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domenica 25 settembre 2016

327) IO E ORIANA



“IO E ORIANA” È UN LIBRO IN CUI MAGDI CRISTIANO ALLAM PARLA DEL SUO RAPPORTO CON ORIANA FALLACI, LA RINGRAZIA E LE DÀ RAGIONE SULLE ALLORA CRITICHE DELLA SCRITTRICE ALLA SUA PERSONA, CHE SI DEFINIVA “MUSULMANO MODERATO”.


A dieci anni dalla scomparsa di Oriano Fallaci, Magdi Cristiano Allam ha pubblicato un libro in cui parla del suo rapporto con la scrittrice fiorentina. In questo volume vengono riportati gli articoli del giornalista nel periodo 2001 – 2006 e alcuni testi di Oriana Fallaci pubblicati nei libri nello stesso periodo. Egli allora era solo Magdi Allam, ancora non era “Cristiano” e credeva fermamente nell’Islam moderato. Oriana e Magdi si stimavano a vicenda come giornalisti, specialmente per le loro forti posizioni contro il terrorismo islamico e per la contrarietà alla crescente islamizzazione dell’Europa. I due avevano concordato di scrivere un libro in cui Magdi intervistava Oriana: si incontrarono varie volte per il raggiungimento dell’obiettivo; quando gli scritti stavano per essere consegnati alla casa editrice la Fallaci bloccò tutto e non se ne fece più nulla. La motivazione ufficiale era che la punteggiatura, al momento di trascrivere l’intervista su carta, non era stata rispettata. In realtà Oriana non aveva gradito alcune iniziative di Magdi, che allora pensava ci potesse essere un lato buono nell’Islam. 

Il giornalista egiziano, naturalizzato italiano, fu tra i firmatari del “manifesto contro il terrorismo e per la vita” in cui si sollecitava il governo italiano ad accelerare le leggi per far acquisire più agevolmente la cittadinanza italiana  agli stranieri, così si pensava che si sarebbero integrati nel tessuto sociale dello stato che li ospitava, non si sarebbero ghettizzati e fatti terroristi (in futuro i fatti avrebbero dimostrato il contrario: in Olanda ad esempio fu assassinato il regista Van Ghog per aver denunciato in un video la brutalità con cui le donne venivano sottomesse). Quei firmatari furono ricevuti dal Presidente della Repubblica Ciampi, il quale li appoggiava decisamente. Invece Oriana Fallaci nel suo libro dell’auto intervista e dell’apocalisse attaccò quell’iniziativa, scagliandosi contro Ciampi e contro Allam, definendo quest’ultimo “il giornalista del perbene”. Magdi Allam era minacciato e rimproverato dai sedicenti rappresentanti dell’Islam italiano per le sue posizioni contro il terrorismo; quei rappresentanti si travestivano da agnelli quando erano ospiti delle trasmissioni televisive, in realtà erano dei lupi. Prima di una puntata di “Porta a Porta” Allam in privato fu duramente richiamato da uno di quegli islamici, che gli disse che egli non faceva più parte della loro comunità e di impegnarsi a rientrarvi; Magdi Allam replicò denunciandolo per minacce. Allam pubblicò alcuni articoli sul “Corriere della Sera” in cui denunciava i violenti sermoni degli iman nella moschea di Roma: grazie a quegli scritti quei predicatori di violenze furono allontanati dal’Italia dall’allora Ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu. 

Sono tracciati dei profili dei tanti italiani che si convertono al’Islam e ne abbracciano i lati più violenti: la maggior parte di essi provengono dall’estrema sinistra e attraverso l’Islam cercano quella rivoluzione che non c’è stata col marxismo. È dai primi anni 2000 che lo scrittore vive sotto scorta per le sue posizioni. In lui con il tempo maturò la convinzione che non esiste l’Islam moderato, essendo inconciliabile con la nostra società e con le nostre civili conquiste: è un musulmano che può scegliere di essere moderato, non seguendo i precetti dell’Islam. Egli, a seguito di quella maturazione, si convertì al cristianesimo la notte di Pasqua del 2008, quando fu battezzato da Papa Benedetto XVI.  Oggi il giornalista, pur continuando a credere a Gesù, non si riconosce nella Chiesa di Papa Francesco. È grazie a Oriana Fallaci che Magdi (ora Cristiano) Allam arrivò a quella svolta clamorosa e oggi ci dice che noi tutti dobbiamo esserle riconoscenti. Egli ha vinto anche una causa contro la sua persona: gli fu riconosciuto il diritto che i suoi articoli si limitavano alla critica e nient’altro. È stata fondata l’associazione “Amici di Magdi Cristiano Allam”  in cui il giornalista si autopromuove come coordinatore di una rivoluzione con protagonisti tutti noi, contro le politiche politicamente corrette, specie in materia di immigrazione, di cancellazione dell’identità italiana, di smantellamento della famiglia naturale, di dittatura europea, di tasse, di smembramento delle forze armate, di stampa asservita al potere, di dittatura della magistratura, eccetera.

domenica 4 settembre 2016

326) UN’ALTRA CATASTROFE ANNUNCIATA



È ARRIVATO L’ENNESIMO SISMA CHE HA CAUSATO ALCUNE CENTINAIA DI VITTIME. TUTTI SE NE FREGANO DELLA PREVENZIONE, EPPURE NELLE STESSE ZONE NEL CORSO DEI SECOLI CI SONO STATI DEI TERREMOTI CATASTROFICI. E NOI COSA FACCIAMO?


L’Italia e il mondo sono rimasti scioccati dal terremoto che ha distrutto la città di Amatrice e qualche paese vicino ad essa, causando in totale quasi trecento vittime. Intere famiglie, alcuni delle quali trascorrevano nella rinomata località della Provincia di Rieti le vacanze, sono state spazzate via, altre sono state spezzate, poche risparmiate. Le località dove si è abbattuto il sisma raddoppiano, triplicano, la popolazione nei mesi estivi (come accade a Rocca Massima): la gente ha acquistato delle casette per sfuggire nei mesi assolati dall’afa delle città. Se il fenomeno naturale si fosse verificato d’inverno le vittime sarebbero state molte meno. Il violento sisma non ha guardato in faccia nessuno: sono morti bambini, anziani, uomini, donne. Il numero delle vittime è quasi uguale a quelle del sisma che colpì L’Aquila nel 2009, con la differenza che il territorio aquilano è molto più popolato e con l’aggiunta della presenza delle costruzioni moderne, più resistenti, quasi assenti ad Amatrice: si può affermare che questa catastrofe naturale è stata molto più devastante della precedente. Si dovranno trovare delle sistemazioni adeguate alle migliaia di sfollati e, buttandola sulla polemica politica, si dice di non ripetere il pessimo esempio de L’Aquila: ah, perché costruire delle casette antisimiche in soli sei mesi per centinaia di migliaia di persone, togliendole dalle scomode tende e dagli inadeguati container, è stato un pessimo affare?

I terremoti sono sempre esistiti da quando esiste la Terra e non esisteva l’uomo con le sue opere: se non ci fossero stati probabilmente le terre non sarebbero emerse e i continenti non sarebbero andati alla deriva; ancora oggi essi sono in movimento. L’Italia è collocata in un brutto punto: è schiacciata tra la zolla africana ed euroasiatica. Nei centri abitati situati nella dorsale appenninica che attraversa la penisola italiana, posta esattamente al centro tra il Mar Tirreno ed il Mar Adriatico, il rischio sismico è elevatissimo: infatti nel corso dei millenni si sono verificati devastanti terremoti. Quasi nessuno si è curato molto di quei pericoli: da quando ci sono le leggi in materia di costruzioni antisismiche pochi le hanno adottate nel costruire e nel restaurare delle abitazioni. Quei pochi che lo hanno fatto e che venivano irrisi, perché per la maggioranza delle persone stavano solo buttando soldi, sono usciti illesi dalle onde telluriche. Ora con il passare degli anni si ricostruirà tutto a norma, come è successo già in Friuli,  in alcune zone dell’Umbria, come sta avvenendo in Abruzzo e ancora oggi in Irpinia; non sarebbe meglio prevenire che curare, anche perché costa molto meno? Anche dove abitiamo noi ci sono le leggi per costruire o per restaurare con metodi antisismici, ma sembra che anche qui pochi le applichino. Le pochissime volte che mi è capitato di seguire la costruzione di un edificio dalle fondamenta, oppure il restauro di un’antica casa, mai ho visto posizionare quella sorta di molle, che in caso di sima fanno oscillare di molto le costruzioni senza farle collassare, e raramente ho visto inserire in una casa antica i grossi tiranti d’acciaio all’interno delle pareti portanti. Non sono un esperto in materia architettonica ed in ingegneria edile, ma pure i costruttori della zona potranno confermare che quasi mai i loro clienti chiedono di agire in quel senso; i pochi che lo fanno si ritrovano salatissime parcelle da saldare.



Il rischio sismico a Cori è medio, il terzo livello: a memoria d’uomo non si ricorda nessun terremoto devastante (anche quando qualche località dei vicini Castelli Romani è stata distrutta da quelle calamità naturali), lo confermano le mura ciclopiche e i monumenti di epoca romana ancora intatti; le uniche distruzioni documentate che il paese ha subito nei millenni sono avvenute a causa delle guerre, degli assedi, dei saccheggi, delle invasioni. Può darsi che nel nostro centro abitato in epoche lontane ci siano stati dei grandi terremoti e altri monumenti che c’erano sono andati distrutti. Altri paesi col nostro livello sismico sono stati colpiti da forti terremoti, pertanto non potremo dormire dei sonni tranquilli per il futuro. La prevenzione sarà importante: si potrà cominciare, attraverso degli incentivi statali che faciliteranno e abbasseranno i prezzi nella messa in sicurezza delle abitazioni (sempre se lo stato approverà le leggi), con l’adeguamento alle norme antisismiche degli edifici pubblici, poi si proseguirà alle abitazioni private.

domenica 28 agosto 2016

325) VIAGGIO D'AGOSTO A PARIGI



CRONACA DI UN VIAGGIO A PARIGI (BELLISSIMA CITTÀ PIENA DI PROBLEMATICHE), TRA LA SPENSIERATEZZA E UN PO’ DI TIMORE, STRAVOLTI L’ULTIMO GIORNO DALLE ANGOSCIOSE NOTIZIE PROVENIENTI DALL’ITALIA.



Sono tornato in vacanza a Parigi, dopo tanti anni dalle altre volte che l’avevo visitata. Qualcuno tra i parenti e i conoscenti più stretti ha mostrato scetticismo, perplessità e stupore per questa mia scelta, cercando anche di dissuadermi. Io invece avevo poca paura e sono andato avanti per la mia strada, ragionando così: “ora dopo tanti attentati Parigi sarà super controllata”. Infatti: militari e poliziotti sono presenti ovunque, soprattutto nelle vicinanze delle attrazioni principali; all’ingresso di ogni monumento, di ogni centro culturale e commerciale i controlli sono rigidissimi, come ovviamente lo sono negli aeroporti (molto più fiscali rispetto a noi). Nelle metropolitane non ci sono molti controlli: tutti vi possono accedere liberamente; ogni tanto si sente qualche annunciatore che in più lingue (perfino in italiano), comunica i possibili controlli a sorpresa delle forze dell’ordine, che continuamente monitorano la situazione attraverso le telecamere di sicurezza, e l’invito ai viaggiatori a segnalare borse e oggetti abbandonati, situazioni sospette. La capitale francese era piena zeppa di turisti: la paura degli attentati evidentemente non ha scoraggiato i viaggiatori. Come al solito i visitatori giapponesi e americani erano numerosissimi, c’erano un po’ di italiani, non moltissimi, addirittura erano presenti dei nuovi turisti che arrivano da nazioni emergenti: India, Cina e paesi arabi. Il clima era molto più torrido e umido rispetto a noi, in particolare nelle ore pomeridiane, serali. Da questo viaggio non sono rimasto particolarmente soddisfatto: Parigi è una bellissima città, nessuno lo mette in discussione, però c’è troppo degrado, troppa incuria. Io che pensavo ce l’Italia fosse l’unico caso nell’Europa Occidentale. Nelle strade, a pochi metri l’uno dall’altro, sono presenti moltissimi mendicanti, addirittura intere famiglie con bambini, sali nelle metropolitane, nei treni, e quasi sempre qualcuno attacca il comizio, oppure suona qualche strumento, dopodiché passa tra i sedili col cappello in mano. A ridosso delle principali attrattive turistiche sono presenti miriadi di venditori ambulanti abusivi. Io se avevo qualche spicciolo tra le mani lo donavo, domandandomi come mai in Francia, nella seconda nazione più ricca economicamente d’Europa dopo la Germania, succedesse tutto quello e ci fosse troppo lassismo, degrado e permissivismo? Se vai a Londra non si vede nulla di tutto ciò. Parigi è più bella di Londra, ma per il rispetto delle regole, per la disciplina e per l’assistenzialismo è meglio la capitale britannica. L’identità del popolo francese è quasi sparita, molto di più dell’Inghilterra: entrambi gli stati hanno agevolmente concesso a milioni d’abitanti dalle molte ex colonie la residenza e le cittadinanze. Particolare interesse ed emozione ha suscitato in me la vista dei luoghi principali della Rivoluzione Francese: la Piazza della Bastiglia e la Piazza della Concordia, il luogo dei ghigliottinamenti. Per visitare il Museo del Louvre, pieno di capolavori italiani rubati da Napoleone, c’è voluta quasi una giornata, più rapida è stata la visita alla Reggia di Versailles. Non potevano mancare la salita verso la vetta della Torre di Gustavo Eiffel, uno sguardo all'Arco di Trionfo e una santa messa domenicale alla Cattedrale di Nostra Signora di Parigi, nell’isola della Cité posta in mezzo alla Senna. Più affascinante rispetto a Notre Dame è la Basilica del Sacro Cuore, situata in un’altura nel quartiere degli artisti di Montmartre



La mattina dell’ultimo giorno di vacanza nella mia camera dell’albergo, accendendo il televisore, dal quale era possibile sintonizzarsi anche sui canali italiani, ho appreso le drammatiche notizie provenienti dall’Italia: quando ho sentito dire un forte terremoto nell’Italia centrale tra le regioni Lazio, Marche, Umbria, ho escluso subito la possibilità che potesse trattarsi della mia zona laziale, la quale non è vicina alle altre due regioni citate. Ho sperato che facesse danni sì, ma poche vittime, purtroppo successivamente ho costatato che non era così. Ho pensato anche alla paura a Cori, con la gente fuggita nelle strade; successivamente mi hanno riferito che il sisma nel mio paese non è stato avvertito con grande allarmismo. Erano dei quesiti di cui non potevo avere risposte perché avevo dei problemi col telefono tascabile, sia ell'effettuare chiamate, che nel riceverle: perciò tra angoscia ed ansia ho proseguito il giro turistico visitando la Cattedrale di Saint Denis, che custodisce le spoglie dei Re di Francia, poi mi sono recato a Colombes, un sobborgo di Parigi, per visitare lo stadio in cui la nazionale italiana di calcio vinse il mondiale nel 1938. Nel pomeriggio, prima di intraprendere il lungo viaggio verso l’aeroporto, mi sono portato al Centro Pompidou, nel quale ci sono delle postazioni internet a disposizione di tutti e molti televisori collegati ai canali di molte nazioni, per informarmi sull’evolversi dei drammatici eventi del sisma. A notte fonda arrivato a Ciampino, il piazzale dell’aeroporto era molto trafficato dopo l’arrivo degli ultimi voli giornalieri: tra turisti che rientravano dalle vacanze, parenti che li attendevano, assistenti di volo e piloti che si scambiavano commenti sulle linee che avevano fatto. Tutti potevamo rientrare nelle nostre case nella normalità con la consapevolezza che le tragedie erano toccate ad altri e non a noi. Non si rischia soltanto a Parigi, a Londra, a Roma per gli attentati, si rischia anche stando in casa propria a causa delle calamità naturali.

venerdì 19 agosto 2016

324) LE OLIMPIADI DI RIO DE JANEIRO 2016



IN UN BRASILE LAERATO DA CORRUZIONE, LOTTE INTERNE E REGRESSI SOCIALI SI SONO DISPUTATI I GIOCHI DELLA XXXI OLIMPIADI MODERNE.



Ormai stanno per essere archiviati i giochi olimpici disputati in Brasile, a Rio de Janeiro. In due anni il più grande e popoloso paese sudamericano ha ospitato i due maggiori eventi sportivi del globo: i mondiali di calcio e i giochi olimpici. I grandi mezzi di informazioni hanno dato ampio spazio a questa importante rassegna planetaria, soprattutto per distrarre le masse dai veri problemi.

Esistono dei pareri discordanti su quale sia il più grande evento sportivo del pianeta tra Coppa del Mondo di Calcio e Olimpiadi. Il calcio è lo sport più popolare ma è sono uno (e i tornei olimpici calcistici non sono molto al centro dell’attenzione), mentre nelle olimpiadi ci sono moltissimi sport che trovano una vetrina esclusiva con grandissimi spazi sui media di tutto il mondo, mentre in altri momenti vengono relegati nelle ultime pagine dei giornali sportivi con poche righe. Eccezioni fatte per l’atletica ed il nuoto: se ne parla discretamente anche al di fuori di un periodo olimpico in cui quei due sport vivono il massimo splendore. Allora diciamo che le olimpiadi moderne sono il più grande evento sportivo, anche perché ci sono delle cerimonie di apertura e di chiusura che non hanno eguali: infatti sfilano tutte le nazioni del mondo, mentre nei mondiali di calcio vi partecipano “solo” trentadue nazionali.

Il Brasile, la nazione ospitante di questa rassegna sportiva, fino a poco tempo fa era considerata una nazione emergente dal punto di vista economico, oggi attraversa una delicatissima fase di crisi, corruzione e tensioni sociali. Ci sono state manifestazioni di protesta, come già era avvenuto due anni fa per il calcio, per l’eccessivo sperpero di denaro pubblico, mentre la povertà in molti strati della popolazione aumenta. Queste gare olimpiche non hanno registrato il tutto esaurito e se non fosse stato per coloro che sono arrivati dall’estero, questi giochi sarebbero stati mediocri dal punto di vista del calore. Sportivamente il Brasile solo al calcio tiene veramente: non c’è stato l’orgoglio nazionale concretizzatosi nel fare incetta di medaglie, che solitamente avviene quando si sta in casa propria, come era successo con la Cina nel 2008. 


I carioca hanno conquistato poche medaglie d’oro e totali. Idem le altre nazioni sudamericane. Come al solito gli Stati Uniti si sono piazzati al primo posto nel medagliere, seguiti dalla sorprendente Gran Bretagna e dalla deludente Cina. La Russia sportivamente non è più la potenza di un tempo. Per l’Italia queste olimpiadi si son chiuse positivamente, più o meno come nel 2008 e nel 2012, anche se siamo lontani dal massimo delle medaglie d’oro, ben 14, conquistate a Los Angeles ‘84, e dal massimo delle medaglie complessive, 36, ottenute in due occasioni (una delle quali è Roma '60).

Dei veri italiani con sacrificio ed umiltà hanno tenuta alta la sacra bandiera della nostra nazione, facendola piazzare tra le prime dieci posizioni per numero di medaglie. Da sconosciuti si lavora più tranquillamente, senza sentire il peso eccessivo di chi è al centro dell’attenzione; quando uno è sopravvalutato della stampa e tutti si aspettano il massimo risultato, se non arriva che delusione: come è successo alla nuotatrice Federica Pellegrini.

Il sipario sta per abbassarsi: tutti, trionfatori e sconfitti, sono stati molto soddisfatti di essersi fatti conoscere da tutto il mondo, consci che tra poco si dimenticheranno di loro, nell’attesa che tutti li rimembreranno tra quattro anni.

domenica 14 agosto 2016

323) PENSIERI SUGLI ARGOMENTI CORESI ESTIVI 2016


GLI ARGOMENTI MAGGIORMENTE IN VOGA DELL’ESTATE 2016 A CORI SONO: GLI IMPIANTI SPORTIVI DI STOZA, LA SQUADRA DI CALCIO, LA PULIZIA DEL PAESE, IL CAROSELLO STORICO, IL LATIUM FESTIVAL.


Gli impianti sportivi di Stoza sono imponenti per un modesto paese e dopo una fase di abbandono, rovina e degrado, in cui erano stati paragonati ad una cattedrale nel deserto, stanno pian piano rivedendo la luce, nonostante qualche intoppo. In questa torrida estate, la cui calura è spezzata di tanto in tanto dai temporali, molte persone corrono nella pista in terra battuta che circonda il campo di calcio di Stoza. Anch’io ci vado ogni tanto. Capita di guardare gli imponenti spalti, di ripensare con nostalgia alle fredde, ventose, delle volte piovose giornate invernali in cui si seguiva la squadra di calcio e di sognare che qualche importante mecenate innamorato di Cori la rifondi, facendola arrivare ad altissimi livelli, così da migliorare ed ampliare ancora di più lo stadio. Parlando con realismo, se dovesse rifondarsi la squadra di calcio che ha chiuso i battenti, sarà a livello amatoriale, difficilmente rivivremo le glorie degli ultimi tempi. Sarà compito del Comune mettere nelle condizioni migliori un appassionato sportivo (che è agevolato nelle tasse se è titolare di un’impresa) che ha delle disponibilità economiche di svolgere al meglio il proprio compito. L’amministrazione comunale avrebbe potuto lanciare un appello o fare qualcosa per salvare il calcio a Cori, specie quello giovanile (fa ancora in tempo a prodigasi e non è escluso che lo stia facendo), la prima squadra avrebbe anche potuta essere sacrificata. Bisogna però sottolineare che il pallone a Cori non è sparito completamente, poiché esiste una piccola realtà del calcio a cinque con un’annessa scuola calcio. Ad un privato imprenditore non si può dir nulla se decide di prendere, non prendere, lasciare una società calcistica; è l’attaccamento della gente ad una squadra che fa la differenza: se a Cori il calcio locale fosse stato molto seguito il nostro pallone avrebbe avuto un seguito e gli amministratori comunali si sarebbero fatti in quattro per salvaguardarlo. Le cose positive non durano molto a Cori (fu così anche per la pallavolo), non appassionano, non entusiasmano (poi ci sono sempre le invidie, le ripicche, le rivalità); l’unica eccezione è costituita dagli sbandieratori, che danno la possibilità a molti ragazzi di viaggiare nel mondo.

Dopo la cessata attività della squadra di calcio nessuno aveva più curato il manto erboso del campo sportivo e fatto pulizia: ha provveduto il Comune, in occasione del Carosello Storico che si è disputato allo Stadio di Stoza. Le erbacce sono presenti un po’ ovunque, provvedono ad estirparle a zone in occasione di ricorrenze particolari, come è successo con Stoza: la scalinata della Madonna del Soccorso e l’area mercato vengono pulite nel mese di maggio per la festa della Madonna, il cimiteri nel mese di novembre per la ricorrenza dei defunti, i tragitti del centro storico solo per il Carosello e il Latium Festival. Perché non si selezionano dei nuovi lavoratori a tempo determinato con una graduatoria, che lavorando a rotazione, un gruppo al mese, da aprile a settembre, puliscono Cori dall’erba alta?


Il Carosello Storico dei Rioni è intoccabile: sarà indubbiamente più seguito del calcio, ma appassiona soltanto coloro che hanno a che fare con le varie porte e quelli cui interessa la sola disputa dell’anello. Non è che sia da buttare via, potrebbe essere impostato meglio: ormai la maggioranza dei paesani ci pensa solo i giorni delle sfilate che guardano nelle strade (alcuni vanno altrove), facendo qualche commento sulle priore, poi qualcuno mangia nelle taverne ed arrivederci all’anno prossimo; non ci sono iniziative di promozione turistica o artigianale, con un incorporato viaggio nel rinascimento, come avviene nei paesi limitrofi per i palii “inventati”, copiando quelli originali come i nostri. Tutti gli anni i giornali di Latina scrivono sempre le stesse cose nel presentare questa rassegna storica. Con la formula dei due palii all’anno la manifestazione ha perso di anno in anno interesse: quell’entusiasmo, quella partecipazione, quel coinvolgimento di massa che c’era quando veniva proposto a distanza di anni è andato spegnendosi lentamente. Potranno anche venire a vederlo da fuori, più che altro per i costumi antichi, non certo per la corsa all’anello, che per un forestiero potrà risultare lunga e noiosa. Guardando il sito del palio si potrà notare che negli anni delle amministrazioni comunali di destra provarono senza successo a rivoluzionare il Carosello: nel 2001 facendo fare un solo palio, nel 2007 non facendolo svolgere affatto per rinnovarlo e rilanciarlo. Quegli amministratori comunali fallirono la missione per la forte opposizione  degli irriducibili contradaioli e per la loro caduta anticipata.


Il “Latium Festival” è presente da più di quarant’anni a Cori, anche se prima veniva chiamato “Festival della Collina”: è molto interessante vedere di anno in anno la moltitudine del folclore, che arriva da svariate associazioni dei molti popoli del mondo, in scena per una decina di giorni in questo paese adagiato su un colle dei Monti Lepini. L’unico elemento negativo è che i vari gruppi non possono fare baccano in pieno centro cittadino tutte le notti fino al’alba, perché la gente non tutta è in ferie: la mattina deve alzarsi presto e nelle ore notturne non riesce a riposare. A mezzanotte, massimo mezzanotte e mezza, tutto dovrebbe tacere come nelle feste patronali.

domenica 31 luglio 2016

322) ANCHE GLI ITALIANI SFRUTTATI DAL CAPORALATO


Italiani schiavi nei campi per tre euro l’ora

Lug 29, 2016 Giovanni Masini


 “Il caporalato è andare dalle persone che stanno morendo e farle finire di morire”. La frase, lapidaria, è di un proprietario terriero della provincia barese, che intercettiamo alle cinque del mattino mentre assiste all’inizio dell’acinellatura: la difficile operazione di pulitura dei grappoli di uva da tavola, da preparare verso fine luglio in vista della raccolta di settembre. Gli acini più piccoli impediscono agli acini più grandi di crescere al meglio e vanno rimossi uno per uno.
Questo lavoro viene tradizionalmente svolto da braccianti chiamati a giornata, non di rado giovani sui vent’anni che cercano di guadagnare qualche soldo “facendo l’acinino”. Pulire i grappoli sembra un compito semplice, ma può rivelarsi massacrante. Trascorrere fino a dieci ore sotto il tendone di plastica che serve a proteggere l’uva contro la pioggia con temperature che superano i quaranta gradi, le braccia sempre sollevate e il caporale che incalza chi lavora meno velocemente, non è un lavoro da signorine.

 

Eppure, negli ultimi anni, sono sempre di più le donne che vanno a giornata a lavorare in campagna. Non più giovani che vogliono pagarsi gli studi o magari la vacanza, ma madri di famiglia che accettano di lavorare anche per venti euro al giorno pur di sfamare la propria prole. Alle quattro del mattino si mettono in viaggio dalle province meno ricche della Puglia, Brindisi e Taranto. Sui pullman viaggiano per ore fino alla zona compresa fra Bari, Andria e Foggia, dove c’è più richiesta di manodopera.
Il sindacato stima che ogni notte si mettano in movimento fra trentamila e quarantamila donne, per la stragrande maggioranza italiane. A volte si portano dietro anche il marito, il fratello, i figli. La miseria costringe ad accettare ogni tipo di ricatto.
Anche la truffa dei fogli di ingaggio, che consente a molti datori di lavoro di conferire una patina di legalità – anche se solamente formale – al lavoro dei braccianti alle loro dipendenze.
Il meccanismo è semplice: i braccianti vengono assunti per quindici giorni con il sistema del part-time orizzontale e (sotto)pagati per un mese. Così facendo l’azienda risulta sempre in regola con le uscite, i contributi previdenziali e tutte le norme sul lavoro: se mai dovesse arrivare un’ispezione, si fa sempre in tempo a dire che il bracciante ha iniziato a lavorare da due ore, quando invece sta raccogliendo uva dalle cinque del mattino.
Come se questo non bastasse, molto spesso i fogli di ingaggio vengono intestati ad amici o parenti dei proprietari terrieri, che così, se non si superano le 51 giornate di lavoro in un anno, possono godere dell’assegno di disoccupazione.
Ma le truffe a danni dello Stato si sommano a quelle, se possibili ancora più gravi, commesse alle spalle dei braccianti diseredati. Dalle tabelle salariali emerge che la paga giornaliera di un operaio di “secondo livello” (fra cui quelli, ad esempio, addetti all’acinellatura) non dovrebbe essere inferiore, al lordo, a 47 euro. Una paga quasi doppia al salario medio di un operaio irregolare.
Nemmeno gli orari vengono rispettati: da contratto la giornata dovrebbe durare sei ore e mezza più due di straordinario, ma nella realtà questo tempo può quasi raddoppiare. Non è raro che le donne lavorino dalle sei del mattino alle sei di sera.
Alla paga lorda, come succede per gli africani, dev’essere sottratto il costo del trasporto sul posto di lavoro (che, se superiore a un’ora e mezza, competerebbe contrattualmente all’azienda).
Per quanto questo fenomeno sia sulla bocca di tutti, trovare qualcuno disposto a parlarne è ancora più difficile che nel ghetto di Rignano Garganico. La manodopera non manca e chi “parla” rischia di trovarsi senza lavoro da un giorno all’altro.
Ogni tanto la questione torna alla ribalta delle cronache, soprattutto quando, tre o quattro volte all’anno, qualche bracciante muore sul posto di lavoro.
È il caso della bracciante quarantanovenne Paola Clemente, morta nel luglio 2015 mentre lavorava nelle vigne della campagna di Andria. Un malore provocato dai quarantadue gradi all’ombra e, quasi certamente, dal lavoro estenuante. Il suo stipendio era di appena 27 euro al giorno.
Nel processo ancora in corso, per cui, nonostante i tanti mesi trascorsi, non ci sono ancora stati rinvii a giudizio, è indagato fra gli altri Ciro Grassi, l’autista del bus che aveva condotto la Clemente fino nei campi, dal paese del Tarantino di cui era originaria.
Ciro Grassi è anche il nome che leggiamo sulla fiancata di un bus parcheggiato, fin dalle cinque del mattino, sul bordo di una vigna delle campagne baresi. Una coincidenza?
Certo Grassi è solamente indagato e quindi innocente fino a prova contraria, ma resta comunque paradossale che la normativa non ne abbia sospeso l’attività per cui pure si è dichiarato innocente.

(Ha collaborato Roberto Di Matteo)

lunedì 18 luglio 2016

321) DALLA FRANCIA ALLA TURCHIA L’ISLAM COLPISCE



SE IL FONDAMENTALISMO ISLAMICO CERCASSE LA VITTORIA SOLTANTO NEI PAESI MUSSULMANI POCO IMPORTEREBBE, IL GUAIO È CHE CERCA DI PENETRARE ANCHE IN OCCIDENTE.


C’è stata ancora una mattanza islamica in Francia, la terza in diciotto mesi, questa volta è stata duramente colpita la città di Nizza. Questi sono i risultati di un buonismo senza limiti nelle politiche migratorie che ha stravolto l’identità nazionale francese. Le nazioni europee maggiormente colpite dal terrorismo islamico hanno tutte le stesse caratteristiche della Francia: hanno rinunciato alla tutela delle loro culture, delle loro tradizioni in nome di un mito multiculturale. Noi fortunatamente non siamo ancora ai livelli della Francia, della Gran Bretagna, del Belgio, dell’Olanda, della Germania: facciamo ancora in tempo a fermare l’inarrestabile ascesa della furia islamica che cerca in tutti i modi di sottometterci, distruggendo la nostra cultura, che si basa sul cristianesimo, e i nostri modi di fare, di pensare. Quasi nessuno tra coloro che si proclamano imani in Italia ha condannato l’eccidio di Nizza. Alcuni giornalisti propongono la totale espulsione dell’Islam in Italia se le alte cariche musulmane non collaborano alla prevenzione delle violenze, segnalando i predicatori dell’odio: a mali estremi, estremi rimedi. I problemi del mondo islamico non dovrebbero minimamente interessarci, purtroppo ce li ritroviamo in casa nostra.



Magari riuscissimo ad intravederli solamente in finestra, come avviene nei paesi dell’Estremo Oriente: solo un po’ la Cina è alle prese con una piccola minoranza islamica nel suo vastissimo e popolatissimo territorio, mentre le Coree, Il Giappone, il Vietnam non sono sfiorati minimamente dalle violenze islamiste, perché tengono le porte chiuse all’immigrazione. Anche nell’ex oasi laica turca l’integralismo religioso avanza sempre di più; quella Turchia, cui l’Europa lecca i piedi a suon di miliardi, ricatta il Vecchio Continente con la bomba immigrazione: basterebbe posizionare una flotta navale lungo le coste delle isole greche, che non sono molto lontane da quelle turche, per fermare quell’esodo ed evitare di pagare. Il recente tentativo di colpo di stato che c’è stato in Turchia, a prescindere che sia vero o no, ha prodotto violente repressioni. I nostri governanti rappresentano lo specchio della nostra società: sensibile, debole, paurosa, delicata, che preferisce patteggiare con i tagliagole piuttosto che osteggiarli. Ci sarebbe bisogno di un Putin italiano.

sabato 9 luglio 2016

320) LACRIME VERE E DA SCENA



I CALCIATORI DELLA NAZIONALE HANNO PIANTO PER DELLE SCIOCCHEZZE E OVVIAMENTE PER FAR SCENA, COME GLI ATTORI, MENTRE C’ERANO COLORO CHE PIANGEVANO PER I LORO CARI ASSASSINATI IN BANGLADESH.


Ormai oggi è diventata una moda: quando i calciatori professionisti strapagati perdono una partita importantissima iniziano a piangere a dirotto. È esattamente quello che è accaduto con l’eliminazione della nazionale di calcio italiana dall’ultimo Campionato Europeo per Nazioni. Anni addietro tutti prendevano in giro Diego Armando Maradona che piangeva quando perdeva, ma ai tempi in cui giocava a calcio per uno sportivo era raro piangere per una sconfitta, e gli dicevano: “grande e grosso, piange come un bambino!” Oggi invece tutti sono contenti vedere i calciatori italiani piangere per la nazionale: è considerato un segno di vero attaccamento alla casacca che indossano. Per chi è abituato a vincere facile (almeno in Italia), come gli juventini, di cui la nazionale è zeppa, è durissima accettare una sconfitta. Saranno anche l’eccessiva eccitazione, l’enfasi, la concentrazione, la tensione per l’alta posta in palio, sotto la visione di milioni e milioni di persone, la paura di fare errori grossolani, la miscela di sostanze farmaceutiche consentite di ingerire, che porteranno a sfogare la delusione nei dopogara. Inoltre si farà un po’ di scena, per far vedere alle masse che si tiene veramente a quella competizione. La gente abbocca, sono pochi quelli che vedono al di là del naso.

Per fare un paragone stupido è un po’ quello che accade nel mondo teatrale professionistico e dello televisione; tutti, dopo uno recitazione, dopo una proiezione, esclamano: “che bravi interpreti, che storie commuoventi!” Raramente si va ad indagare su quello che c’è dietro le quinte: non ci si pongono quesiti sugli sceneggiatori che vogliono dare lezioni morali e sugli attori che recitano i buoni, domandandosi se effettivamente nella vita reale si comportano come nella finzione; o ancora: non vengono dei dubbi se nel mondo dello spettacolo le donne non molto brave  ma dai facili costumi prevalgono su quelle più preparate che non vendono il proprio corpo? Il paragone regge a pennello tra i calciatori e gli attori, perché entrambe le categorie sono in mano agli impresari, agli agenti, ai procuratori, dentro ci sono dei retroscena e degli impicci che nessuno saprà mai e perché anche i primi spesso recitano: oltre che per i motivi accennati pocanzi, anche per le sceneggiate che effettuano in campo, come ad esempio accentuando una caduta o il dolore per un fallo subìto. 

  
Nell’ultima gara della nazionale italiana i giocatori avrebbero potuto tenere un atteggiamento più dignitoso, considerando l’ennesimo eccidio di matrice islamica avvenuto in Bangladesh, che questa volta ha colpito particolarmente l’Italia. Gli italiani hanno giocato con il lutto al braccio dopo aver effettuato un minuto di raccoglimento, successivamente hanno dimenticato i loro connazionali uccisi e le loro famiglie duramente segnate, che versavano vere giustificate lacrime di dolore. Per una forma di rispetto verso i morti, la compagine italiana avrebbe potuto concedere le interviste ai giornalisti il giorno seguente alla sconfitta, una volta smaltita la tensione della partita, tenendo un atteggiamento più dignitoso, evitando pianti, comportandosi da veri uomini, non da bambini viziati abituati ad avere tutto. Potranno aver perduto una partita, non i loro miliardi. È soprattutto nei momenti tragici come questi che dovremo ricordarci di essere italiani, tirando fuori i tricolori. Dovremmo esporli pure negli anniversari della nostra storia gloriosa, non possiamo sentirci italiani principalmente per il pallone.

venerdì 1 luglio 2016

319) ADDIO BUD SPENCER



Quel gigante buono che fece ridere l'Italia negli anni di piombo

I suoi ruoli non piacevano alla critica ma portavano buonumore quando ce n'era bisogno

Pedro Armocida - Mer, 29/06/2016 - 08:48
(http://www.ilgiornale.it/)

La vita è meravigliosa. Anche quando è morta. A volte, soprattutto quando è morta. E non sembri una forzata iperbole. Naturalmente dispiace, pensando in primis alle persone che lo hanno amato da vicino, la notizia della morte di Bud Spencer al secolo Carlo Pedersoli, classe 1929 (oggi a Roma sarà allestita la camera ardente in Campidoglio mentre domani si terranno i funerali nella Chiesa degli artisti in piazza del Popolo).

Però se un'intera collettività elabora la morte di un attore come fosse uno della propria famiglia, allora anche nella fine tutto sembra acquistare un senso.



«Ho perso il mio amico più caro, sono sconvolto» ha detto Terence Hill, il compagno d'una vita di film, diciotto per la precisione. Insieme hanno dato vita a una delle grandi coppie della storia del cinema che lavorava molto sui fisici diversi (Bud Spencer viaggiava tra i 120 e i 160 chili), proprio come Stanlio e Olio (Russell Crowe intervistato recentemente da Marta Perego su Iris per il film The Nice Guys in coppia con Ryan Gosling non ha fatto altro che ricordare Bud Spencer reinterpretandone la famosa scena del coro dei pompieri di Altrimenti ci arrabbiamo in cui si passa le dita sulle labbra emettendo un «ba ba brerere...»).

«Siamo l'unica coppia a non aver mai litigato. E proprio perché non c'era invidia siamo diventati amici. A differenza mia, aveva studiato per recitare. Io non ho fatto scuole né accademie. Ma alla fine anche una scimmia impara a recitare», ha ricordato Terence Hill, anch'egli, al secolo, con un nome molto italiano, Mario Girotti. Anche se la coppia che ha fatto ridere tutti, ma proprio tutti (a parte forse qualche critico che non lo voleva ammettere), ha attraversato i confini dell'Italia conquistando il pubblico di mezzo mondo. Così il ministro della giustizia tedesco si è sentito di dover cinguettare: «Il pugno duro e il cuore tenero. Un eroe della mia infanzia»; mentre tutti i principali quotidiani di quel paese hanno ricordato l'attore anche in prima pagina.


Un coro quasi unanime, un cordoglio generale pieno di ricordi affettuosi, per uno dei nostri pochi artisti che ha manifestato le sue simpatie politiche senza nascondersi. Come quando si candidò nelle liste di Forza Italia nel 2005 nel Lazio a sostegno del presidente uscente Francesco Storace senza però venire eletto. Anche in quel caso, il pubblico che lo ha amato (su Facebook la pagina di Bud Spencer ha un milione e mezzo di fan), probabilmente ha voluto scindere i due aspetti tenendosi per sé quello più privato. Quello legato indissolubilmente ai ricordi personali. A quella prima volta al cinema a vedere le botte parecchio comiche che davano Bud Spencer e Terence Hill. E a leggerli questi ricordi, anonimi ma universali, viene il groppo in gola. Perché sono memorie che uniscono soprattutto i figli con i padri, magari intanto scomparsi, e viceversa. Sono certamente ricordi un po' più «maschi» anche se erano tante le sorelle che si divertivano con quei film, al cinema con tutta la famiglia. Quando andare al cinematografo era ancora una festa, un po' speciale, come la pizza il sabato sera o le pastarelle la domenica.

Perché la coppia dei «fagioli western» il cinema li riempiva facendo trascorrere qualche ora spensierata a un'Italia che non aveva molto da sorridere in quegli anni di piombo.

Anni difficili anche all'estero in cui due film della coppia d'oro sono stati girati nel Sudafrica dell'apartheid del regime di Pretoria, Io sto con gli ippopotami (1979) e Piedone l'africano (1978). Il piccolo interprete di quest'ultimo film, Baldwin Dakile, che un giorno non fu fatto entrare insieme alla troupe in un ristorante solo per bianchi, è stato adottato a distanza da Bud Spencer ed è diventato un avvocato in Sudafrica.

Quasi impossibile calcolare, rapportandoli ai valori odierni, gli incassi di film che detengono anche un altro peculiare record, quello dei puntini nei titoli: Lo chiamavano Trinità..., Dio perdona... io no!, ...più forte ragazzi!, ...altrimenti ci arrabbiamo!, ...continuavano a chiamarlo Trinità. Tutti film che sono tra i 50 più visti al cinema nel nostro Paese. Qualsiasi confronto è improponibile, vincono tutto loro. Proprio come hanno continuato a vincere le migliaia di volte che sono stati programmati in tv, ogni passaggio un successo. E' anche grazie a loro se il cinema italiano è andato avanti come industria popolare. Una popolarità che per Terence Hill continua ancora oggi con il grandissimo successo di Don Matteo. Purtroppo ora completamente in solitaria.


lunedì 27 giugno 2016

318) G.B.: QUEL CHE È DECISO È DECISO



IL POPOLO DELLA GRAN BRETAGNA, SENZA FARSI INFLUENZARE DA MINACCE E PRESSIONI INTERNAZIONALI, DEMOCRATICAMENTE HA SCELTO DI STACCARSI DALL’UNIONE EUROPEA DELL’ALTA FINANZA, CHE IMPONE A TUTTI. NIENTE DRAMMI E ALLARMISMI.



Cosa c’è di più democratico che chiamare un popolo a decidere sui propri destini? È quel che ha fatto il Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord pochi giorni orsono, allorquando ha deciso tramite un referendum popolare di uscire dall’Unione Europea. Alcuni esponenti politici italiani, che vollero fortemente portare l’Italia verso la moneta unica e verso la libera circolazioni, tra stati comunitari, delle persone e delle merci, tra cui Napolitano, Prodi e Monti, hanno fortemente contestato la concessione del referendum in Gran Bretagna (allora siamo in dittatura?). Si, perché ogni qualvolta un popolo è chiamato a decidere sull’Unione Europea quasi sempre boccia le sue politiche, mentre quando tocca ad un parlamento nazionale difficilmente rifiuta una proposta europea. Adesso si parla di un nuovo referendum con lo stesso quesito (tra l'altro molte firme raccolte per lo scopo sono ripetute svariate volte): perché non si vuole accettare democraticamente il responso uscito? Se i britannici diranno nuovamente di no insisteranno con un ennesimo referendum?

Tra G.B. ed U.E. no c’è mai stato un grande amore: infatti nessun governo di Sua Maestà Elisabetta II ha firmato il Trattato di Schengen sulla libera circolazione e ha aderito all’Euro, la moneta unica europea. Così il distacco sarà meno complicato. Gli inglesi sapevano bene quel che facevano: senza sentir ragioni sono andati avanti per la loro strada. Se ci fossimo stati noi italiani al loro posto, ci saremmo impauriti dalle solite pressioni e minacce ed avremmo ribaltate le tendenze: da negative all’Europa a strapositive. Hanno perfino tentato di strumentalizzare il gesto folle di un pazzo (ovviamente condannato da tutti noi) in modo che potesse ribaltare i sondaggi del quesito popolare: in Gran Bretagna si parlava solo di un uomo con seri problemi mentali e nient’altro, il quale ha ucciso una deputata laburista europeista. 





Sempre più popoli sono scettici verso le politiche europee, particolarmente tedesche, dai banchieri, dell’alta finanza, che impongono a tutta Europa le loro regole, facendo ingrassare la Germania e impoverendo le nazioni mediterranee, come Grecia, Italia e Spagna. Hanno rovinato la Grecia, ora ci provano con noi e con la Spagna. Queste situazioni non erano sentite particolarmente dai britannici: essi erano maggiormente preoccupati dal’immigrazione di massa ed incontrollata (fra poco apriranno le porte a circa 100 milioni di turchi). Alcuni sono allarmati da un eventuale sfascio dell’Europa Unita, il che potrebbe, secondo costoro, far tornare le guerre interne continentali: dimenticano la Nato, l’Alleanza Atlantica, di cui molti stati europei fanno parte? Se l’Unione Europea non cambia avrà una vita breve: si ad un’associazione di stati per favorire gli scambi commerciali, anche i movimenti delle genti, ma limitate e a determinate condizioni; no al superstato europeo oligarchico che arricchisce pochi, impoverisce tutti gli altri, permette alla delinquenza comune di circolare incontrastata. Il pensiero del Primo Ministro Britannico Cameroon era il medesimo, avendo a suo tempo dichiarato che egli era per l’Europa ma a determinate condizioni: la capitale del suo stato era Londra e non Bruxelles, il suo capo di stato era la Regina e non il Presidente della Commissione Europea, la sua valuta era la sterlina e non l'euro, decideva il suo popolo chi far entrare nel proprio paese e chi no. Tutte queste catastrofi che annunciano sul Regno Unito non credo che si avvereranno: hanno risorse a cui attingere dalle ex colonie, tramite il Commonwealth. Vale anche per la Scozia, la quale non dovrà farsi sopraffare dal forte clamore. Gli allarmismi per gli affari italiani e per le imprese italiane operanti in Gran Bretagna sono ingiustificati: difatti le aziende nostrane che operano all’estero lo fanno tranquillamente in molti stati extra Ue. E a quanto sembra nulla cambierà in G.B., tutto rimarrà tale e quale a prima del quesito referendario, cioè gli italiani e le loro imprese non avranno restrizioni.

martedì 21 giugno 2016

317) LE AMMINISTRATIVE 2016



VITTORIE COMUNI CAPOLUOGHI DI REGIONE:
  • M5S: ROMA, TORINO
  • CENTROSINISTRA: CAGLIARI, MILANO, BOLOGNA
  • LISTA CIVICA: NAPOLI
  • CENTRODESTRA: TRIESTE

VITTORIE COMUNI CAPOLUOGHI DI PROVINCIA:
  • M5S: CARBONIA
  • CENTROSINISTRA/SINISTRA: VARESE, RAVENNA, RIMINI, CASERTA, SALERNO
  • LISTE CIVICHE: LATINA, VILLACIDRO, BRINDISI, CROTONE
  • CENTRODESTRA/DESTRA:  SAVONA, NOVARA, PORDENONE, GROSSETO, OLBIA, ISERNIA, BENEVENTO, COSENZA


Tutti dicono che la vera forza politica vincitrice di queste amministrative è stato il Movimento 5 Stelle, poiché ha strappato due delle maggiori città italiane al centrosinistra: Roma e Torino. Se a Roma l'evento era prevedibile, considerando il malgoverno, il degrado e il malaffare emersi nei mesi scorsi, a Torino nessuno se lo aspettava. E' stata una brutta botta per Renzi, ma il suo centrosinistra salva parzialmente la faccia mantenendo Milano e Bologna. Peccato per il centrodestra, che per poco non ha riconquistato Milano: personalmente ho atteso sino a notte fonda con la speranza che quel minimo scarto di vantaggio di Sala su Parisi si rovesciasse in favore dell’ultimo. Quando ormai pensavo che le destre sarebbero uscite a bocca asciutta da questa tornata elettorale è arrivata la notizia della vittoria di Trieste. Poi ho avuto notizia dei risultati che arrivavano dai capoluoghi di provincia e un po’ mi sono consolato, notando che altre roccaforti di sinistra passavano a destra, anche a Bologna si è sfiorato il miracolo. Bisogna considerare che tutte in tutte le tornate amministrative c’è scarsa affluenza alle urne: pure se qualche indicazione la danno, quando si vota per le politiche è tutta un’altra musica, poiché la percentuale dei votanti sale vertiginosamente.

Con questo sistema elettorale che è stato approvato per le elezioni della Camera dei Deputati, ci sarà il rischio che il M5S vinca al ballottaggio, se ci andrà: i voti della destra o della sinistra escluse potrebbero convergervi. Questo movimento vuole boicottare molte opere pubbliche di vitale importanza, come le nuove arterie di comunicazione: per loro la persone devono continuare a perire su vie vecchie e pericolose. Fortunatamente i lavori per la nuova Strada Pontina e l’annessa bretella di collegamento con l’A1, già sono stati appaltati e non si potrà fare nulla per fermarli. La Linea C della metropolitana romana quasi sicuramente rimarrà un’opera monca: avrebbe dovuto raggiungere San Pietro e lo Stadio Olimpico. I neosindaci giovani di Grillo li selezionano preparati: non sbagliano una battuta quando sono in televisione e pensano di essere all’avanguardia immettendo una media di tre anglicismi, ogni dieci parole, i quali sono incomprensibili per il ceto culturalmente medio/basso  e allo stesso tempo attraenti (si pensa: ma da quale pianeta viene?). Coloro che vorrebbero introdurre il reddito di cittadinanza, dove prenderanno i soldi? In tale modo nessuno vorrà lavorare più, tutti diventeranno pigri, grassi, riposati, i posti lavorativi vacanti verranno rimpiazzati da altre orde di stranieri, che così detteranno legge. Con il Cinque Stelle e con la sinistra col tempo verremo travolti e spazzati via da un’immigrazione illegale e incontrollata. La maggioranza dei penta stellati provengono da sinistra; quei pochi che vengono da destra sono alla ricerca dell’esotico: se nel 1994 la novità era per costoro rappresentata da Berlusconi ed erano attratti da Forza Italia, oggi vedono il Cavaliere come una figura decrepita, superata e stantia. Se le destre si fossero presentate unite il M5S difficilmente sarebbe arrivato ai ballottaggi, ad eccezione di Roma che è un caso a sé; serva da lezione per le future elezioni politiche. A Roma hanno combinato un pasticcio: all’inizio tutti erano concordi nel candidare Bertolaso, successivamente Salvini e Meloni hanno fatto i “capricci”; con un unico candidato si sarebbe perso sul filo di lana, in modo più dignitoso.  


A Latina si parla di svolta storica, ma anche lì se il centrodestra fosse stato unito avrebbe vinto al primo turno: è successo che tutti gli elettori delle liste perdenti al primo turno hanno riversato i loro voti sul candidato civico Coletta, compresa Forza Italia, la responsabile delle premature cadute delle ultime due amministrazioni di destra e che non intendeva darla vinta al nuovo corso di Calandrini, proveniente da An, come gli ultimi due sindaci sfiduciati. C’è da notare una cosa sui tre maggiori centri della Pianura Pontina (Latina, Aprilia, Cisterna), fino a poco tempo fa roccaforti delle destre: quando ne sono stufi non svoltano mai a sinistra, preferendo scegliere delle liste civiche.

martedì 14 giugno 2016

316) ANTICIPO DI CALCIOPOLI NEL 2000


NEL 2006 (DIECI ANNI FA)  CI FU LO SCANDALO “CALCIOPOLI” O “MOGGIOPOLI”, MA GIÀ NEL 2000 SI VERIFICARONO I PRODROMI. SE NON FOSSE STATO PER LA RIVOLTA DEI TIFOSI LAZIALI E DELLA STAMPA ROMANA, IN UNA SETTIMANA DI FUOCO DEL MAGGIO 2000, IL SISTEMA DI MOGGI SAREBBE ANDATO A SEGNO ANCHE ALLORA. 


Dieci anni fa un vero terremoto scosse il calcio italiano professionistico: infatti furono rese pubbliche delle intercettazioni telefoniche del direttore sportivo della Juventus Luciano Moggi, in cui si scoprì che gli arbitri e alcuni vertici della Federcalcio erano ai suoi ordini. Oltre alla Juventus, ruotavano nel sistema Moggi il Milan, la Fiorentina e la Lazio. La Juventus, a seguito dei processi sportivi, pagò il dazio maggiore, essendo anche la maggiore beneficiaria di quegli sgarbi: le furono tolti due scudetti e fu retrocessa in Serie B (per la prima volta nella sua storia). Le altre tre società in un primo momento vennero retrocesse nella serie inferiore anch’esse, poi in seguito ai verdetti d’appello furono riammesse nella massima serie calcistica italiana con delle penalizzazioni, delle squalifiche per i loro dirigenti e delle salate multe. Quell’inchiesta venne chiamata “calciopoli o “moggiopoli”: le parole derivavano dal termine “tangentopoli”, l’inchiesta che anni prima spazzò via un’intera classe politica e chi conduceva le indagini era lo stesso magistrato, Francesco Saverio Borrelli (se la parola tangentopoli aveva un significato sensato, “la città delle tangenti”, nel termine calciopoli, la città del calcio, non c’era nessuna allusione concreta allo scandalo degli arbitraggi sleali). Le prove schiaccianti contro i dirigenti juventini erano evidenti: il solo fatto di decidere le designazioni arbitrali, quando gli arbitri dovrebbero essere indipendenti e non avere contatti con nessuna società, costituiva un gravissimo illecito severamente punibile, inoltre erano evidenti la sudditanza ed il timore degli arbitri nei confronti della Juventus. Anche se la Juventus tecnicamente era la squadra più forte in quegli anni e avrebbe vinto gli incontri, i campionati, con qualsiasi arbitro e senza interferenze, il gravissimo sgarro ci fu senz’altro: quella magistrale punizione era il minimo che le potesse accadere. La Federazione Calcistica Italiana venne commissariata, i suoi massimi dirigenti squalificati, molti arbitri vennero radiati, tra cui Massimo De Santis, che avrebbe dovuto rappresentare l’Italia nel mondiale di Germania 2006, poi conclusosi positivamente per gli azzurri. 

L’arbitro De Santis aveva suscitato clamore già nel maggio 2000, in un incontro Juventus – Parma, in cui annullò una rete regolare agli emiliani, che avrebbe consentito alla Lazio di agganciare la Juventus al primo posto in classifica ad una giornata dal termine. Dopo la partita, si disse allora, che aveva ricevuto misteriose telefonate e a sua volte ne aveva effettuate altrettante. Si contraddisse anche, dicendo che aveva annullato la rete al Parma prima che la palla varcasse la porta; le immagini televisive dimostrarono che fischiò dopo il vincente colpo di testa del parmense Cannavaro. Perciò si suppone che quella struttura di Moggi” era già operativa sei anni prima della scoperta della verità. Ci fu una settimana di fuoco in quel maggio 2000, tra la penultima e l’ultima giornata della Serie A 1999 – 2000: i giornali sportivi e non di Roma condussero una campagna di fuoco contro la Juventus, contro i torti subìti dai biancocelesti per il secondo anno consecutivo, i tifosi laziali misero a ferro e fuoco Roma per giorni, addirittura volevano bloccare la partenza del Giro d’Italia di ciclismo. A Tivoli, il paese di Massimo De Santis, arrivarono molte telefonate di insulti e minacce a parecchi De Santis. Essi auspicavano che si arrivasse allo spareggio, in caso contrario erano pronti alla guerra (come era scritto su uno striscione di allora). 
 

Quell’alzare la voce in modo sconsiderato servì: infatti la domenica dopo la Lazio vinse contro la Reggina e la Juventus inaspettatamente perse a Perugia nel mezzo di una tempesta primaverile; in tutta Italia c’era il sole, il nubifragio si abbatté solo su Perugia. L’arbitro Collina, a causa delle ferocissime polemiche di quella settimana, saggiamente non se la sentì di rinviare la partita al giorno dopo (con una Juventus senza ansie, tranquilla e riposata), anche perché per regolamento tutte le gare dell’ultima giornata di un qualsiasi campionato sportivo devono essere giocate in contemporanea, oggi come allora, attese che la pioggia cessò e il pallone rimbalzasse. Ormai tutti, al termine della penultima giornata di quella Serie A, credevano che la Juventus avrebbe tranquillamente vinto il titolo; i pochi ottimisti tifosi laziali speravano di andare allo spareggio scudetto: ci sarebbe stato con una vittoria laziale contro la Reggina e con un pareggio juventino a Perugia. Morale della favola: la ribellione dei tifosi e della stampa romana servì ad evitare che quel sistema favorevole alle squadre del nord andasse a segno anche allora. La vittoria del campionato a Lazio l’avrebbe meritata di più l’anno prima, nel 1999, ma naturalmente fu beffata al taglio del traguardo da un’altra società padrona del calcio italiano, il Milan, che si scoprirà essere in combutta con i dirigenti della Juventus (probabilmente anche l'Inter nel 1998 fu scippata). Voi direte che anche la Lazio era collusa con Moggi nel 2006. Certo, ma tra il 2000 e il 2006 la proprietà era cambiata. 

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