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giovedì 30 gennaio 2014

213) CIMELI FAMILIARI PER IL 70° DEL BOMBARDAMENTO DI CORI

BREVE RICORDO DEL BOMBARDAMENTO DI CORI, FOTOGRAFIE FAMILIARI SULLA DISTRUTTA CHIESA DI SAN PIETRO  E ALTRO.


Il 30 gennaio di quest’anno ricorre il 70° anniversario del primo bombardamento aereo di Cori, che ci fu appunto il 30 gennaio 1944. Brevemente narrerò gli eventi di quell’anno, servendomi di pubblicazioni attinenti e di testimonianze dirette.

Pochi si aspettavano che il nostro paese venisse bombardato, tanto da divenire “sicuro rifugio” per abitanti di altri paesi, martoriati dalle bombe perché strategici. Dopo lo sbarco Alleato ad Anzio del 22 gennaio i rumori degli aerei che volavano a bassa quota si fecero sempre più assordanti, qualcuno per la paura si rifugiò in montagna e nell’orizzonte marino era possibile perfino intravedere delle navi. Molti scherzavano con gli aerei che sorvolavano il paese dei Lepini, si invitavano i piloti a liberarsi dei loro “carichi” dicendo: “sgancia Pè!” Quella dose eccessiva di sicurezza svanì la domenica del 30 gennaio col primo bombardamento, nei mesi successivi ne seguiranno degli altri. I superstiti si rifugiarono sui monti sino all’arrivo degli Anglo – Americani nel mese di maggio di quel 1944. I morti in quei terribili quattro mesi furono pressappoco sui duecentocinquanta e i feriti all’ incirca mille. Il motivo per cui Cori destò interesse tra gli Alleati fu la presunta presenza di un deposito di armi tedesche in una chiesa del paese: infatti alcune chiese furono rase al suolo, mentre altre subirono dei gravissimi danni. Le due chiese parrocchiali della parte alta del paese non si salvarono: morirono i rispettivi parroci e i fedeli che partecipavano alle funzioni.




In uno di questi luoghi di culto, a San Pietro, vicino al Tempio d’Ercole, i miei nonni si sposarono nell’Aprile 1942, esattamente 21 mesi prima della sua distruzione. Ho voluto scegliere l'immagine pubblicata, nonostante sia  in un cattivo stato di conservazione rispetto ad altre, perché tra le colonne del tempio si intravede l’entrata di quella chiesa.


L’interno della citata chiesa riprodotta sopra è una cartolina postale dell’epoca in mio possesso; non sono l'unico a possederla, visto che è già stata pubblicata in alcuni libri dedicati a Cori. Il tutto è tratto dai cimeli dei miei nonni che comprendono molte fotografie d’epoca. Mio nonno era della Guardia di Finanza, girò un bel po’ prima di arrivare a Cori, per cui abbiamo molte sue immagini e quelle di molti militari suoi colleghi con delle dediche: da esse si può riscontrare che allora l’anno fascista in numero romano era compreso nella data e tutti lo inserivano, specie gli appartenenti ai corpi armati e alle forze dell’ordine che dovevano scrupolosamente attenersi alle disposizioni impartite. Le foto-cartoline provengono un po’ da tutta Italia; tra queste c’è anche l’immagine di un piccolo balilla con timbro di un fotografo di Trieste. Nel mezzo di tutte queste foto ho scelto di inserirne una proveniente da Pola, nell’Istria, per rimpiangere i tempi andati: oggi è una città croata, già jugoslava, al tempo di quest’istantanea era un ridente capoluogo di provincia italiano.

lunedì 20 gennaio 2014

212) IL VALORE GIAPPONESE

LE CONTRADDIZIONI DEL GIAPPONE: UNA NAZIONE MAI COMPLETAMENTE “OCCIDENTALIZZATA” E L’OTTIMO CONNUBIO TRA TECNOLOGIE E TRADIZIONI CHE NON RISENTE DELLA CRISI ECONOMICA.

Il cosiddetto “ultimo giapponese”, alias Hiroo Honoda, è morto all’età di novantuno anni. “L'ultimo dei giapponesi” è un modo di dire per indicare coloro che, come i giapponesi nascosti nella giungla nella Seconda Guerra Mondiale che non si arresero all'evidenza della fine della guerra perché avevano perso tutti i contatti con il mondo o perché non vollero accettarla e per anni continuarono a combattere, non accettano l’evidenza dei fatti. È questo il caso del citato Hiroo Honada che, ignaro della fine della Seconda Guerra Mondiale nel 1945, continuò a servire la sua patria combattendo e rimase nascosto nella giungla della Filippine sino al 1974, allorquando riuscirono finalmente a convincerlo a tornare in patria (fu proprio l’ultimo a rientrare), dove fu accolto con tutti gli onori.


Manifesto giapponese della Seconda Guerra Mondiale.



Nel frattempo il suo paese era molto diverso da come lo aveva lasciato: entrato nell’orbita d’influenza dell’occidente, era divenuto un colosso economico ed industriale mondiale, secondo solo agli Stati Uniti. La nazione, piegata solamente dalle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, senza le quali non si sarebbe mai arresa, aveva cambiato i connotati, abbandonando in modo apparente il nazionalismo, l’orgoglio nazionale, propri degli antichi samurai e dei più recenti kamikaze; l’imperatore, il quale era scampato al processo per crimini di guerra, non era più un dio. Purtroppo quando si fa la guerra ognuno deve pensare al proprio tornaconto e al cercare di risparmiare più vite possibili dalla propria parte, anche se ciò comporta che tutto si rivolga contro i propri nemici: così ragionarono gli americani nel 1945 quando decisero di impiegare queste nuove armi di distruzione di massa al fine di far capitolare il Giappone e di risparmiare un milione di vite di soldati americani che avrebbe comportato l’invasione dell’arcipelago giapponese. Inoltre gi americani avevano un alibi giustificatore pronto: erano essi che furono aggrediti per primi dai giapponesi a Pearl Harbor nelle isole Hawaii. Nei decenni successivi dalla fine della guerra il rientro dei molti soldati all'oscuro di tutto divenivano dei momenti per riscoprire i valori antichi da guerrieri di un popolo, dimenticandosi così della sconfitta subìta e del grande sviluppo economico che si pensava avesse cambiato i connotati della nazione.

Il progresso tecnologico e il legame alla cultura e alle tradizioni convivono benissimo nel paese del Sol Levante. Esso nonostante sia entrato nella sfera d’influenza americana – occidentale non si è mai fatto interamente contaminare nel modo di pensare. In occidente la visione mondialista della sinistra politica e del cristianesimo progressista ha portato alla creazione del mito del multiculturalismo  e del “cittadino del mondo” (anche se entrambi i promotori hanno i loro fini ben definiti per promuovere la diffusione della società multietnica), infischiandosene totalmente della perdita dei propri usi e costumi, delle tradizioni storiche, culturali, patriottiche, religiose e delle glorie del proprio popolo. Le forze politiche conservatrici non possono fare granché per arginare ciò, a causa di quel “sistema” ramificato in ogni angolo che influenza tutto. Il Giappone al contrario resiste: conservando la società monoculturale e opponendosi alle pressioni nazionali e internazionali che chiedono a gran voce l’immigrazione di massa per far fronte alla denatalità, all’invecchiamento della popolazione e al gran numero di suicidi, grave piaga del paese. L'ex primo ministro giapponese Taro Aso ha una volta descritto il Giappone come una nazione di «una razza, una civiltà, una lingua e una cultura». Nell’arcipelago giapponese vivono circa 128 milioni di persone, la densità della popolazione è tra le più alte del mondo e solo l’1,5% non è giapponese: tra questo 1,5% molti hanno gli avi giapponesi. Si preferisce promuovere campagne di sensibilizzazione per l’incremento delle nascite, invece che concentrarsi sull’apertura totale delle frontiere.

In quel paese la crisi economica si è fatta sentire poco e il tenore di vita dei cittadini è tra i più alti del mondo. L’energia nucleare soddisfa gran parte del fabbisogno energetico e alla nazione non conviene bloccarla, nonostante quello che è successo nella centrale nucleare di Fukushima a seguito del maremoto. Un’altra differenza con il mondo occidentale è la pena di morte in vigore.



Il modo di pensare dell’occidente non ha contaminato il colosso asiatico, però la cultura europea lo affascina: vengono prodotti molti cartoni animati ispirati ai romanzi europei per i ragazzi ("Ai no gakko Cuore Monogatari", il nostro "Libro Cuore" ne è l'esempio: le gesta della nostra gloria recente sono arrivate anche nel lontano oriente grazie a Edmondo De Amicis e grazie ai giapponesi si sono diffuse ancor di più in tutto il mondo) e in più vengono celebrati molti matrimoni con rito cristiano. Il Giappone è un buon connubio vincente tra tecnologia – modernità e tradizioni patriottiche – culturali.

mercoledì 8 gennaio 2014

211) LA STRAGE DI ACCA LARENTIA

Acca Larentia, per non dimenticare

In memoria di Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta e Stefano Recchioni e di ‘quella sera di gennaio che resta fissa nei pensieri’




C’è una strada, nel cuore del quartiere Tuscolano a Roma, che da 36 anni è il simbolo di una generazione che ha sofferto, che ha sacrificato  i propri figli in una guerra senza perché. Si chiama via Acca Larentia. C’è una data, nel calendario, che da 36 anni è listata a lutto. È il 7 gennaio 1978.
Solo fino al giorno prima le luci natalizie rendevano il clima festivo e caldo, l’Epifania chiudeva le vacanze di Natale. Poche ore dopo una raffica di proiettili spezzava due giovani ed innocenti vite.
La sezione di Via Acca Larentia, al Tuscolano, si trova su un piazzale che affaccia su via Evandro e prosegue su un ballatoio che porta a via delle Cave. Il 7 gennaio ‘78 è un sabato, sono le 18 e in sezione alcuni ragazzi stanno organizzando un volantinaggio contro la chiusura della sede di Via Ottaviano. Sono Franco Bigonzetti, 19 anni, Francesco Ciavatta, 18, Maurizio Lupini, Pino D’Audino, Enzo Segneri.  Escono della sezione e si danno appuntamento a Piazza Risorgimento, nel quartiere Prati. Accade tutto in un istante: una raffica di proiettili esplosi da una Skorpion li investe. Altri colpi vengono sparati da pistole semiautomatiche. Franco viene colpito e cade sulla porta della sezione, Francesco tenta una fuga disperata ed inutile sulle scale del ballatoio, cadrà dal lato opposto e morirà appena giunto in ospedale.


Maurizio, Pino ed Enzo si rifugiano dentro la sezione, restano in ascolto. Fuori si sente parlare: “’ndo cazzo ve sete nascosti, li mortacci vostri” urla qualcuno. E spara. Ancora sul corpo senza vita di Franco.  I tre restano in attesa, sul pavimento della sezione. Poi Maurizio si avvicina al portone, ascolta: “se ne so’ annati” dice agli altri. Enzo è ferito ad un braccio. “Mo dopo annamo all’ospaedale” gli dice Maurizio, che poi accende la luce.

Guarda i suoi amici, Pino è frastornato, Enzo sente dolore al braccio. All’unisono si voltano, qualcosa attrae la loro attenzione. Sul pavimento, dall’anta sinistra della porta, filtra del sangue. Maurizio apre la porta. Il corpo di Franco è lì, muto, accasciato sullo stipite. Quei proiettili lo hanno ucciso. Maurizio capisce che Franco ha cercato di fuggire, la direzione più plausibile è proprio quella del ballatoio, lo percorre, giunge sull’altro lato delle scale, vede Francesco a terra, scende le scale di corsa, lo raggiunge. “Mauri’ … Mauri’ …” lo chiama Francesco “A me m’hanno solo ferito. Andate a vedere Franco, mi sa che l’hanno ammazzato”. Maurizio lo tiene stretto a sé, l’anima svuotata, il cuore in pezzi, gli occhi gonfi. “France’ …” invoca. “Mauri’ … Mauri’ … aiutame … me brucia tutto”. Sono le ultime parole di Francesco Ciavatta. Le lacrime di Maurizio, Francesco tra le sue braccia. Le lacrime di Enzo, lo sguardo perso nel vuoto di Pino, Franco accasciato sullo stipite della porta. E le sirene delle ambulanze e della polizia che si avvicinano.
È la cronaca di un giorno terribile, che resterà nella storia di una generazione, e poi delle successive, per sempre. Ed è solo una cronaca parziale. Perché quel 7 gennaio non ha ancora finito di mietere le sue vittime.
Nelle ore che seguono la tragedia molti giovani si radunano nel piazzale, le forze dell’ordine intervengono per tenere sotto controllo la situazione,  si forma un corteo spontaneo. Sono momenti terribili, durante i quali una comunità si stringe intorno al proprio lutto. Il corteo staziona su via Evandro, il clima è teso, dalla pistola del capitano Eduardo Sivori parte un proiettile che colpisce Stefano Recchioni in piena fronte.
Stefano è un giovane militante, appassionato, tranquillo. Dopo due giorni morirà in ospedale, diventando la terza vittima di una strage che non ha un perché.
Acca Larentia di vittime ne miete quattro: l’anno successivo, durante la manifestazione per la prima ricorrenza dell’odiata strage, Alberto Giaquinto, 17 anni appena, cadrà sull’asfalto di Via del Castani, nel quartiere Centocelle. “Troppo sangue sparso sopra i marciapiedi”.
"Un nucleo armato, dopo un'accurata opera di controinformazione e controllo della fogna di via Acca Larentia, ha colpito i topi neri nell'esatto momentoin cui questi stavano uscendo per compiere l'ennesima azione squadristica. Non si illudano i camerati, la lista è ancora lunga...". è il testo della rivendicazione della strage, rinvenuto in una cassetta audio a nome dei Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale. 
La vicenda relativa alle indagini che sono seguite all'attentato, come pure la storia dela Skorpion maledetta, è lunga e complessa: basti dire in questa sede che nessuno ha mai pagato per quei fatti e che lo scorso anno sono state riaperte le indagini contro ignoti, sperando che le nuove tecniche investigative possano far luce su vicende mai risolte. Ed eco riemergere vecchie carte e anche vecchi dolori, mai sopiti. Dolori che appartengono ad una intera comunità.

lunedì 6 gennaio 2014

210) LA CONFESSIONE


IL SACRAMENTO DELLA CONFESSIONE



In occasione delle festività religiose cattoliche, quali natale, pasqua, ricorrenze paesane dei santi patroni, si registra un aumento delle confessioni da parte dei fedeli rispetto agli altri periodi dell’anno. Secondo la liturgia Cattolica con il Sacramento della Riconciliazione si ottiene il perdono dai propri peccati. Si parte da bambini con questo sacramento, in occasione della Prima Comunione, iniziando a confidarsi in elementarità (bugie, parolacce, disobbedienza ai genitori) e di frequente a non dire tutto per timore, poi man mano che si cresce, chi continua perché ritiene importante questo strumento diventa sempre più esperto nell’elaborare delle narrazioni, frutto di riflessioni e meditazioni molto profonde. È un classico che i commenti dei curiosi facciano da contorno: “È molto tempo che è dentro, cosa avranno da raccontarsi?”; oppure quando si visita qualche luogo religioso e il sacerdote che accompagna si mette a confessare, si commenta: “Vedi come gli va bene? Sente pure quello che fanno le persone di queste parti!”

Non tutti i cattolici ritengono indispensabile la confessione, molti si interrogano: “Ma io quali peccati commetterei? Non ammazzo, non rubo e non faccio del male alle gente!” Altre persone, in particolare le signore anziane che vanno sempre in chiesa, non saprebbero proprio cosa dire al sacerdote, guardando pure alle cose molto più piccole dei peccati mortali: “Entro lì e cosa gli dico? Le bestemmie e gli accidenti non li dico, quello non lo faccio, quell’altro idem!”  Ci sono altri fedeli con altri caratteri e che hanno delle visioni diverse di fede che sono tutto l’opposto di costoro e ricorrono alla confessione molto spesso per dei motivi di cui la maggior parte di noi neanche farebbe caso. Oppure per chi è solo, il confessarsi spesso è anche un modo per poter parlare, per sfogarsi con qualcuno. Altri ancora che non frequentano molto le funzioni ma che in occasione delle festività citate in precedenza sentono la necessità di rivelare ad un sacerdote, il quale è vincolato dal segreto, le loro mancanze. Altre categorie di individui che non sono praticanti non comprendono proprio questo sacramento cattolico: loro non vi ricorrerebbero mai, principalmente per paura che il prete durante le prediche con il microfono spiattelli tutti i loro fatti personali; ma qualcuno di questi malvolentieri è "costretto" a confessarsi in occasione delle nozze. Se capita che il sacerdote nelle omelie citi le confessioni dei fedeli, parla a livello generico, deve mantenere il segreto e non si sognerebbe mai di dire: “Tizio mi ha detto così! Caio mi ha detto colà!” È successo che i penitenti abbiano confessato dei gravi crimini in cui ci sono andati di mezzo degli innocenti; in quei casi la maggior parte dei confessori in modo indiretto hanno cercato di indirizzare le forze dell’ordine e giudiziarie sulla pista giusta; non avrebbero mai potuto rilevare il dialogo confessionale. La storia ha insegnato che qualche criminale si è ravveduto tramite la Riconciliazione.

Abbiamo visto che tra i cattolici ci sono molte opinioni contrastanti riguardanti il sacramento della riconciliazione; questi contrasti sono presenti anche tra le confessioni cristiane: infatti la quasi totalità dei culti protestanti non ha questo sacramento perché per essi basta pentirsi sinceramente per essere autoassolti dai propri peccati. Lo scandalo delle indulgenze (bastava pagare per avere l’assoluzione dei peccati per sé e per i propri parenti defunti) fu uno dei principali motivi che portarono alla nascita dei culti del Protestantesimo con il monaco Martin Lutero. Come detto sopra molti cattolici possono ragionare come i protestanti se ritengono di non aver commesso cose gravi.

Un altro fattore che influisce nel citato sacramento è il sacerdote che confessa. Solitamente non si va volentieri da quello che ti conosce, si preferiscono gli estranei; soltanto il prete ha il suo padre confessore fisso, se così vuole. Nel caso di un coetaneo in cui si instaurano dei rapporti di amicizia, non guardando alla tonaca, allora ci si confessa con piacere con l’amico, il quale non vede l’ora che si vada da lui. Uno potrebbe aspettarsi che il prelato anziano sia molto più severo di quello giovane; delle volte accade il contrario, dipende dai caratteri. Quando si decide di confessarsi bisogna farsi coraggio e vuotare completamente il sacco, mica si rischiano le botte o altre cose peggiori e se non si racconta tutto è per dimenticanza. Si parla di alcuni santi che cacciavano la gente dai confessionali: riuscivano ad accorgersi sia se le confidenze dei fedeli erano inventate e non frutto di meditazione e sia se non si confessava tutto. C’è invece chi preferisce altri sistemi più persuasivi e meno duri. Confessione si, confessione no, le leggerezze piccole e grandi si commettono quasi sempre, tutti hanno i loro difetti caratteriali e i santi sono ben pochi.

martedì 31 dicembre 2013

209) UN CORTOMETRAGGIO

LA MAISON DU POÈTE



Di solito è molto raro che riceva dei regali all’infuori della cerchia dei parenti più stretti. Quest’anno è successo, anche se c’era un buon motivo: ho ricevuto in dono un dischetto contenete un cortometraggio in cui sono stato chiamato in causa insieme ad altre persone per interpretare una piccola parte. Il titolo delle breve “pellicola”, già presentata ufficialmente da alcuni mesi, è La Maison Du Poète”, scritta e diretta da Angelo Bianchi in occasione del cinquantenario della scomparsa del poeta, attore, sceneggiatore, drammaturgo e saggista francese Jean Cocteau (1889 – 1963).

I protagonisti sono altri: in primis gli alunni di Angelo dell’Istituto Comprensivo Giovanni Pascoli di Aprilia, poi altre persone adulte, coresi e non. (comunque per tutte le informazioni e la trama basta cliccare sopra le immagini postate) Sono felice di aver ricevuto in dono questo disco che anch’io, seppur con una piccolissima comparsa, ho contribuito a realizzare, precisamente nella scena finale: quando nel buio della notte dei ragazzi con le torce accese illuminano un casale diroccato.

martedì 24 dicembre 2013

208) DEI RIMEDI AGLI ANNI CHE AVANZANO

IL MANTENIMENTO DELLA FORMA FISICA È IL MIGLIOR ANTIDODO PER CONTRASTARE L’ETÀ CHE INESORABILMENTE AVANZA.



Col tempo di Natale un anno si chiude, ci rendiamo conto, superando gli “anta”, che gli anni passano in fretta e diveniamo sempre più adulti e sempre più vecchi. In teoria non esiste un elisir di eterna giovinezza o di immortalità, di questo ce ne rendiamo perfettamente conto: sulla Terra siamo solo di passaggio, come noi sono passati altri miliardi e miliardi di individui ed esseri viventi; il nostro stesso pianeta ed il Sole non sono eterni: tra pochi miliardi di anni non ci saranno più. Dei rimedi all’età che avanza sempre di più ce ne sarebbero: mantenere la forma fisica facendo movimento e sport, in modo da rimanere giovani nell’animo e nel corpo.



Giulio Andreotti diceva: “i miei amici che facevano sport sono morti da tempo!”  E se lo diceva lui……. Vittorio Feltri una volta, staccando dai suoi soliti articoli di cronaca politica, ha scritto su questo tema, difendendo ed elogiando la pigrizia e tutti quelli come lui che non hanno mai praticato delle attività sportive e moriranno pigri. Si, certo, non è detto che coloro che praticano lo sport in età adulta vivano di più degli altri, ma nella maggioranza dei casi migliora la vita. Il movimento fisico è altresì utile nello spirito, nel carattere: ci si sente molto più giovani e, con un pizzico d’orgoglio, visto che siamo italiani, abitanti della culla della civiltà e di un impero che fu, ci si può sentire soldati d’Italia, difensori della patria, legionari di Roma. Quest’ultimo aspetto può valere per chi ha idee politiche destrose, poiché il patriottismo è uno dei pilastri, ma spero anche per qualcun altro che ha opinioni politiche differenti.



In tutte le cose occorre la giusta dose, non bisogna fissarsi troppo, farsi prendere troppo la mano, non pensare a nient’altro e prendersela con coloro che su questi argomenti, come ho accennato in precedenza, la pensano in maniera diversa o per un motivo o per un altro. Qualche settimana fa c’è stato un caso di una campagna pubblicitaria, tramite internet, di Maria Kang, 32enne californiana, fanatica di Fitness, che ha attaccato le donne in sovrappeso. Il profilo Facebook della donna è stato chiuso per due giorni a causa delle numerose proteste arrivate. Ella dice, spronando le donne obese e mostrando orgogliosa il suo bel fisico ed i suoi figli: “qual è la tua scusa?” (perché secondo lei molte donne trovano l’alibi della maternità per giustificare i chili di troppo, così da coprire la loro inerzia) Io, anche se non possiedo un fisico invidiabile, non sarei mai arrivato a tanto; al contrario esprimo dei pareri e delle opinioni contenendomi. Ma penso che sia sempre meglio lo sport piuttosto che prendere delle compresse o degli altri farmaci per mantenere la linea: sia per dimagrire e sia per mettere su dei chilogrammi.

mercoledì 18 dicembre 2013

207) L’OPPOSIZIONE A CORI

LE MIE CONSIDERAZIONI DOPO AVER ASCOLTATO UN COMIZIO DELLA MINORANZA NEL CONSIGLIO COMUNALE PER ILLUSTRARE IL PUNTO DELLA SITUAZIONE AD UN ANNO E MEZZO DALLE ELEZIONI.



Fare opposizione nei comuni in apparenza potrebbe sembrare non servire a nulla, visto che la lista che vince le elezioni prende i 2/3 dei consiglieri comunali e le liste perdenti si aggiudicano solo 1/3 dei seggi al consiglio comunale. (a proposito perché non dichiarano incostituzionale la legge per le elezioni del sindaco e del consiglio nei piccoli comuni dove non c’è il ballottaggio, poiché un candidato sindaco che vince con un 20 – 30 % becca un numero sproporzionato di consiglieri? Forse perché non c’è un governo Letta da mandare avanti?) Fare opposizione nel nostro comune potrà sembrare inutile: il corese medio è intestardito sulle sue posizioni politiche e difficilmente si fa rigirare; più di qualcuno aveva cambiato ubicazione, almeno per le comunali, ma gli errori e le stupidaggini commessi dal centrodestra hanno fatto sì che la sinistra tornasse alle antiche percentuali bulgare. Bisognerà vedere che influenza avrà l’eventuale presentazione di una lista “5 Stelle” nelle elezioni comunali: toglierà voti alla sinistra (e in tono minore anche alla destra) come ha già fatto nelle elezioni politiche? Non lo so: nelle elezioni per il sindaco ed il consiglio comunale influisce molto non solo il colore politico, anche la capacità personale di un candidato consigliere nel procurarsi i voti, tentando di convincere tutti i suoi conoscenti. Tolte le perplessità e tornando al discorso del fare opposizione; la si fa soprattutto per controllo, per vigilanza su tutte le azioni di governo della maggioranza e per informare i propri elettori sulle attività amministrative. Dopo qualche mese ci si riprende dallo sconforto del risultato elettorale e ci si rassegna al ruolo che democraticamente è stato assegnato dal popolo. È sbagliato aspettare, bisogna ripartire subito. A seconda della parte in cui si sta, si guardano le prassi amministrative con occhi e giudizi diversi: se si governa e qualcosa non va bene si deve far di tutto per dire il contrario, mentre l’opposizione se fila tutto liscio non l’affermerà con schiettezza. Oppure è prassi che le due parti politiche si scambino i ruoli, vedendo tutto con prospettive diverse e spesso devono rimangiarsi quanto detto in precedenza, come è avvenuto nel nostro comune.



Io non sono al dentro per cui non comprenderò a fondo le vicende di un’amministrazione comunale, specie per quanto riguarda i bilanci con i debiti connessi, però ho constatato che mentre si ripianano i vecchi debiti, si può tranquillamente amministrare, attraverso la richiesta dei mutui, dei finanziamenti regionali e con qualche entrata del comune (come le tasse elevate!) e si creano nuove spese: assunzione di nuovo personale, ristrutturazione degli impianti sportivi e dell’allegata struttura alberghiera, tramite l'affidamento a delle associazioni di fiducia, lavori pubblici, eccetera. Per la parte che riguarda le opere pubbliche direi di dare la priorità alla sistemazione dei fossi e al rifacimento dei vecchi muri pericolanti, in modo che quando diluvia l’acqua piovana non spazzi via tutto; il vecchio muro dell’ex campo sportivo non è più dritto ed inizia ad incrinarsi, quello davanti all’edificio scolastico e quello che sovrasta l’ex Cinema Olimpo non reggeranno l’eternità. I lavori della messa in sicurezza di Via Casalotto vanno molto a rilento, salvo poi accelerare in prossimità di qualche elezione; se da una parte è bello vedere finalmente la strada interessata sistemata ed abbellita con la creazione dei marciapiedi, dall’altro lato è brutto notare che invece di camminarci i pedoni, sono utilizzati per parcheggiarvi gli autoveicoli: li hanno fatti bassi, anche dove non ce n’era bisogno, come ad esempio nell’incrocio con Via del Soccorso. Suggerirei inoltre di trovare delle soluzioni per far sì che non si vedano cumuli di rifiuti per le strade, magari creando delle aree ecologiche nascoste dal decoro urbano, di insistere nel pulire il paese dalla sporcizia e dalle sterpaglie e di potare gli alberi troppo imponenti. Ho sentito che vogliono realizzare un giardino botanico davanti al museo: a mio avviso l’area indicata necessita più di un parcheggio, visto che nella strada vicino non si cammina, né negli orari lavorativi, né nei giorni festivi quando c’è qualche evento al comune o nella vicina Chiesa di Sant’Oliva. Per la spinosa questione dei furti occorrerebbe prodigarsi molto di più: l’installazione delle telecamere sarebbe molto importante e in ogni zona municipale potrebbero organizzarsi delle squadre di pensionati volontari da affiancare alle forze del’ordine che nottetempo perlustrano il territorio e segnalano tempestivamente i movimenti sospetti. Per una giunta comunale è difficilissimo reggere due paesi (Cori e Giulianello); di separazione non se ne parla, addirittura potrebbero unirsi a noi altri modesti borghi.

L’opposizione nei suoi limiti vigila ed inizia a perdere qualche pezzo: quattro dei cinque consiglieri eletti in “Territorio Comune” hanno tenuto il comizio, uno si è reso indipendente da loro. Quest’evento ha dato ragione a quanti nella primavera dello scorso anno non si sono fidati: poiché erano molto scettici sulla possibilità che in una settimana, attraverso l'unione delle fazioni avverse in una sola lista, si cancellassero anni di discordie. Peccato, rimanere uniti sarebbe stata una buona occasione per dimostrare a tutti i dubbiosi che si sbagliavano.

mercoledì 11 dicembre 2013

206) PRIMARIE PD E LEGGE ELETTORALE

RENZI TRIONFA IN MODO PLEBISCITARIO NELLE PRIMARIE DEL PARTITO DEMOCRATICO: EGLI AFFASCINA TANTO MA OLTRE ALLA CHIACCHIERA HA POCO. LA CONSULTA HA DICHIARATO INCOSTITUZIONALE LA LEGGE ELETTORALE DOPO OTTO ANNI: SI È RICORDATA SUBITO! È STATA SOLO UNA MOSSA PER NON FAR CADERE IMMEDIATAMENTE IL GOVERNO LETTA. COMANDA LA MAGISTRATURA E NON IL POPOLO CHE ATTRAVERSO IL VOTO ELEGGE I PROPRI RAPPRESENTANTI PARLAMENTARI PER LEGIFERARE.



Matteo Renzi come da previsioni ha vinto le primarie del Partito Democratico, divenendone il segretario politico. È stato un evento inconsueto poiché egli proviene dall’ala moderata di quel partito e ha rotto lo strapotere degli ex comunisti. Questi ultimi cercano di nascondere e di attenuare il loro malumore agli occhi di tutti, dicendo che rispettano l’esito del voto. Non è escluso che un domani il Pd possa implodere e dividersi, cosi da far rinascere Ds e Dl (Margherita). In questo tipo di elezioni, le primarie, è sempre difficile stabilire con precisione il numero dei votanti, qualche cronista per dimostrare la non affidabilità de numeri sbandierati, ha provato che è riuscito a votare due volte. Pure se i dati diffusi sul’affluenza fossero veritieri si tratta comunque di una piccola parte di quei milioni di individui che di solito votano il centrosinistra nelle votazioni ufficiali. All’incirca tre milioni di persone hanno votato: sempre meno rispetto a tutte le altre primarie del centrosinistra. Renzi è rozzo nell’esporsi, ma sa chiacchierare, la chiacchiera affascina, porta lontano e nella sostanza poche volte si conclude qualcosa. Molti di voi potranno confermare le mie parole: tutti nelle nostre vite quotidiane, tra i nostri conoscenti, tra i nostri parenti, abbiamo il classico sapientone estroverso che chiacchierando sa tutto lui, che risolve tutto, poi nei fatti non conclude nulla. L’ambizione sfrenata porta a trascurare le mansioni a cui si è chiamati: Renzi prima voleva a tutti i costi la poltrona di sindaco, poi si è reso conto che non gli bastava e ha trascurato la sua città. Egli sa anche come fare, come bruciare i tempi, è molto furbo ed astuto: dopo la sonora bocciatura nelle passate primarie con un anno, comprendendo gli errori, è riuscito a conquistare un consenso plebiscitario. Gli obbiettivi si conquistano passo per passo e soprattutto occorre molta umiltà, non si può volere tutto subito e a tutti i costi, soprattutto quando si cerca di governare nell’interesse della collettività. Enrico Letta, per esempio, è più pacato, più calmo, è arrivato dov’è ora passo dopo passo e rimanendo con i piedi per terra.


Il suo governo andrà avanti almeno per un altro anno, grazie al neosegretario Pd e grazie all’intercessione del Presidente della Repubblica e della magistratura; quest’ultima ha dichiarato incostituzionale la legge elettorale (alla buon ora!) nella parte delle liste bloccate e nel premio di maggioranza alla Camera. Sono solo otto anni che quella legge è in vigore, grazie alla quale tre parlamenti sono stati eletti, e ora si accorgono che è contro la costituzione per dare motivo ad un traballante governo di modificarla, così da consentirgli di tirare a vivacchiare. Il premio di maggioranza alla Camera dei Deputati è eccessivo con un misero 25% - 30%, ma se un raggruppamento di partiti coalizzati prendono complessivamente dal 45% in su, non c’è nulla di male se si ottiene. Le preferenze al deputato non si davano neanche con la precedente legge elettorale (maggioritaria 75%, proporzionale 25%): erano sempre i partiti che sceglievano i candidati circoscrizione per circoscrizione e spesso accadeva che i bocciati al maggioritario venivano ripescati al proporzionale. L’elezione per il Senato non andava e da tempo si parlava di modificarla, ma l’alta corte non si è pronunciata su questa parte. A suo tempo fu il Presidente della Repubblica Ciampi che diede indicazioni su come impostare la legge elettorale denominata porcellum: allora per le alte sfere andava bene, ora non più. Già si sapeva che il metodo per le elezioni nei due rami del parlamento presentava dei difetti e delle anomalie e andava modificato, la cosa che indigna di più è la magistratura che spesso annulla la funzione del parlamento eletto dal popolo. Ora i due schieramenti politici si sono invertiti i ruoli nel giudicare quella legge: prima andava bene alla destra che l’aveva fatta ma era contestata dalla sinistra, oggi invece la sinistra ha ottenuto molti deputati con una misera percentuale ed è compiaciuta, mentre la destra contesta un abuso di parlamentari dopo il parere del Consiglio Superiore della Magistratura.

sabato 30 novembre 2013

205) ASPETTASSERO A CANTAR VITTORIA

L’AVER ESTROMESSO IL CAVALIERE DAL PARLAMENTO FA CAMBIARE POCO O NULLA DAL PUNTO DI VISTA POLITICO.


Aver cacciato dal parlamento il rappresentante di circa 10 milioni di Italiani, colui che era a capo della coalizione di centrodestra lo scorso febbraio, non fa cambiare nulla politicamente. Silvio Berlusconi continuerà a fare politica, facendosi sentire più del solito, e sarà sempre a capo del suo partito. Hanno fatto gli straordinari e hanno stravolto tutte le regole: si sono affrettati a votare la legge di stabilità ponendo la fiducia, non hanno atteso le novità relative alla condanna, non hanno voluto cercare dei cavilli, delle scappatoie, nella “Legge Severino”, hanno introdotto il voto palese, quando in questi casi c’era sempre stato il voto segreto e addirittura si sono recati a votare alcuni senatori a vita (di parte, nominati dall’alto per mantenere in vita il governo e mantenuti dal contribuente), che da quando ricoprono questa carica non avevano mai votato. Per quali alti meriti essi avrebbero fatto il prestigio dell’Italia? La stima se la sono giocata.



Questi espedienti non pagheranno, faranno guadagnare consensi alla coalizione di destra: a conferma di ciò basta vedere la molta gente che ha manifestato per solidarizzare con Silvio Berlusconi e per protestare. Al contrario i manifestanti del cosiddetto “popolo viola” che festeggiavano erano una ventina di persone, quando i media volevano far credere che erano anch’essi numerosissimi. Non cambierà nulla anche per quanto concerne la tenuta del Governo Letta, il quale andrà avanti con una maggioranza più ristretta dopo l’uscita del Pdl – FI dal governo. Le poltrone ministeriali fanno gola, così la sinistra è riuscita a trovare quel giusto numero di parlamentari che le mancava lo scorso marzo per governare, grazie proprio a coloro che sono stati eletti sotto il simbolo “Pdl per Berlusconi presidente”. All’indomani delle elezioni riportati un articolo di Vittorio Feltri che profetizzò gli eventi accaduti nelle ultime settimane:
Idem Bettino Craxi, considerato dai comunisti una sottospecie fascista, salvo essere riabilitato al momento delle esequie. Silvio, sei ancora in tempo. Diventa un compagno. Togli dal tuo simbolo la sigla Pdl e mettici Bat (Bandiera rossa trionferà). Così te la potrai cavare. Anche i pidiellini che grazie a te sono stati rieletti il 25 febbraio, e che già meditano di scaricarti nell'imminenza delle sentenze di cui sai, anche loro, dicevo, si guarderanno dal voltarti le spalle come adesso hanno in animo di fare. Bastardi.
Deciditi, compagno Berlusconi: salta il fosso e ti salverai. Fraterni saluti.”
I dissidenti tentano di ripercorrere la strada di Gianfranco Fini, questa volta c’è però una sostanziale differenza: Fini era già molto noto prima di mettersi con Berlusconi, mentre Alfano e gli altri non erano nessuno, li ha creati il Cavaliere. Dopo solo sette mesi è finito lo storico compromesso delle larghe intese, che come si è visto è stato solo una trappola: ci siamo cascati tutti, io per primo, più che altro spinto dalla curiosità di questo anomalo evento. A destra furono tutti entusiasti di aver evitato il Governo Bersani – Vendola e l’elezione di Prodi alla Presidenza della Repubblica, mentre a sinistra c’era amarezza e malumore; oggi è tutto l’opposto. Mi auguro che si faccia la riforma elettorale e poi si torni al voto: sarebbe importante ripristinare le preferenze, onde evitare che riappaiano alcuni parlamentari nominati dall’alto dal Partito Democratico. Qualche riforma economica è stata varata, ora se proseguiranno senza FI (ex Pdl) è molto probabile che introdurranno tasse a più non posso, per accontentare la Germania e l’Ue.

lunedì 18 novembre 2013

204) DIVORZIO (?) BERLUSCONI-ALFANO

Era tutto scritto

L’epilogo era scritto da prima che nascesse il governo Letta; da quando il 16 dicembre del 2012, Alfano e coloro che lo hanno seguito nella rottura con Berlusconi, diedero vita a quella strana ma già chiara operazione che si chiamava Italia Popolare

Giampaolo Rossi - Dom, 17/11/2013 - 16:40
Era tutto scritto, nonostante queste settimane gli incontri frenetici, le riunioni, i pranzi, facessero immaginare che possibilità di mediazione ci fossero ancora; era tutto scritto da molto tempo, e su questo giornale l’abbiamo detto più volte.
L’epilogo era scritto da prima che nascesse il governo Letta; da quando il 16 Dicembre del 2012, Alfano e coloro che lo hanno seguito nella rottura con Berlusconi, diedero vita a quella strana ma già chiara operazione che si chiamava Italia Popolare. Allora c’era ancora il governo Monti e i moderati del Pdl provarono a creare una nuova aggregazione con l’intento di sostituire la leadership del Cavaliere con quella del grigio tecnocrate imposto da Bruxelles. A benedire quell’operazione c’erano già tutti i protagonisti di oggi: c’era Alfano ovviamente, c’era lo stato maggiore di CL (Lupi, Formigoni), c’erano Cicchitto e Quagliariello, c’era l’inossidabile Giovanardi, c’era la Lorenzin e gli esponenti di An improvvisamente convertiti al moderatismo.
Fu allora che nel Pdl si scavò un solco incolmabile tra i berlusconiani e i non ancora "diversamente berlusconiani" accusati di fare il doppio gioco: utilizzare i voti di Berlusconi per garantirsi il dopo Berlusconi sulla pelle di Berlusconi. E fu allora che al Cavaliere scappò di bocca un’amara verità che poi avrebbe provato nei mesi successivi: “ci sono persone che ho inventato io e che ora si sentono statisti”.
Quello che fu scritto quel giorno, continuò ad essere scritto nei mesi successivi: lo vedevano tutti, tranne Berlusconi che non voleva capacitarsi di ciò che stava succedendo. Quando fu composto il governo Letta, non pochi osservatori notarono che tra i ministri e i viceministri del Pdl non ce n’era uno di diretta emanazione berlusconiana, uno che fosse stato scelto direttamente dal Cavaliere (eccezion fatta per lo stesso Alfano). Insomma, in quel governo voluto da Berlusconi, e tenuto in piedi grazie ai suoi voti, il Pdl non aveva esponenti a lui riconducibili ma solo seguaci di Alfano, cavalier serventi di Napolitano e ciellini. A volte la politica prende percorsi obbligati che solo la paura, l’ostinazione, la rimozione impediscono di vedere. E la frattura che si era aperta in quest’ultimo anno nel Pdl, aspettava solo di essere consumata. Quando il 2 Ottobre Berlusconi fu costretto all’umiliazione di tornare sui suoi passi, nel voto di sfiducia al governo, il voltafaccia di Schifani e quella stretta di mano pubblica tra Letta e Alfano di fronte alla sconfitta del Cavaliere, sancirono il punto di non ritorno. Non a caso, poche ore dopo, Fabrizio Cicchitto, il più falco tra le colombe, depositò alla Camera la richiesta di formare gruppi separati. L’epilogo era scritto. Cosa succederà nei prossimi mesi sembra chiaro: Alfano non farà la fine di Gianfranco Fini. 
Davanti a lui si apriranno le porte di una nuova formazione moderata e centrista, alla quale già ha dato disponibilità Casini e nella quale si attende magari anche l’arrivo in pompa magna di Enrico Letta e dei cattolici del Pd. Il Nuovo Centrodestra annunciato da Alfano è solo un momento di passaggio per arrivare al tanto desiderato Nuovo Vecchio Centro. Perché l’obiettivo è questo: costruire una nuova Democrazia Cristiana senza democristiani ma composta da ciellini, ex socialisti, ex missini, cattolici di sinistra e tecnocrati dell’europeismo ideologico. Una formazione che dietro la retorica del popolarismo europeo, sarà il naturale punto di convergenza per i poteri forti di Bruxelles. Il berlusconismo andava archiviato con quest’orizzonte. La Merkel e gli eurocrati non hanno mai smesso di cercare maggiordomi in Italia.

Berlusconi, divoratore di delfini: ecco come li ha piegati tutti

Con Angelino la rottura meno traumatica, ma ora la leadership è più lontana. In vent'anni Silvio ha stroncato tutti i numeri due: le loro storie


 

Catalizzatore di consensi, mattatore assoluto di un ventennio di centrodestra, ma anche divoratore di delfini e numeri due. Lui è Silvio Berlusconi, fresco dell'ultimo strappo, quello che ha portato alla rinascita di Forza Italia e all'addio, o arrivederci, ad Alfano. Quella con Angelino è stata una rottura meno dolorosa di altre, ma ora l'eredità politica del Cavaliere potrebbe sfuggire al vicepremier. Prima di lui, molti altri. La rottura più celebre e spettacolosa fu quella con Gianfranco Fini, numero due designato, che dopo il "che fai, mi cacci?" e l'avventura futurista è precipitato negli abissi della politica, dai quali - lo dice la storia - uscire è pressoché impossibile.
Il divino Giulio - Ma la lista degli aspiranti Cavalieri spazzati via è lunga. Si sa, a Berlusconi piace comandare, e il fatto che sia una formidabile macchina da voti ha contribuito a far sì che il potere fluisse sempre dalle sue mani. Ci aveva provato Giulio Tremonti, già nel 2006, quando ambiva al ruolo di capogruppo Pdl alla Camera: il Cav disse di no, bloccò il suo ambizioso progetto. Un progetto che si ripresentò poi dal 2008 e fino alla grande crisi che, a colpi di spread, detronizzò l'ex premier: il divino Giulio assunse un enorme peso politico, provò a trasformarlo in leadership e fallì. Scomparso dai radar della politica, le ultime segnalazioni con la sua lista affiliata alla Lega Nord.
Il governatore e Pierferdy - E ancora, Roberto Formigoni, da sempre attratto dalla leadership del centrodestra, forte del suo consenso ciellino e lombardo. Voleva abbandonare il Pirellone per prendersi la presidenza del Senato e dare il là a una carriera politica romanocentrica, fu fermato da Berlusconi. Ora, non a caso, l'ex governatore è uno dei protagonisti della scissione. Quindi Pier Ferdinando Casini, che ai tempi della Casa della libertà aveva il ruolo che avrebbe poi ricoperto Fini: delfino designato. E divorato. Il Cav voleva assoluta fedeltà, lui non la concesse. Casini non è certo sparito dai radar della politica, ma le sua ambizioni relative al premierato sono archiviate per sempre.
Angelino e il "quid" - Si arriva infine ad Alfano, che con la nomina alla segreteria fu il protagonista dell'investitura ufficiale di Berlusconi. Da quel momento, però, il Cavaliere prese a punzecchiarlo, a spronarlo, ad imputargli il celeberrimo deficit del "quid". Il "figlio" Angelino si è battuto con tutte le sue forze, ha seguito le sue idee, ha dimostrato al leader la sua autonomia, il suo quid. L'esito? La separazione di poche ore fa. Un divorzio, come detto, meno traumatico degli altri. Un divorzio che però lo pone fuori dalla "linea ereditaria" diretta e che forse, al pari di quel che accadde con Casini, ne stronca le ambizioni verticistiche per sempre.
Il divoratore di delfini - Poi, certo, ci sono tutti quei nomi di retrovia che sono scomparsi negli anni, uomini della prima Forza Italia di cui nella riedizione del partito non c'è traccia. Li elenca in ordine sparso Pierluigi Battista sul Corriere della Sera, che menziona la sparizione del sondaggista Gianni Pilo. E invece che fine ha fatto Tiziana Parenti, il contrappeso azzurro alle cosiddette toghe rosse? E l'ex presidente del Senato, Marcello Pera? Per non parlare dei radicali come Marco Taradash e Peppino Calderisi, protagonisti di una parabola simile a quella che, oggi, percorre Gaetano Quagliariello. Nomi che emergono, provano a imporsi e scompaiono, si sgonfiano, cannibalizzati dallo strapotere elettorale di Berlusconi, il divoratore di delfini che negli ultimi vent'anni nessuno ha potuto davvero sostituire.

martedì 12 novembre 2013

203) FORSE RINASCERÀ ANCHE ALLEANZA NAZIONALE

SE RINASCERÀ FORZA ITALIA, ALLORA PERCHÉ NON DOVREBBE RINASCERE ALLEANZA NAZIONALE?




Sabato scorso a Roma presso l’Hotel “Parco dei Principi” si sono riuniti gli esponenti delle molte particelle della destra politica italiana guidati da: Francesco Storace per La Destra, Roberto Menia per “Futuro e Libertà”, Adriana Poli Bortone per “Io Sud” e Luca Romagnoli per la “Fiamma Tricolore”. Il loro principale ed ambizioso obbiettivo è la rinascita del disciolto partito di “Alleanza Nazionale. Mancava solo il Fratelli d’Italia, che a quanto pare non sembra interessato a questo progetto.



La strada per adesso è in salita perché coloro che detengono i diritti dello storico logo diffidano chiunque dal farne di nuovo uso. Se riusciranno nell’intento di far rinascere quel partito che visse tra il 1994 (ma nacque ufficialmente nel 1995) e il 2009 (dal 2008 nella lista unica Pdl) potrà essere un forte richiamo per coloro che si identificano nei valori tradizionali della destra italiana.

Comincia a stufare un sacco questa mania di fondare e rifondare i partiti ogni tre – quattr’anni: personalmente avrei preferito che quel poco di destra che è rimasto nel Pdl continuasse l’esperienza del partito unico, quale grande contenitore e punto di arrivo dalle molteplici varietà dell’intero centrodestra italiano, immettendovi i valori patri e della tradizione, prestando attenzioni alle questioni sociali; ma che cosa posso farci se si sono intestarditi nel chiudere il “Popolo della Libertà”  e dalle sue ceneri far risorgere Forza Italia? Io non mi riconosco in FI, che sarebbe solo una parte del Pdl.

Se la componente della vecchia Alleanza Nazionale, i cui candidati alle politiche del 2008 entrarono al 30% nella lista unica, non si fosse defilata un po’ per volta dal Popolo della Libertà, prima col FlI e poi con FdI, mai si sarebbero sognati di rifondare Forza Italia. Il motivo principale della sua rifondazione è stato la perdita dei consensi del Pdl: dovuta principalmente all’astensionismo e alla migrazione verso il M5s e non tanto alle miniscissioni. Credono veramente di recuperare credito col rilancio di un vecchio marchio? Continuiamo a sperare che rimanga un Pdl unito, così come l’abbiamo sempre conosciuto e no che divenga il partito dei governativi o delle colombe, in contrapposizione ai falchi e ai lealisti di Forza Italia; se il partito si spaccherà o si scioglierà allora avremo una valida alternativa nella nuova An.


Tra gli arredamenti della dimora dell’autore del blog figurano delle bandierine, una dell’Italia e l’altra proprio di Alleanza Nazionale: ordinate da un suo parente, insieme ad un portachiavi, nel 1995 al “Secolo d’Italia” e rimaste a lui. Sia le bandierine, sia il portachiavi non sono mai stati accantonati dopo la confluenza di An nel Pdl. L’altro cimelio vicino ad esse e diverso come il giorno dalla notte, è un cappello da cerimonia dell’armata rossa sovietica: acquistato dal proprietario di questo sito per ricordino, durante un viaggio turistico nell’Est (Vienna, Praga, Budapest) nell’estate dello stesso anno.


Alleanza Nazionale sarà un partito di destra e non di centrodestra; per le alleanze si vedrà in seguito. Pur riconoscendo le cose positive del fascismo e condannando quelle negative, ritengo che il passato sia solo storia e necessariamente si dovrà pensare alla destra nella società di oggi e in quella di domani. Se si analizzano tutte le ideologie ed anche quasi tutte le religioni, hanno i loro crimini sulla coscienza e nessuna è immune da colpe. La disciplina fu una cosa importante e deve esserlo tuttora per un militante di destra; ad esempio io non sognerei mai dei tatuaggi e degli orecchini, perché secondo me sono simboli di indisciplina e di poca cura della persona. L’esaltazione dei valorosi difensori della patria è un altro pilastro portante: a tal proposito a dieci anni di distanza dall’attentato di Nassiriya, in cui persero la vita diciannove militari italiani impegnati in una missione umanitaria di pace, rendiamo loro solenne omaggio, ringranziandoli e non dimenticando quello che quegli eroi fecero per tutti noi.

  

lunedì 4 novembre 2013

202) IL 4 NOVEMBRE 1918

IL 95° ANNIVERSARIO DELLA VITTORIA ITALIANA NELLA “GRANDE GUERRA”.



Il 4 novembre 1918, all’atto della firma dell’armistizio tra Regno d’Italia ed Impero Austro – Ungarico, si concluse dopo più di tre anni la Prima Guerra Mondiale, considerata anche la “Quarta Guerra d’Indipendenza” per unire e rendere indipendente l’Italia. Quella guerra comportò un sacrificio umano elevatissimo: di fronte a circa 5.000.000 di uomini chiamati in armi, ci furono oltre 615.000 caduti e più di 953.000 feriti e mutilati, tutti maschi in età attiva. La successiva Seconda Guerra Mondiale, che fu molto più tragica e durò di più, ebbe un numero di morti inferiore da parte italiana: caddero 313.000 militari e morirono 130.000 civili, in questo caso perirono oltre agli uomini giovani, donne, bambini e anziani. L'evento bellico del ’15 – ’18 comportò il primo grande incontro di massa dopo l’Unità d’Italia: allora il paese era contadino ed analfabeta in maggioranza, ognuno parlava il proprio dialetto e non ci si capiva, solo gli ufficiali erano istruiti. Non mancarono nel Regio Esercito ammutinamenti e defezioni, le quali venivano represse duramente dai comandanti; i capi delle’esercito furono il Generale Cadorna prima e il Generale Diaz poi. Ricordiamo brevemente l’andamento della guerra: dopo le prime avanzate italiane e le deboli controffensive austriache, nell’autunno del 1917 gli Imperi Centrali (che si concentrarono sul fronte italiano dopo la resa della Russia) vinsero a Caporetto, arrestando la loro avanzata sul fiume Piave; l’Italia non si scoraggiò e, con l’aiuto degli alleati, dopo un anno vinse a Vittorio Veneto, entrò a Trieste e a Trento e il nemico chiese l’armistizio.



Non oso pensare alle conseguenze in caso di sconfitta: ci avrebbero fatto pagare caro il tradimento e probabilmente saremmo tornati alla situazione preunitaria del 1848, rendendo vani le lotte e i morti del Risorgimento; invece fu l’Austria – Ungheria ad essere smembrata. Il Regno d’Italia, desideroso di completare l’opera del Risorgimento e chiamato a gran voce ad intervenire a guerra iniziata a fianco della nazioni della “Triplice Intesa” (Francia, Gran Bretagna, Impero Russo) e tradendo la “Triplice Alleanza” (Impero Tedesco, Impero Austro – Ungarico e appunto Italia), non fu considerato nella conferenza di pace di Versailles: ottenne solamente il Trentino, l’Alto Adige di lingua tedesca, la Venezia Giulia comprendente la penisola dell’Istria, ma non la costa dalmata (tranne la città di Zara), popolata da popolazione italica che era appartenuta alla Repubblica di Venezia. Clamorosa fu la protesta di Gabriele d’Annunzio che a capo di volontari occupò la città indipendente di Fiume. Parte di quello che avevamo redento è andato perduto con la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale. Oltre che per le amputazioni territoriali dell'ultimo conflitto mondiale, c’è rammarico anche per altre terre italiane perse o mai unite alla madrepatria: Corsica, Nizza, Malta, Canton Ticino. Accontentiamoci però dell’imponente lavoro e sacrificio che hanno fatto i nostri avi per donarci la nostra patria di cui andiamo fieri e orgogliosi. Nella ricorrenza dei defunti nel mese di novembre, si commemorano tutti i morti, anche quelli che recentemente hanno perduto la vita in modo drammatico ed inaspettato, ma non poteva mancare il ricordo di tutti i caduti in guerra, in tempi ormai lontani.  



 
GUSTATEVI L’ANNUNCIO DELLA VITTORIA DEL 4 NOVEMBRE, REDATTO GENERALE ARMANDO DIAZ, CAPO DI STATO MAGIORE DELL’ESERCITO, CON "LA LEGGENDA DEL PIAVE" COME SOTTOFONDO MUSICALE.