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domenica 22 ottobre 2017

368) DIFFERENZE TRA LE VITE DI OGGI E DI IERI



LA SOCIETÀ DI OGGI È MOLLE, MA C’È QUALCHE ECCEZIONE E SI ASSISTE AD UNA CONTROTENDENZA PER LA CRISI. LA SOCIETÀ DI IERI ERA FORTE: TUTTI ERANO ABITUATI ALLA VITA DURA, DAL LAVORO, DALLE MALATTIE ALLA GUERRA. IL CASO DELL’ITALIANO CHE COMBATTE L’ISIS, CHE PER ASSURDO È INDAGATO DALLA MAGISTRATURA. 

Fino a qualche anno fa, prima della crisi economica, sentivamo spesso dire che i giovani erano molli, erano da sempre abituati alla vita comoda, ad avere tutto e non volevano adattarsi. Si facevano e ancora si fanno discorsi moralisti del genere: “questi ragazzi d'oggi non hanno voglia di rimboccarsi le maniche ed adattarsi, preferiscono stare sulla sedia col cellulare, nell’attesa che il campanello suoni e li portino in Ferrari a lavorare in banca, al ministero o in qualunque ufficio.” Si elogiavano gli anziani genitori che da una vita si spaccavano la schiena con dei lavori duri ed umili per mantenere i figli nullafacenti, ingrati e che facevano finta di studiare. Si toccava altresì il tasto migratorio: “abbiamo bisogno di manodopera estera, ci andassero questi giovani a fare quei lavori!” Il cantante Povia nel suo brano “Immigrazia”, in cui non ce l’ha con l’immigrato ma col sistema che vuole imporre un neoschiavismo per fini elettorali, approfittando della debolezza delle generazioni di oggi, e per far aumentare il Pil, afferma che una volta i figli crescevano duri perché i loro padri erano duri, mentre oggi crescono molli perché siamo tutti molli e dei versi della canzone recitano: “….mentre tu fissi il lampadario, ti fregano il salario,…., mentre tu stai sulla sedia, l’immigrato lui s’insedia….”  

A condizioni di lavoro accettabili i ragazzi farebbero tutti i tipi di mestiere. Dipende anche dalle condizioni economiche o dalla volontà della famiglia d’origine del giovane: se uno proviene da una famiglia con problemi economici è chiaro che dovrà cercare tutti i lavori senza far tanto lo schizzinoso, mentre se appartiene ad una famiglia benestante, se la sua famiglia glielo consentirà, egli potrà trovare con calma il lavoro che più si addice alle sue aspirazioni. Se uno potesse scegliere se avere un’occupazione manuale ben retribita ed essere vicino casa, piuttosto che svolgere una mansione superiore in una distante località e fare il pendolare con tutte le problematiche che ne derivano, non è detto che scelga la seconda soluzione. Oggi assistiamo a qualche lieve segnale di controtendenza, a causa della crisi economica ed occupazionale: giovani e meno giovani sono costretti a cercare, spesso senza riuscirci, tutti i mestieri a disposizione e se non trovano emigrano (L’emigrazione sarebbe stata molto superiore in questi decenni se non fossero stati creati i maggiori centri occupazionali del nostro territorio: Latina, Aprilia, Cisterna, che si allargò notevolmente grazie alla bonifica, Pomezia, Colleferro, Guidonia. E chi fondò quelle città?) Alcuni dei privilegiati, di quelli che non conoscono crisi e che prima facevano quelle paternali perbeniste, citate pocanzi, oggi se le rimangiano: infatti qualche volta disdegnano coloro che trovano qualche lavoro al di sotto dei loro precedenti mestieri o delle loro aspirazioni. Anni fa ero in una frazione di Civitavecchia: c’era una coppia che stava per sposarsi ed aveva un bar e un locale che fungeva da pizzeria; una sera involontariamente li sentii che discutevano animatamente tra loro e alla fine lei concluse bruscamente verso di lui con: “sei un comune pizzettaro!” Questo per dire che nelle persone interiormente si possono trovare delle caratteristiche diverse dalle apparenze.

Questi discorsi fatti finora non si addicono alla società italiana pre – boom economico, nella quale la maggioranza dei cittadini era costretta a svolgere i lavori più faticosi per cercare di campare, non sempre dignitosamente. La tecnologia che c’è oggi e che riduce la fatica fisica, nella prima metà del ‘900 era alle prime armi e la collettività non ne usufruiva pienamente. Perciò tutti erano abituati a faticare e a tribolare; anche la mortalità giovanile era elevata, per cui quando arrivano le frequenti guerre non era tutto quel dramma che ci sembra a noi che siamo fragili, perché da sempre abituati a questa società. Mi spiego meglio: non è che gli uomini del passato fossero felici di andare a combattere e a morire, erano molto più preparati di noi ad affrontare quei drammi, perché cresciuti in una società in cui erano abituati a penare. In dei raduni militari mi è capitato di ascoltare le testimonianze di alcuni reduci della Seconda Guerra Mondiale e della Battaglia di El Alamein; gli stessi dicevano di essere fieri di aver servito i loro reparti e che noi difficilmente avremmo capito la loro tenacia e loro caparbietà di allora. Sono i valori patriottici di un tempo, oggi scomparsi dalla nostra società, non propriamente del Fascismo ma della stato liberale precedente nato dal Risorgimento.
Oggi non ci sono folle oceaniche di giovani italiani, di giovani occidentali, che scelgono di combattere per una giusta causa, eppure qualcuno se ne trova. C’è un italiano che combatte in Ucraina contro i russi, tuttavia il caso più eclatante è quello di Karim Franceschi (nato a Casablanca da padre italiano e da madre marocchina), il quale da qualche anno combatte l’Isis in Iraq al fianco dei Curdi. Egli ha effettuato questa scelta di vita, dopo aver servito l’Esercito Italiano per tanto tempo, perché intelligentemente pensa che se lo Stato Islamico non verrà fermato gli attentati in Europa non cesseranno e un giorno il califfato arriverà a casa nostra. Lo stesso ha altresì avuto l’amara sorpresa di essere indagato dalla magistratura italiana: combatte per proteggerci ed ha delle grande giudiziaria, roba da matti!

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