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venerdì 22 settembre 2023

516) IL DECESSO DI GIORGIO NAPOLITANO

 È morto Giorgio Napolitano, un comunista al Quirinale

22 Settembre 2023 - 19:55

Napolitano, una vita dentro il Pci, fatta di luci e ombre, prima di salire al Colle e diventare 'Re Giorgio'

Francesco Curridori



È morto Giorgio Napolitano, un comunista al Quirinale

Giorgio Napolitano è morto. L'ex presidente della Repubblica se n’è andato all’età di 98 anni, compiuti lo scorso 29 giugno. Il sovrano senza corona che ha guidato il Quirinale dal 2006 al 2015, diventando il primo presidente della Repubblica ad essere eletto per ben due volte, è morto.

La storia politica di Giorgio Napolitano inizia nel 1945 quando, all’età di vent’anni, dopo una breve esperienza nel GUF (gioventù universitaria fascista) si iscrive al Pci e nel 1953 entra in Parlamento come deputato. Tre anni dopo, quando i carri armati russi intervengono per sedare la rivolta di Bupadest, afferma che l’Urss “ha non solo contribuito a impedire che l'Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ma alla pace nel mondo”. Soltanto nel 2006 rivede questa sua posizione dichiarando che aveva ragione Pietro Nenni, l’allora segretario del Psi, nell’appoggiare la protesta ungherese. L’incontro che gli cambia la vita è senza dubbio quello con Giorgio Amendola, leader della corrente “migliorista”, chiamata così dagli avversari perché non si poneva l’obiettivo di sovvertire il capitalismo ma soltanto di migliorare le condizioni di vita dei cittadini. Napolitano, insieme ad Emanuele Macaluso, Gerardo Chiaromonte e Luciano Lama, si pone dunque “alla destra del Pci” e ha guardato con favore ad un'alleanza con i socialisti ma, nonostante questo, è sempre riuscito a ricoprire ruoli di primo piano dentro il partito.

La carriera di Napolitano dentro il Pci

Dal 1966 ricopre, per due anni, il ruolo di vicesegretario del partito guidato all’epoca da Luigi Longo e fino al 1969 e, a partire dagli anni ’70, assume il ruolo di ‘ministro degli Esteri del Pci che gli consente di girare il mondo. Nel 1978 compie il suo primo viaggio negli Stati Uniti, a Harvard, dove viene presentato da Franco Modigliani all’intellighenzia americana che, come ricordava Edmondo Berselli, lo definì un comunista “pinker than red" per la sua vicinanza ai socialisti. Per Henry Kissinger, ex braccio destro di Nixon, Napolitano è sempre stato il “My favourite communist” anche se è proprio l'esponente 'migliorista' che cura i rapporti con l’Unione Sovietica per il Pci. Negli anni ’80 si fanno sempre intensi i rapporti tra i socialisti di Bettino Craxi e Napolitano che, nel 1981, rinuncia agli incarichi dentro la segreteria del partito esprimendo così il suo dissenso con i contenuti della famosa intervista sulla 'questione morale' rilasciata da Berlinguer a Repubblica. Questo, però, non impedisce a Craxi, durante il processo Tangentopoli, di tirare in ballo proprio Napolitano per quanto riguarda i finanziamenti che il Pci prendeva da Mosca. “Qualcuno può credere che il ravvennate Gardini che aveva grandi interessi in Emilia e in Unione Sovietica non abbia mai dato un contributo al Partito Comunista?”, si chiedeva l’allora leader del Psi. “Sarebbe come credere che – disse Craxi - il presidente della Camera, onorevole Giorgio Napolitano non si fosse mai accorto del grande traffico di denaro che avveniva sotto di lui tra i vari rappresentanti amministratori del Partito Comunista e i Paesi dell’Est. Cosa non credibile”.

Con la vittoria di Romano Prodi alle elezioni del ’96, per Napolitano, arriva l’incarico di ministro dell’Interno. Si tratta della prima volta di ex comunista al Viminale e lo si nota fin da subito con il varo di una nuova legge sull’immigrazione, la Turco-Napolitano. Sono loro a dar vita ai Cie, i Centri di identificazione ed espulsione, che ora sono nell’occhio del ciclone. Si trattava di una legge che spalancava le porte a un’immigrazione incontrollata con la motivazione che: “Le imprese del Nord hanno bisogno degli extracomunitari”, come spiegava Napolitano nel 1998. Dall’anno successivo fino al 2004 è stato europarlamentare a Bruxelles.

Gli anni da presidente della Repubblica

Nel 2005 diventa senatore a vita e nel 2006 viene eletto presidente della Repubblica. Anche qui Napolitano compie un nuovo record: è il primo (e finora l’unico) ex comunista a salire al Colle. La coabitazione con il premier Silvio Berlusconi si fa complicata nel 2011 quando le cancellerie europee (e non solo) si organizzano per ordire un complotto che prevede l’uscita di scena del Cavaliere. La maggioranza di centrodestra si sgretola, non solo per lo ‘spread’ alto, ma anche perché si vociferava che Napolitano avesse promesso all’allora presidente della Camera, Gianfranco Fini, di nominarlo premier qualora avesse fatto cadere il governo Berlusconi. Promessa non mantenuta.

A dicembre 2011 nasce il ‘governo del Presidente’ con la nomina del tecnico Mario Monti prima a senatore a vita e, il giorno successivo, a premier. Tutto sembra filare liscio per Napolitano ma il “suo governo” è un fallimento e le elezioni del 2013 presentano un Parlamento spaccato. La coalizione ‘Bene Comune’ di Pierluigi Bersani non ha i numeri per governare ed è impossibile formare un governo di coalizione con i Cinquestelle. Ancora più difficile è portare al Colle sia Franco Marini sia Romano Prodi, pugnalato da ‘101 franchi tiratori. Ecco che Napolitano segna un altro record: è lil primo presidente della Repubblica ad essere eletto per un secondo mandato. Ora deve gestire la nascita del governo di coalizione centrosinistra-centrodestra guidato da Enrico Letta, nato per fare le riforme. Tutto va bene finché l’esecutivo non perde rapidamente prima l’appoggio di Berlusconi e, poi, la fiducia degli italiani. Nel mezzo la procura di Palermo sale al Colle per interrogare il Capo dello Stato, come persona informata sui fatti, nell'ambito del processo sulla 'trattativa Stato-mafia". Anche in questo caso si tratta di una prima volta assoluta.

Poi arriva lo ‘tsunami’ Renzi che ‘rottama’ Letta e si fa promotore di una riforma costituzionale, che Napolitano sostiene anche dopo aver lasciato il Colle che, però, viene sonoramente bocciata dagli elettori col referendum del 4 dicembre 2016. "Non mi nascondo dietro un dito. Aver visto fallire, lo scorso 4 dicembre, il terzo o quarto tentativo di riforma è certamente stata una sconfitta anche per me", ammetterà Napolitano pochi giorni dopo l’esito del voto. Nel 2018, a seguito della complicata situazione di stallo politico determinato dai risultati delle Politiche del 4 marzo, si torna a parlare di 'governo del Presidente', volgendo lo sguardo verso l'esecutivo tecnico di Mario Monti. Napolitano, intervistato dal Corriere, precisa: "Gli scenari che leggo sul dopo voto sono spesso pure fantasticherie, formule senza fondamento costituzionale. Ho esperienza in materia, visto che mi è stato attribuito il merito o il demerito di aver fatto nascere un qualche 'governo del presidente', magari 'tecnico'; e posso dire che una simile fattispecie non esiste". E conclude: "Il presidente non può inventarsi un governo perché dominus è il Parlamento; tutti i governi sono espressione della nostra democrazia parlamentare". Nel maggio 2021, all'età di 97 anni, viene sottoposto a un intervento chirurgico all'ospedale Spallanzani di Roma. Il 13 ottobre 2022, in occasione della prima seduta della XIX legislatura, rinuncia al ruolo di presidente provvisorio del Senato della Repubblica, che spetta al senatore più anziano e che Napolitano aveva già ricoperto nel 2018. A presiedere la seduta che ha portato all'elezione di Ignazio La Russa è stata, dunque, la senatrice a vita Liliana Segre.

da ilGiornale.it - Ultime notizie su attualità, politica ed economia

martedì 11 dicembre 2018

409) TRAGEDIE SCONOSCIUTE



Ucraina, Stalin fece 7 milioni di morti. Più di Hitler. Ma nessuno ne parla

mercoledì 28 novembre 17:37 - dI Antonio Pannullo




Tutta l’Ucraina celebra in questi giorni uno dei più grandi, forse il più grande, olocausto del Novecento, l’Holodomor, che letteralmente significa “morte per fame”. Di che si tratta? In Europa, e ancora meno in Italia, non si è mai parlato di quello che è uno dei più grandi crimini del comunismo, che al pari di altri, continua a essere sistematicamente oscurato dalla storiografia e dai media. La strage avvenne dal 1929 al 1933, governante Stalin, e ancora oggi è incerto il numero delle vittime: le fonti più attendibili fanno variare il numero dei morti da 7 a 10 milioni, anche se altre fonti riducono la cifra a 4/5. L’Unione Sovietica ha sempre messo la sordina alla vicenda, e anche dopo la guerra Onu, Ue, Nato e le altre organizzazioni sovranazionali non hanno mai ricordato la vicenda. Solo in Ucraina la ricorrenza è annualmente ricordata, proprio negli ultimi giorni di novembre. Purtroppo, ad oggi, solo 23 Paesi e il parlamento europeo hanno riconosciuto l’Holodomor come genocidio. Molti Paesi, tra cui l’Italia, non lo hanno ancora fatto.
Così Stalin pianificò l’Holodomor
Tutto iniziò quando Stalin si mise in testa di razionalizzare tutto il Paese, sia dal punto di vista agricolo sia da quello industriale. L’Ucraina, come è noto, forniva all’Urss il 50 per cento della produzione agricola. Il comunismo, come si sa, portò sotto il controllo dello Stato terre e produzione. In Ucraina invece, tradizionalmente, le terre erano frammentate in piccole proprietà agricole appartenenti ai Kulaki. L’Urss non poteva tollerare questa suddivisione e con la forza avviò il processo chiamato di “dekulakizzazione”, per mettere i Kolchoz (cooperative agricole) al loro posto. Tutti i milioni di kulaki che rifiutavano la collettivizzazione comunista vennero uccisi o deportati in Siberia e nelle regioni artiche. I pochi sopravvissuti vennero vessati in maniera tale da rendere loro impossibile la sopravvivenza: le quote da consegnare allo Stato divennero altissime, e spesso le guardie rosse sequestravano tutti i generi alimentari posseduti dai contadini. Tutto veniva requisito, dal grano alla farina al pane alle verdure, le bestie venivano uccise perché i contadini non dovevano possedere nulla. Il risultato fu che milioni di persone morirono, la produzione agricola crollò, ma Stalin la ebbe vinta. Il suo intento infatti non era tanto aumentare la produzione agricola, quanto piegare i kulaki e con loro tutti gli oppositori alla dittatura comunista.
L’Holodomor fu un esempio per gli oppositori al comunismo
Stalin, insomma, ci si mise d’impegno per dare un esempio: e lo diede. Fino al 1989 nessuno osò più ribellarsi alla feroce dittatura comunista, pena la morte o il gulag. I comunisti infatti non si limitarono – si fa per dire – a uccidere fisicamente gli oppositori, ma intesero privarli di tutte le forme di sostentamento, fargli terra bruciata. Per aiutare il processo di collettivizzazione, il Pcus inviò in Ucraina decine di migliaia di commissari governativi e circa 25mila operai delle imndustrie per far funzionare i kolchoz. Vi furono ovviamente incidenti, che furono represso nella maniera più brutale possibile. Il termine kulaki servì presto a definire tutti quelli che si opponevano al regime. Furono messi sotto inchiesta dieci milioni di contadini, di cui la maggior parte – come disse Stalin – furono annientati. Quando, nel 1932, Mosca ricevette solo il 39 per cento della produzione richiesta, Stalin dette la colpa ai kulaki e al loro presunto sabotaggio, con le conseguenze che si possono immaginare. Esecuzioni sommarie, fucilazioni, incarcerazioni, deportazioni, si susseguirono a milioni, nell’ignoranza e nell’impotenza dei Paesi occidentali. La repressione si intensificò: tutto veniva confiscato, e il Commissariato del popolo per gli affari interni, il famigerato Nkvd, proibì il commercio dell’Ucraina all’esterno e i viaggi. Per fare questo l’esercito circondò i confini isolando di fatto l’Ucraina dal resto dell’Urss e causando appunto la morte per fame. Un po’ come avvenne, in tempi più recenti, per il Biafra nigeriano, isolato e piegato con la carestia dal regime nigeriano. Tutta l’Ucraina a quel punto divenne un enorme campo di sterminio e il governo sovietico impedì i viaggi in Ucraina, soprattutto agli stranieri. Negli anni seguenti le cose peggiorarono: il granaio dell’Urss divenne un’area depressa, e altre persone morirono negli anni seguenti a causi di quel deliberato atto genocida teso a piegare la resistenza dei contadini ucraini.
L’Urss nascose l’Holodomor per anni
L’Urss nascose la vicenda per anni, e dell’Holodomor si iniziò a parlare soltanto durante la perestroika di gorbacioviana memoria, ma nelle scuole di tutto il mondo, ad eccezione di quelle ucraine. dell’Holodomor non si parla, così come per decenni non si è parlato dei massacri delle foibe, delle fosse di Katyn, inizialmente attribuite dai comunisti ai tedeschi, o di altre atrocità “scomode”. La cifra delle vittime è ancora molto dibattuta, e oggettivamente è difficile quantificarla, ma la cifra dei 7/10 milioni di morti fu fatta alla 61ma assemblea delle Nazioni Unite. La vicenda dell’Holodomor ucraino è paradigmatica di come siano trattati alcuni massacri rispetto ad altri. Così il genocidio armeno, ancora oggi negato per ragioni politiche e geopolitiche, le atrocità dei partigiani italiani, negato per opportunità politica, il citato genocidio del Biafra, e soprattutto l’Holodomor, il massacro più grande, o tra i più grandi, del Novecento, negato per non dispiacere prima all’Urss e poi a tutta la sinistra internazionale, per non disturbarla nella sua corsa al potere in tutto l’Occidente.



giovedì 10 maggio 2018

388) IL DIBATTITO SUL LAVORO DEI MARITTIMI



Nelle ultime settimane ci sono state sia delle polemiche, sia degli elogi alla compagnia di navigazione “Tirrenia – Moby” che sceglie prevalentemente personale italiano che le costa di più, rispettando le regole a suo tempo stipulate. Da questo spunto si possono aprire delle discussioni sulla manovalanza italiana o straniera: spesso prevale la seconda perché, come si dice da tempo, gli italiani scansano alcuni lavori, oppure  perché è a basso costo? Beppe Grillo dal suo sito spiega le ragioni della “Tirrenia – Moby”, prendendone le difese.


Siamo un popolo di navigatori, disoccupati

 

di Beppe Grillo –
Nel 1998 fu varata una legge (30/98) che consentiva alle società armatrici la quasi totale defiscalizzazione e la totalità degli sgravi Inps e Irpef per i marittimi imbarcati.
Vi sembra strano? Non lo è, perché la legge a suo tempo fu approvata per favorire la piena occupazione, specialmente al sud, nel settore marittimo, con vincolo di personale interamente italiano o comunitario. Esisteva anche una deroga ministeriale in favore di personale extracomunitario, ma soltanto nei limiti di 1/3 dell’equipaggio.
Nel corso degli anni però, in seguito a modifiche della legge e con accordi sindacali mirati, gli armatori hanno ignorato l’obbligo di imbarcare marittimi italiani e hanno iniziato ad imbarcare personale extracomunitario, anche in numero superiore all’originario limite di 1/3, con rapporto di lavoro “regolamentato dalla legge scelta dalle parti”. Al lavoratore extracomunitario viene così applicato l’accordo sindacale del suo Stato di provenienza: in questo modo si abbattono notevolmente i costi rispetto ad un marittimo italiano.
Il datore di lavoro mantiene quindi le stesse esenzioni fiscali previste per il personale italiano o comunitario. A questo aggiungiamo anche il problema dei corsi di formazione per acquisire il libretto di navigazione: in Italia il costo ammonta a circa 2mila euro, gli extra comunitari invece possono conseguirlo nel loro paese di origine con pochi euro.
Il quadro è chiaro ed è questo: totale penalizzazione dei lavoratori italiani, fino a farli scomparire dalle navi battenti bandiera italiana, ed innalzamento dello sfruttamento lavorativo da parte di società armatrici che imbarcano extracomunitari con salari da fame, gestiti da società di manning, con sede,  il più delle volte, in paradisi fiscali, senza alcun contratto diretto con il singolo lavoratore!
Per farvi avere una idea più chiara dei costi: un marittimo italiano può guadagnare al netto da 2000 a 5000 euro circa, a seconda del ruolo. Un marittimo extracomunitario è sottopagato, arriva a percepire circa da 300 a 700 euro al mese.
Vincenzo Onorato, armatore partenopeo, si sta battendo anima e cuore per salvaguardare i diritti dei nostri marittimi. La sua campagna di comunicazione a favore dei marittimi italiani, ha generato, nei poco informati, un turbinio di polemiche e illazioni senza senso. Ogni giorno Onorato si scontra contro questa realtà paradossale, a vantaggio soltanto degli armatori, che continuano a non pagare le tasse, beneficiando così della legge 30 del 1998, e non favoriscono altresì l’occupazione dei connazionali italiani. Sono infatti più di 40 mila i marittimi italiani disoccupati. Onorato è stato tacciato dai media di razzismo, di discriminazione becera, senza mezze misure.
Chi non vuole vedere la realtà accusa, nascondendosi dietro a questioni razziali.
Condivido a pieno la battaglia di Onorato e faccio mie le sue parole: chi è il razzista? Chi lascia a casa i nostri marittimi a fare la fame o chi con sfruttamento selvaggio imbarca extracomunitari, con salari da fame?
A Febbraio ho partecipato con Luigi di Maio all’incontro con l’associazione no profit “Marittimi per il Futuro” a Torre del Greco, perché credo fortemente che i diritti dei lavoratori vengano prima di ogni cosa. La cittadina campana è una delle tante città che vive di questo mestiere. Io, che come loro vengo da una città di mare, conosco la sofferenza di chi con il mare non può dar da mangiare ai propri figli.  Intere generazioni di padri, nonni, bisnonni, hanno sostenuto le proprie famiglie con uno dei mestieri più belli e antichi del mondo. Ora, il popolo marittimo di Torre del Greco, così come in altre città (Ercolano, Castellamare etc…) è ridotto alla fame, e all’associazione arrivano ogni giorno continue richieste di aiuto.
La soluzione a questo quadro è semplice e, come tutte le cose semplici, in Italia diventa complessa. Aggiungiamo che la politica e il potere delle lobby del settore frenano ogni tipo di iniziativa a favore dei più deboli.
Se un armatore italiano vuole mantenere la quasi totale defiscalizzazione deve imbarcare soltanto marittimi italiani o comunitari, almeno per la tabella di armamento-sicurezza (il numero legale minimo degli imbarcati a bordo). Se non accetta, allora paga  le tasse come qualsiasi società italiana.
Ciò comporterebbe un fortissimo innalzamento occupazionale e, non per ultimo, una maggiore sicurezza sulle navi  (non esiste un report di quale sia il numero reale di extracomunitari imbarcati sulle navi battenti bandiera italiana).
Siamo un popolo di navigatori, abbiamo un’esperienza millenaria e il mare è nel nostro dna. Tuteliamo il nostro immenso patrimonio dell’arte della navigazione.
Barra a dritta e avanti tutta!


domenica 19 novembre 2017

371) L'INNO NAZIONALE ITALIANO SENZA ITALIA



La sigla di chiusura dell’Italia

 di Marcello Veneziani



Con soli settantun’anni di ritardo, l’Italia s’è desta e nel mese dei morti si è data ufficialmente l’inno nazionale; ma a questo punto diventa la sua sigla di chiusura.
Erano anni che la destra, in solitudine, proponeva senza successo – neanche con i governi di centro-destra – di riconoscere l’Inno di Mameli come Inno nazionale; macché, l’inno figurava come il primo clandestino senza permesso di soggiorno.
Alla fine, di riffa o di raffa, con una proposta pieddina, Mameli entra con glorioso ritardo nella Gazzetta Ufficiale, ma nel frattempo il suo Canto degli italiani diventa il canto del cigno nazionale.
Il suo debutto come inno ufficiale sarebbe stato naturalmente con la Nazionale di calcio ai mondiali di Mosca, perché l’inno diventa veramente nazionale e popolare solo quando c’è di mezzo il calcio e la tv e viene cantato in tv, negli stadi, per le strade e nelle case; ma l’Italia – come ben sapete – si è giocata i mondiali.
Ergo, l’inno ufficiale servirà solo come colonna sonora delle performance di Mattarella e dintorni.
Considerando questa Italia con gli indicatori in picchiata – denatalità, mortalità, anzianità da record, evasione all’estero di ragazzi e pensionati, invasione di migranti, crescita del disavanzo, colonizzazione commerciale e da ultimo declino del calcio, bandiera nazionale – l’inno di Mameli arriva come una specie di marcia funebre o quantomeno sigla di chiusura, mentre scorrono i titoli di coda di uno Stato che non riesce a darsi una prospettiva di futuro.
Per decenni è stato impossibile dare dignità e rilievo all’inno nazionale; lo cantavano solo nello sport e nei raduni militari. Anche la destra lo rispettava fino a un certo punto, perché i monarchici e i nazional-risorgimentali preferivano la Marcia reale, i nostalgici della destra sociale e nazionale preferivano l’Inno a Roma se non i canti fascisti, e a sinistra trionfava il canto del lavoro, l’inno dell’Internazionale.
Inni con una solennità epica e storica più grandiosa e più coinvolgente, forse più poetici. Ma gli inni sono come i nomi di battesimo, non vanno distinti tra belli e brutti, in o out, ma tra significativi e insignificanti.
E l’Inno di Mameli evoca il legame nazionale, anche se propriamente più che la Patria evoca la Fratria, non la terra dei Padri ma la terra dei fratelli d’Italia.
Erano in pochi ad amare un inno nato nel risorgimento ma nel versante perdente, quello repubblicano. L’inno non ci accompagnò nelle due guerre mondiali né le imprese più significative della storia d’Italia. Restò come un’invocazione a Roma capitale in versione repubblicana e dunque apertamente antimonarchica e sottilmente anticattolica.
Senza dire, poi, che la musica di Novaro è sempre stata dimenticata come se di un inno valessero solo le parole un po’ retoriche e poco rispondenti al temperamento nazionale.
Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte… Però la morte precoce di Mameli a Roma combattendo per la repubblica romana, lo elevò al rango di eroe e di mito: desta ammirazione quel ragazzo che cantò l’Italia e si sacrificò in suo nome, non si limitò a scrivere un testo che esortava a esser pronto alla morte per l’Italia ma ci rimise davvero la vita.
Neanche per i 150 anni dell’Unità d’Italia, lo scorso 2011, fu possibile al governo Berlusconi dare solennità istituzionale all’Inno nazionale, per non scontentare la Lega di Bossi e per non irritare gli esterofili e gli internazionalisti di casa nostra.
In seguito nacque perfino un partito dall’inno, Fratelli d’Italia, guidato però da una sorella, Giorgia Meloni, che già dai tempi in cui era ministro della gioventù aveva cantato le lodi di Mameli in una mostra tricolore.
Ora, la scena pubblica non offre figure in cui riconoscersi, lo Stato è un’entità a cui nessuno mostra attaccamento; e sul piano politico avanza il deserto: cala l’ultimo astro Renzi, la sinistra si spappola, il centrodestra si ritrova intorno al corpo imbalsamato di Berlusconi, alcune regioni cercano autonomia e tanta Italia contro si vota a Grillo.
Ma ora, proprio ora, in piena decomposizione, ti arriva questo colpo di coda nazionale, questo inno retroattivo. Abbiamo l’Inno ma non c’è più l’Italia. L’Italia è morta, viva l’Italia.

 M. V. Il Tempo 19 novembre 2017

sabato 30 settembre 2017

366) ARTICOLI INTERESSANTI SU RELIGIONE E PATRIA



Polonia: il rosario 'sui confini della Patria'
Appuntamento di preghiera e speranza fissato per il 7 ottobre

29/09/2017 08:57


Si svolgerà il prossimo 7 ottobre, in Polonia, la manifestazione religiosa “Rosario alle frontiere”, organizzata dai fedeli laici cristiani della Fondazione “Solo Dios Basta”. I cui responsabili hanno spiegato che quel giorno “una catena umana di persone si posizionerà lungo i confini della nazione e reciterà il rosario, per la Polonia e per il mondo intero”. All'iniziativa ha aderito anche la Conferenza episcopale locale: “Chiediamo a tutti i fedeli di partecipare. Preghiamo insieme: clero, persone consacrate e fedeli laici, adulti, giovani e bambini” si legge nella nota dei vescovi polacchi.

La giornata di preghiera (i dettagli sono illustrati nel sito www.rozaniecdogranic.pl) celebra anche il centenario delle apparizioni di Fatima nonché festa della Madonna del Rosario. Tale ricorrenza è stata introdotta dopo la grande battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571, quando la flotta della Lega Santa sconfisse quella dell'Impero ottomano salvando l'Europa dall'islamizzazione. Una vittoria che secondo i cristiani oltre al valore dei combattenti è dipesa anche dall'intervento divino, invocato appunto attraverso la recita del rosario. “La preghiera potente del Rosario – si legge nel sito dell'associazione organizzatrice dell'evento - può influenzare il destino della Polonia, dell'Europa e anche del mondo intero”. Oggi come allora.




Una Carta senza amor patrio
Terza e ultima puntata del viaggio nella Costituzione



Di amor patrio non si accenna minimamente nella nostra Costituzione e si può capire la ragione storica contingente: venivamo da una guerra perduta e dall’ubriacatura fascista e nazionalista, da un patriottismo esibito e guerresco, ed eravamo diventati di fatto un paese a sovranità limitata.
Tutto questo impose la sordina all’amor patrio.
Infatti di patria si parla nella Costituzione solo all’art. 52 a proposito della difesa dei confini; un tema per certi versi oggi più urgente che nel passato e per altri superato dopo Schengen e nella società globale. Ma l’idea difensiva della patria non può esaurire l’amor patrio che non si esercita solo in caso di necessità estrema, ma anche in positivo come un legame d’affetto, di identità e di storia.
Sparisce l’amor patrio, la cultura dell’identità italiana e la mazziniana religione della patria; di sacro restano i confini, oggi impunemente violati, e la difesa in caso di pericolo. La nostra Costituzione è troppo recente per fondare l’amor patrio e troppo vecchia per essere immutabile col nuovo millennio e a 70 anni dalla nascita.
La Costituzione non è immodificabile nel nome di una visione teologica della Carta, che Ciampi definì la nostra Bibbia laica; ogni Carta è figlia del suo tempo e nella nostra carta c’è tutto il sapore del Novecento, delle sue ideologie, dei suoi conflitti, del suo linguaggio.
Oggi per esempio difficilmente si esordirebbe dicendo che la nostra è una repubblica “fondata sul lavoro”, considerando che un’affermazione del genere non riguarda più l’assoluta maggioranza degli italiani. È un’asserzione nobile e significativa ma non è universalmente rappresentativa, se si considera che il prolungamento dell’età media e dell’età giovanile, più i flussi migratori hanno reso il nostro paese abitato in maggioranza da cittadini che non lavorano più o non lavorano ancora.
Meglio sarebbe in linea di principio stabilire che la nostra è una repubblica fondata sul rispetto della persona e della comunità, mediante i diritti e i doveri di ciascuno e di tutti, e dunque la libertà, il lavoro e la dignità dei suoi cittadini.
E sarebbe opportuno esplicitare nella Costituzione l’amor patrio e fondare la nostra democrazia sul principio di responsabilità personale e comunitaria e sulla finalità del bene comune. Sul piano degli ordinamenti, alcune modifiche ci sono già state, come la modifica del titolo quinto della Costituzione riguardo l’assetto federale.
Non sarebbe affatto inconcepibile se la nostra democrazia si riconfigurasse da repubblica parlamentare in repubblica presidenziale, come la Francia o gli Stati Uniti. Ipotesi che i padri costituenti non presero allora in considerazione perché uscivamo dall’esperienza di una dittatura e si temeva il risorgere di leadership forti, autoritarie; ma oggi il presidenzialismo sarebbe pienamente legittimo e sacrosanto.
Peraltro c’è una lunga e rispettabile storia di proposte in questo senso: da Pacciardi a Craxi passando per Almirante, e poi il gruppo democristiano di Europa ’70 e il gruppo di Milano guidato da Miglio. Certo, le modifiche della Costituzione vanno fatte con maggioranze qualificate e non semplici, risicate e occasionali, perché devono esprimere una volontà larga, profonda e duratura.
Ma altre modifiche potranno darsi se si considera che siamo oggi nell’Unione Europea, viviamo in una società globale, ci sono i flussi migratori, nuovi scenari e nuovi reati legati alle nuove tecnologie, alla bioetica e alle violazioni della privacy. Senza considerare gli sconfinamenti dei poteri istituzionali.
La Costituzione in Italia non ha né i meriti né le colpe che le vengono attribuite; è rimasta sulla carta, non ha dato frutti, non è stata causa di progressi né di sciagure. Le carte costituzionali, soprattutto nei paesi mediterranei come il nostro, sono cornici, ma nessun’opera d’arte è stata giudicata dalla cornice.
Sono norme, carte da visita, ideologiche e rituali, regolamenti astratti, dichiarazioni di principio e di intenzioni generiche; ma la vita è altrove, la realtà è un’altra cosa, il mondo va per la sua strada.
Il problema vero non è quel documento, utile per capire lo spirito di un’epoca, i valori e i compromessi di una stagione, ma non per rigenerare un paese e dare una prospettiva di vita e di sviluppo.
Il nodo è un altro: dove si è cacciata l’Italia, qual è e dov’è il suo tratto comune, la sua presente e concreta fisionomia, i suoi punti salienti che la distinguono dagli altri paesi e la accomunano al suo interno?
Insomma bisogna avere una visione “laica” e non teologica della Costituzione, considerarla figlia e non madre della storia, dettata dal proprio tempo, dalle sue esigenze e dalle forze prevalenti dell’epoca e non dettata da Dio a Mosè sul Monte Sinai.
Una Costituzione da rispettare, non da imbalsamare e adorare; quindi  modificarla nelle sue parti più deperibili è un modo per rispettarla sul serio, rendendola viva e aderente alla vita di una nazione e al suo avvenire.
E comunque l’anno che verrà prima di essere il 70° della Costituzione sarà il centenario della Vittoria, il 4 novembre 1918. Se fosse quella la priorità, e se meritasse di essere ripristinata almeno per il centenario come festa nazionale solenne?
In fondo è l’unica data condivisa che ricorda l’unità degli italiani.
Se il comune proposito è rifondare l’Italia, il pericolo prioritario da cui dobbiamo salvarla è lo sfascismo trasversale e molecolare che la sta distruggendo. Occorre allora rifondare l’Italia sulla resistenza allo sfascismo imperante e su una vera lotta di liberazione antisfascista.


domenica 27 agosto 2017

363) NON CASUALI GLI ATTENTATI A BARCELLONA



Da Karl Marx a Maometto. La diabolica alleanza spagnola tra sinistra e fondamentalisti

Nel 2004, la Fallaci nella "Forza della ragione" scrisse: "A Madrid il processo di islamizzazione procede spedito"

Sab, 19/08/2017 - 19:21

Ma, soprattutto, il discorso vale per la Spagna. Quella Spagna dove da Barcellona a Madrid, da San Sebastian a Valladolid, da Alicante a Jerez de la Frontera, trovi i terroristi meglio addestrati del continente.


(Non a caso nel luglio del 2001, cioè prima di stabilirsi a Miami, il neodottore in architettura Mohammed Atta vi si fermò per visitare un compagno detenuto nel carcere di Tarragona ed esperto in esplosivi). E dove da Malaga a Gibilterra, da Cadice a Siviglia, da Cordova a Granada, i nababbi marocchini e i reali sauditi e gli emiri del Golfo hanno comprato le terre più belle della regione. Qui finanziano la propaganda e il proselitismo, premiano con seimila dollari a testa le convertite che partoriscono un maschio, regalano mille dollari alle ragazze e alle bambine che portano lo hijab. Quella Spagna dove quasi tutti gli spagnoli credono ancora al mito dell'Età d'Oro dell'Andalusia, e all'Andalusia moresca guardano come a un Paradiso Perduto. Quella Spagna dove esiste un movimento politico che si chiama «Associazione per il Ritorno dell'Andalusia all'Islam» e dove nello storico quartiere di Albaicin, a pochi metri dal convento nel quale vivono le monache di clausura devote a san Tommaso, l'anno scorso s'è inaugurata la Grande Moschea di Granada con annesso Centro Islamico. Evento reso possibile dall'Atto d'Intesa che nel 1992 il socialista Felipe González firmò per garantire ai mussulmani di Spagna il pieno riconoscimento giuridico. Nonché materializzato grazie ai miliardi versati dalla Libia, dalla Malesia, dall'Arabia Saudita, dal Brunei, e dallo scandalosamente ricco sultano di Sharjah il cui figlio aprì la cerimonia dicendo: «Sono qui con l'emozione di chi torna nella propria patria». Sicché i convertiti spagnoli (nella sola Granada sono duemila) risposero con le parole: «Stiamo ritrovando le nostre radici»
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Forse perché otto secoli di giogo mussulmano si digeriscono male e troppi spagnoli il Corano ce l'hanno ancora nel sangue, la Spagna è il paese europeo nel quale il processo di islamizzazione avviene con maggiore spontaneità. È anche il paese nel quale quel processo dura da maggior tempo. Come spiega il geopolitico francese Alexandre Del Valle che sull'offensiva islamica e sul totalitarismo islamico ha scritto libri fondamentali (e naturalmente vituperati insultati denigrati dai Politically Correct) l'«Associazione per il Ritorno dell'Andalusia all'Islam» nacque a Cordova ben trent'anni fa. E a fondarla non furono i figli di Allah. Furono spagnoli dell'Estrema Sinistra che delusi dall'imborghesimento del proletariato e quindi smaniosi di darsi ad altre mistiche ebbrezze avevan scoperto il Dio del Corano cioè erano passati da Karl Marx a Maometto. Subito i nababbi marocchini e i reali sauditi e gli emiri del Golfo si precipitarono a benedirli coi soldi, e l'associazione fiorì. Si arricchì di apostati che venivano da Barcellona, da Guadalajara, da Valladolid, da Ciudad Real, da León, ma anche dall'Inghilterra. Anche dalla Svezia, anche dalla Danimarca. Anche dall'Italia. Anche dalla Germania. Anche dall'America. Senza che il governo intervenisse. E senza che la Chiesa cattolica si allarmasse. Nel 1979, in nome dell'ecumenismo, il vescovo di Cordova gli permise addirittura di celebrare la Festa del Sacrificio (quella durante la quale gli agnelli si sgozzano a fiumi) nell'interno della cattedrale. «Siamo-tutti-fratelli.» La concessione causò qualche problema. Crocifissi sloggiati, Madonne rovesciate, frattaglie d'agnello buttate nelle acquasantiere. Così l'anno dopo il vescovo li mandò a Siviglia. Ma qui capitarono proprio nel corso della Settimana Santa, e Gesù! Se esiste al mondo una cosa più sgomentevole della Festa del Sacrificio, questa è proprio la Settimana Santa di Siviglia. Le sue campane a morto, le sue lugubri processioni. Le sue macabre Vie Crucis, i suoi nazarenos che si flagellano. I suoi incappucciati che avanzano rullando il tamburo Gridando «Viva l'Andalusia mussulmana, abbasso Torquemada, Allah vincerà» i neofratelli in Maometto si gettarono sugli ex fratelli in Cristo, e giù botte. Risultato, dovettero sloggiare anche da Siviglia. Si trasferirono a Granada dove si installarono nello storico quartiere di Albaicin, ed eccoci al punto. Perché, malgrado l'ingenuo anticlericalismo esploso durante il corteo della Settimana Santa, non si trattava di tipi ingenui. A Granada avrebbero creato una realtà simile a quella che in quegli anni fagocitava Beirut e che ora sta fagocitando tante città francesi, inglesi, tedesche, italiane, olandesi, svedesi, danesi. Ergo, oggi il quartiere di Albaicin è in ogni senso uno Stato dentro lo Stato. Un feudo islamico che vive con le sue leggi, le sue istituzioni. Il suo ospedale, il suo cimitero. Il suo mattatoio, il suo giornale «La Hora del Islam». Le sue case editrici, le sue biblioteche, le sue scuole. (Scuole che insegnano esclusivamente a memorizzare il Corano). I suoi negozi, i suoi mercati. Le sue botteghe artigiane, le sue banche. E perfino la sua valuta, visto che lì si compra e si vende con le monete d'oro e d'argento coniate sul modello dei dirham in uso al tempo di Boabdil signore dell'antica Granada. (Monete coniate in una zecca di calle San Gregorio che per le solite ragioni di ordine pubblico il Ministero delle Finanze spagnolo finge di ignorare). E da tutto ciò nasce l'interrogativo nel quale mi dilanio da oltre due anni: ma com'è che siamo arrivati a questo?!?

http://www.ilgiornale.it/news/politica/karl-marx-maometto-diabolica-alleanza-spagnola-sinistra-e-1431783.html

lunedì 7 agosto 2017

361) L'ONG IUVENTA




Iuventa, "volontari" sì. Ma a diecimila euro al mese

A chi non verrebbe voglia di improvvisarsi taxista del mare, con un fuoribusta del genere? Ecco la verità sui sorridenti alfieri della solidarietà pro immigrati.

di Redazione - 5 Agosto 2017 alle 21:00
I giovani di Iuventa se la ridono aspettando lo stipendio



Si definiscono "volontari", gli operatori di Iuventa - grazie a Dio non sono tutti uguali - ma dimenticano di dire che alcuni di loro vengono ricoperti d'oro, per i servigi di taxisti del mare: fino a 10.000 euro. Un fuori-busta che la volontà la farebbe venire a chiunque, specie in tempo di crisi e di licenziamenti. Altro che balle sulla solidarietà, il "salvare vite", la fratellanza universale e via dicendo. Altro che seguire i precetti cristiani, gli appelli di papa Francesco. Qui non c'è il Dio Trino ma il Dio Quattrino.

La fotografia riguarda l'inchiesta che ha portato al sequestro della nave utilizzata dai tedeschi di Iugend Rettet per trasportare i migranti dalla Libia all'Italia. Non solo i volontari dal sorriso a 32 denti andavano a prendere i migranti nelle acque libiche, a un miglio dalla costa, senza che le imbarcazioni dei disperati fossero in effettivo pericolo. Ma soprattutto facevano tutto in totale accordo con gli scafisti. Tra le intercettazioni scottanti, una apre gli occhi. Un operatore chiede a un altro: "Quali erano secondo te le cose strane che hai visto?". Risposta: "Innanzitutto il fatto che venissero pagati così tanto, il fatto che ci facessero fare queste c... di foto come ..". "Perché loro, aspè perché loro erano pagati come stipendio dici?", ribatte stupito il primo. "Eh, si, cioè .. cioè uno che fa il volontario che si piglia 10.000 euro mi sembra...".

E in un'altra intercettazione: "Quegli altri, quelli là...", continua in un'altra chiacchierata l'operatore riferendosi a un'altra organizzazione di volontari, "quelli erano banditi del mare non erano soccorritori del mare, eh? Quelli erano veramente banditi! Cioè veramente quella è stata proprio scandalosa... hanno fatto più morti loro che loro da soli coi gommoni".  



sabato 24 giugno 2017

357) ARTICOLO DE IL MESSAGGERO SUL CAROSELLO STORICO 1938



Di seguito riporto l’articolo de “Il Messaggero” sulla cronaca della seconda edizione del Carosello Storico dei Rioni di Cori del 15 maggio 1938, che ho trovato pubblicato sul libretto del programma della medesima manifestazione del 1984. Sempre nell’edizione del 1938 l’Istituto Luce realizzò un servizio.



Alla festa religiosa si ricollega la rievocazione storica dell’offerta di doni della Comunità e dei Rioni. Scrive il cronista del 1938:
“Ma l’aurea corona della festa è stato il Carosello dei Rioni, meravigliosa ricostruzione del secolo XVI”.
“I proclami lanciati dal Podestà, dai Comitati delle tre Porte; Romana, Ninfina e Signina, avevano suscitato uno spirito battagliero fra coloro che dovevano contendersi il palio. La sera precedente, dal maniero di Santa Margherita, fuori porta Ninfina, una artistica luminaria richiamava l’attenzione dei cittadini che leggevano “Viribus Unitis” motto arrogatosi della Porta; mentre in porta Romana cento braccia si avvicendavano febbrilmente per la ricostruzione dell’antica Porta colle caratteristiche della epoca. Lavoro ardito e meraviglioso che si stenderebbe a credere essere stato eseguito nello spazio di una sola notte”.
“Siamo alle ore tre del pomeriggio, le campane delle parrocchie suonano a storno per benedire i competitori delle tre Porte. Nel piazzale del Comune si compone uno stupendo corteo che si dirige in Piazza Signina ove una marea agitante di teste umane attende frenetica. Le tribune si assiepano”.
“Il corteo avanza con la Comunità, preceduto dal dirigente a cavallo, dal mossiere, dai trombetti e tamburi. Vengono quindi i magistrati dagli austeri e ricchi paludamenti seguiti dal personale e dai valletti recanti il Palio, oggetto dell’aspra contesa, superbo lavoro in pittura della giovane italiana Serenella De Rossi, raffigurante lo stemma di Cori di poi il bargello con i birri. Segue lo sfilamento di Porta Signina: lo precedono il tamburino cui fanno seguito quattro graziosi paggi recanti ramoscelli di alloro e di ulivo. Tengon dietro sei banderali che agitano in ogni verso e in ogni maniera le loro bandiere con singolare destrezza. Quindi i tre armigeri, il capitano della difesa sopra un agile destriero affrenato dal barbaresco, i sei armigeri, il vessillifero a cavallo con lo stendardo della Porta, due paggi che tengono graziosi festoni circondati dai colori della Porta. Soffusa da sorprendente grazia e bellezza, incede la Priora seguita da due damigelle e da un avventore gruppo di dame”.
“Avanza quindi il Priore, fiancheggiato da due paggi, di cui uno reca le chiavi della Porta e l’altro l’insigne; da ultimo i sei cavalieri su focosi cavalli, tre dei quali partecipanti al torneo e tre di scorta”.
“Con lo stesso ordine procede Porta Romana e di poi Porta Ninfina , fatte segno delle entusiastiche acclamazioni delle due fitte ali di popolo che godevano di quella teoria dei più smaglianti e pittoreschi costumi, senza saziarsi di tutta una gamma di visi raffaelleschi quasi ad annunciare che Cori è la casa delle belle ragazze”.
“Terminata la sfilata i cavalieri delle tre Porte passano al galoppo serrato innanzi la tribuna delle autorità per prendere posto in fondo al piazzale in attesa del segnale del mossiere che ordina squilli di tromba ad ogni corsa”.
“Gli anelli cominciano a conquistarsi fra le grida festose dei rioni e dopo un’attesa ansiosa e agitata, la vittoria rimane ai cavalieri di Porta Signina  di cui ammiriamo i particolari dello stendardo, verde e giallo oro col motto “Excelsior”. Qui uno scrosciare di battimani , uno sgolarsi per le irrefrenabili acclamazioni; una gioia traboccante della Porta vincitrice si associa alla musica del Dopolavoro alle grida tripudianti degli intervenuti che si affollano intorno ai vincitori, pervasi dal contento per il palio conseguito”.
 “Ammiriamo alle sera le fiaccole sovrastanti su oltre 500 tripodi impiantati con ramoscelli di alloro che convertono in viali di bosco la strada conducente alle tre Porte. Meravigliosa la Porta Romana con la ricostruzione dell’arco medievale illuminato a luce diffusa con in cime il motto “Per aspera ad astra”.
La ricostruzione giornalistica di quel primo (secondo ndr)  Carosello dà un’immagine puntuale e precisa dell’impegno di tutta una città. Un impegno che trova stimolo e forza nella tradizione corese, legata alla festa de Soccorso e al ringraziamento della Comunità.

domenica 21 maggio 2017

353) L’ITALIA CHE AMIAMO DELLE TRADIZIONI RELIGIOSE



·        L’Italia che amiamo/ Le sagre, le processioni, le feste di popolo. Quando la Tradizione è vita

del

All’articolo di Mario Bozzi Sentieri vanno riservati meritata attenzione ed adeguato consenso, perché mette l’accento, un accento tanto misurato quanto avveduto, sul culto delle “sagre”  diffuso e avvertito dall’Alto Adige alla Sicilia, dalla Valle d’Aosta alla Puglia.
Si tratta – osserva giustamente – di «un culto laico ed insieme religioso, per la capacità che ha di unire il sacro con il profano, il tempo della festa fa emergere una volontà di condivisione e di gioiosa partecipazione, che pareva soffocata dai meccanismi del consumismo di massa».
Sono nato e vivo a Tivoli, città di circa 60 mila abitanti, caposaldo di una vasta area, confinante con le province di Rieti, di L’Aquila e di Frosinone, ricca di insediamenti comunali vetusti, dalle tradizioni consolidate da secoli, in cui vengono, nel corso dell’anno con sagre e cerimonie religiose , «riprodotti e rappresentati modi e modelli di vita comunitaria che si pensavano travolti dalla modernità» e che all’opposto sono conservati e tramandati anche di fronte alle insidie rappresentate dalle mode e della mentalità della vicina metropoli.
Concordo totalmente che «basta appena immergersi, senza grette prevenzioni, in una delle tante celebrazioni che punteggiano l’Italia, annunciate da squillanti manifesti murali. Parla la Tradizione», che non è solo estiva ma trova occasioni anche negli altri mesi dell’anno.
E’ vero che in ogni località ed in ogni festa, si manifesta la «singolare miscela religiosa e profana, fatta di Madonne e di riti propiziatori, di fuochi celebrativi e di Santi Patroni, di oroscopi e di Fede, di bancarelle e di incenso». La religiosità  non scompare, vive, però, in un ambito diverso, spesso solo sopportato e mai vissuto e condiviso sinceramente dal clero postconciliare e protestantizzato, soprattutto con la presenza sempre più diffusa di sacerdoti del Terzo mondo, nati e cresciuti con mentalità diverse, se non opposte a quelle dei nostri centri.
Nella mia città si celebra il 14 agosto, vigilia dell’Assunta, da secoli una cerimonia religiosa, la c.d. “Inchinata“, in cui due immagini, quella del Salvatore e quella della Madonna si incontrano dopo un lungo percorso, scambiandosi un triplice inchino tra il tripudio pirotecnico e la devota partecipazione di centinaia di cittadini. In precedenza il Trittico del Salvatore compie altre soste, piene di significati e di insegnamenti morali, la benedizione delle acque dell’Aniene, un tempo minaccia costante della città con le piene alluvionali, ed il “bacio della soglia del dolore“ all’ingresso dell’Ospedale. Si tratta di passaggi consolidati nei secoli ma tali da rappresentare ancora oggi «la risposta del “Paese reale” allo smarrimento contemporaneo, a certa cultura impopolare, alla mancanza d’identità chiare», a certe tentazioni esibizionistiche, all’irrisione laica e al nichilismo consumistico. Si tratta di momenti da conservare, momenti da conservare nel cuore e nella mente per il resto dell’anno, perché essi possono «aiutare a riflettere su ciò che siamo veramente, come popolo, e su ciò che potremmo essere. In fondo, il futuro ha un cuore antico … ».



·        La festa della Madonna del Soccorso a Cori regge bene, nonostante qualche segnale di declino

 Processione del 2006

Adattando il precedente articolo al mio mondo, al mio paese, il pensiero corre alla festa padronale della Madonna del Soccorso, la più importante di Cori, che coinvolge l’intera cittadina e non i singoli rioni come le altre ricorrenze religiose paesane. Le altre feste religiose rionali del luogo sono in perenne declino (Sant’Antonio, Madonna del Rosario, San Tommaso da Cori e soprattutto Sant’Oliva, la vecchia patrona di Cori dimenticata), la festa della Madonna del Soccorso invece no: ha retto bene l’urto degli stravolgimenti socioeconomici degli ultimi decenni. Anticamente, quando c’erano pochissimi divertimenti e spassi, le feste paesane, comprendenti le processioni e le fiere, erano viste come dei momenti di svago, per staccare la spina dal durissimo ritmo delle fatiche quotidiane, e per mangiare meglio e di più. Oggi con i miglioramenti delle condizioni di vita, con gli svariati divertimenti e svaghi, con la perenne secolarizzazione della società, le masse non hanno a cuore come prima le tradizioni paesane. Ma ultimamente si è notata questa gelosa riscoperta delle tradizioni religiose locali, da contrapporre al politicamente corretto, al mondialismo, alla globalizzazione, al rinnegamento della propria cultura e all’imposizione di quella altrui. Fortunatamente c’è ancora chi si prodiga con fervente passione a mantenere viva la memoria storica del luogo in cui vive. Dicevo che la Festa del Soccorso è ancora molto sentita, è vero, ma ho notato qualche segnale di declino. Nella sua processione qualche fedele è diminuito: infatti nel lungo percorso cittadino, da Cori Valle a Cori Alto, arrivando fino al Monte della Ginestra, prima bisognava attendere oltre 40 minuti per vedere il corteo dall’inizio alla fine, mentre quest’anno l’attesa è stata di mezz’ora scarsa.


 Processione del 1993

I canti popolari antichi tipici della Processione del Soccorso, delle donne vestite di verde, scalze, con in braccio grossissimi ceri e che hanno fatto voto per grazia ricevuta, stanno sparendo. Quelle donne sono morte tutte, solo qualche fedele prova a tenere viva quella tradizione. Anni addietro avevo lanciato un appello non raccolto, affinché quell’usanza, che era una caratteristica della processione, non morisse del tutto. Durante le feste del Soccorso passate, le parole di quei canti popolari mi risuonavano in testa nelle ore successive alla processione, non sentendo i frastuoni delle giostre, della festa civile in piazza ed era una bella sensazione, che accresceva ulteriormente con l’assaggio dei prodotti enogastronomici tipici paesani. Tutte le Madonne, ovunque si trovino, anticamente avevano le loro madonnare che intonavano “viva, viva, sempre viva…” La festa civile è stata altrettanto bella: ci saranno meno introiti rispetto al passato, ma la generosità di alcune discrete aziende del paese fa sì che ci siano sempre dei concerti di affermati cantautori e di altri piccoli gruppi locali. Non solo i canti religiosi antichi delle processioni mi piacciono, apprezzo anche la musica leggera moderna. A tal proposito, alcuni anni fa ci misi tutta la buona volontà ad avvicinarmi a quell’ambiente, cercando di vincere le diffidenze; c’era un gruppo musicale che organizzava anche altre attività culturali e fondò un piccolo giornale: io era da poco che avevo il blog e pensavo di fare una buona cosa parlando della creazione di quel giornalino. Credevo di ricevere dei compiacimenti, ma al contrario ricevetti freddezza, indifferenza: non capii il perché. Eppure ne avevo parlato bene, mica male. Morale: uno nonostante ce la metta tutta per apprezzare, per valorizzare, qualche cosa del luogo in cui vive, qualunque cosa fa non va mai bene. Vale anche per la Festa del Soccorso, dove sacro e profano si incrociano sempre, e che fa parte di quell’Italia che amiamo.

mercoledì 15 marzo 2017

347) IL MONDO SEMPRE PIÙ AL ROVESCIO



LA CRISI DELLA FAMIGLIA

Addio Italia, ormai va tutto a rovescio

Nessuno vuole più figli, eccetto gay e anziani. E via con uteri in affitto, maternità surrogate, eterologa. Politica ferma e i pm "corrono"

di Marcello Veneziani 14 Marzo 2017



Il mondo capovolto, il diritto a rovescio, l'Italia a testa in giù. I figli non li vuole più nessuno eccetto i gay, le lesbiche e le donne anziane. E via con gli uteri in affitto, le maternità surrogate, l'eterologa, le adozioni di coppie dello stesso sesso. E se la politica tentenna, la magistratura accelera, non applica le leggi ma le crea. A passo di carica, come non accade per la gran parte dei processi. Ma è sempre colpa della legge che non c'è, la legge come la vogliamo noi; e allora il giudice pietoso con sensibilità sartoriale, l'inventa su misura, per l'occorrenza. Se un medico è obiettore di coscienza sull'aborto allora si assumono solo medici abortisti, e intanto spopolano il suicidio assistito e l'eutanasia, c'è una vasta tifoseria per i morituri volontari: perché il diritto di vivere di chi nasce si può negare ma non si può nemmeno discutere il diritto di morire a norma di legge, col consenso del prete e con l'aiutino di Stato. Si possono strappare i figli ai genitori, i nipotini ai nonni, ma vanno autorizzati i figli comprati dalle coppie omosex. Si affrettano i tribunali di Roma, di Firenze e di Trento - quegli stessi tribunali dove tanti processi anche urgenti languono per anni - ad assicurare adozioni e figli di uteri affittati a coppie omosessuali; si mette in marcia il Parlamento per votare il primo step dell'eutanasia, per ora nella forma rassicurante di testamento biologico. Poi per gradi si arriverà al resto. Quella è la strategia: prima si agitano casi estremi per colpire l'immaginazione popolare, poi si allarga ad altri casi, s'invoca una nuova norma ad hoc e infine si dilata la regola a dismisura. Così accade con la droga, coi migranti clandestini e con tutti i danni collaterali, inclusi i furti in casa. La colpa non è mai della droga ma di chi ne impedisce l'uso, non è colpa di chi si droga ma della mamma che vi si oppone, non dei clandestini ma di chi li chiama clandestini, non di chi ruba in casa ma di chi si difende in casa propria. Il diritto è diventato il rovescio e chi si oppone viene accusato di sessismo, razzismo, fascismo o xenofobia. Alla fine il criminale sei tu, che subisci o denunci il fatto.

Ma cos'è questa voglia insana di rovesciare la natura, la storia della civiltà, la legge, la realtà e l'umanità come finora è stata concepita? Cos'è questo desiderio di far saltare la famiglia, la maternità, la paternità, la nascita, la vita e la morte, nelle forme finora conosciute? È possibile che una generazione nel giro di pochi anni smantelli il tessuto millenario di una civiltà giuridica e religiosa, civile e naturale, fondata sulla famiglia? Chi siamo noi, viventi, per ergerci con infinita presunzione a giudici dell'umanità di tutti i tempi e a decidere che finora gli uomini si erano sbagliati ma adesso arriviamo noi e rimediamo agli errori della storia e della natura, dell'esperienza secolare e della vita di generazioni e gridiamo il nostro «tana» salvatutti?

Come altro possiamo chiamare questo delirio ideologico, scientifico, giuridico se non una forma virale e distruttiva di pazzia? Stiamo perdendo il senso del limite, stiamo allevando mostri geneticamente modificati, siamo in piena frenesia di dismisura, vogliamo abbattere i confini tra sessi, limiti d'età e di natura, popoli e desideri. Se ha ragione Schopenhauer, è la natura che sta decidendo di farla finita e si serve della sterilità diffusa, delle pulsioni di morte e di autodistruzione, della stessa omosessualità elevata a modello di vita, per portare all'estinzione l'umanità.

Complimenti, signori, quel che non riuscì a guerre, armi atomiche, rivoluzioni sanguinarie e regimi totalitari, potrà riuscire a voi, pacifisti e libertari, nel nome dei diritti, del progresso e della stessa umanità.