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domenica 17 febbraio 2019

415) DUE LIBRI DI RECENTE STAMPA



C’ERA UNA VOLTA ANDREOTTI DI  MASSIMO FRANCO 

In occasione del centenario della nascita di Giulio Andreotti, nel gennaio di quest’anno, il giornalista Franco Romano ha scritto un volume a lui dedicato, partendo dall’infanzia e arrivando alla morte. L’autore cerca di rivalutare una figura storica della storia d’Italia. La famiglia Andreotti era originaria di Segni (Roma), che viene definito centro ciociaro, e si trasferì a Roma. Giulio perse suo padre, insegnante, a quasi tre anni e sua madre dovette crescere da sola lui, suo fratello maggiore e sua sorella che morì giovanissima. Da bambino, d’estate, egli tornava con la famiglia a Segni, dove il nonno vendeva cappelli: giocava con gli altri bambini, al quale rispondeva con quell’ironia, che lo avrebbe caratterizzato in futuro, se lo prendevano in giro per i suoi difetti fisici, aiutava i sacerdoti nella cattedrale del paese e andava in escursione sul Monte Lupone. A Roma si intrufolava di nascosto nelle udienze del Papa Pio XI e vedeva le partite di calcio a Testaccio, arrampicandosi sugli alberi. A Giulio l’attività fisica non è mai piaciuta, tant’è vero che al liceo era esentato dalle ore di ginnastica perché c’erano i figli di Mussolini, a loro volta esentati, perché praticanti di molti sport. Nel 1942 Andreotti successe alla presidenza degli universitari cattolici (Fuci) ad Aldo Moro e già entrò in antipatia a sua moglie Nora; quell’ostilità si ingigantirà nella sua drammaticità nel 1978. Esentato dal servizio militare e dalla guerra a causa del suo fisico gracile e gobbo e per i continui mal di testa: gli diagnosticarono sei mesi di vita; anni dopo Andreotti andò a cercare il medico che lo aveva condannato per fargli sapere che era vivo e ministro della difesa ma era morto lui. Nel 1945, dopo essersi laureato in giurisprudenza, convolò a nozze con Livia Danese, laureata anch’ella, ed ebbe quattro figli. Conobbe De Gasperi nella biblioteca vaticana e il primo statista del dopoguerra lo elesse a figlio prediletto, nominandolo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Andreotti fu presente alle assemblee legislative italiane ininterrottamente dal 1945 all’anno della sua morte, nel 2013. Era monarchico perché nel linguaggio popolare romano repubblica è sinonimo di disordine, caos. Fu sette volte Presidente del Consiglio, il primo nato a Roma (tra il 1972 – 1973, tra il 1976 – 1979, tra il 1989 – 1992) e quasi sempre ministro nei governi a guida democristiana e socialista. Il suo feudo elettorale era il Lazio sud, in particolare la Ciociaria, alla quale attuò moltissimi piani d’investimento e di sviluppo, dove arrivò a raccogliere oltre 330.000 preferenze personali; Ciociari erano i suoi fidati e devoti luogotenenti Evangelisti e Ciarrapico. In una campagna elettorale ad Affile Andreotti fraternizzò con il Generale del Fascismo e di Salò Rodolfo Graziani e tutti dissero che era di destra Dc; all’inizio, con il Vaticano e le alte sfere militari, fu contrario al centrosinistra e fu nemico di Fanfani, poi si adeguò. Attuò delle lottizzazioni nei dintorni di Roma che riguardavano terreni appartenenti a quell’antica nobiltà legata al papato. Andreotti ogni domenica aiutava personalmente i suoi elettori, e non, bisognosi e le sue segretarie snellivano le pratiche per le richieste di aiuti e di raccomandazioni. Fu più volte coinvolto in inchieste giudiziarie (P2, Sindona, eccetera) senza mai essere processato. Quando A. seppe del rapimento di Aldo Moro reagì con degli attacchi di vomito e non volle aprire (come quasi tutti i partiti) trattative con i criminali per la sua liberazione. Nel 1992, nell’anno della sua mancata elezione alla Presidenza della Repubblica, con l’uccisione del suo amico palermitano Salvo Lima, iniziarono per lui i veri guai che lo avrebbero perseguitato per un decennio. Riuscì ad essere assolto e uscì vivo soprattutto dalle accuse di associazione mafiosa e di essere uno dei mandanti dell’omicidio di Mino Pecorelli, grazie soprattutto alla testardaggine e alla dinamicità di una sconosciuta avvocatessa di nome Giulia Bongiorno, la quale negli anni dei processi divenne una di casa per la famiglia Andreotti, e il suo prestigio crebbe a tal punto da far passare in secondo piano l’avvocato di fama internazionale Franco Coppi, di cui la giovane era praticante. Non furono trovate mai prove concrete per quelle accuse: c’erano solo le parole dei pentiti, forse, secondo le versioni degli innocentisti, manovrati da qualcuno, forse era in atto una vendetta nei confronti di Andreotti da parte degli americani per la sua politica filoaraba, non troppo antisovietica, per le rivelazioni sull'affare Gladio, forse era una manovra per incastrare uno che non era stato accusato di tangenti, al fine di cancellare definitivamente una classe politica. I magistrati accusatori e i politici avversi non vollero archiviare, vollero andare fino in fondo, forse sperando che l’eccellentissimo imputato morisse durante i processi, così da non dover emettere delle sentenze; alla fine si lamentarono che la storia del bacio tra Andreotti e Riina aveva rovinato tutto: era troppo inverosimile. Il Papa e l’intero Vaticano furono vicini ad Andreotti negli anni delle persecuzioni con benedizioni e preghiere. Si parla anche dell’Andreotti familiare ed intimo, oltre che della sua casa sul lungotevere, davanti Castel Sant’Angelo, che aveva acquistato con un mutuo trentennale: egli era goloso di leccornie, non era particolarmente severo con i figli a differenza della signora Livia, partecipava alle messe alle sei del mattino, le sue battute sarcastiche ed ironiche che diffondeva, le tre volte nella vita in cui pianse, il mantello regalatogli da Saddam Hussein, le partite a carte dagli amici, la passione per l'ippica, la sua partecipazione al film “Il tassinaro” di Alberto Sordi e l’immagine distorta che ne ha fatto il film su di lui “il divo”. Negli ultimi tempi i figli dello statista si lamentavano col padre perché grazie al suo appoggio al Senato teneva in piedi il Governo Prodi, le cui componenti, secondo essi, erano le responsabili di tutti i guai giudiziari del loro genitore. Oggi i figli e i nipoti di Andreotti sono impegnati a contrastare notizie false e infanganti che circolano su internet sul loro defunto parente. Giulio Andreotti ha rappresentato ed è stato protagonista di un’epoca di profondi cambiamenti in positivo per l’Italia, nonostante le trame oscure e drammatiche che ci sono state.

L’ITALIA NON è Più ITALIANA DI MARIO GIORDANO
Dall’Italia che cresceva in passato, con allegati e risvolti tragici, si passa a quella in decadenza di oggi descritta dal giornalista Mario Giordano. Mentre oggi noi, dopo ¾ di secolo, ancora pensiamo e litighiamo per la Seconda Guerra Mondiale (di chi fu la colpa, se causarono più vittime i tedeschi, gli americani, i fascisti, i partigiani) in silenzio ci stanno portando via la nostra nazione. Il Made in Italy che ci ha fatti grandi nel mondo non è più italiano: ogni 48 ore un’azienda passa in mani straniere; di solito sono le imprese in crisi, nate nei sottoscala durante il miracolo economico, ma anche quelle sane i cui proprietari si stancano di gestirle. Tutti sono contenti che il lavoro è salvo, però dopo qualche mese i nuovi proprietari chiudono baracche e burattini e delocalizzano all’estero, dove la manodopera costa meno, e di solito non si dà neanche un preavviso ai dipendenti licenziati. Franza o Spagna, chiunque ci magna: grosse catene di supermercati estere schiacciano quelle nostrane senza che ci sia reciprocità, gli edifici storici dei centri delle città italiani, con le attività commerciali antiche, se li comprano gli americani, i cinesi, i turchi (l’istituto della zecca dello stato è diventato cinese, nella laguna veneta un’isoletta è divenuta turca), le squadre di calcio diventano di proprietà straniera. La lingua italiana si sta estinguendo con l’avanzare delle nuove tecnologie; a Milano piazze, strade ed edifici cominciano ad avere delle intestazione relative a supporti tecnologici e della telefonia mobile (Piazzetta Apple, gli edifici Spark One e Spark Two nel business district, eccetera); i giovani entrando nei posti di lavoro sono costretti a sostituire i nomi delle varie mansioni con il corrispondente inglese. Siamo invasi da cibi italiani falsi, brutte imitazioni dei prodotti nostrani di fama internazionale. Non siamo neanche più padrini a casa nostra: le mafie nigeriana e cinese si ramificano su tutto il territorio nazionale colpendo sei volte al giorno e potrebbero scatenare delle guerre tra loro. Il Caso di Castel Volturno, divenuto un ghetto nigeriano, dove applicano la legge voodoo. Le mafie nostrane si dicono rassegnate: non hanno abbastanza “picciotti” per contrastare le nuove (comunque tutte le organizzazioni criminali sono da condannare, sia italiane che straniere). Le forze dell'ordine sono impotenti, essendo in inferiorità numerica. Ci sono grandi comunità cinesi invisibili che non si integrano: aprono mega centri commerciali dove vendono roba di marca non originale, hanno un’economia sommersa, illegale, infliggono punizioni corporali ai loro dipendenti, anche italiani, le loro giornate hanno trenta ore.  Anche gli sceicchi arabi si stanno comprando l’Italia, dagli alberghi, alla Costa Smeralda, e finanziano la costruzione di moschee con all’interno potenziali jihadisti. L’Italia si sta spopolando di italiani: per le poche nascite e per crescente fuga all’estero. Coloro che non vogliono adattarsi al ribasso dei salari che ha causato l’immigrazione dall’estero sono costretti ad andarsene; anche i professionisti vanno via perché altrove guadagnano molto di più. Il caso di Monfalcone (fino ad alcuni anni fa roccaforte rossa, ora invece è passata alla Lega), dove nei cantieri navali hanno importato massiccia manodopera straniera; alcuni mesi fa un operaio è morto: era uno dei pochi italiani che aveva accettato le stesse dure condizioni lavorative degli extraitaliani. In molte scuole non ci sono quasi più alunni italiani: infatti il limite del 30% di alunni stranieri poco viene rispettato. L’Europa vorrebbe portarci via quel poco di nostro che è rimasto, come ha cercato di fare con la Grecia. L’autore, che ha percorso l’Italia da nord a sud, trovando molti piccoli centri spopolati o abitati da due o tre abitanti, non vuole rassegnarsi e sprona i suoi quattro giovani figli a rimanere in Italia a non rassegnarsi alle negatività e a combattere per migliorare questa società.

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