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sabato 14 giugno 2014

231) RIMPIANTI PER I VECCHI DITTATORI

Ridateci Saddam e Gheddafi per sconfiggere Al Qaida

Le loro mani, come quelle di Assad, grondavano sangue ma abbatterli è stata una pessima idea: ora dilaga il terrore

Livio Caputo - Ven, 13/06/2014 - 09:11
Alla luce degli ultimi avvenimenti in Medio Oriente e dell'apparentemente irresistibile avanzata dei fanatici dello Stato Islamico di Iraq e Siria (Isis) verso Bagdad, ecco quattro domande politicamente scorrette.
1) Gli americani sono pentiti di avere scatenato la guerra contro l'Iraq (sulla base di false premesse) e abbattuto Saddam Hussein, che sia pure con metodi disumani riusciva a tenere insieme un Paese artificiale senza farlo precipitare, come sta accadendo oggi, nella guerra civile?
2) I politici occidentali si sono finalmente resi conto di quanto sconsiderato sia stato il loro intervento in Libia, neppure concordato in anticipo tra gli alleati, che ha portato alla caduta e all'assassinio di Gheddafi e in due anni ha trasformato il Paese in uno Stato fallito, ormai privo di un potere centrale, che invece di due milioni di barili di greggio riesce a malapena a produrne un decimo?
3) I politici americani ed europei si stanno infine rendendo conto di quanto sia stato imprudente appoggiare la rivolta contro Bashar el Assad, con il risultato di avere moltiplicato per dieci i morti in Siria, di avere messo in grave pericolo le minoranze etniche e religiose e di avere trasformato il Paese in un magnete per tutti i jihadisti del mondo che poi torneranno nei Paesi d'origine a commettere attentati?
4) La amministrazione Obama ha capito di avere sbagliato a scaricare da un'ora all'altra il vecchio e fedele alleato Mubarak, ad appoggiare - solo perché (apparentemente) eletto dal popolo - il presidente Morsi dei Fratelli musulmani e ora di snobbare il suo successore generale Al-Sisi, l'unico che sembra in grado di riportare l'ordine nel Paese, solo perché è arrivato al potere con un colpo di Stato?
Ufficialmente, alla base di queste strategie occidentali stavano due obbiettivi: primo, salvare la popolazione civile in qualche modo coinvolta nella «primavera» dalle rappresaglie dei vari dittatori; secondo, convogliare i rispettivi Paesi verso la democrazia.
Ebbene, è stato un fallimento su tutti i fronti. L'Iraq, non appena nel 2011 Obama ha ritirato le truppe americane, che avevano lasciato sul terreno molti morti e feriti, è scivolato gradualmente verso l'anarchia, con un governo a predominio sciita sempre più sottomesso all'Iran, incapace di trovare un minimo comun denominatore tra sciiti, sunniti e curdi e - come si sta vedendo in queste ore - di addestrare un esercito degno di questo nome nonostante 14 miliardi di aiuti statunitensi.
La Libia si è frammentata su linee tribali, con gli estremisti islamici sempre più influenti, più nessun controllo sulla partenza dei barconi carichi di immigranti africani verso l'Italia e quel che resta del governo centrale avviato alla bancarotta per il venir meno della rendita petrolifera: paradossalmente, l'unica speranza di un ritorno alla normalità è riposta in un altro potenziale «uomo forte», il generale Hefter sceso in campo per combattere i terroristi islamici; ma se un Occidente pentito non gli darà una mano, difficilmente riuscirà nel suo intento.
La Siria, poi, è il caso peggiore. Assad è sì un dittatore, è sicuramente responsabile per il massacro - perfino coi gas - di molti oppositori militari e civili ma, come si vede anche ora, godeva tutto sommato dell'appoggio di una buona parte della popolazione. Cercare di rimuoverlo ha contribuito alla frammentazione del Paese, alla morte di 180mila persone e alla creazione di 5-6 milioni di profughi e soprattutto ha permesso la costituzione di quell'Isis, considerato troppo estremista perfino dai vecchi quadri di Al Qaida, che oggi controlla un territorio vasto quasi quanto l'Italia e - se non contrastato in tempo - lo trasformerà in un nuovo Afghanistan molto più vicino all'Europa. Invece di combattere Assad, dovremmo aiutarlo a liberarci da questo incubo.
La lezione è che interferire con quanto avviene nel mondo arabo è sempre sbagliato. Perciò, lasciamo almeno in pace l'Egitto, che sia pure ritornando al passato sta ritrovando l'equilibrio e ha tutto l'interesse a che torni un po' d'ordine nei Paesi che lo circondano.

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