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sabato 19 maggio 2012

143) IL MASSACRO DEI FRATELLI GOVONI

 

67 anni fa i partigiani rossi uccidevano i sette fratelli Govoni. Oggi ne sfregiano le epigrafi



Sette. Come i fratelli Cervi, che in quanto partigiani fucilati dai nazisti sono ricordati dalla storia. Ma ben pochi sapranno che altri sette fratelli sono stati uccisi dai partigiani rossi a guerra finita. Era l’11 maggio 1945. I sette fratelli Govoni si chiamavano Dino, Emo, Augusto, Marino, Giuseppe, Primo e Ida. Solo uno di loro, il primogenito Dino, falegname, ha risposto alla chiamata della Repubblica Sociale, gli altri sono semplicemente sospettati di aver simpatizzato per il fascismo.
La famiglia Govoni, di ceppo contadino, viveva a Pieve di Cento, borgo bolognese al confine con la provincia ferrarese. Era composta dal capofamiglia Cesare Govoni, la moglie Caterina Gamberini e otto figli, sei maschi e due femmine.
Il primogenito Dino, quarantunenne nel 1945, si era iscritto al Partito fascista repubblichino. Dopo Dino veniva Marino, 33 anni, sposato con figlia, che aveva combattuto in Africa. Terzogenita Maria, nata nel 1912, sarà l’unica a salvarsi perché, dopo sposata, si è trasferita con il marito e non è mai stata rintracciata dai partigiani.
E ancora: Emo, 32 anni, artigiano falegname che non aveva aderito alla R.S.I.; Giuseppe, 30 anni, appena sposato, faceva il contadino e neppure lui era iscritto al P.F.R.: quando lo uccisero, era diventato padre da tre mesi; Augusto, di 27 anni; Primo, di 22. Questi ultimi non si erano proprio mai interessati di politica.
E infine la più giovane: Ida, appena 20 anni, sposata da poco e mamma di una neonata.
Al tramonto del 10 maggio 1945, i partigiani rossi della seconda Brigata Paolo danno il via ai prelevamenti dei fratelli Govoni, il primo a cadere nelle loro grinfie è Marino. Brano tratto dal libro “I giorni della strage” di Giorgio Pisanò
In realtà, i partigiani contavano di arrestare, quella sera, tutti i fratelli Govoni. In casa, però trovarono solo Marino, il terzogenito. Gli altri, fatta eccezione per le due figlie che abitavano ormai altrove, erano tutti in giro per il paese. I più giovani si erano recati a ballare. I Govoni, infatti, non sospettavano lontanamente d’essere già tutti in “lista”. Nei giorni successivi all’arrivo delle truppe di soldati angloamericani erano stati convocati dal comando partigiano, interrogati e quindi rilasciati perché a carico loro non era emersa alcun’accusa. Il mancato prelevamento degli altri fratelli indusse i partigiani ad accelerare i tempi dell’azione nel timore di vedersi sfuggire le prede dalle mani”. “Riuscirono così, nella notte, a raccogliere tutti gli altri fratelli, compresa la giovane Ida che implorava di non staccarla dalla bambina che doveva allattare, anzi, presero anche il marito che poi fu scaricato dal camion che li trasportava, cammin facendo.
Il breve convoglio riparte per Argelato con il carico di prigionieri. Ida Govoni implora di essere lasciata andare, ha un neonato che la aspetta a casa. Nessuno le risponde. Verso le otto, i due automezzi raggiungono il podere del colono Emilio Grazia, dove già si trova prigioniero Marino Govoni.
In un vasto interno adibito a magazzino, comincia a sfogarsi la ferocia dei partigiani: pugni, calci e colpi di bastone. Non ci sono solo i fratelli Govoni in quel magazzino: anche altre dieci vittime, tutte di San Giorgio di Piano, vengono prelevate, picchiate e seviziate.
Per comprendere la crudeltà del massacro, non documentabile, basta pensare che nessuna delle vittime muore per colpi da arma da fuoco.
Si era sparsa, frattanto, tra i partigiani della 2ª brigata Paolo e delle altre formazioni, la voce che stava per incominciare una “bella festa” nel podere del colono Emilio Grazia. Dapprima alla spicciolata, poi sempre più numerosi, i comunisti cominciarono a giungere alla casa colonica dove erano già prigionieri i sette Govoni. Non è possibile descrivere l’orrendo calvario degli sventurati fratelli. Tutti volevano vederli e, quel che è peggio, tutti volevano picchiarli. Per ore nello stanzone in cui i sette erano stati rinchiusi si svolse una bestiale sarabanda tra urla inumane, grida, imprecazioni. L’indagine condotta dalla Magistratura ha potuto aprire solo uno spiraglio sulla spaventosa verità di quelle ore. La ferrea legge dell’omertà instaurata dai comunisti nelle loro bande ha impedito che si potessero conoscere i nomi di quasi tutti coloro, e che furono decine, che quel pomeriggio seviziarono i fratelli Govoni”. “Si accertò, quando molti anni furono scoperti i corpi, che quasi tutte le ossa degli uccisi presentavano fratture e incrinature
Ida, la mamma ventenne, muore tra sevizie orrende, invocando la sua bambina. Delle altre 16 vittime, alcune vengono uccise per strangolamento dopo le percosse e torture, altre muoiono prima.
Gli assassini si ripartiscono gli oggetti d’oro in possesso dei prelevati, mentre quelli di scarso o nessun valore vengono gettati in un pozzo: saranno ritrovati in fase di indagini. I corpi vengono sepolti in una fossa anticarro, non molto distante dalla casa colonica.
I resti dei fratelli trucidati saranno recuperati sei anni più tardi. Ci sarà anche un processo, ma gli assassini fuggiranno facendo perdere ogni traccia. Successivamente,  il crimine è stato coperto da amnistia.
Lo Stato italiano, dopo lunghe esitazioni, ha deciso di corrispondere a Cesare e Caterina Govoni una pensione di 7.000 lire mensili per i figli perduti, pari a 1.000 lire per ogni figlio assassinato.
Caterina Govoni, la mamma dei sette fratelli assassinati dai comunisti, si imbatte in un ex partigiano, tal Filippo Lanzoni, un giorno del 1949. Gli si avvicina e lo implora di dirle dove sono sepolti i suoi figli. Lanzoni le risponde: «Vuoi trovarli? Ti procuri un cane da tartufi.» Assieme all’ex partigiano ci sono due donne comuniste, che si lanciano addosso a Caterina Govoni, già settantenne, e la picchiano a sangue.
Testimonianze e ricostruzioni tratte dal libro “I giorni della strage” di Giorgio Pisanò, unico a documentare la follia del massacro dei fratelli Govoni e delle altre dieci vittime.
Tempi andati, che non torneranno più. Tempi di guerra civile e di odio.
O forse no, perché ancora oggi c’è chi si ispira e simpatizza per i partigiani rossi della brigata Paolo.
Ancora oggi c’è c
hi si permette di sfregiare le epigrafi dedicate ai fratelli Govoni, nella loro Pieve di Cento.
Alcune epigrafi, come si può vedere nella foto sotto, sono infatti state deturpate con la falce e martello, la stella a cinque punte e la scritta “spie”.
Degni eredi dei partigiani assassini del 1945. Purtroppo, 67 anni dopo, ci sono ancora.




IN AGGIUNTA A CIO', COPIATO E INCOLLATO, DA UNO DEI SOLITI SITI DI MIA VISIONE CONCLUDO CON LA BELLISSIMA PREGHIERA DEL LEGIONARIO, INZUPPATA DI MISTICISMO E NATURALMENTE PATRIOTTISMO, PER REMINISCENZA VERSO TUTTI I CADUTI.




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