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mercoledì 29 gennaio 2025

532) IL GIUBILEO 2025

IL GIUBILEO DEL 2025 È INIZIATO UFFICIALMENTE IL 24 DICEMBRE 2024 E DURERÀ FINO AL 6 GENNAIO 2026.

 


Il Giubileo ha origine dalla tradizione ebraica che, ogni 50 anni, prevedeva un anno di riposo per la terra, la restituzione delle proprietà e la liberazione degli schiavi. Il termine deriva dall'ebraico "yobel", che significa "corno di ariete", utilizzato per annunciare l'inizio di questo periodo.

Ogni 25 anni. Nella Chiesa cattolica, il Giubileo, o Anno Santo, è un periodo durante il quale il Papa concede l'indulgenza plenaria ai fedeli (o ai loro defunti) che si recano a Roma e compiono particolari pratiche religiose. Il primo Giubileo fu indetto nel 1300 da Papa Bonifacio VIII, con una cadenza iniziale di 100 anni, successivamente ridotta a 50 e infine stabilita ogni 25 anni. Gli Anni Santi ordinari sono stati finora 27 (incluso quello appena iniziato), mentre quelli straordinari, concessi in occasioni particolari, sono stati 95.

Il Giubileo del 2025, dedicato alla virtù teologale della speranza, è iniziato ufficialmente il 24 dicembre 2024 con l'apertura della Porta Santa della Basilica di San Pietro da parte di Papa Francesco.

Si prevede che l'evento attirerà milioni di pellegrini da tutto il mondo.

Durante l'Anno Santo, il Papa apre le Porte Sante delle quattro principali basiliche di Roma: San Pietro in Vaticano, San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore e San Paolo fuori le Mura. Il rito prevede che il Pontefice bussi tre volte con un martello d'argento sulla porta murata, pronunciando in latino: «Apritemi le porte della giustizia». Dopo di lui, un cardinale bussa due volte, e infine la porta viene aperta. Il Papa attraversa per primo la Porta Santa, tenendo nella destra una croce e nella sinistra una candela accesa. L'Anno Santo si conclude con la chiusura e la muratura delle Porte Sante fino al successivo Giubileo.

Il Giubileo rappresenta un periodo di rinnovamento spirituale, riconciliazione e penitenza per i fedeli, offrendo l'opportunità di ottenere l'indulgenza plenaria attraverso la confessione, la comunione e la preghiera secondo le intenzioni del Papa. È anche un momento di riflessione e speranza, in linea con il tema scelto per il Giubileo del 2025: "Pellegrini di speranza".

Focus.it

 


GIUBILEI NELLA STORIA

(Wikipedia)

·         Giubilei ordinari

1300: Bonifacio VIII; 1350: Clemente VI; 1390: indetto da Urbano VI, presieduto da Bonifacio IX; 1400: Bonifacio IX; 1450: Niccolò V; 1475: indetto da Paolo II, presieduto da Sisto IV; 1500: Alessandro VI; 1525: Clemente VII; 1550: indetto da Paolo III, presieduto da Giulio III; 1575: Gregorio XIII; 1600: Clemente VIII; 1625: Urbano VIII; 1650: Innocenzo X; 1675: Clemente X; 1700: aperto da Innocenzo XII, concluso da Clemente XI; 1725: Benedetto XIII; 1750: Benedetto XIV; 1775: indetto da Clemente XIV, presieduto da Pio VI; 1825: Leone XII; 1900: Leone XIII; 1925: Pio XI; 1950: Pio XII; 1975: Paolo VI; 2000: Giovanni Paolo II; 2025: Francesco.

Non furono celebrati i seguenti giubilei: 1800: non indetto (Pio VI era stato prigioniero in Francia e lì morto esule nel 1799, mentre Pio VII era stato eletto nel 1800); 1850: non indetto (Pio IX era stato riportato a Roma il 12 aprile 1850 dai francesi dopo la Repubblica Romana); 1875: annunciato ma non aperto (nel 1870 Roma era entrata a far parte del Regno d'Italia, divenendone capitale nel 1871, e Pio IX si era recluso in Vaticano)

 

·         Giubilei straordinari

1423: Giubileo straordinario indetto da Martino V per il ritorno del papato a Roma dopo l'esilio avignonese; 1585: Giubileo straordinario indetto da Sisto V per l'inizio del suo pontificato; 1655: Giubileo straordinario indetto da Alessandro VII per l'inizio del suo pontificato; 1745: Giubileo straordinario indetto da Benedetto XIV per la pace tra i principi cristiani; 1829: Giubileo indetto da Pio VIII; 1886: Giubileo straordinario indetto da Leone XIII; 1933/1934: Giubileo straordinario indetto da Pio XI per il 1900º anniversario della Redenzione; 1966: Giubileo straordinario indetto da Paolo VI per la conclusione del Concilio Vaticano II; 1983/1984: Giubileo straordinario indetto da Giovanni Paolo II per il 1950º anniversario della Redenzione; 2015/2016: Giubileo straordinario indetto da Francesco per il 50º anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II.


P.S: nelle immagini sono pubblicati due libri religiosi di recente stampa consigliati e non troppo “pesanti”, piacevoli da leggere.

domenica 28 novembre 2021

481) LIBRO SUL “PADRE TOMMASO DA CORI”

TRA I MOLTI LIBRI DEDICATI A SAN TOMMASO DA CORI (EX BEATO), CE N’È ANCHE UNO INTERESSANTE SCRITTO DA ANTONIETTA AGOSTINELLI.



Quest’anno è tornata la consueta processione dedicata a San Tommaso da Cori (Jo Beato), che negli anni scorsi non fu possibile celebrare a causa della pandemia e del maltempo. Molti libri sono stati scritti da uomini di chiesa su questo santo in passato, specialmente nel periodo in cui fu canonizzato (1999). Negli ultimi giorni ho avuto e letto il libro “Padre Tommaso da Cori – Miserabile peccatore”, scritto nel 2010 dall’insegnante Antonietta Agostinelli, specializzata nelle pubblicazioni a carattere storico – religioso del paese di Cori. La menzionata opera si compone in varie sezioni: parla principalmente della vita del santo natio di Cori (vissuto tra il 1655 e il 1729), che svolse il proprio apostolato per quasi tutta la vita a Civitella (oggi Bellegra), nel ritiro francescano che tuttora ospita le sue spoglie mortali, della sua venerazione popolare postuma, dei miracoli che portarono alla sua beatificazione (1786) e santificazione (1999). 

Statua San Tommaso da Cori collocata davanti alla sua casa natale
https://it.wikipedia.org/wiki/Tommaso_da_Cori

Nella prima parte del libro l’autrice immagina Tommaso da Cori che le racconta direttamente la propria vita, fungendo da voce narrante. Seguono dei brevi riassunti sulla vita del Santo, la riproduzione di alcune sue lettere e infine gli inni e le preghiere a Lui dedicati; non mancano tra le pagine i quadri e i dipinti di Tommaso da Cori conservati nelle varie chiese e da privati. Ovviamente sono presenti le presentazioni di alcune autorità civili e religiose, le fonti biografiche, gli sponsor della stampa e i dovuti ringraziamenti. Particolarmente interessanti sono gli inni all’allora Beato Tommaso composti da persone comuni, semplici (i cantori a poeta), le quali improvvisavano gli stornelli, principalmente nelle osterie, davanti a dei fiaschi di vino e spesso usavano i loro canti anche in occasione dei pellegrinaggi a Bellegra.

sabato 11 settembre 2021

476) VENTI ANNI DOPO L’11 SETTEMBRE 2001

LO SPETTACOLARE E TERRIFICANTE ATTO TERRORISTICO DELL’11 SETTEMBRE 2001 NEGLI USA AVVIÒ NUOVE FORME DI BELLIGERANZA, ALTERNATIVE ALLE GUERRE DIRETTE TRA STATI. OGGI NULLA È CAMBIATO.


Nessuno poteva immaginare quello che sarebbe accaduto a Nuova York e a Washington l’11 settembre 2001, neanche il cinema hollywoodiano era mai arrivato a fantasticare tanto. Dei dirottatori presero il comando di quattro aeroplani di linea americani e tre di essi li fecero schiantare contro le torri gemelle newyorchesi e contro l’edificio del Pentagono, sede delle forze armate americane. Il quarto aereo non colpì l’obbiettivo a cui era diretto e si schiantò in un bosco grazie alla ribellione dei passeggeri che sfidarono con coraggio i terroristi. Quegli attentati causarono oltre 3.000 morti; molti altri se ne aggiunsero negli anni a venire, per le ferite riportate negli attentati e per i tumori, causati dal fumo e dalla polvere delle macerie dei famosi grattaceli. La rete terroristica Al Qaeda, capeggiata dal miliardario saudita Bin Laden, aveva pianificato e preparato da mesi gli attentati; qualche attentato, sempre di quella matrice, c’era stato anche negli anni precedenti, ma nessuno prevedeva che gli Usa avrebbero potuto subire in casa propria un atto di guerra, paragonabile all’attacco giapponese a Pearl Harbor nelle Isole Hawaii nel dicembre 1941.

Facendo un confronto fra queste due aggressioni subìte dagli Stati Uniti c’è un’abissale differenza: mentre a Pearl Harbour si trattava di un attacco aereo da parte di una potenza straniera, di un’entità statale che aspirava ad espandersi militarmente, l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 non era stato effettuato da nessuno stato, ma da un nemico invisibile, motivato dal fanatismo religioso di matrice islamico. Dopo la fine della Guerra Fredda e della contrapposizione ideologica tra Usa e Urss abbiamo avuto un periodo di tranquillità e pensavamo che non ci fosse più nessuna minaccia reale per noi abitanti del mondo occidentale: avevamo cantato vittoria troppo presto. Oggi le nuove minacce per la pace mondiale non vengono da nessuno stato in particolare ma da nemici presenti in mezzo a noi, che fingono essere integrati e di accettare i nostri valori e le nostre leggi, come scrisse la scrittrice Oriana Fallaci all’indomani dell’11 settembre ne “La rabbia e l’orgoglio”, un articolo di giornale poi divenuto libro: un occidente senza più né rabbia, né orgoglio, che sta in silenzio e rinuncia alla propria anima in nome di un buonismo e di un mondialismo sfrenato. Dopo New York altre città occidentali vennero colpite, oltre ad alcune arabe/islamiche rette da regimi democratici e moderati, prima da Al Qaeda poi dall’Isis: Londra, Madrid, Parigi, Nizza, Bruxelles, Berlino, Barcellona.


Il nuovo grattacelo di Nuova York, simbolo della rinascita

Ci sono coloro che provano a giustificare questi nefasti atti di terrore, facendo anche condanne storiche, dicendo che è anche colpa degli americani, degli occidentali, per il loro appoggio ad Israele e per le terre che occupano in Medio Oriente. Non mi sembra che prima dell’11 settembre 2001 gli americani occupassero militarmente molti territori arabi: erano stati chiamati in Arabia dai Sauditi per timore di essere invasi dall’Iraq. Pochi coraggiosi hanno il coraggio di parlare di jihad, tra cui la già citata Fallaci, cioè una guerra santa portata avanti da gruppi di fanatici religiosi con l’intento di islamizzare l’intero pianeta. Certo, gli statunitensi commisero degli errori dopo di allora: dichiararono guerra all’Afghanistan, retto dai fondamentalisti talebani e che proteggevano Bin Laden, e ci poteva stare, ma dopo vent’anni di occupazione, al ritiro è tornato tutto come prima; rovesciarono la dittatura di Saddam Hussein in Iraq, la quale non c’entrava nulla col terrorismo islamico, dando avvio ad altre instabilità e ad altre lunghe guerre. Sia Saddam che Gheddafi erano stati nemici giurati degli Stati Uniti e furono dittatori spietati, però quando c’erano loro l’ordine e la stabilità nelle loro terre erano garantiti, al contrario di oggi.  Dopo venti anni, non è cambiato nulla: è vero che ci sono più controlli e che Bin Laden è stato ucciso, ma la penetrazione in occidente di quelle frange, capeggiate da eredi dallo sceicco saudita, non si è mai arrestata, qualche piccolo atto di terrore ogni tanto si verifica (grazie all’ingenuità dei vari governanti che non hanno a cuore la protezione dei popoli e della loro identità) e oggi quelle che sono cellule dormienti domani potrebbero essere affascinate da richiami ispiratori.

mercoledì 30 giugno 2021

471) IL LIBRO SULLA STORIA DEL SANTUARIO “MADONNA DEL SOCCORSO” DI CORI

IN OCCASIONE DEL 500° ANNIVERSRIO DELL’APPARIZIONE DELLA MADONNA DEL SOCCORSO A CORI, ANTONIETTA AGOSTINELI HA PUBBLICATO UN NUOVO LIBRO SULLA STORIA DEL SANTUARIO AD ELLA DEDICATO.

 


Sarà disponibile a breve per tutti l’ultimo libro pubblicato sulla Madonna del Soccorso a Cori, scritto dell’insegnante Antonietta Agostinelli e fatto uscire appositamente per il 500° anniversario dell’apparizione dall’Associazione “Solidarietà e Libertà”, con il contributo di vari sponsor. L’autrice aveva già scritto qualcosa del genere nel 1978, per il 200° anniversario dell’incoronazione della nostra Madonna del Soccorso, attraverso una scrupolosa ricerca nei vari archivi civili e religiosi (come ha fatto in quest’occasione), i quali riportano le cronache del 1521 ed attestano la storia tramandata fino a noi: lo smarrimento della fanciulla Oliva, il suo ritrovamento dopo una settimana, il suo racconto di una “zia” che l’avrebbe accudita e la scoperta di una diroccata cappella tra i rovi, con all’interno l’effige di quella che sarà la Madonna, venerata col titolo di “Soccorso”.  




C’è la storia di 500 anni di venerazione popolare nei confronti di questa Madonna: lo statuto comunale che prevede l’offerta dei ceri nel giorno della Sua festa, la storia del Santuario, i prodigi, i miracoli, la Sua invocazione per chiedere la fine delle varie epidemie di peste, di colera, le varie tradizioni legate al suo culto, alcune delle quali oggi estinte, eccetera. Le pagine sono contornate da varie immagini: si va dalle raffigurazioni della storia della fanciulla Oliva, dalle varie tabelle votive presenti nella sacrestia del Santuario, fino ad arrivare alle immagini di qualche processione, in parte già pubblicate su un recente libro fotografico relativo alla processione della Madonna Soccorso. In appendice ci sono le riproduzioni originali in latino dalle varie fonti ufficiali. Non mi dilungo molto, questo mio riassunto è solo una piccola anteprima di questo nuovo libricino di 88 pagine, probabilmente ci sarà una presentazione ufficiale ed iniziative affini alla pubblicità e alla diffusione. Lo scopo di questa pubblicazione, che sarà disponibile con un piccolo contributo al Santuario, è quello di chiarire ogni dubbio sulla veridicità della storia della fanciulla Oliva e l’apparizione della Madonna, attraverso i documenti ufficiali dell’epoca in questione.

venerdì 30 aprile 2021

467) IL FUTURO DELL’AFRICA È IN AFRICA

L’AFRICA NON È SOLO QUEL CONTINENTE DISASTRATO, DOVE L’EMIGRAZIONE È L’UNICA VIA POSSIBILE. OGGI GRAZIE A DEMOCRAZIE E AD INVESTIMENTI STRANIERI (CINESI IN PRIMIS) SI INTRAVEDONO DEI SEGNALI DI DECOLLO, ANCHE SE LA STRADA DA PERCORRERE SARÀ LUNGA.

FUORI DAL CORO

Nella narrazione dominante l’Africa è un immenso disastro, dominato soltanto dai conflitti e dalle carestie, dove l’emigrazione è l’unica soluzione possibile. Generalmente le colpe vengono attribuite al colonialismo europeo, non importa che la parentesi coloniale sia durata solo 80 anni (dal Congresso di Berlino del 1884 agli anni 1960), e le migrazioni sono la logica e conseguente punizione per gli europei. Si dà la colpa all’uomo bianco per tutti i principali drammi del mondo, senza minimante approfondire e studiare per bene. L’Africa non è un continente omogeneo, vi sono molte afriche: al suo interno non sono importanti solo le materie prime, anche il capitale umano. Dopo la decolonizzazione ci furono delle guerre che provocarono milioni di morti, tra conflitti e carestie, i vecchi dittatori impedivano lo sviluppo perché tenevano per loro le ricchezze ricavate dalle risorse naturali; oggi gran parte delle nazioni africane sono dominate dalla democrazia, questo è stato un fondamentale passo in avanti.

Investitori cinesi stanno costruendo ferrovie, autostrade, importanti porti, impiantando industrie, diffondendo canali televisivi; è vero che gli stati africani si stanno indebitando molto coi cinesi, l’aspetto positivo è che attorno a questi poli attrattivi, che danno lavoro, si creano altre attività ad essi collegati. Stanno altresì sorgendo delle Silicon Valley africane, all’avanguardia nel campo informatico. Il governo cinese sarebbe intenzionato a far trasferire in Africa circa 400 milioni di suoi cittadini per sfruttare le molte terre ancora incolte e ciò sta mettendo in allarme il continente nero. Per contrastare l’avanzare del deserto del Sahara si stanno ripiantando molti alberi, al fine di restituire vita a delle terre aride e renderle anche coltivabili. La Russia e la Francia non sono da meno: entrambe non hanno mai abbandonato l’Africa e contrastano, con l’invio di forze militari, perfino il terrorismo di matrice islamico. L’Italia, a differenza degli altri paesi citati, si sta impegnando poco in terra africana, a parte qualche sporadico caso: dopo la caduta di Gheddafi ha perduto l’esclusiva degli accordi commerciali con la Libia; l’Eni è impegnato a costruire una grande diga in Namibia, dove si alternano periodi di siccità e di piogge abbondanti e non si riusciva a sfruttare qualche fiume, lago, per produrre energia, soppiantando definitivamente il carbone come combustibile energetico. Attorno a questa grande opera stanno sorgendo aziende legate alla ristorazione e sempre più africani apprendono i mestieri di tecnici manutentori.

Per ora tutti questi progressi sono solo delle piccole gocce che non formano un fiume, ma continuando così non è escluso che in futuro diverranno un mare. Sarà importante che l’Africa, per crescere, ampliando le basi che si stanno impiantando, non perda il proprio capitale umano. Molti governi, coadiuvati da illustri personalità africane, stanno lanciando delle campagne per fermare gli esodi di massa, invitando i propri abitanti a rimanere perché si stanno gettando le fondamenta per un futuro sviluppo e il da fare non manca. La faccia della medaglia negativa resta, ma è bene conoscere anche l’altra, quella positiva. 

lunedì 11 gennaio 2021

460) NATALE DI SANGUE (FIUME 1920)

 

CENT’ANNI FA A FIUME CI FU LO SCONTRO A FUOCO TRA REGIO ESERCITO E VOLONTARI DI GABRIELE D’ANNUNZIO CHE POSE FINE ALLA REGGENZA DEL CARNARO ITALIANA NELLA MEDESIMA CITTÀ.

 

Nel Natale del 1920 avvenne lo scontro decisivo tra Regio Esercito italiano e volontari di Gabriele D’Annunzio, al fine di liberare la città di Fiume e restituirla alla piena indipendenza, come fu stabilito nei trattati internazionali. Fiume fu occupata dal patriota e letterato Gabriele D’Annunzio, con delle proprie truppe al seguito, nel settembre 1919, per protesta contro le decisioni della conferenza di Versailles, che non assegnavano all’Italia una parte della Dalmazia, come era stabilito dal Patto di Londra del 1915. Nel 1915 fecero grandi promesse al Regno d’Italia per farlo intervenire in guerra a fianco dell’Intesa; il successivo intervento degli Stati Uniti, decisivi per la vittoria degli stati dell’Intesa, cambiava tutti i precedenti trattati. L’Italia ottenne il Trentino fino al passo del Brennero, Trieste, l’Istria e in Dalmazia solo la città di Zara. La città di Fiume, popolata in maggioranza da italiani, nel Patto di Londra del 1915 non era stata promessa all’Italia ed era destinata a divenire una città stato indipendente. In tutto il Regno si diffuse un pesante malcontento per la vittoria che fu definita mutilata. Una volta stabilitosi a Fiume D’Annunzio inaugurò un proprio governo che fu definito “Reggenza del Carnaro” (il Carnaro era il territorio di Fiume): reggenza perché doveva trattarsi di una sistemazione temporanea, in attesa di unire la città all’Italia. 



Fu preparata uno statuto avveniristico per l’epoca, che tra l’altro stabiliva il diritto di voto per le donne e parità di diritti senza distinzioni di razze, sesso, religioni, condizioni sociali. Il Regno d’Italia alla fine però accettò i trattati internazionali e ne stipulò anche un altro con il neonato Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (che diverrà Regno di Jugoslavia) che stabiliva i confini tra i due stati, riconoscendo la piena indipendenza di Fiume. Il Governo italiano lanciò così un ultimatum al Governo d’occupazione fiumano per lo sgombero della città; al rifiuto degli uomini dannunziani partì la guerra nel periodo del Natale 1920 (il 25 dicembre ci fu una breve tregua) che culminò con il ritiro degli occupanti. Nel 1924 dopo l’avvento del Fascismo il territorio della libera città di Fiume fu spartito tra Italia e futura Jugoslavia: la città andò all’Italia, i sobborghi ai Serbi/Croati/Sloveni. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, con quello che ne conseguì (invasione italiana della Jugoslavia, successive vendette slave con le foibe), gli italiani di Fiume, della Venezia Giulia e della Dalmazia abbandonarono le loro terre per non divenire Jugoslavi e oggi gli italiani nei litorali di quelle terre si contano sulle dite, quando un tempo erano la maggioranza. Ci manco poco che anche Gorizia e Trieste passassero agli slavi.


Il Vittoriale di D'Annunzio sul Garda


Italiani oggi in Istria


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343) LE FOIBE, UNA VIOLENZA NON CONSIDERATA

domenica 18 ottobre 2020

454) I DIARI SEGRETI DI GIULIO ANDREOTTI

 I DIARI SEGRETI DI GIULIO ANDREOTTI NARRANO PRINCIPALMENTE L’ATTIVITÀ POLITICA DAL 1979 AL 1989 DELLO STORICO STATISTA DEMOCRISTIANO.


La famiglia del defunto esponente democristiano Giulio Andreotti ha fatto pubblicare i suoi diari nel periodo intermedio di due sue presidenze del Consiglio dei ministri, vale a dire tra il 1979 ed il 1989. Si tratta di un volume di quasi 700 pagine pubblicato dalla Solferino editore e in cui ci sono delle introduzioni da parte di Andrea Riccardi e naturalmente dei figli dell’autore. Già altri diari di Andreotti, di anni diversi, erano stati pubblicati dallo stesso quando era in vita. Leggendo questo libro, all’inizio ero insoddisfatto, ritenendolo poco più di un’agenda, poi sfogliando le pagine, gli argomenti e i temi trattati sono divenuti molto interessanti, a volte anche un po’ noiosi, specialmente quando si approfondivano dettagliatamente aspetti tecnici e competenze dello specifico ministero che ricopriva il politico.

Il Ministero degli esteri, in ben cinque governi, era la carica che ricoprì Giulio Andreotti tra il 1983 ed il 1989. Quello era il ministero che più lo appagava (in precedenza aveva rifiutato altri incarichi di governo), poiché egli riteneva di avere la giusta esperienza e le giuste competenze per ricoprire quel ruolo che Bettino Craxi, capo del Psi e che aveva tramato sin dai primi anni 1980 per ricoprire il ruolo di Primo ministro, gli offrì per primo. Lo stesso Craxi, quando cadde il suo governo, si oppose con fermezza al ritorno di Andreotti a Palazzo Chigi. Nel luglio 1989, una volta bruciati i vari Craxi, Fanfani, Goria, De Mita, Andreotti poté ricevere dal Presidente della repubblica Cossiga l’incarico di formare il suo sesto governo, esattamente a dieci anni di distanza da quando cessò il suo ultimo incarico di capo dell’esecutivo, e quando egli si recò al Quirinale per sciogliere la riserva con la lista dei ministri, si arresta il racconto di questi diari. È un racconto di dieci anni intensi di attività politica e di altro: si parla dei vari viaggi dell’autore dei diari da un capo all’altro del mondo per svolgere attività diplomatica e di dialogo tra le nazioni d’occidente e d’oriente, del Medioriente, tra nord e sud del mondo, degli incontri a Roma con i principali politici del globo, degli intrecci e delle trame politiche, delle iniziative di beneficenze nei paesi in via di sviluppo, aiutando Madre Teresa di Calcutta, del Vaticano, del Papa, delle messe; c’è qualche accenno alla vita familiare, come le feste in famiglia, le vacanze in Trentino Alto Adige, la nascita dei nipoti, la presentazione di suoi libri, la recensione di altri. Si dà importanza alla figura del nuovo papa, il polacco Giovanni Paolo II, e del suo ruolo nello spronare le ribellioni in Polonia, soggetta a regime comunista, tramite il sindacato Solidarnosc. Si parla anche del campo profughi di Latina, che negli anni ’80 ospitava i fuggiaschi dell’Europa dell’Est, di cui ben 8.000 polacchi. Nel 1980 Giulio Andreotti usò la sua influenza, al fine di evitare la pubblicazione di alcune fotografie del Papa che faceva il bagno nella piscina della sua residenza di Castel Gandolfo. In questi racconti sono presenti le prime avvisaglie delle varie accuse di collusione tra Andreotti e il malaffare, che sono smentite con decisione dall’interessato; allora sembravano accuse campate in aria che non avrebbero avuto seguito.

Sfogliando le pagine di questo volume mi tornano in mente tanti episodi di cronaca e non che ascoltavo nei telegiornali allora: in quegli anni solo le notizie di calcio capivo a fondo, le notizie politiche per me non avevano significato, tranne qualcosa d'importante (Muro di Berlino, tensioni Usa/Urss), mi rimanevano impressi solo i nomi e i volti dei politici più in vista, come Andreotti, Spadolini, Craxi, Reagan, Gorbaciov. Negli anni della mia nascita (1976 – 1979) Andreotti era il Presidente del consiglio e proprio quando egli tornò a guidare il governo (1989 – 1992) iniziavo a seguire con interesse le notizie politiche, pur desiderando una politica più a conservatrice che verrà pochi anni dopo.

domenica 23 febbraio 2020

439) LA NOTTE IN CUI MUSSOLINI PERSE LA TESTA

“LA NOTTE IN CUI MUSSOLINI PERSE LA TESTAè UN LIBRO USCITO DI RECENTE, SCRITTO DA PIRLUIGI VERCESI, CHE PARLA DEGLI EVENTI DEL 25 LUGLIO 1943, IN CUI MUSSOLINI FU DESTITUITO DA CAPO DEL GOVERNO DOPO VENTI ANNI.



Il pomeriggio del 24 luglio 1943 si riunì il Gran Consiglio del Fascismo su richiesta di alcuni gerarchi. Era dal 1939 che tale organo supremo del Regime non si radunava. Il giornalista del Corriere della Sera Pierluigi Vercesi ripercorre quei momenti e la preparazione nelle settimane precedenti, avvalendosi delle testimonianze che a suo tempo rilasciarono i protagonisti e di qualche documento scritto. 

Nel 1943 la guerra per l’Italia, con lo sbarco degli Alleati in Sicilia, era compromessa e tutti la davano per persa, così il Re, i generali, altre alte cariche dello stato e gli stessi gerarchi del fascismo trovarono in Mussolini il responsabile, il capro espiatorio. Già dalla fine del 1942 tramavano per la destituzione del Duce, al fine di far uscire la nazione dalla guerra. Con gli eventi del 1943 e l’intensificarsi dei bombardamenti Alleati sulle città italiane, due complotti paralleli furono portati avanti: uno da parte dei generali fedeli alla monarchia, l’altro da parte dei gerarchi fascisti, su cui spiccava Dino Grandi, il Presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, che presentò un ordine del giorno, in cui chiedeva la restituzione della carica di capo delle forze armate al Re. Quel Re che gli aveva conferito il Collare dell’Annunziata, la massima onorificenza di Casa Savoia, che ne faceva una sorta di cugino. Mussolini intendeva fare pressioni su Hitler affinché chiedesse un armistizio con l’Urss per concentrare le forze dell’Asse sul fronte italiano. I due dittatori si incontrarono il 19 luglio 1943, il giorno del primo bombardamento di Roma, a Feltre (Belluno); il Capo di Stato Maggiore delle forze armate italiane, Generale Vittorio Ambrosio, disse a Mussolini di riferire ad Hitler che l’Italia non era più in grado di continuare la guerra, ma egli non aprì bocca per paura. Da parte tedesca iniziava a profilarsi l’invasione della penisola italiana, da parte italiana si prendevano precauzioni n caso di armistizio e cambio di nemici. 

Su pressioni da più parti il Duce fu costretto a cedere e a riunire il Gran Consiglio il 24 luglio a Palazzo Venezia, sua residenza politica, e la riunione proseguì oltre la mezzanotte del 25 luglio. Molti gerarchi avevano piene le tasche di armi e di bombe a mano, in caso di un’eventuale resa dei conti. I più stretti consiglieri fidati di Mussolini premettero sullo stesso per l’arresto dei ribelli, ma egli lasciò correre. I gravi problemi di salute, causati dalla gastrite, resero Il Capo del Governo facile a continui cambi di umore e di opinione. L’ordine del giorno Grandi fu approvato con 19 voti a favore (poi 18 con la ritrattazione di uno), 7 voti contrari ed un astenuto. Mussolini non prese iniziative e il pomeriggio del 25 luglio si recò a Villa Savoia dal Re, che l’aveva già sostituito con Badoglio, pensando che il Sovrano non avrebbe preso in considerazione il voto del Gran Consiglio che riteneva consultivo. Prima di andare egli passò anche nei luoghi del bombardamento romano e fu sorpreso dalla reazione della folla, che anziché inveire contro di lui, gli chiedeva aiuti. Terminato il colloquio col sovrano alcuni ufficiali dei carabinieri presero in custodia l’ex capo del fascismo e lo caricarono su un’autombulanza, al fine di proteggerlo, secondo la motivazione ufficiale. A Villa Torlonia, dove Mussolini abitava con la famiglia, quando giunse notizia della caduta del Fascismo, una folla immensa vi si presentò davanti, ma la residenza era protetta dai militari. Donna Rachele, moglie di Benito Mussolini, aveva raccomandato invano al marito di non andare dal Re, prevedendo che sarebbe finita male. Quel giorno la moglie dell’ex Duce seppe anche della relazione, che durava da anni, del marito con Claretta Petacci. Alcuni militari di stazza a Villa Torlonia chiesero il permesso a Rachele di prendere qualche ricordo di Mussolini e uno di questi si commosse quando vide il ritratto del suo ex commilitone Bruno Mussolini, uno dei figli di Rachele e Benito, morto due anni prima in un incidente aereo. Qualche giorno dopo arrivò una lettera di Mussolini alla moglie (che festeggiò il suo 60° compleanno in prigionia), in cui diceva che stava bene e chiedeva degli abiti. Il Governo Badoglio si insediò, vi presero parte militari che avevano lavorato alla destituzione di Mussolini, e dichiarò che la guerra continuava, al fine di prendere tempo a prepararsi alla reazione tedesca quando sarebbe stato annunciato l’armistizio con gli Alleati.

L’autore del libro fa anche dei paragoni tra la disfatta di Caporetto del 1917 con quella del 1943 e le diverse reazioni che ci furono: nel ‘17 furono perse alcune province venete ma nessuno parlava di resa, nel ’43 fu persa la Sicilia e tutti volevano arrendersi (Secondo me furono i bombardamenti alleati, al fine di demoralizzare la popolazione civile, oltre che l’impreparazione militare italiana nella Seconda Guerra Mondiale, che fecero la differenza nelle due disfatte citate delle due guerre mondiali: infatti nel 15 – 18 l’aviazione era al debutto e non causò molti danni con i bombardamenti delle città). I congiurati del 25 luglio furono condannati a morte durante la Repubblica Sociale Italiana, ma soltanto su Ciano (genero di Mussolini), De Bono, Marinelli, Pareschi e Gottardi fu eseguita la sentenza di fucilazione, gli altri fuggirono. Cianetti, che il 25 luglio ritrattò immediatamente il suo voto contrario, fu condannato a 30 anni di reclusione. Secondo lo stesso scrittore se Mussolini non fosse stato liberato dai tedeschi e messo a capo della RSI, nel dopoguerra avrebbe subito un processo e forse sarebbe stato amnistiato da un ministro comunista.

domenica 15 dicembre 2019

434) L’ULTIMO LIBRO SU CORI


“CORI, LA STORIA, I TESORI E UN RITRATTO MINIMO” DI PIERO MANCIOCCHI è L’ULTIMO LIBRO PRESENTATO CHE TRATTA IN MANIERA DETTAGLIATA LA STORIA DI CORI E DEI SUOI MONUMENTI, CON L’AGGIUNTA DI IMMAGINI DI EVENTI, DEI PRODOTTI TIPICI E DI RICOSTRUZIONI DEI PRINCIPALI LUOGHI D’INTERESSE NEL PAESE ANTICO E MEDIEVALE.


Sabato 7 dicembre è stato presentato presso la Chiesa di Sant’Oliva il nuovo libro riguardante Cori: “Cori, la storia, i tesori e un ritratto minimo”, scritto da Piero Manciocchi. L’autore si era già cimentato in qualcosa del genere negli anni 1980, scrivendo un libro meno consistente nei contenuti di quello odierno. L’ultimo volume è diviso in tre parti: storia e monumenti di Cori in lingua italiana, traduzione in lingua inglese e fotografie (alcune delle quali aeree) dei principali eventi paesani, delle sue attrattive e dei prodotti caratteristici (Processione della Madonna del Soccorso, Carosello Storico dei Rioni, Sbandieratori, festival folcloristico, inaugurazione statua San Tommaso da Cori, prima visita in paese da vescovo di Felice Accrocca, politica, olio, pane vino, prosciutto al vino eccetera, eccetera). 

Nella parte in lingua italiana sulla storia e sui monumenti sono presenti delle tavole dove sono riprodotti disegni in cui si sono ricostruiti i templi, le antiche mura, i ponti della Cora al tempo della Roma antica, delle chiese dei conventi in tempo medievale e rinascimentale. Sono altresì riprodotte antiche stampe e le prime immagini cittadine agli albori della fotografia, nonché gli affreschi situati sulle volte di Sant’Oliva e dell’Annunziata. Un buon lavoro, composto da oltre 300 pagine in formato A4. La storia di Cori è descritta in modo dettagliato, secolo per secolo, con qualche novità rispetto a quella conosciuta da sempre, inserita nel complesso generale della storia italiana e del nostro territorio, il Lazio sud. I monumenti e gli altri luoghi di interesse di Cori sono stati analizzati dettagliatamente; l’autore si è avvalso dell’aiuto di studiosi, archeologi, storici e ci sono stati dei frequenti sopralluoghi nei siti archeologici al fine di individuare rovine di costruzioni di cui si ha memoria e sono completamente scomparse e non sono mancati giudizi e critiche sulle scelte urbanistiche e sui restauri. 



Sarebbe stato interessante approfondire anche su altri luoghi d’interesse corani di oltre 2000 anni fa, come fece Padre Epifanio Scarnicchia in “Cori attraverso i secoli”, parlando di altri templi presenti, delle terme, delle abitazioni ed eventualmente ipotizzare sull’esistenza del teatro, dell’anfiteatro. Ai giorni nostri, tra i principali eventi, si sarebbe potuto inserire anche la creazione della strada detta “dell’ospedale”, divenuta la principale arteria di collegamento Valle – Monte, e del centro sportivo Stozza. Oltre agli sbandieratori e alla politica, le aggregazioni giovanili e i principali svaghi dal dopoguerra in poi ci sono stati nello sport, in particolare nella storica U.C. Cori. Tra le date sotto le foto degli eventi e delle manifestazioni c’è ne qualcuna errata (inaugurazione statua San Tommaso, consiglio comunale con Bianchi sindaco, commiato di don Ottaviano). 

Ci sarà voluto molto tempo e pazienza per realizzare questa opera colossale e un dispendio di energie mentali notevole ed è normale che qualcosa sia sfuggito e che non si possa ricordare tutto con esattezza. Ripeto, questo libro è un capolavoro ed ho affrontato volentieri la spesa elevata perché ne valeva la pena. In un’immagine sono perfino riuscito ad individuarmi in mezzo alla folla. Sono opere su carta stampata come queste che saranno utili a tutti per gli approfondimenti, poiché le libere enciclopedie di internet sono molto utili solo per le informazioni di base e non sicure per il resto.

domenica 3 marzo 2019

416) IL DELITTO DI AGORA


“IL DELITTO DI AGORA” è L’ULTIMO LIBRO DI ANTONIO PENNACCHI CHE MODIFICA IL VOLUME “UNA NUVOLA ROSSA” DEL 1998, ISPIRATO AL DELITTO DI CORI DEL MARZO 1997.


Lo scorso dicembre è uscito l’ultimo libro di Antonio Pennacchi, il noto scrittore di fama nazionale di Latina, “Il delitto di Agora” (Mondadori), liberamente ispirato al delitto di Cori del 9 marzo 1997, il quale ancora oggi presenta dei misteri rimasti tali. L’autore si era già cimentato in qualcosa di simile nel 1998 con “Una nuvola rossa” (Doninzelli editore); questa volta egli ha modificato e integrato il vecchio libro.

Noto che lo stesso autore si è documentato a fondo, leggendo i verbali del delitto, gli articoli pubblicati allora sui quotidiani; a suo tempo venne nel paese del fattaccio, ascoltando opinioni sulle persone in un modo o nell’altro coinvolte, pettegolezzi di paese, maldicenze, illazioni, voci di popolo, opinioni e ipotesi su chi potesse avere commesso il delitto e i più fantasiosi moventi. Non tutto però rispecchia il vero: infatti alcune parte sono state inventate, o meglio romanzate, e gli squallidi particolari non sono stati tralasciati. Anche se le querele non si rischiano, per uno che non è del luogo è più facile scrivere su argomenti così delicati e tragici rispetto ad uno del posto, il quale sarebbe costretto ad affrontare quotidianamente le ostilità di coloro che non hanno gradito quanto esposto.

In questo romanzo il delitto viene fatto risalire a fine febbraio 1996 ad Agora, un paesaccio dei Monti Lepini vicino Roma (proprio dietro l’angolo), che ha per monumento simbolo il Tempio di Minerva, dal quale si ammira tutta la Pianura Pontina, il Circeo, le Isole Ponziane, la sua principale piazza è Piazza Norbana e nel Ponte di Silla, situato ad Agora Bassa, i giovani fanno l’autostop per recarsi nella parte alta del paese. Agora è nota per essere il paese dei matti: sarebbe il tabacco che anticamente si coltivava dentro casa che avrebbe tarato i cervelli degli agoresi. L’autore descrive anche i cambiamenti radicali che ha subito Agora nel giro di un decennio: da paese contadino, in cui circolavano muli e somari, senza fogne e senza acqua nelle case, dove si faceva la fila nelle fontane pubbliche nel 1960, si passò alle comodità moderne e alla motorizzazione di massa nel 1970 e le antiche strette scalinate in selciato di Agora vecchia vennero spianate e ritoccate con il cemento e l’asfalto per consentire la circolazione dei veicoli a motore, le stalle degli animali divennero rimesse per veicoli a motore. Si diede priorità al progresso piuttosto che alla salvaguardia del tessuto storico urbano. (sembrano quasi delle colpe, perché la maggioranza della popolazione del resto d’Italia non campava di agricoltura e di pastorizia? Gli animali non erano ovunque i mezzi di trasporto? Le comodità tecnologiche e il progresso arrivarono dapprima nelle grandi città, solo qualche anno più tardi giunsero nei piccoli paesi) Nel palazzo del potere di questo centro abitato tutti sono rossi; se uno non lo è non avrà mai i privilegi che hanno coloro che lo sono. I rossi Lepini diffidano della gente di pianura, anche di quei pochi che hanno le loro stesse idee, come lo stesso Pennacchi: il loro peccato originale politico rimane sempre (politicamente le cose sono cambiate dopo il 1997: sia in qualche paese dei monti, sia in qualche città di pianura). I dialoghi nel libro vengono riportati anche in dialetto agorese, ma non è sempre perfetto.

Domenica 25 febbraio 1996 ad Agora Alta, in una casa di Via della Fortuna, due giovani fidanzati Emanuele e Loredana, vengono uccisi con 244 coltellate; a scoprire i cadaveri sono il fratello e il padre di Loredana, maresciallo dei carabinieri in congedo, e Giacinto, amico delle vittime. Il caso sembra risolto con l’arresto di Giacinto, però dopo viene scagionato. L’omicidio col movente passionale omosessuale, condensato da storie di droga, potrebbe essere solo una copertura, infatti dietro questa orribile storia potrebbe celarsi qualcosa di molto più grosso, forse legato al lavoro dell’ex maresciallo dei carabinieri o ai grossi debiti di droga di Emanuele: si va dai ai servizi segreti e si arriva a qualche grossa organizzazione criminale (Banda della Magliana). Alla fine tra i vari indagati ed indiziati viene incriminato Luigi Imperiali di Cisterna, forse discendente di Augusto Imperiali che batté Buffalo Bill in una gara equestre nel 1890. Nei pantaloni di Imperiali sono state trovate delle macchie di sangue compatibili con quelle delle vittime. L’autore tenta di scagionarlo, dicendo che quelle macchie sono troppo piccole per giustificare un delitto con fiumi di sangue e sembra credere alla sua versione secondo cui, nel primo pomeriggio, entrò in casa delle vittime e vide i due ragazzi già morti, andando contro le testimonianze di coloro che videro in vita nella tarda serata del 25 febbraio 1996 le due vittime. Per lui sembra poco probabile che quei testimoni si siano messi d’accordo nel mentire: essi videro le anime dei due ragazzi che facevano l’ultimo giro nei luoghi del loro amore prima di salire in cielo. Nel libro non mancano le teorie sull’omosessualità (secondo l’autore presente un po’ in tutti, soprattutto in coloro che fanno di tutto per dimostrare il contrario), sulla rabbia che quasi sempre uno reprime, non sfogandola contro chi vorrebbe per non rovinarsi, e qualche aneddoto sui colleghi di lavoro di fabbrica di Pennacchi, compresi quelli di Agora quando dicevano di voler “spanzare” qualcuno solo nella loro mente. Ovviamente come in tutti i paesi ci sono i personaggi tipici e le autorità: il sindaco compagno, scrittore e poeta, il parroco sezzese, il maresciallo dei carabinieri, gli avvocati padre e figlio, l’orefice, i baristi del Bar Giovannino di Piazza Norbana, eccetera. Qualche imprecisione è presente: nel febbraio 1996 i telefoni cellulari, acquistati dalle vittime e dagli indagati di questo delitto, erano ancora un lusso per pochi, mentre l’anno dopo, con l’introduzione di quelli con la scheda, divennero economicamente accessibili per molti; la serie televisiva “Noi siamo angeli” non fu trasmessa nel 1996, la sera del 9 marzo 1997 si.

Io invece penso che l’incriminato di questo delitto (sia di quello narrato nel romanzo, sia di quello reale) centra in un modo o nell’altro, se hanno trovato delle prove così schiaccianti sui suoi pantaloni e molti testimoni hanno smentito la sua versione. Certo se egli fosse stato reo confesso non rimarrebbero più dubbi, ma visto che ha sempre negato l’evidenza e, come ha scritto Pennacchi, quelle macchie di sangue sono troppo piccole per poterlo incriminare da solo di un delitto così efferato, gli enigmi rimangono.

domenica 17 febbraio 2019

415) DUE LIBRI DI RECENTE STAMPA



C’ERA UNA VOLTA ANDREOTTI DI  MASSIMO FRANCO 

In occasione del centenario della nascita di Giulio Andreotti, nel gennaio di quest’anno, il giornalista Franco Romano ha scritto un volume a lui dedicato, partendo dall’infanzia e arrivando alla morte. L’autore cerca di rivalutare una figura storica della storia d’Italia. La famiglia Andreotti era originaria di Segni (Roma), che viene definito centro ciociaro, e si trasferì a Roma. Giulio perse suo padre, insegnante, a quasi tre anni e sua madre dovette crescere da sola lui, suo fratello maggiore e sua sorella che morì giovanissima. Da bambino, d’estate, egli tornava con la famiglia a Segni, dove il nonno vendeva cappelli: giocava con gli altri bambini, al quale rispondeva con quell’ironia, che lo avrebbe caratterizzato in futuro, se lo prendevano in giro per i suoi difetti fisici, aiutava i sacerdoti nella cattedrale del paese e andava in escursione sul Monte Lupone. A Roma si intrufolava di nascosto nelle udienze del Papa Pio XI e vedeva le partite di calcio a Testaccio, arrampicandosi sugli alberi. A Giulio l’attività fisica non è mai piaciuta, tant’è vero che al liceo era esentato dalle ore di ginnastica perché c’erano i figli di Mussolini, a loro volta esentati, perché praticanti di molti sport. Nel 1942 Andreotti successe alla presidenza degli universitari cattolici (Fuci) ad Aldo Moro e già entrò in antipatia a sua moglie Nora; quell’ostilità si ingigantirà nella sua drammaticità nel 1978. Esentato dal servizio militare e dalla guerra a causa del suo fisico gracile e gobbo e per i continui mal di testa: gli diagnosticarono sei mesi di vita; anni dopo Andreotti andò a cercare il medico che lo aveva condannato per fargli sapere che era vivo e ministro della difesa ma era morto lui. Nel 1945, dopo essersi laureato in giurisprudenza, convolò a nozze con Livia Danese, laureata anch’ella, ed ebbe quattro figli. Conobbe De Gasperi nella biblioteca vaticana e il primo statista del dopoguerra lo elesse a figlio prediletto, nominandolo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Andreotti fu presente alle assemblee legislative italiane ininterrottamente dal 1945 all’anno della sua morte, nel 2013. Era monarchico perché nel linguaggio popolare romano repubblica è sinonimo di disordine, caos. Fu sette volte Presidente del Consiglio, il primo nato a Roma (tra il 1972 – 1973, tra il 1976 – 1979, tra il 1989 – 1992) e quasi sempre ministro nei governi a guida democristiana e socialista. Il suo feudo elettorale era il Lazio sud, in particolare la Ciociaria, alla quale attuò moltissimi piani d’investimento e di sviluppo, dove arrivò a raccogliere oltre 330.000 preferenze personali; Ciociari erano i suoi fidati e devoti luogotenenti Evangelisti e Ciarrapico. In una campagna elettorale ad Affile Andreotti fraternizzò con il Generale del Fascismo e di Salò Rodolfo Graziani e tutti dissero che era di destra Dc; all’inizio, con il Vaticano e le alte sfere militari, fu contrario al centrosinistra e fu nemico di Fanfani, poi si adeguò. Attuò delle lottizzazioni nei dintorni di Roma che riguardavano terreni appartenenti a quell’antica nobiltà legata al papato. Andreotti ogni domenica aiutava personalmente i suoi elettori, e non, bisognosi e le sue segretarie snellivano le pratiche per le richieste di aiuti e di raccomandazioni. Fu più volte coinvolto in inchieste giudiziarie (P2, Sindona, eccetera) senza mai essere processato. Quando A. seppe del rapimento di Aldo Moro reagì con degli attacchi di vomito e non volle aprire (come quasi tutti i partiti) trattative con i criminali per la sua liberazione. Nel 1992, nell’anno della sua mancata elezione alla Presidenza della Repubblica, con l’uccisione del suo amico palermitano Salvo Lima, iniziarono per lui i veri guai che lo avrebbero perseguitato per un decennio. Riuscì ad essere assolto e uscì vivo soprattutto dalle accuse di associazione mafiosa e di essere uno dei mandanti dell’omicidio di Mino Pecorelli, grazie soprattutto alla testardaggine e alla dinamicità di una sconosciuta avvocatessa di nome Giulia Bongiorno, la quale negli anni dei processi divenne una di casa per la famiglia Andreotti, e il suo prestigio crebbe a tal punto da far passare in secondo piano l’avvocato di fama internazionale Franco Coppi, di cui la giovane era praticante. Non furono trovate mai prove concrete per quelle accuse: c’erano solo le parole dei pentiti, forse, secondo le versioni degli innocentisti, manovrati da qualcuno, forse era in atto una vendetta nei confronti di Andreotti da parte degli americani per la sua politica filoaraba, non troppo antisovietica, per le rivelazioni sull'affare Gladio, forse era una manovra per incastrare uno che non era stato accusato di tangenti, al fine di cancellare definitivamente una classe politica. I magistrati accusatori e i politici avversi non vollero archiviare, vollero andare fino in fondo, forse sperando che l’eccellentissimo imputato morisse durante i processi, così da non dover emettere delle sentenze; alla fine si lamentarono che la storia del bacio tra Andreotti e Riina aveva rovinato tutto: era troppo inverosimile. Il Papa e l’intero Vaticano furono vicini ad Andreotti negli anni delle persecuzioni con benedizioni e preghiere. Si parla anche dell’Andreotti familiare ed intimo, oltre che della sua casa sul lungotevere, davanti Castel Sant’Angelo, che aveva acquistato con un mutuo trentennale: egli era goloso di leccornie, non era particolarmente severo con i figli a differenza della signora Livia, partecipava alle messe alle sei del mattino, le sue battute sarcastiche ed ironiche che diffondeva, le tre volte nella vita in cui pianse, il mantello regalatogli da Saddam Hussein, le partite a carte dagli amici, la passione per l'ippica, la sua partecipazione al film “Il tassinaro” di Alberto Sordi e l’immagine distorta che ne ha fatto il film su di lui “il divo”. Negli ultimi tempi i figli dello statista si lamentavano col padre perché grazie al suo appoggio al Senato teneva in piedi il Governo Prodi, le cui componenti, secondo essi, erano le responsabili di tutti i guai giudiziari del loro genitore. Oggi i figli e i nipoti di Andreotti sono impegnati a contrastare notizie false e infanganti che circolano su internet sul loro defunto parente. Giulio Andreotti ha rappresentato ed è stato protagonista di un’epoca di profondi cambiamenti in positivo per l’Italia, nonostante le trame oscure e drammatiche che ci sono state.

L’ITALIA NON è Più ITALIANA DI MARIO GIORDANO
Dall’Italia che cresceva in passato, con allegati e risvolti tragici, si passa a quella in decadenza di oggi descritta dal giornalista Mario Giordano. Mentre oggi noi, dopo ¾ di secolo, ancora pensiamo e litighiamo per la Seconda Guerra Mondiale (di chi fu la colpa, se causarono più vittime i tedeschi, gli americani, i fascisti, i partigiani) in silenzio ci stanno portando via la nostra nazione. Il Made in Italy che ci ha fatti grandi nel mondo non è più italiano: ogni 48 ore un’azienda passa in mani straniere; di solito sono le imprese in crisi, nate nei sottoscala durante il miracolo economico, ma anche quelle sane i cui proprietari si stancano di gestirle. Tutti sono contenti che il lavoro è salvo, però dopo qualche mese i nuovi proprietari chiudono baracche e burattini e delocalizzano all’estero, dove la manodopera costa meno, e di solito non si dà neanche un preavviso ai dipendenti licenziati. Franza o Spagna, chiunque ci magna: grosse catene di supermercati estere schiacciano quelle nostrane senza che ci sia reciprocità, gli edifici storici dei centri delle città italiani, con le attività commerciali antiche, se li comprano gli americani, i cinesi, i turchi (l’istituto della zecca dello stato è diventato cinese, nella laguna veneta un’isoletta è divenuta turca), le squadre di calcio diventano di proprietà straniera. La lingua italiana si sta estinguendo con l’avanzare delle nuove tecnologie; a Milano piazze, strade ed edifici cominciano ad avere delle intestazione relative a supporti tecnologici e della telefonia mobile (Piazzetta Apple, gli edifici Spark One e Spark Two nel business district, eccetera); i giovani entrando nei posti di lavoro sono costretti a sostituire i nomi delle varie mansioni con il corrispondente inglese. Siamo invasi da cibi italiani falsi, brutte imitazioni dei prodotti nostrani di fama internazionale. Non siamo neanche più padrini a casa nostra: le mafie nigeriana e cinese si ramificano su tutto il territorio nazionale colpendo sei volte al giorno e potrebbero scatenare delle guerre tra loro. Il Caso di Castel Volturno, divenuto un ghetto nigeriano, dove applicano la legge voodoo. Le mafie nostrane si dicono rassegnate: non hanno abbastanza “picciotti” per contrastare le nuove (comunque tutte le organizzazioni criminali sono da condannare, sia italiane che straniere). Le forze dell'ordine sono impotenti, essendo in inferiorità numerica. Ci sono grandi comunità cinesi invisibili che non si integrano: aprono mega centri commerciali dove vendono roba di marca non originale, hanno un’economia sommersa, illegale, infliggono punizioni corporali ai loro dipendenti, anche italiani, le loro giornate hanno trenta ore.  Anche gli sceicchi arabi si stanno comprando l’Italia, dagli alberghi, alla Costa Smeralda, e finanziano la costruzione di moschee con all’interno potenziali jihadisti. L’Italia si sta spopolando di italiani: per le poche nascite e per crescente fuga all’estero. Coloro che non vogliono adattarsi al ribasso dei salari che ha causato l’immigrazione dall’estero sono costretti ad andarsene; anche i professionisti vanno via perché altrove guadagnano molto di più. Il caso di Monfalcone (fino ad alcuni anni fa roccaforte rossa, ora invece è passata alla Lega), dove nei cantieri navali hanno importato massiccia manodopera straniera; alcuni mesi fa un operaio è morto: era uno dei pochi italiani che aveva accettato le stesse dure condizioni lavorative degli extraitaliani. In molte scuole non ci sono quasi più alunni italiani: infatti il limite del 30% di alunni stranieri poco viene rispettato. L’Europa vorrebbe portarci via quel poco di nostro che è rimasto, come ha cercato di fare con la Grecia. L’autore, che ha percorso l’Italia da nord a sud, trovando molti piccoli centri spopolati o abitati da due o tre abitanti, non vuole rassegnarsi e sprona i suoi quattro giovani figli a rimanere in Italia a non rassegnarsi alle negatività e a combattere per migliorare questa società.

mercoledì 19 dicembre 2018

410) DALLE SERIE TV MARCO POLO



LA STORIA DI MARCO POLO, DESCRITTA DALL’OMONIMA SERIE TELEVISIVA DEL 1982 E DA ALTRE FONTI. 




La serie televisiva di Marco Polo di otto puntate fu trasmessa dalla Rai tra la fine del 1982 e l’inizio del 1983; ebbe un grande successo, tant’è vero che fu trasmessa in moltissimi paesi tra cui la Cina (dove andarono anche a girare il film): fu un avvenimento eccezionale per qui tempi. Si narrano i viaggi di Marco Polo, di suo padre e di suo zio, veneziani, avvenuti nella seconda metà del 1200, verso l’Estremo Oriente, alla corte dell’Imperatore mongolo (e della Cina) Kublai Khan, discendente diretto del fondatore dell’impero Gengis Khan.

La storia ebbe inizio a Venezia con Marco bambino che perse la madre, mentre il padre, che non aveva mai conosciuto, ancora non tornava dai suoi lunghissimi viaggi per commerciare le stoffe. Il protagonista aveva sedici anni nel 1270, quando suo padre e suo zio ritornarono in laguna in veste ufficiale di ambasciatori dell’Imperatore Mongolo, il quale voleva aprire dei commerci con l’occidente cristiano e conoscere più affondo la sua religione: a tale scopo il sovrano chiese un centinaio di sacerdoti cattolici e l’olio santo custodito nel Santo Sepolcro di Gerusalemme. Il Papa mancava da tre anni: infatti i cardinali riuniti a Viterbo non riuscivano a mettersi d’accordo; i viterbesi infuriati chiusero a chiave i cardinali nell’edificio  (da li conclave, cioè chiusi a chiave) e scoperchiarono i tetti per farli sbrigare a prendere una decisione. Niccolò Polo e Matteo Polo ripartirono per la Cina, dopo aver incontrato le autorità veneziane, e portarono con sé il giovane Marco. In Terra Santa prelevarono l’olio santo da Gerusalemme e assistettero alla nomina papale di Teobaldo Visconti (Papa Gregorio X), che si trovava in Palestina al seguito dei crociati. I tre Polo proseguirono il viaggio con due sacerdoti che fuggirono presto per la troppa paura. Il cammino, lungo l’antica “via della seta” durò più di tre anni e la piccola comitiva rischiò più volte di finir male e si ridusse di numero: per i mussulmani che li catturarono e poi liberarono, per la peste, per i predoni del deserto, per le valanghe di neve. Alla corte di Kublai Khan nella Città Proibita a Khanbaliq (Pechino), Marco Polo guadagnò le simpatie della famiglia imperiale: dall’imperatore, alla moglie (affascinata dal Cristianesimo, da Gerusalemme, da Roma), al principe ereditario malato, col quale il protagonista instaurò una profonda amicizia. 



I Polo, al servizio dell’Imperatore, vissero per più di diciassette anni in Cina, conoscendo da protagonisti le molte vicissitudini dell’Impero Mongolo che, tra tribù e sottotribù, occupava tutta l’Asia settentrionale, sino ad arrivare all’Europa Orientale: rivolte, repressioni, corruzione, tentativi d’invasione di Cipango (Giappone) finiti male, le religioni all’infuori del cristianesimo che avevano tutte uguali dignità. Nel 1291 i tre veneziani convinsero l’Imperatore a farli tornare a casa, col pretesto di accompagnare via mare una promessa sposa del reggente mongolo di Persia.  Nel 1298 Marco Polo, che si trovava a bordo di una nave veneziana, fu fatto prigioniero dai genovesi durante la battaglia di Curzola e fu incarcerato. Durante la prigionia conobbe Rustichello da Pisa, al quale narrò le sue vicende personali che furono trascritte nel libro “Il Milione”. Marco e Rustichello furono sottoposti a processo dall’Inquisizione per alcuni contenuti del loro libro: venivano descritte le religioni islamica, buddista e confuciana che erano considerate sacrileghe, le conoscenze astronomiche che erano sconosciute in Europa, i libri che in Cina erano “stampati” e non scritti a mano uno per uno, i pozzi di acqua nera che bruciavano (il petrolio), i fochi articifiali, eccetera. Alla fine Marco Polo fu assolto e liberato con la motivazione di non aver commesso peccati e di aver rafforzato la sua fede cattolica attraverso la conoscenza degli altri culti. Egli tornò a Venezia, dove non c’era nessuno ad attenderlo, e rivide la sua vecchia casa, con i disegni raffiguranti gli uomini con la testa di cane ed altre stravaganze, che aveva fatto da ragazzo, sentendo le fantasiose storie dei posti remoti ai confini del mondo dove era approdato suo padre. Marco in seguito si sposò con una nobildonna ed ebbe tre figlie; non tornò più nel Catai (Cina) e morì nel 1324 a quasi settant’anni, un bel traguardo per l’epoca.


I viaggi di Marco Polo e dei suoi familiari furono un’impresa più che straordinaria per qui tempi e contribuirono molto a far conoscere l’Estremo Oriente in Europa. A Cristoforo Colombo, quasi due secoli dopo, leggendo “Il Milione”, venne in mente di raggiungere i posti descritti navigando verso occidente e trovò per caso un nuovo continente, quello americano.