della cattedrale. «Siamo-tutti-fratelli.» La concessione causò qualche problema. Crocifissi sloggiati, Madonne rovesciate, frattaglie d'agnello buttate nelle acquasantiere. Così l'anno dopo il vescovo li mandò a Siviglia. Ma qui capitarono proprio nel corso della Settimana Santa, e Gesù! Se esiste al mondo una cosa più sgomentevole della Festa del Sacrificio, questa è proprio la Settimana Santa di Siviglia. Le sue campane a morto, le sue lugubri processioni. Le sue macabre Vie Crucis, i suoi nazarenos che si flagellano. I suoi incappucciati che avanzano rullando il tamburo Gridando «Viva l'Andalusia mussulmana, abbasso Torquemada, Allah vincerà» i neofratelli in Maometto si gettarono sugli ex fratelli in Cristo, e giù botte. Risultato, dovettero sloggiare anche da Siviglia. Si trasferirono a Granada dove si installarono nello storico quartiere di Albaicin, ed eccoci al punto. Perché, malgrado l'ingenuo anticlericalismo esploso durante il corteo della Settimana Santa, non si trattava di tipi ingenui. A Granada avrebbero creato una realtà simile a quella che in quegli anni fagocitava Beirut e che ora sta fagocitando tante città francesi, inglesi, tedesche, italiane, olandesi, svedesi, danesi. Ergo, oggi il quartiere di Albaicin è in ogni senso uno Stato dentro lo Stato. Un feudo islamico che vive con le sue leggi, le sue istituzioni. Il suo ospedale, il suo cimitero. Il suo mattatoio, il suo giornale «La Hora del Islam». Le sue case editrici, le sue biblioteche, le sue scuole. (Scuole che insegnano esclusivamente a memorizzare il Corano). I suoi negozi, i suoi mercati. Le sue botteghe artigiane, le sue banche. E perfino la sua valuta, visto che lì si compra e si vende con le monete d'oro e d'argento coniate sul modello dei dirham in uso al tempo di Boabdil signore dell'antica Granada. (Monete coniate in una zecca di calle San Gregorio che per le solite ragioni di ordine pubblico il Ministero delle Finanze spagnolo finge di ignorare). E da tutto ciò nasce l'interrogativo nel quale mi dilanio da oltre due anni: ma com'è che siamo arrivati a questo?!?

http://www.ilgiornale.it/news/politica/karl-marx-maometto-diabolica-alleanza-spagnola-sinistra-e-1431783.html

domenica 20 agosto 2017

362) VIAGGIO IN ANDALUSIA



CRONACA DI UNA VACANZA NELL’ANDALUSIA, COLLOCATA NELLA SPAGNA MERIDIONALE, ACCOMPAGNATO DA UN AMICO.


Andalusia

Quest’estate per le vacanze estive ho scelto di recarmi in Andalusia, tramite traghetto ed automobile, visitando principalmente le città di Siviglia e Granada ed effettuando delle brevi soste a Cordoba e a Malaga. Col solito traghetto ho attraversato il Mar Mediterraneo da Civitavecchia sino a Barcellona (ci vogliono all’incirca 20 ore), poi ho proseguito in auto per Toledo, la vecchia capitale del Regno di Spagna, ho prelevato il mia amico, che già mi aveva ospitato qualche anno fa, ed insieme abbiamo raggiunto la Spagna del Sud. Memore dell’esperienza della mia precedente visita in Spagna, allorquando percorrendo qualche autostrada a pagamento fui salassato, questa volta ho studiato bene i percorsi, individuando i numeri delle autostrade gratuite, contrassegnate dalla lettera A (autovia), mentre le arterie a pedaggio hanno la sigla Ap (autopista). Nella larga Spagna c’è una grandissima varietà di arterie a più carreggiate: uno per raggiungere una città può scegliere diversi percorsi. Non ho bisogno del navigatore satellitare per percorrere lunghe distanze, è solo uno spreco della batteria: studio le strade anzitempo sulla cartina, sull’atlante stradale; quel citato strumento tecnologico è utile nel’individuare un indirizzo in una grande città. Il mio navigatore, che non sono riuscito ad aggiornare prima della partenza, ha fatto cilecca a Barcellona: infatti, arrivato in città, mi ha fatto girare per ore a vuoto, portandomi a ben 8 Km di distanza dall’albergo prenotato per passare la notte. Successivamente ho chiesto lumi ad alcuni catalani (già, perché loro dicevano che Barcellona è Catalogna e non è Spagna), i quali mi hanno chiamato un tassì che mi ha guidato nell’indirizzo giusto. Questa è stata l’unica disavventura del viaggio; gli altri indirizzi degli alberghi prenotati a Siviglia e a Granada li abbiamo trovati senza patemi d’animo, grazie al telefono cellulare multimediale del mio compagno di viaggio. 

Siviglia

La città che mi è piaciuta di più è Siviglia: ha una maestosa cattedrale, contenente le spoglie di Cristoforo Colombo, e un mastodontico campanile, che erano rispettivamente moschea e minareto ai tempi della dominazione araba. Le altre attrattive di Siviglia sono la Torre d’oro e la Piazza di Spagna. La Penisola Iberica nell’era della dominazione islamica era chiamata Al – Andalus, da cui appunto deriva Andalusia, il nome della regione più meridionale ispanica, l’ultima ad essere liberata dai cristiani. Nel 1492 con la presa di Granada da parte dei sovrani Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, che tramite matrimonio unirono i loro regni, terminò la reconquista cristiana e il dominio arabo durato otto secoli. Il regno musulmano in Spagna era conosciuto anche come Califfato di Cordoba: in quella città c’è la Grande Moschea, oggi cattedrale cattolica, il simbolo più famoso dell’architettura araba in Spagna. Altro monumento simbolo di Cordoba è un lungo ponte romano che porta alla cittadella. Granada non l’ho trovata interessante, tolti l’Alhambra, l’antica residenza dei califfi, e il grande movimento della gente che vi soggiorna non c’è granché. “Addio Granada, paese dai mille toreri,…….addio Granada romantica, paese di luce, di sangue e d’amor!” La celebre canzone di Claudio Villa ci ha accompagnato in auto mentre lasciavamo la città andalusa e tornavamo a Toledo, la quale la trovo più bella ed affascinante di Granada. Durante questo viaggio c’è scappato un breve bagno sul mare di Malaga, che ha le sue spiagge libere molto più curate ed attrezzate delle nostre, con tanto di spogliatoi, docce e fontanelle per liberarsi dalla sabbia. Nel territorio spagnolo si paga una miseria di tasse, soprattutto quelle che da noi sono molto salate, come l’acqua pubblica e l’immondizia. Anche il pieno di gasolio nell'autovettura costa una decina d'euro in meno rispetto all'Italia.

Cordoba

La Spagna è esplosa in poco tempo e tutta insieme: fino a pochissimi decenni fa non era raro incontrare la gente con gli asini e i muli nelle zone rurali. Per Pil, per produzione industriale e per occupazione va meglio l’Italia, ma per le infrastrutture e per i servizi gli spagnoli sono più avanti rispetto a noi. Noialtri discutiamo per decenni se realizzare una nuova strada, l’alta velocità ferroviaria e non combiniamo niente, loro invece in pochissimo tempo hanno realizzato le migliori vie di comunicazione possibili e immaginabili. Nelle città ispaniche ci sono tantissimi parcheggi sotterranei e molte indicazioni stradali per uscire dai centri cittadini, tramite circonvallazioni e tangenziali; a Roma ce ne sono ben pochi di quei segnali e se uno non è esperto delle strade romane, dovrà ricorrere al navigatore satellitare per raggiungere il raccordo anulare. Sulle autovie spagnole ci si diverte, anche perché di traffico c’è n’è poco: ci sono molte curve, a volte le pendenze sono elevate, ma almeno gli automobilisti rispettano le distanze di sicurezza, non come avviene sulla Roma – Civitavecchia o sulla disastrata Pontina; il paesaggio varia: si passa dalle terre brulle della Castiglia agli sconfinati uliveti dell’Andalusia. Il tratto autostradale che mi è piaciuto particolarmente è stato quello marino percorso da Malaga a Granada, con viadotti, gallerie e dei rilievi, non particolarmente elevati, aperti per consentire il passaggio dell’autostrada. Grazie al mio amico ho potuto gustare alcune pietanze tipiche spagnole: in questo periodo, dopo che è finita la stagione delle corride, si può gustare la coda del toro. In quella nazione ci sono varietà di lingua, parlate ufficialmente a livello regionale: lo spagnolo (o castigliano) è quella che prevale sulle altre.

Granada

Durante la vacanza abbiamo discusso del più e del meno: di religione, di politica, d’immigrazione, di terrorismo, della difficilissima situazione del Venezuela, il paese d’origine del mio compagno di viaggio, e della problematica situazione della sua famiglia in patria: egli dice che un colpo di stato è di difficile attuazione, spera in un intervento militare di Trump, di cui si è parlato in questi giorni, e se fosse chiamato a combattere partirebbe. Egli è un prete in permesso per studiare e lavora, mi ha raccontato del suo cammino a piedi verso Santiago de Compostela, durato un mese e mezzo, con un gruppo di pellegrini, è a favore dell’immigrazione di massa dal mondo verso l’Europa e, nonostante ciò, il Papa Francesco non gli piace, perché, per lui, è troppo legato ai governanti comunisti latinoamericani. Il mio viaggio si è concluso in solitudine da Toledo a Barcellona, bruciando circa 700 Km in diverse ore, e mi sono imbarcato per Civitavecchia a notte fonda. Ho trovato facilmente il porto, seguendo le indicazioni sui cartelli stradali, ho avuto anche il tempo di fare una breve passeggiata sul lungomare, un giorno prima degli attentati terroristici. Ho fatto questo viaggio tranquillo, pensando che la Spagna non fosse a rischio: a differenza  della blindatissima Parigi dello scorso anno, in Spagna di controlli non ce ne erano affatto da nessuna parte, neanche sul traghetto. Torneremo a parlarne a tempo debito, per ora per deterrente basta che citi le secolari lotte iberiche per la riconquista, di cui ho parlato in precedenza.

lunedì 7 agosto 2017

361) L'ONG IUVENTA




Iuventa, "volontari" sì. Ma a diecimila euro al mese

A chi non verrebbe voglia di improvvisarsi taxista del mare, con un fuoribusta del genere? Ecco la verità sui sorridenti alfieri della solidarietà pro immigrati.

di Redazione - 5 Agosto 2017 alle 21:00
I giovani di Iuventa se la ridono aspettando lo stipendio



Si definiscono "volontari", gli operatori di Iuventa - grazie a Dio non sono tutti uguali - ma dimenticano di dire che alcuni di loro vengono ricoperti d'oro, per i servigi di taxisti del mare: fino a 10.000 euro. Un fuori-busta che la volontà la farebbe venire a chiunque, specie in tempo di crisi e di licenziamenti. Altro che balle sulla solidarietà, il "salvare vite", la fratellanza universale e via dicendo. Altro che seguire i precetti cristiani, gli appelli di papa Francesco. Qui non c'è il Dio Trino ma il Dio Quattrino.

La fotografia riguarda l'inchiesta che ha portato al sequestro della nave utilizzata dai tedeschi di Iugend Rettet per trasportare i migranti dalla Libia all'Italia. Non solo i volontari dal sorriso a 32 denti andavano a prendere i migranti nelle acque libiche, a un miglio dalla costa, senza che le imbarcazioni dei disperati fossero in effettivo pericolo. Ma soprattutto facevano tutto in totale accordo con gli scafisti. Tra le intercettazioni scottanti, una apre gli occhi. Un operatore chiede a un altro: "Quali erano secondo te le cose strane che hai visto?". Risposta: "Innanzitutto il fatto che venissero pagati così tanto, il fatto che ci facessero fare queste c... di foto come ..". "Perché loro, aspè perché loro erano pagati come stipendio dici?", ribatte stupito il primo. "Eh, si, cioè .. cioè uno che fa il volontario che si piglia 10.000 euro mi sembra...".

E in un'altra intercettazione: "Quegli altri, quelli là...", continua in un'altra chiacchierata l'operatore riferendosi a un'altra organizzazione di volontari, "quelli erano banditi del mare non erano soccorritori del mare, eh? Quelli erano veramente banditi! Cioè veramente quella è stata proprio scandalosa... hanno fatto più morti loro che loro da soli coi gommoni".