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martedì 16 aprile 2013

182) IL ROGO DI PRIMAVALLE DI 40 ANNI FA

Primavalle: dopo 40 anni il rogo brucia ancora

Per la morte dei fratelli Stefano e Virgilio Mattei nessuno ha mai pagato

Le parole di Giampaolo, il più piccolo della famiglia: "c'è rimasta solo la rabbia. Quella non ce la possono togliere"
La notte del 16 aprile del '73 un commando di Potere Operaio composto da Martino Clavo, Manlio Grillo, e Achille Lollo versa cinque litri di benzina sotto la porta della casa popolare dove vive il segretario (operaio) del MSI di quartiere con i suoi sei figli. Due di loro muoiono arsi vivi

“Le sedi dell’Msi si chiudono con il fuoco con dentro i fascisti, sennò è troppo poco”
Questo era lo slogan della sinistra extraparlamentare, slogan sicuramente pronunciato anche quella maledetta notte del 16 aprile del 1973.
Quartiere popolare di Primavalle, periferia romana. Lì vive la famiglia Mattei, in via Bibbiena 6, per la precisione. Mario Mattei, il capofamiglia, ex combattente della Rsi, adesso operaio imbianchino, è il segretario della sezione dell’Msi del suo quartiere, la “Giarabub”.
È nato a Roma il primo gennaio del 1926, figlio di un operaio. Nel 1951 si sposa con Annamaria Mecconi, una ragazza semplice, di Primavalle, che per “arrotondare” fa la donna di servizio. Lo dice con orgoglio: “di quel lavoro andavo fiera”. Sono queste le parole della donna, ancora oggi. I due hanno sei figli. Mario, per tutti, è un uomo buono che “non farebbe mai male a nessuno”. E anche i camerati, secondo la testimonianza di Anna Schiaoncin, moglie di Marcello, attivista del Msi di Primavalle, “dicevano che era troppo buono e troppo democratico e di essere contrario alla violenza”. Perché lui, Mario, diceva sempre ‘no’ quando lo volevano coinvolgere in qualche azione contro i “rossi”, che pure prendevano spesso di mira quelli della “Giarabub”.
È la notte tra il 15 e il 16 aprile 1973. Sono le due e un quarto del mattino, ma le luci nell’appartamento di Via Bibbiena 6, sono ancora accese. Così Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo, i tre esponenti di Potere Operaio, Brigata Tanas per la precisione, decidono di fare un altro giro in macchina. Stanno per mettere in atto uno degli attentati più infami di tutti gli anni di piombo. 
La Brigata Tanas è un piccolo gruppo semiclandestino, interno a PotOp, a comporla, sembra siano soltanto Lollo, Clavo, Grillo e qualcun altro. Si tratta di una squadra di azione militare e illegale, definita da molti “violenta, oltranzista e assai influenzata da una sostanziale simpatia per le BR”. Un odio cieco e feroce verso i fascisti anima i componenti del gruppetto. Un odio già rivendicato, pochi mesi prima del rogo, con una bomba nella sezione “Giarabub”. 
Alle tre meno un quarto, Lollo e Clavo entrano nella palazzina. “Protetti” dal buio della notte arrivano dietro la porta di casa dei Mattei. È li che si sta per consumare l’atto più vile, mentre la famiglia si era messa a dormire. Uno di loro versa circa cinque litri di benzina sotto la porta della casa, un altro tiene inclinato un ripiano in modo che il combustibile filtri all’interno dell’alloggio. Infine, i due accendono una miccia e scappano. Ad aspettarli, in macchina,  c’è Grillo. È il “palo”. Una vampata, un’esplosione, e quando i familiari che occupano l’appartamento si svegliano e aprono la porta, il disastro è ormai compiuto. La cubatura del casermone popolare crea un effetto di aspirazione, la tromba delle scale si trasforma in una cappa tirante e l’appartamento in un camino di combustione. Quando i Mattei si svegliano e aprono la porta sono avvolti dal fumo e dalle fiamme. È l’inferno più totale. Mario Mattei, si salva gettandosi da una finestra, mamma Annamaria, miracolosamente fugge attraverso la porta di casa portando con sé il figlio più piccolo, Giampaolo, di soli tre anni e Antonella di 9. E gli  altri? Lucia, 15 anni, si getta dal balconcino del secondo piano, presa al volo dal padre; Silvia, 19 , si butta invece dalla veranda della cucina. Si romperà due costole e tre vertebre, ma si salva. Per gli altri due fratelli Virgilio, 22 anni e Stefano, di soli 8, non c’è scampo. Restano intrappolati tra le fiamme, morendo carbonizzati. 
“Buttati, Virgilio, buttati!”. Il primo grido, quando tutto inizia a precipitare verso la fine, è quello del padre Mario. Le fiamme stanno ormai divorando tutto l’appartamento. Il grido diventa una successione di appelli scomposti, invocazioni, cori disperati. Virgilio non ce la fa più, è stremato. Abbraccia il fratellino Stefano, cerca di proteggerlo. Ma alla fine non può più resistere, e si arrende (tratta da “Cuori Neri” di Luca Telese).
Un fotografo, Antonio Monteforte, immortala Virgilio appoggiato al davanzale della finestra, agonizzante. Quella macabra immagine diventerà il simbolo della tragedia. Stefano e  Virgilio. Due fratelli,  uno con il braccio sulle spalle dell’altro quasi a proteggersi a vicenda, aspettando  una morte atroce, quanto inevitabile.
In strada, tutto il quartiere assiste attonito a quella tragedia. Alla morte dei due fratelli. Arrivano polizia e vigili del fuoco. Nell’aria si sente  l’odore acre del fumo e della carne bruciata. Un capannello di persone, assiepato nel cortile di un palazzo, rivolge lo sguardo verso l’alto in direzione di una finestra aperta. Il muro tutto intorno annerito dalle fiamme che fino a pochi minuti prima ardevano alte. Nel cortile, intanto, mentre ancora i pompieri lottano per spegnere le fiamme, viene trovato il messaggio di rivendicazione: è composto da diversi fogli di carta a quadretti, sigillati uno all’altro con il nastro adesivo. “Brigata Tanas Guerra di classe- morte ai fascisti- la sede del Msi, Mattei e Schiavoncino (i dirigenti della locale sezione missina) colpiti  dalla giustizia proletaria”. Un messaggio agghiacciante.
Secondo le testimonianze di tal Aldo Speranza, considerato dagli inquirenti un “doppiogiochista”, spesso ricattato per debolezza, Lollo andò da lui più di una volta per chiedergli l’indirizzo, il piano e l’abitazione della famiglia Mattei. E si recò da lui, insieme a Clavo e Grillo, anche la sera dell’eccidio, verso le 22. I motivi di quella visita ancora oggi non sono chiari. “’Ti siamo venuti a trovare’, mi dissero , presero il caffè e andarono via”.
Poi, in una perquisizione  a casa di Lollo gli inquirenti trovano un foglio con i nomi dei Mattei e di altri militanti Msi. “Non l’ho scritto io”. Si difenderà il giovane. “Bisogna impedire ai fascisti qualsiasi movimento (…)Dobbiamo realizzare non una, ma dieci, cento Piazzale Loreto”,  si legge in un altro pezzo di carta, ritrovato sempre a casa di Lollo. 
Pochi giorni dopo la strage (il 18 aprile) Achille Lollo, a fronte degli indizi e riscontri raccolti sulla sua colpevolezza, viene arrestato. Gli  altri due componenti della Brigata Tanas, si danno alla latitanza in Svizzera. Ma negli ambienti di Potere Operaio, i  dirigenti condannano l’episodio e si dicono all’oscuro di quanto avvenuto. Da qui scatta la farneticante ipotesi della “faida interna”, secondo la quale l’incendio sarebbe opera di “un regolamento di conti tra fascisti”. Una  tesi che verrà sostenuta anche dalla difesa degli indagati in sede di dibattimento. Siamo davvero all’inverosimile. 
Delirante Il titolo del “Manifesto”, che quattro giorni dopo titola “per una montatura fallita, un delitto orrendo, Primavalle”, avanzando l'ipotesi di una messinscena pensata per incolpare la sinistra, poi tragicamente degenerata.
Nel libro “Primavalle, incendio a porte chiuse”, si cerca addirittura di infangare la figura di Virgilio Mattei, dipinto come “un feroce anticomunista, disposto a tutto per contestare l’avanzata del comunismo”. 
I compagni dovevano coprire l’infame attacco. Le vittime diventate i loro stessi carnefici. Ma non si ricorda mai che, Virgilio, aveva appena 22 anni. Un diploma da ragioniere ed il sogno di trovare un lavoro sicuro, magari alla Sip, dove aveva fatto domanda per essere assunto. Per il concorso studiava giorno e notte. Era un ragazzo tranquillo, Virgilio, uno con la testa sulle spalle e senza alcuna attitudine per la violenza. In sezione, al Msi, ci andava insieme ai genitori, quasi fosse un rituale di famiglia, non certo perché nutriva un feroce odio contro i “compagni”. Ma la verità, come sempre, interessa poco quando si tratta di giustificare un atto criminale come il Rogo di Primavalle.
In quegli anni l’impunità per i rossi era garantita, la latitanza dei colpevoli quasi giustificata, e ricordate? “uccidere un fascista non è reato”.
Ma almeno sul piccolo Stefano, nessuno, ovviamente può inventarsi storie. 8 anni, “un ragazzo allegro”, dice il suo maestro. Sul suo banco vuoto, il giorno dopo la sua morte, i suoi compagni di classe avevano deposto un mazzo di fiori ed acceso un cero. Di lui, certo, non si può dire che fosse un “feroce anticomunista”.
Giampaolo Mattei ancora oggi ricorda: “Noi con la destra extraparlamentare non c’entravamo nulla. Non eravamo né di Avanguardia Nazionale, né di Ordine Nuovo. Né tantomeno rautiani. La mia famiglia era missina ed eravamo legati ad Almirante. Tutto qui”.
“Ai funerali l’emozione è enorme. Una folla spontanea, un mare di gente silenziosa. Ammassati sui muri, sulle gibbosità del terreno, sui balconi, persino sui rifiuti. Erano quasi in cinquemila, venuti dal Tiburtino, dal Tuscolano, da Trastevere, da ogni angolo di Roma. Un funerale ‘povero, spontaneo e popolare’. (tratto dal Il Messaggero, aprile 1973).
Tra tutti i morti ammazzati negli anni di piombo, l'omicidio dei fratelli Mattei ha un suo primato per i tanti silenzi, le doppie verità e le scelleratezze della stampa “indipendente”; forse perché l'ideologia dominante del tempo trovò difficile digerire il paradosso del rovesciamento delle parti tra vittime proletarie e carnefici borghesi.
Lo sintetizza Luca Telese nel suo libro "Cuori Neri" . “Tutti i cliché correnti nell'immaginario della sinistra vengono d'un tratto ribaltati (...) le vittime sono di destra, poveri sottoproletari di borgata (...), gli indiziati sono giovani benestanti o addirittura ricchi. E  Il loro ritrovo abituale è la fastosa piazza di Campo de' fiori nel cuore di Roma”.
“I proletari son pronti alla lotta, fame o lavoro non vogliono più, non c’è da perdere che le catene e c’è un intero mondo da guadagnare. Via dalle linee, prendiamo il fucile, forza compagni, alla guerra civile!”. Questo l’inno di Potere operaio, di cui facevano parte Lollo, Grillo e Clavo. Non di certo gente del popolo. Tutti figli della Roma bene e della buona borghesia che, autoproclamatisi difensori del popolo, hanno deciso di rendersi carnefici di chi proletario era davvero.
“Le sedi dell’Msi si chiudono con il fuoco con dentro i fascisti, sennò è troppo poco”

Questo era lo slogan della sinistra extraparlamentare, slogan sicuramente pronunciato anche quella maledetta notte del 16 aprile del 1973.
Quartiere popolare di Primavalle, periferia romana. Lì vive la famiglia Mattei, in via Bibbiena 6, per la precisione. Mario Mattei, il capofamiglia, ex combattente della Rsi, adesso operaio imbianchino, è il segretario della sezione dell’Msi del suo quartiere, la “Giarabub”.È nato a Roma il primo gennaio del 1926, figlio di un operaio. Nel 1951 si sposa con Annamaria Mecconi, una ragazza semplice, di Primavalle, che per “arrotondare” fa la donna di servizio. Lo dice con orgoglio: “di quel lavoro andavo fiera”. Sono queste le parole della donna, ancora oggi. I due hanno sei figli. Mario, per tutti, è un uomo buono che “non farebbe mai male a nessuno”. E anche i camerati, secondo la testimonianza di Anna Schiaoncin, moglie di Marcello, attivista del Msi di Primavalle, “dicevano che era troppo buono e troppo democratico e di essere contrario alla violenza”. Perché lui, Mario, diceva sempre ‘no’ quando lo volevano coinvolgere in qualche azione contro i “rossi”, che pure prendevano spesso di mira quelli della “Giarabub”.È la notte tra il 15 e il 16 aprile 1973. Sono le due e un quarto del mattino, ma le luci nell’appartamento di Via Bibbiena 6, sono ancora accese. Così Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo, i tre esponenti di Potere Operaio, Brigata Tanas per la precisione, decidono di fare un altro giro in macchina. Stanno per mettere in atto uno degli attentati più infami di tutti gli anni di piombo. La Brigata Tanas è un piccolo gruppo semiclandestino, interno a PotOp, a comporla, sembra siano soltanto Lollo, Clavo, Grillo e qualcun altro. Si tratta di una squadra di azione militare e illegale, definita da molti “violenta, oltranzista e assai influenzata da una sostanziale simpatia per le BR”. Un odio cieco e feroce verso i fascisti anima i componenti del gruppetto. Un odio già rivendicato, pochi mesi prima del rogo, con una bomba nella sezione “Giarabub”. Alle tre meno un quarto, Lollo e Clavo entrano nella palazzina. “Protetti” dal buio della notte arrivano dietro la porta di casa dei Mattei. È li che si sta per consumare l’atto più vile, mentre la famiglia si era messa a dormire. Uno di loro versa circa cinque litri di benzina sotto la porta della casa, un altro tiene inclinato un ripiano in modo che il combustibile filtri all’interno dell’alloggio. Infine, i due accendono una miccia e scappano. Ad aspettarli, in macchina,  c’è Grillo. È il “palo”. Una vampata, un’esplosione, e quando i familiari che occupano l’appartamento si svegliano e aprono la porta, il disastro è ormai compiuto. La cubatura del casermone popolare crea un effetto di aspirazione, la tromba delle scale si trasforma in una cappa tirante e l’appartamento in un camino di combustione. Quando i Mattei si svegliano e aprono la porta sono avvolti dal fumo e dalle fiamme. È l’inferno più totale. Mario Mattei, si salva gettandosi da una finestra, mamma Annamaria, miracolosamente fugge attraverso la porta di casa portando con sé il figlio più piccolo, Giampaolo, di soli tre anni e Antonella di 9. E gli  altri? Lucia, 15 anni, si getta dal balconcino del secondo piano, presa al volo dal padre; Silvia, 19 , si butta invece dalla veranda della cucina. Si romperà due costole e tre vertebre, ma si salva. Per gli altri due fratelli Virgilio, 22 anni e Stefano, di soli 8, non c’è scampo. Restano intrappolati tra le fiamme, morendo carbonizzati. “Buttati, Virgilio, buttati!”. Il primo grido, quando tutto inizia a precipitare verso la fine, è quello del padre Mario. Le fiamme stanno ormai divorando tutto l’appartamento. Il grido diventa una successione di appelli scomposti, invocazioni, cori disperati. Virgilio non ce la fa più, è stremato. Abbraccia il fratellino Stefano, cerca di proteggerlo. Ma alla fine non può più resistere, e si arrende (tratta da “Cuori Neri” di Luca Telese).Un fotografo, Antonio Monteforte, immortala Virgilio appoggiato al davanzale della finestra, agonizzante. Quella macabra immagine diventerà il simbolo della tragedia. Stefano e  Virgilio. Due fratelli,  uno con il braccio sulle spalle dell’altro quasi a proteggersi a vicenda, aspettando  una morte atroce, quanto inevitabile.In strada, tutto il quartiere assiste attonito a quella tragedia. Alla morte dei due fratelli. Arrivano polizia e vigili del fuoco. Nell’aria si sente  l’odore acre del fumo e della carne bruciata. Un capannello di persone, assiepato nel cortile di un palazzo, rivolge lo sguardo verso l’alto in direzione di una finestra aperta. Il muro tutto intorno annerito dalle fiamme che fino a pochi minuti prima ardevano alte. Nel cortile, intanto, mentre ancora i pompieri lottano per spegnere le fiamme, viene trovato il messaggio di rivendicazione: è composto da diversi fogli di carta a quadretti, sigillati uno all’altro con il nastro adesivo. “Brigata Tanas Guerra di classe- morte ai fascisti- la sede del Msi, Mattei e Schiavoncino (i dirigenti della locale sezione missina) colpiti  dalla giustizia proletaria”. Un messaggio agghiacciante.Secondo le testimonianze di tal Aldo Speranza, considerato dagli inquirenti un “doppiogiochista”, spesso ricattato per debolezza, Lollo andò da lui più di una volta per chiedergli l’indirizzo, il piano e l’abitazione della famiglia Mattei. E si recò da lui, insieme a Clavo e Grillo, anche la sera dell’eccidio, verso le 22. I motivi di quella visita ancora oggi non sono chiari. “’Ti siamo venuti a trovare’, mi dissero , presero il caffè e andarono via”.Poi, in una perquisizione  a casa di Lollo gli inquirenti trovano un foglio con i nomi dei Mattei e di altri militanti Msi. “Non l’ho scritto io”. Si difenderà il giovane. “Bisogna impedire ai fascisti qualsiasi movimento (…)Dobbiamo realizzare non una, ma dieci, cento Piazzale Loreto”,  si legge in un altro pezzo di carta, ritrovato sempre a casa di Lollo. Pochi giorni dopo la strage (il 18 aprile) Achille Lollo, a fronte degli indizi e riscontri raccolti sulla sua colpevolezza, viene arrestato. Gli  altri due componenti della Brigata Tanas, si danno alla latitanza in Svizzera. Ma negli ambienti di Potere Operaio, i  dirigenti condannano l’episodio e si dicono all’oscuro di quanto avvenuto. Da qui scatta la farneticante ipotesi della “faida interna”, secondo la quale l’incendio sarebbe opera di “un regolamento di conti tra fascisti”. Una  tesi che verrà sostenuta anche dalla difesa degli indagati in sede di dibattimento. Siamo davvero all’inverosimile. Delirante Il titolo del “Manifesto”, che quattro giorni dopo titola “per una montatura fallita, un delitto orrendo, Primavalle”, avanzando l'ipotesi di una messinscena pensata per incolpare la sinistra, poi tragicamente degenerata.Nel libro “Primavalle, incendio a porte chiuse”, si cerca addirittura di infangare la figura di Virgilio Mattei, dipinto come “un feroce anticomunista, disposto a tutto per contestare l’avanzata del comunismo”. I compagni dovevano coprire l’infame attacco. Le vittime diventate i loro stessi carnefici. Ma non si ricorda mai che, Virgilio, aveva appena 22 anni. Un diploma da ragioniere ed il sogno di trovare un lavoro sicuro, magari alla Sip, dove aveva fatto domanda per essere assunto. Per il concorso studiava giorno e notte. Era un ragazzo tranquillo, Virgilio, uno con la testa sulle spalle e senza alcuna attitudine per la violenza. In sezione, al Msi, ci andava insieme ai genitori, quasi fosse un rituale di famiglia, non certo perché nutriva un feroce odio contro i “compagni”. Ma la verità, come sempre, interessa poco quando si tratta di giustificare un atto criminale come il Rogo di Primavalle.In quegli anni l’impunità per i rossi era garantita, la latitanza dei colpevoli quasi giustificata, e ricordate? “uccidere un fascista non è reato”.Ma almeno sul piccolo Stefano, nessuno, ovviamente può inventarsi storie. 8 anni, “un ragazzo allegro”, dice il suo maestro. Sul suo banco vuoto, il giorno dopo la sua morte, i suoi compagni di classe avevano deposto un mazzo di fiori ed acceso un cero. Di lui, certo, non si può dire che fosse un “feroce anticomunista”.Giampaolo Mattei ancora oggi ricorda: “Noi con la destra extraparlamentare non c’entravamo nulla. Non eravamo né di Avanguardia Nazionale, né di Ordine Nuovo. Né tantomeno rautiani. La mia famiglia era missina ed eravamo legati ad Almirante. Tutto qui”.“Ai funerali l’emozione è enorme. Una folla spontanea, un mare di gente silenziosa. Ammassati sui muri, sulle gibbosità del terreno, sui balconi, persino sui rifiuti. Erano quasi in cinquemila, venuti dal Tiburtino, dal Tuscolano, da Trastevere, da ogni angolo di Roma. Un funerale ‘povero, spontaneo e popolare’. (tratto dal Il Messaggero, aprile 1973).Tra tutti i morti ammazzati negli anni di piombo, l'omicidio dei fratelli Mattei ha un suo primato per i tanti silenzi, le doppie verità e le scelleratezze della stampa “indipendente”; forse perché l'ideologia dominante del tempo trovò difficile digerire il paradosso del rovesciamento delle parti tra vittime proletarie e carnefici borghesi.Lo sintetizza Luca Telese nel suo libro "Cuori Neri" . “Tutti i cliché correnti nell'immaginario della sinistra vengono d'un tratto ribaltati (...) le vittime sono di destra, poveri sottoproletari di borgata (...), gli indiziati sono giovani benestanti o addirittura ricchi. E  Il loro ritrovo abituale è la fastosa piazza di Campo de' fiori nel cuore di Roma”.“I proletari son pronti alla lotta, fame o lavoro non vogliono più, non c’è da perdere che le catene e c’è un intero mondo da guadagnare. Via dalle linee, prendiamo il fucile, forza compagni, alla guerra civile!”. Questo l’inno di Potere operaio, di cui facevano parte Lollo, Grillo e Clavo. Non di certo gente del popolo. Tutti figli della Roma bene e della buona borghesia che, autoproclamatisi difensori del popolo, hanno deciso di rendersi carnefici di chi proletario era davvero.

“Sono quarant’anni senza verità. Senza Giustizia”. Di quel 16 aprile del 1973, Giampaolo Mattei, il più piccolo della famiglia, non parla e non vuole parlare. Quello che rimane, quattro decenni dopo il “Rogo di Primavalle”, è solo il dolore misto alla rabbia. Tanta rabbia. “Quella è l’unica cosa che non ci possono togliere, la rabbia”. Rabbia nei confronti delle istituzioni che, negli anni, si sono dimenticate di lui, dei suoi fratelli e dei suoi genitori. Rabbia perché, per la morte di Virgilio e Stefano, nessuno ha mai pagato. 
Ma cominciamo dal principio.
Roma. 17 aprile 1973. Fin dal giorno successivo al rogo di via Bibbiena n.6 iniziano a girare voci strane, assurde, vergognose.  Le indagini degli inquirenti si rivolgono immediatamente verso gli esponenti di uno dei gruppi più attivi della sinistra extraparlamentare: Potere Operaio. PotOp per gli addetti ai lavori. Ma, perfino a sinistra, un atto così vile come dare fuoco alla casa di un proletario, un vero proletario, sembra troppo. L’attentato contro la famiglia Mattei, le morti di Virgilio e Stefano, arsi vivi sotto gli occhi dei genitori e dei quattro fratelli sopravvissuti, non può essere rivendicato. E, allora, la migliore delle soluzioni possibili è quella di insinuare l’assurda ipotesi “dell’autostrage”. Il meccanismo perfettamente innescato, comincia a girare. Il Manifesto del 17 aprile titola così: “Assassinati due figli del segretario del Msi di Primavalle in un incendio doloso. È un delitto nazista. Fermato un fascista”.  E ancora, sempre lo stesso giorno, non lontano da via Bibbiena, al Liceo Castelnuovo, viene pubblicato un volantino a firma congiunta di studenti e professori: “L’antifascismo non è mai stato e non è terrorismo. Solo una mente fascista poteva pensare di appiccare il fuoco ad un appartamento di un lotto proletario, in una casa in cui dormono dei bambini”. Il fatto che il volantino venga proprio dal Castelnuovo, non è un caso. Sì, perché quel liceo scientifico è lo stesso in cui si è diplomato uno dei membri più conosciuti di PotOp, Achille Lollo. Che viene arrestato appena due giorni dopo il rogo, il 18 aprile.
È proprio lui che si sta cercando di difendere. È Lollo che, insieme a Malio Grillo e Marino Clavo, quella notte, in via Bibbiena, nel cuore della Roma più proletaria, ha versato cinque litri di benzina sotto la porta dei Mattei, appiccando poi il fuoco. Eppure, è più comodo pensare che siano stati i fascisti. Sì, perché quella di Primavalle poteva essere una vera e propria strage. E le stragi, si sa, non uccidono gli avversari politici, ma solo gli innocenti. E, si sa altrettanto bene, le stragi le fanno solo “i fascisti”.
Le indagini vanno avanti per due anni. Lollo rimane in carcere. Grillo e Clavo si danno alla latitanza. Non verranno mai arrestati. Nel frattempo, la macchina costruita appositamente per discolpare il militante di Potere Operaio, va avanti imperterrita. Ad un anno dal rogo, nel 1974, viene redatto e pubblicato dalla Savelli nella sua collana “la nuova sinistra”, un opuscolo destinato a passare alla storia. Gli autori fanno parte tutti del “Collettivo Potere Operaio”, e l’agghiacciante titolo è “Primavalle: Incendio a porte chiuse”. È sufficiente leggere la delirante nota dell'editore, nella prima pagina dell’opuscolo, per rendersi conto di che razza di ipotesi si cerchi di tenere in piedi.
“La montatura sull'incendio di Primavalle non si presenta come il risultato di un meccanismo di provocazione premeditato a lungo e ad alto livello, tipo ‘strage di stato’, ‘Primavalle’ è piuttosto una trama costruita affannosamente, a ‘caldo’ da polizia e magistratura, un modo di sfruttare un'occasione per trasformare un ‘banale incidente’ o un oscuro episodio - nato e sviluppatosi nel vermiciaio della sezione fascista del quartiere - in un'occasione di rilancio degli opposti estremismi in un momento in cui la strage del giovedì nero con l'uccisione dell'agente Marino  (avvenuta a Milano 3 giorni prima) ne aveva vanificato la credibilità”. (Corsivo del redattore).
Un complotto costruito ad arte dalla polizia, così come dai giudici e magari con l’aiuto di qualche missino del quartiere, per incastrare i compagni innocenti. Questa la linea prescelta. Ma, se possibile, c’è di peggio. Sì, perché a scrivere la prefazione di “Primavalle: un incendio a porte chiuse” è proprio un giudice. Il pubblico ministero Marrone. Tra i fondatori di “Magistratura Democratica” (sic!).
E ancora non basta, perché a difendere Achille Lollo ed i suoi “compagni”-complici-latitanti, scendono in campo anche nomi importanti del panorama politico e culturale italiano.
Tantissimi gli intellettuali ed i giornali che si espongono per difendere gli imputati. Uno dei nomi più noti è quello di Franca Rame. Anche la moglie del futuro Premio Nobel, Dario Fo, si schiera fra le file degli innocentisti. Scrive addirittura una lettera a Lollo dicendogli: “Ti ho inserito nel Soccorso Rosso Militante. Riceverai denaro dai compagni, e lettere, così ti sentirai meno solo”. Dalla parte degli assassini, si schiera anche lo scrittore Alberto Moravia.
E ancora. L’editore e direttore de Il Messaggero, il più autorevole quotidiano romano, Alessandro Perrone si schiera apertamente dalla parte di Potere Operaio e dei suoi militanti. Non può fare altrimenti, d’altra parte, sua nipote, Diana (figlia di suo fratello Nando, coeditore del giornale romano) fa parte di PotOp e verrà in prima persona coinvolta nelle indagini sul Rogo di Primavalle.
Non basta. A favore di Lollo, Grillo e Clavo si schierano anche due “padri costituenti”: il senatore comunista  Umberto Terracini (già presidente dell'Assemblea Costituente) e il deputato socialista Riccardo Lombardi (anche lui membro della Costituente e capo storico della corrente di sinistra del PSI).
Stesso trattamento solidale, la stampa e l’intellighenzia faziosa di sinistra, non la riserva ai Mattei.
È in questo clima che, il 24 febbraio del 1975, si apre il processo contro i tre “compagni” di PotOp. In aula è presente solamente Lollo. Clavo e Grillo sono latitanti dal giorno del Rogo. La Pubblica Accusa, che ha rinviato a giudizio tutti e tre gli imputati, ha chiesto la condanna all’ergastolo. Il capo d’imputazione è uno solo, uguale per tutti: strage. 
Il 28 febbraio, in aula si sta tenendo la IV udienza per il Processo contro Lollo e i suoi. Una folla di compagni invasati si è radunata fuori dal Tribunale, a Piazzale Clodio. L’odio cieco nei confronti dei “fascisti” esplode in una feroce caccia al missino. A pagare, con la sua vita, sarà Mikis Mantakas. Lo studente greco ucciso senza pietà da Alvaro Lojacono a via Ottaviano e lasciato agonizzante sul marciapiede. 
Alla fine dell’istruttoria del processo di primo grado, il capo d’imputazione è derubricato e non di poco. Lollo e gli altri sono accusati solo di omicidio colposo ed incendio doloso. Vengono addirittura assolti tutti e tre per “insufficienza di prove”. Achille Lollo viene rimesso in libertà. Ha scontato due anni di carcere preventivo. Saranno anche gli unici che farà nella sua vita. Dopo l’assoluzione in primo grado si dà alla latitanza, prima in Svizzera, poi in Angola (dove conosce la sua futura moglie), infine in Brasile.
All’apertura del Processo d’Appello, nessuno dei tre imputati è presente. Vengono tutti condannati a 18 anni per omicidio preterintenzionale. Che, per chi non conosce il complesso linguaggio del diritto, vuole dire “oltre l’intenzione”. Non volevano uccidere, quindi, Lollo e i suoi. Hanno cosparso di benzina l’entrata della casa dei Mattei, con 8 persone dentro, che dormivano, (questa è una delle poche verità processuali), ma, nonostante questo, per i giudici, non volevano uccidere. La sentenza di secondo grado, è quella definitiva. Grillo apprende la notizia della condanna dal Nicaragua. Lollo è già a Rio De Janeiro. Per nessuno dei due è possibile l’estradizione. Clavo, non è mai stato rintracciato. 
Nel gennaio del 2005 arriva la decisione definitiva della Corte d’Appello di Roma. La pena, per i tre responsabili del rogo di Primavalle, è prescritta. Immediatamente dopo la decisione dei giudici, Achille Lollo decide di tornare in Italia e di dare la sua versione dei fatti. Per la prima volta, a modo suo, ammette le responsabilità nel Rogo. Coinvolgendo, trent’anni dopo, anche altri tre “compagni”: Elisabetta Lecco, Paolo Gaeta e proprio Diana Perrone. “L’attentato alla casa dei Mattei venne organizzato da sei persone. Gli altri tre sono liberi e tranquilli da 32 anni”. Queste le parole di Lollo al Corriere della Sera, nel febbraio del 2005. “Il 17 o il 18 aprile, due giorni dopo il Rogo, noi sei ci chiudemmo in una stanza appartata della sezione di Potere Operaio in via del Boschetto e facemmo un giuramento, lo chiamai ‘silenzio ideologico’, era il linguaggio di quei tempi. Nessuno di noi avrebbe aperto bocca per trent’anni. Né sui fatti, nè sui compagni coinvolti”. Alle accuse, arrivate dopo decenni di omertà, nessuno ha dato seguito, tantomeno la Procura della Repubblica di Roma. Eppure, siccome “le parole sono pietre”, come ricordava Primo Levi, è bene riportare il passaggio finale di quell’intervista ad uno dei responsabili –accertati- del Rogo di Primavalle. “Noi non abbiamo incendiato la casa dei Mattei. Ci sono troppe cose strane successe quella notte. Nessuno fece scivolare la benzina sotto la porta. L’innesco non si accese. E poi loro non vennero colti nel sonno, ci stavano aspettando”. Allora, non si capisce perché i Mattei avrebbero permesso che due dei loro figli venissero arsi vivi davanti ai loro occhi. “Non so cosa pensare. Ma non mi sto dichiarando innocente. (…) E se mi avessero dato otto anni invece che sedici, li avrei scontati senza scappare. Avevo fiducia che le indagini ricostruissero i fatti. Invece ho dovuto farlo io, dopo 32 anni”. Non chiede scusa alla famiglia Mattei, Achille Lollo. Non ammette nessuna colpa. E, ancora oggi, a distanza di quarant’anni, per la morte di Virgilio e Stefano, brutalmente uccisi a 22 e 8 anni, nessuno ha mai pagato. Anche se si sa chi sono stati i colpevoli.
“Io non perdono. Io non posso perdonare”, ha detto Annamaria Mattei, la mamma dei due fratelli morti il 16 Aprile del ‘73 a Primavalle. Sì, perché non può esserci perdono, quando non è stata fatta giustizia.

Paolo Signorelli e Micol Paglia (il Giornale d'Italia)


RICORDO DI TUTTI I MILITANTI MSI VITTIME DEL TERRORISMO

Han ballato sui loro corpi, han sputato sul loro nome, hanno scosso le loro tombe ma non li possono cancellare
E' una piazza piena di sogni, un'armata di cari amici, mille anime di caduti ma nel ricordo non li hanno uccisi
sono i giovani di Acca Larentia ed i ragazzi in camicia nera, i fratelli di Primavalle ed i martiri dell'Emilia

venerdì 5 aprile 2013

181) MAGDI CRISTIANO ALLAM LASCIA LA CHIESA

 

Perché me ne vado da questa Chiesa debole con l'islam


Cinque anni dopo aver ricevuto il battesimo in San Pietro da Benedetto XVI, l'annuncio dell'addio: troppo relativismo



Credo nel Gesù che ho amato sin da bambino, leggendolo nei Vangeli e vivificato da autentici testimoni - religiosi e laici cristiani - attraverso le loro opere buone, ma non credo più nella Chiesa. La mia conversione al cattolicesimo, avvenuta per mano di Benedetto XVI nella notte della Veglia Pasquale il 22 marzo 2008, la considero conclusa ora in concomitanza con la fine del suo papato.
Sono stati 5 anni di passione in cui ho toccato con mano la vicissitudine del vivere da cattolico salvaguardando nella verità e in libertà ciò che sostanzia l'essenza del mio essere persona come depositario di valori non negoziabili, di un'identità certa, di una civiltà di cui inorgoglirsi, di una missione che dà un senso alla vita.
La mia è una scelta estremamente sofferta, mentre guardo negli occhi Gesù e i tanti amici cattolici che proveranno amarezza e reagiranno con disapprovazione. C'è stata un'improvvisa accelerazione nel far maturare questa decisione di fronte alla realtà di due Papi, che per la prima volta nella Storia s'incontrano e si abbracciano, entrambi depositari di investitura divina, dal momento che il grande elettore è lo Spirito Santo che si manifesta attraverso i cardinali, entrambi successori di Pietro e vicari di Cristo anche a prescindere dalla decisione umana di dimettersi.
La Papalatria che ha infiammato l'euforia per Francesco I e ha rapidamente archiviato Benedetto XVI, è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso di un quadro complessivo di incertezze e dubbi sulla Chiesa che ho descritto correttamente e schiettamente già nel mio «Grazie Gesù» del 2008 e in «Europa Cristiana Libera» del 2009.
Se proprio Benedetto XVI denunciando la «dittatura del relativismo» mi aveva attratto e affascinato, la verità è che la Chiesa è fisiologicamente relativista. Il suo essere contemporaneamente Magistero universale e Stato secolare, ha fatto sì che la Chiesa da sempre accoglie nel suo seno un'infinità di comunità, congregazioni, ideologie, interessi materiali che si traducono nel mettere insieme tutto e il contrario di tutto. Così come la Chiesa è fisiologicamente globalista fondandosi sulla comunione dei cattolici in tutto il mondo, come emerge chiaramente dal Conclave. Ciò fa sì che la Chiesa assume posizioni ideologicamente contrarie alla Nazione come identità e civiltà da preservare, predicando di fatto il superamento delle frontiere nazionali. Come conseguenza la Chiesa è fisiologicamente buonista, mettendo sullo stesso piano, se non addirittura anteponendo, il bene altrui rispetto al bene proprio, compromettendo dalla radice il concetto di bene comune. Infine prendo atto che la Chiesa è fisiologicamente tentata dal male, inteso come violazione della morale pubblica, dal momento che impone dei comportamenti che sono in conflitto con la natura umana, quali il celibato sacerdotale, l'astensione dai rapporti sessuali al di fuori del matrimonio, l'indissolubilità del matrimonio, in aggiunta alla tentazione del denaro.


Ciò che più di ogni altro fattore mi ha allontanato dalla Chiesa è il relativismo religioso e in particolare la legittimazione dell'islam come vera religione, di Allah come vero Dio, di Maometto come vero profeta, del Corano come testo sacro, delle moschee come luogo di culto. È una autentica follia suicida il fatto che Giovanni Paolo II si spinse fino a baciare il Corano il 14 maggio 1999, che Benedetto XVI pose la mano sul Corano pregando in direzione della Mecca all'interno della Moschea Blu di Istanbul il 30 novembre 2006, mentre Francesco I ha esordito esaltando i musulmani «che adorano Dio unico, vivente e misericordioso». Sono invece convinto che, pur nel rispetto dei musulmani depositari al pari di tutte le persone dei diritti inalienabili alla vita, alla dignità e alla libertà, l'islam sia un'ideologia intrinsecamente violenta così come è stata storicamente conflittuale al suo interno e bellicosa al suo esterno. Ancor di più sono sempre più convinto che l'Europa finirà per essere sottomessa all'islam, così come è già accaduto a partire dal Settimo secolo alle altre due sponde del Mediterraneo, se non avrà la lucidità e il coraggio di denunciare l'incompatibilità dell'islam con la nostra civiltà e i diritti fondamentali della persona, se non metterà al bando il Corano per apologia dell'odio, della violenza e della morte nei confronti dei non musulmani, se non condannerà la sharia quale crimine contro l'umanità in quanto predica e pratica la violazione della sacralità della vita di tutti, la pari dignità tra uomo e donna, la libertà religiosa, infine se non bloccherà la diffusione delle moschee.
Sono contrario al globalismo che porta all'apertura incondizionata delle frontiere nazionali sulla base del principio che l'insieme dell'umanità deve concepirsi come fratelli e sorelle, che il mondo intero deve essere concepito come un'unica terra a disposizione di tutta l'umanità. Sono invece convinto che la popolazione autoctona debba legittimamente godere del diritto e del dovere di salvaguardare la propria civiltà e il proprio patrimonio.
Sono contrario al buonismo che porta la Chiesa a ergersi a massimo protettore degli immigrati, compresi - e soprattutto - i clandestini. Io sono per l'accoglienza con regole e la prima regola è che in Italia dobbiamo innanzitutto garantire il bene degli italiani, applicando correttamente l'esortazione di Gesù «ama il prossimo tuo così come ami te stesso».
Sono stati dei testimoni - coloro che fanno sì che la verità che affermano corrisponde alla fede in cui credono e si traduca nelle opere buone che compiono - a persuadermi della bontà, del fascino, della bellezza e della forza del cristianesimo come dimora naturale dei valori non negoziabili, dei binomi indissolubili di verità e libertà, fede e ragione, valori e regole. Ed è proprio nel momento in cui attorno a me viene sempre meno la presenza di testimoni autentici e credibili, in parallelo alla conoscenza approfondita del contesto cattolico di riferimento, che è vacillata la mia fede nella Chiesa.
Faccio questa scelta, nella sofferenza interiore e nella consapevolezza della disapprovazione che genererà nella patria del cattolicesimo, perché sento come imperativo il dovere morale di continuare ad essere coerente con me stesso e con gli altri nel nome del primato della verità e della libertà. Non mi sono mai rassegnato alla menzogna e non mi sono mai sottomesso alla paura. Continuerò a credere nel Gesù che ho sempre amato e a identificarmi orgogliosamente nel cristianesimo come la civiltà che più di altre avvicina l'uomo al Dio che ha scelto di diventare uomo e che più di altre sostanzia l'essenza della nostra comune umanità. Continuerò a difendere laicamente i valori non negoziabili della sacralità della vita, della centralità della famiglia naturale, della dignità della persona, della libertà religiosa. Continuerò ad andare avanti con la schiena dritta e a testa alta per dare il mio contributo alla rinascita valoriale e identitaria degli italiani. Lo farò da uomo integro nell'integralità della mia umanità.
twitter@ioamolitalia.it

martedì 26 marzo 2013

180) LA MANIFESTAZIONE DEGLI IMPRESENTABILI


MENTRE E’ STATO DATO A BERSANI L’INCARICO ESPLORATIVO PER LA FORMAZIONE DEL NUOVO GOVERNO, HA AVUTO UN GRANDE SUCCESSO LA MANIFESTAZIONE DEL PDL A ROMA IN PIAZZA SAN GIOVANNI.



Quasi 300.000 persone, provenienti da tutta Italia, con autobus e treni speciali, hanno partecipato sabato 23 marzo alla manifestazione indetta dal partito del “Popolo della Libertà” in Piazza San Giovanni a Roma. Vedendo simili adunate di popolo, tornano l’energia, la carica e la passione in ognuno di noi, insieme all’orgoglio di votare un partito ed esserne militanti: è il Presidente Berlusconi che parlando dà potenza e rigenera. Con un bottino di 98 deputati e di 99 senatori il Popolo della Libertà rappresenterà oltre 7milioni e 300mila italiani nelle assemblee legislative d’Italia. Per ora gli obbiettivi della sopravvivenza e del mantenimento della propria identità di centrodestra sono stati raggiunti, facendo pulizia di disonesti e di dissidenti. Il partito ha riacquistato la dignità perduta, il rispetto e il timore degli avversari. Negli ultimi mesi del 2012, dopo i casi del Lazio e della Lombardia, sembrava che esso stesse affondando definitivamente, come faceva credere la grande stampa italiana, tutti erano in fuga: verso Fratelli d’Italia, verso Monti e i moderati, verso altre formazioni minori; tutti erano pronti a salire sul carro del vincitore, magnificando le primarie del centrosinistra e sbeffeggiando quelle eventuali del Pdl.



Poi la svolta: il ritorno di Berlusconi in campo, il grande assalto mediatico a seguito di ciò, dopodiché verso il Cav c’è stata la non considerazione di Bersani che pensava di avere già vinto: “al massimo Monti potrà darmi filo da torcere, ma non più  di tanto, per cui non ho avuto interesse a cambiare la legge elettorale che mi consentirà di governare con il 30 – 35%, ho buone possibilità di espugnare pure la Lombardia, regione chiave per il Senato e ho già pronta la lista dei ministri!”  In mezzo a tutto questo io, dal mio piccolo, continuavo a credere ancora a quella parolaccia (Pdl): quando era tutto contro non ho abbandonato la nave in mezzo alla bufera, la quale resistendo e non affondando ha attraccato trionfalmente in porto. Della gente normalissima è arrivata a Roma da tutta Italia per celebrare il suo presidente vittorioso, con fierezza e orgoglio ha potuto gioire alzando al cielo le bandiere e improvvisando slogan: dopo tutte le campagne di fango mediatiche sembrava che uno del Pdl dovesse vergognarsi, stando nascosto, ma non è stato così. Il Presidente della Repubblica a seguito del risultato elettorale, a seguito delle proteste dei parlamentari Pdl e vedendo il grande entusiasmo e attaccamento del popolo pidiellino, è intervenuto presso il Consiglio Superiore della Magistratura per invitare i magistrati a rispettare il ruolo che il Cavalier Berlusconi ricopre. È stata veramente bella quell’iniziativa, peccato che non abbia potuto parteciparvi; sarebbe stato splendido andarci con appuntata al petto la spilla del Popolo della Libertà che possiedo dal 2008, cioè quando feci il rappresentante di lista alle elezioni politiche e che conservo gelosamente, e sarebbe stato altrettanto magnifico farsi dare o comprare una grossa bandiera Pdl.

Avevo sentito parlare di uno sciopero dei mezzi pubblici a Roma; avevo altresì letto sui giornali provinciali la pubblicità di quella manifestazione e gli autobus che partivano dai molti paesi della Provincia di Latina, ma non dal nostro. Sono stato felice ugualmente, seguendo la diretta sul sito del Corriere della Sera: non è stata solo politica, all’inizio c’erano cantanti napoletani che, cambiando le parole delle note canzoni partenopee, inserivano spesso “Silvio” e un’Alessandra Mussolini scatenata, col fiocco tricolore in testa, cantava e ballava sotto il palco. Sono simpatici i parlamentari Pdl: bisogna scaldare la folla, facendola divertire, così da lasciarsi alle spalle la tensione e la pressione per le complesse trame politiche: anche questo fa brodo. In futuro si svolgeranno altre adunate di piazza in varie parti d’Italia, al Nord e al Sud, e quando ricapiterà a Roma? Ma non importa, l’importante è stare vicino al partito con il cuore. Dal mio cuore e senza nessun secondo fine, arriva il mio attaccamento: né a me, né alla mia famiglia nessuno ha mai regalato nulla con la politica.


Sono un berlusconiano dell’ultima ora, prima votavo sempre An e dintorni destrosi, pur riconoscendo a Berlusconi il ruolo di capo della coalizione, ma non ero molto entusiasta: lo sono divenuto con la creazione di questo grande partito nato dalla fusione delle diverse anime del centrodestra. Quest’anno ho votato ancora più convinto e di corsa Pdl, anche nella scheda regionale (di solito nelle elezioni regionali ed amministrative i grandi partiti si spacchettano in molte liste civiche e c’è più scelta), perché aveva fortemente corso il rischio di scomparire: il candidato che ho votato ha preso molti voti ma non ce l’ha fatta ad essere eletto. Certamente rinnoverò l’adesione al Pdl alla prossima campagna tesseramento, se a Cori non c’è nessuno che se ne occuperà proverò ad informarmi a Cisterna o a Latina. Tutti i militanti rubano, evadono le tasse, sono collusi con la criminalità, sono puttanieri: hanno i requisiti giusti o no? Naturalmente scherzo. Prospettive future? Ora si attendono gli sviluppi per la formazione del governo (o di larghe intese o di centrosinistra o tecnico), si valuterà provvedimento per provvedimento, dando priorità a quelli più urgenti, e poi si tornerà al voto (il Pdl cresce tra le intenzioni di voto) e potrebbe ripetersi l’esperienza del 2008 (Grillo permettendo): la vittoria dopo una breve opposizione a Prodi.

sabato 16 marzo 2013

179) PAPA FRANCESCO

Annuntio vobis gaudium magnum;
habemus Papam:
Eminentissimum ac Reverendissimum Dominum,
Dominum Georgium Marium
Sanctae Romanae Ecclesiae Cardinalem Bergoglio
qui sibi nomen imposuit Franciscum



  • DISCORSO INIZIALE DEL PAPA FRANCESCO
Fratelli e sorelle, buonasera!
Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli Cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo … ma siamo qui … Vi ringrazio dell’accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il suo Vescovo: grazie! E prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro Vescovo emerito, Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca.
[Recita del Padre Nostro, dell’Ave Maria e del Gloria al Padre]
E adesso, incominciamo questo cammino: Vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi: l’uno per l’altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza. Vi auguro che questo cammino di Chiesa, che oggi incominciamo e nel quale mi aiuterà il mio Cardinale Vicario, qui presente, sia fruttuoso per l’evangelizzazione di questa città tanto bella!
E adesso vorrei dare la Benedizione, ma prima – prima, vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la Benedizione per il suo Vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.
Adesso darò la Benedizione a voi e a tutto il mondo, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà.
[Benedizione]
Fratelli e sorelle, vi lascio. Grazie tante dell’accoglienza. Pregate per me e a presto! Ci vediamo presto: domani voglio andare a pregare la Madonna, perché custodisca tutta Roma. Buona notte e buon riposo!


  • BIOGRAFIA
Il Cardinale Jorge Mario Bergoglio, S.I., Arcivescovo di Buenos Aires (Argentina), Ordinario per i fedeli di rito orientale residenti in Argentina e sprovvisti di Ordinario del proprio rito, è nato a Buenos Aires il 17 dicembre 1936. Ha studiato e si è diplomato come tecnico chimico, ma poi ha scelto il sacerdozio ed è entrato nel seminario di Villa Devoto. L’11 marzo 1958 è passato al noviziato della Compagnia di Gesù, ha compiuto studi umanistici in Cile e nel 1963, di ritorno a Buenos Aires, ha conseguito la laurea in filosofia presso la Facoltà di Filosofia del collegio massimo «San José» di San Miguel.
Fra il 1964 e il 1965 è stato professore di letteratura e di psicologia nel collegio dell’Immacolata di Santa Fe e nel 1966 ha insegnato le stesse materie nel collegio del Salvatore di Buenos Aires.
Dal 1967 al 1970 ha studiato teologia presso la Facoltà di Teologia del collegio massimo «San José», di San Miguel, dove ha conseguito la laurea. Il 13 dicembre 1969 è stato ordinato sacerdote. Nel 1970-71 ha compiuto il terzo probandato ad Alcalá de Henares (Spagna) e il 22 aprile 1973 ha fatto la sua professione perpetua.
È stato maestro di novizi a Villa Barilari, San Miguel (1972-1973), professore presso la Facoltà di Teologia, Consultore della Provincia e Rettore del collegio massimo. Il 31 luglio 1973 è stato eletto Provinciale dell’Argentina, incarico che ha esercitato per sei anni.
Fra il 1980 e il 1986 è stato rettore del collegio massimo e delle Facoltà di Filosofia e Teologia della stessa Casa e parroco della parrocchia del Patriarca San José, nella Diocesi di San Miguel. Nel marzo 1986 si è recato in Germania per ultimare la sua tesi dottorale; quindi i superiori lo hanno destinato al collegio del Salvatore, da dove è passato alla chiesa della Compagnia nella città di Cordoba come direttore spirituale e confessore.
Il 20 maggio 1992 Giovanni Paolo II lo ha nominato Vescovo titolare di Auca e Ausiliare di Buenos Aires. Il 27 giugno dello stesso anno ha ricevuto nella cattedrale di Buenos Aires l’ordinazione episcopale dalle mani del Cardinale Antonio Quarracino, del Nunzio Apostolico Monsignor Ubaldo Calabresi e del Vescovo di Mercedes-Luján, Monsignor Emilio Ogñénovich.
Il 3 giugno 1997 è stato nominato Arcivescovo Coadiutore di Buenos Aires e il 28 febbraio 1998 Arcivescovo di Buenos Aires per successione, alla morte del Cardinale Quarracino.
È autore dei libri: «Meditaciones para religiosos» del 1982, «Reflexiones sobre la vida apostólica» del 1986 e «Reflexiones de esperanza» del 1992.
È Ordinario per i fedeli di rito orientale residenti in Argentina che non possono contare su un Ordinario del loro rito. Gran Cancelliere dell’Università Cattolica Argentina.
Relatore Generale aggiunto alla 10ª Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (ottobre 2001).
Dal novembre 2005 al novembre 2011 è stato Presidente della Conferenza Episcopale Argentina.
Dal B. Giovanni Paolo II creato e pubblicato Cardinale nel Concistoro del 21 febbraio 2001, del Titolo di San Roberto Bellarmino.
Era Membro:
•delle Congregazioni: per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti; per il Clero; per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica;



  • LE MIE CONSIDERAZIONI PERSONALI
Ancora una volta la tradizione è stata rispettata: al Soglio Pontificio viene eletto quasi sempre un cardinale non considerato alla vigilia. Le uniche eccezioni nei tempi contemporanei ci sono state per i Papi Pio XII e Benedetto XVI: in conclave entrarono da papi e non uscirono cardinali, come di solito accade. Prima di questo conclave 2013 si pronosticava l’elezione di un papa italiano (il Cardinal Scola era molto quotato) o al massimo europeo, scartando le altre ipotesi africane, asiatiche e americane; quelle supposizioni sono state azzeccate per metà ed è stata trovata una via di mezzo che accontentasse tutti: è stato infatti eletto un papa argentino, quindi latinoamericano, ma di chiara origine italiana. Per la prima volta è stato eletto un pontefice del continente americano e dopo 1.300 un non europeo; un’altra importante novità c’è stata con l’elezione di un Santo Padre gesuita: un ordine religioso fuori dal comune e non molto simpatico nel corso della storia. La Chiesa universale ormai elegge i suoi capi da ogni dove, il Soglio Pietrino non è più appannaggio esclusivo dell’Italia  e più raramente delle nazioni limitrofe. Nei tempi del papa re i pontefici erano spessissimo originari di Roma o dello Stato Pontificio e di casata nobile, dopo l’Unità d’Italia molti provenivano dal nord del nostro paese, in particolare dalla Lombardia, e dal 1978 è la prassi che essi arrivino da ogni parte d’Europa e del globo. L’America Latina è il continente con il più alto numero di cattolici al mondo, la nuova culla del cattolicesimo finalmente può avere un suo rappresentante, quale guida spirituale suprema. Il compito del Papa Francesco sarà duplice: evangelizzare l’Europa e il suo continente, perché anche lì si intravedono le prime avvisaglie di scristianizzazione, ma non al livello europeo, ed inoltre sono molto radicati gli ideali socialisti. Il Cardinale Bergoglio in passato ebbe dei contrasti con le autorità argentine per le loro politiche, per cui esse non hanno mostrato molto entusiasmo per “il loro” Papa, a differenza di vasti strati del popolo. Giovanni Paolo II contribuì non poco a redimere la propria terra; questo Papa vi assomiglia molto: sia nel carattere, sia nei modi semplici e potrebbe ottenere i medesimi risultati. Non è facile dirlo ora e prevedere il domani, basti citare l’esempio di Benedetto XVI: all’inizio tutti lo temevano, era visto come un duro, col passare degli anni però si è dimostrato docile, tenero. Gli oppositori atei della cristianità devono trovare sempre da ridire, da mettere in luce le ombre in ogni pontefice nel momento in cui inizia il suo cammino, specie se essi non transigono sull’etica e sullo sconvolgimento della famiglia tradizionale e “normale”: di questo Papa hanno detto che avrebbe avuto dei rapporti con la giunta militare argentina al potere negli anni ’70. Un aspetto controverso secondo me c’è dal punto di vista storico: il Cattolicesimo nelle Americhe si è diffuso in modo violento, con la forza, dopo lo sterminio di popoli inermi ed ora che un rappresentante di quel continente guida la Chiesa Cattolica, potrebbe riaffiorare nella figura del capo della Chiesa, l’espressione di un sopruso, anche se Egli non ha colpe per quello che accadde secoli fa. La sua politica sarà infatti quella di ricondurre la Chiesa alla povertà e all’umiltà delle origini: allorquando il cristianesimo si diffuse nel Mediterraneo con il sangue e il martirio dei propri fedeli. La scelta innovativa del nome Francesco (in omaggio a San Francesco d’Assisi) è a conferma di quell’aspetto. Personalmente ancora sono rattristato per l’abbandono del vecchio Papa, però accetto il nuovo Padre Santo Francesco, augurandogli un buon lavoro, sperando che riesca a raggiungere tutti i suoi propositi e auspicando che col passare del tempo si faccia amare ed apprezzare dai suoi fedeli.

sabato 9 marzo 2013

178) QUALCHE ARTICOLO QUA E LA'

Il Cavaliere salvo se diventa di sinistra

Berlusconi nella sua vita ha commesso un solo errore: fondare un partito di destra

Vado subito al sodo. Il Cavaliere nella sua vita ha commesso un solo grave, imperdonabile errore che gli ha reso e gli rende impossibile l'esistenza. Questo: ha sbagliato non a fondare un partito, ma a fondarlo di destra. O di centrodestra, che è anche peggio. Se proprio non resisteva alla tentazione di dare corpo a un'inedita forza politica, perdio, doveva mettere in piedi un colosso di sinistra, più a sinistra di quello postcomunista guidato da Achille Occhetto, poi da Massimo D'Alema, poi da Piero Fassino, poi da Walter Veltroni, poi da Dario Franceschini e, infine, da Pier Luigi Bersani.
Parliamoci con franchezza. Il Partito democratico non è abbastanza progressista. Anzi, non lo è affatto. Sembra il club della caccia: conservatore, moralista, legato alle banche (ne cito una a caso: il Monte dei Paschi di Siena), ossessionato dal denaro, legatissimo alle coop, innamorato dei salotti chic, del cinema, dello spettacolo in genere, dei comici, dei satirici, dei ricconi con l'anima bella, delicata, sensibile all'integrazione degli extracomunitari, indulgente verso le ragioni degli islamisti.
Insomma, il Pd è un vecchio arnese, altro che usato sicuro: cavalca perfino il giustizialismo, gode di fronte a un paio di manette  tintinnanti, è favorevole alla carcerazione cautelare (preventiva), è ostile alla riforma della giustizia, solo a sentir parlare di responsabilità civile dei magistrati inorridisce, ama il codice Rocco, aggredisce chiunque manifesti il desiderio di sostituire l'attuale legge sui reati a mezzo stampa con una normativa di stampo anglosassone. Il Pd - se non avesse ceduto all'idea (che definisce prioritaria) di introdurre il matrimonio fra gay e di garantire la cittadinanza italiana ai figli degli stranieri - presenterebbe tutte, ma proprio tutte, le caratteristiche di un partitaccio reazionario, altro che quello di Jean-Marie Le Pen.
Ecco perché Berlusconi, se avesse avuto fiuto politico, non avrebbe dato luogo a Forza Italia e poi al Popolo della libertà; figuriamoci, creature decrepite fin dalla nascita. Gli è mancata la furbizia necessaria per andare oltre la banalità del centrodestra e offrire al mercato politico un soggetto nuovo, autenticamente di sinistra e denominato, per esempio, Bandiera rossa trionferà (cioè il Bat). Se il Cavaliere fosse stato a capo del Bat, anziché del Pdl, oggi il Paese non avrebbe alcun problema. Il grado di litigiosità in Parlamento sarebbe pari a zero. Ovvio. Egli avrebbe il sostegno incondizionato non soltanto del Pd, ma anche del Sel. Mario Monti non sarebbe senatore a vita, ma si godrebbe la pensione di docente, rettore e presidente della Bocconi; Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini sarebbero felicemente assisi su scranni della Camera, pronti a pigiare i pulsanti per manifestare con i fatti la loro ubbidienza a Silvio, l'unico leader degno di questo sostantivo.
Il futuro e il presente della nostra Repubblica sarebbero radiosi e sgombri dalle banane. Un Cavaliere di sinistra come il defunto Hugo Chávez avrebbe sempre camminato e camminerebbe in discesa tra due ali di folla plaudente, verso qualsiasi obiettivo: il possesso di 27 emittenti televisive, 14 case editrici, 10 quotidiani nazionali e 21 locali, un numero imprecisato di periodici, aziende cinematografiche, banche.
Conflitto di interessi? Non diciamo bischerate. Il dominus di un superpartito progressista è in grado di far coincidere gli affari propri con quelli del popolo, con il bene della Patria. Diciamola tutta e con sprezzo della volgarità: Berlusconi avrebbe avuto facoltà di scoparsi le migliori figlie italiane con l'approvazione (unita a un filo di orgoglio) dei genitori e dei parenti tutti. Diritti d'autore, questioni fiscali, rapporti con i vari De Gregorio e Scilipoti? Lasciamo perdere: un uomo di sinistra è probo per definizione, non merita di subire seccature, processi, indagini. Quando mai?
Si è visto, talvolta, raramente, un compagno indagato o addirittura processato? Certamente, la forma va rispettata. Però solo fino alla prescrizione o proscioglimento: cambiano i termini ma il nocciolo non muta. Poni caso che - anni fa - Silvio avesse incassato montagne di rubli. Pace amen: una bella amnistia, come quella del 1989, e fine della menata. La sinistra avanza, non può essere intralciata da pandette e roba simile. Berlusconi col fazzoletto rosso al collo e con la falce e martello ricamata sulla camicia (rossa pure questa, si capisce) sarebbe presente in effigie in ogni casa, sostituendo le foto di Papa Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I e II, Benedetto XVI. Naturale. Il Milan vincerebbe lo scudetto senza nemmeno partecipare al campionato.
A parte Primo Greganti, conoscete un compagno che sia andato in galera? O che abbia rischiato di andarci? Purtroppo per lui, il Cavaliere non ha avuto l'accortezza di adeguarsi al clima nazionale, e, invece, di fondare un partito ex comunista 2, ha dato alla luce una specie di Democrazia cristiana, senza però, l'appoggio delle parrocchie (solamente di qualche cardinale: non basta). E si è dimenticato che la Dc - esclusa la corrente di sinistra - è stata fatta secca da Mani pulite. Ora, se è stato sgominato lo scudocrociato, come poteva illudersi, Berlusconi, che fossero risparmiati il Pdl e lui medesimo? Una grossa ingenuità. Eppure l'esperienza avrebbe dovuto insegnargli a stare al mondo.
Mario Tanassi fu condannato, ma era socialdemocratico, cioè lontano un miglio dalla sinistra. Idem Bettino Craxi, considerato dai comunisti una sottospecie fascista, salvo essere riabilitato al momento delle esequie. Silvio, sei ancora in tempo. Diventa un compagno. Togli dal tuo simbolo la sigla Pdl e mettici Bat (Bandiera rossa trionferà). Così te la potrai cavare. Anche i pidiellini che grazie a te sono stati rieletti il 25 febbraio, e che già meditano di scaricarti nell'imminenza delle sentenze di cui sai, anche loro, dicevo, si guarderanno dal voltarti le spalle come adesso hanno in animo di fare. Bastardi.
Deciditi, compagno Berlusconi: salta il fosso e ti salverai. Fraterni saluti.


Gran Bretagna: vittima di bullismo perché bianco, s’impicca a 9 anni


A volte si tende a credere che il razzismo esista soltanto da parte dei “bianchi”, degli occidentali, nei confronti dei “neri”, dei musulmani e degli immigrati in genere. Ma non è così.
Lo dimostra una storia tremenda che arriva dalla Gran Bretagna e precisamente da Birmingham, città in cui gran parte della popolazione è di origine immigrata (pakistana, indiana, bengalese ecc. ecc.).
La madre e il patrigno di un bambino di 9 anni, Aaron Dugmore, hanno denunciato che il piccolo si è impiccato per la disperazione (sì, purtroppo avete letto bene!) per essere stato vittima in quando bianco, di razzismo da parte dei compagni nella sua nuova scuola. Compagni “di origine asiatica”, hanno riferito i media locali. Il bambino è stato trovato senza vita dalla mamma nella sua cameretta.
Mamma Kelly e il marito hanno detto che altri bambini avevano anche minacciato Aaron con un coltello di plastica, dicendogli che la volta successiva ne avrebbero avuto in mano uno vero; uno di loro aveva ripetuto le agghiaccianti parole sentite dal proprio padre: “tutti bianchi devono morire”.
La madre di Aaron ha raccontato di fatto più volte presente della situazione con la preside della scuola elementare che suo figlio frequentava, ma la direttrice le avrebbe risposto: “Nessuno l’ha obbligata a mandare suo figlio qui: è stata una sua scelta”.
In quella scuola il 75% degli alunni ha origine multietnica, ma nulla, accusano i genitori di Aaron, è stato fatto per fermare gli atti di bullismo. Ovviamente la scuola smentisce, affermando che il bambino, dopo alcune difficoltà iniziali, stava integrandosi.
Ora la polizia sta indagando, ma se sono vere le accuse della famiglia di Aaron all’istituto, questo potrebbe essere l’ennesimo caso di colpevole multiculturalismo annidatosi in Occidente e in particolare in Paesi europei come l’Inghilterra; il multiculturalismo malato che spinge a giustificare ogni misfatto nel caso in cui compierlo sia lo straniero, perché sarebbe “la sua cultura” a suggerirgli di farlo ( lo si sostiene in primis nel caso dei musulmani).
Questa volta, a farne le spese nel modo più tragico, è stato un bambino inglese di 9 anni, che non è stato aiutato a dovere a superare il suo disagio di far parte di una “minoranza bianca” nella sua scuola.

di Alessandra Boga © 2013 Qelsi

domenica 3 marzo 2013

177) ANALISI SULLE ELEZIONI POLITICHE 2013

SILVIO BERLUSCONI (COME AL SOLITO E IN STRAORDINARIA RIMONTA) CON IL MOVIMENTO ANTIPOLITICO DI PROTESTA DI BEPPE GRILLO (CHE DIVIENE IL PRIMO PARTITO PER CONSENSI) MUTILANO LA VITTORIA DEL CENTROSINISTRA, LA QUALE SARA’ COSTRETTA A GOVERNARE CON UNO DEI DUE, SE NON VORRA’ TORNARE IMMEDIATAMENTE ALLE URNE. IL CENTRO DI MARIO MONTI E LE SUE POLITICHE HANNO FATTO FIASCO. OBBIETTIVO RAGGIUNTO PER IL PDL CHE BLOCCA L’ICIUCIO CENTRO-SINISTRA.

 

RISULTATI ELEZIONI POLITICHE 2013 CAMERA DEI DEPUTATI

Elettori Italia: 46.906.341 - Votanti: 35.271.541  (75,19 %)

  • CENTROSINISTRA PIERLUIGI BERSANI: 29,54%, 10.047.603 voti, 340 seggi (Pd 8.644.187 voti, 25,42%, 292 seggi/ Sel 1.089.442 voti, 3,20%, 37 seggi/ altri partiti 11 seggi);
  • CENTRODESTRA SILVIO BERLUSCONI:  29,18%, 9.923.109 voti, 124 seggi (Pdl 7.332.667 voti, 21,56%, 97 seggi/ Lega Nord 1.390.156 voti, 4,08%, 18 seggi/ FdI 666.035 voti, 1,95%, 9 seggi);
  • MOVIMENTO 5 STELLE GIUSEPPE PIERO GRILLO: 25,55%, 8.689.168 voti, 108 seggi;
  • CENTRINO MARIO MONTI: 10,56% 3.591.629 voti, 45 seggi (Scelta Civica Monti 8,30%, 2.824.001 voti, 37 seggi/ Udc 1,78%, 608.199 voti, 8 seggi);
  • Seggi dall’estero: Pd 5, Monti 2, Pdl 1, Mov. Ass. italiani all’estero 2, M5s 1, Usei 1.


RISULTATI ELEZIONI POLITICHE 2013 SENATO DELLA REPUBBLICA (esclusi Val d’Aosta e Trentino Alto Adige)

Elettori Italia: 42.271.967 - Votanti: 31.751.350  75,11 %

  • CENTROSINISTRA PIERLUIGI BERSANI: 31,63%, 9.686.683 voti, 113 seggi (Pd 8.400.255 voti, 27,43%, 105 seggi/ Sel 912.374 voti, 2,97% 7 seggi/ altri 1 seggio);
  • CENTRODESTRA SILVIO BERLUSCONI: 30,71%, 9.405.679 voti, 116 seggi (Pdl 6.829.373 voti, 22,30%, 98 seggi/ Lega Nord 1.328.555 voti, 4,33%, 17seggi/ altri 1 seggio);
  • MOVIMENTO 5 STELLE GIUSEPPE PIERO GRILLO: 23,79%, 7.285.850 voti, 54 seggi;
  • CENTRINO MARIO MONTI: 9,13% 2.797.486 voti, 18 seggi;
  • Val d’Aosta e Trentino Alto Adige: centrosinistra 6 seggi, centrodestra 1 seggio, Val d’Aosta 1 seggio.
  • Seggi dall’estero: Pd 4, Monti 1, Mov. Ass. italiani all’estero 1.


RISULTATI ELEZIONI REGIONALI 2013

  • REGIONE LOMBARDIA: Roberto Maroni (centrodestra) 42,81%, Umberto Ambrosoli (centrosinistra) 38,24%, Silvana Carcano (M5s) 16,32%;
  • REGIONE LAZIO: Nicola Zingaretti (centrosinistra) 40,65%, Francesco Storace (centrodestra) 29,32%, Davide Barillari (M5s) 20,22%;
  • REGIONE MOLISE: Paolo Frattura Di Laura (centrosinistra) 44,70%, Michele Iorio (centrodestra) 25,80%, Antonio Federico (M5s) 16,76%).


In queste elezioni politiche 2013 il Pdl è riuscito nell’intento di bloccare l’inciucio tra la sinistra di Bersani e il centro di Monti: era quello l’obbiettivo che il partito si era prefissato. È stato aiutato dal Movimento 5 Stelle di Grillo, il quale era sì molto accreditato alla vigilia, ma nessuno immaginava che potesse arrivare a quelle proporzioni, a divenire il primo partito italiano. Quando le elezioni sono lontane i sondaggi contano ben poco, anche se alcuni orientamenti li forniscono, la maggior parte della gente decide all’ultimo minuto per chi votare e qualcuno si diverte a dichiarare il falso nelle interviste. I mezzi di informazione di centrosinistra tendono con quest’arma a sovrastimare la propria componente politica, scoraggiando gli elettori degli altri partiti, specie nel periodo invernale col freddo e la neve, le persone, sapendo che il partito preferito non ha possibilità, sono poco motivate a recarsi alle urne. Appunto le prime elezioni invernali hanno avuto minore successo rispetto alle altre, svolte nelle calde stagioni, ma le previsioni elettorali sono state smentite. Eppure bastava ricordare l’esperienza del 2006 per far notare l’inefficacia di quei rilevamenti. Ben la metà degli italiani in questa occasione si è espressa contro la politica: il 25% non ha votato, un altro 25% ha premiato il M5s. Siamo purtroppo in un periodo sfavorevole per l’economia mondiale: le aziende chiudono, la disoccupazione aumenta, insieme alla tasse, e i politici cosa fanno? Pensano ai loro interessi, non sono puliti (vedere le vicende che hanno portato alla fine anticipata dei consigli regionali nella Lombardia e nel Lazio, qualche altra vicenda minore di corruzione nelle amministrazioni locali, sia da parte di esponenti di destra, sia di sinistra e la vicenda della Banca Montepaschi di Siena) e si fanno servi dei poteri forti europei e mondiali, attuando misure impopolari. Il popolo spinto dall’esasperazione ha preferito punire la politica tradizionale e premiare l’antipolitica, facendo fare il botto a Grillo, cioè ad uno che non sa neanche come si dirige un’azienda e se dirigesse l’Italia potrebbe farla affondare del tutto.


Nel Pd, che si aspettava una prestazione migliore, non salvandosi neanche con l’appoggio di Monti come auspicava alla vigilia, per questa mezza vittoria è partita la caccia ai colpevoli e alle sue cause (Santoro, Bersani, l’aver ostacolato Renzi, i sondaggisti, la sottovalutazione di Grillo, le tematiche della campagna elettorale e le priorità); in ogni modo fungerà da perno e deciderà se allearsi col Pdl o con il M5s: è più propenso verso il secondo che, essendo un movimento antipolitico, non vuole saperne di allearsi con i partiti politici tradizionali. Un governissimo Pd – Pdl rischierebbe di rafforzare ulteriormente il movimento di Grillo, così come un altro governo di tecnici; l’auspicio del Pdl è di fare opposizione per riconquistare consensi, perché le previsioni per i prossimi mesi non lasciano presagire nulla di buono. Solo Casini e Fini santificavano eccessivamente Monti, mandando al rogo tutti coloro che lo criticavano, e abbiamo visto che fine hanno fatto: il primo ha bruciato totalmente i consensi del suo partito a vantaggio della Lista Civica Monti, con la quale è stato eletto al Senato, il secondo è stato spazzato via col suo Fli, pagando a caro prezzo le sue manovre disastrose e sfasciste. Chissà chi pensava di essere questo Casini: quelli del Pdl sono stati per mesi a rincorrerlo e lui, pretendendo che gli si inchinassero e gli leccassero i piedi, manco per niente. Il centrino ha ottenuto un 10%, ora dirà: tutto sommato, essendo la prima esperienza, è andata bene, il centro è stato rafforzato rispetto a prima. Bugiardi, le vostre ambizioni erano ben altre e siete arrivati ultimi tra i quattro principali schieramenti politici. Il Pdl ha fatto bene a non accantonare Berlusconi per seguire Monti e i suoi moderati: avrebbe rischiato di esserne succube, di essere risucchiato, così da perdere qualche consenso verso la forte e carismatica figura del Presidente del Consiglio, sarebbe stato travolto e la sinistra avrebbe stravinto, proprio come è accaduto a Cori lo scorso anno, anche perché gli elettori più duri non avrebbero perdonato il riavvicinamento verso i traditori di ieri e verso Monti. E avremmo sentito i seguenti ragionamenti: il Pdl ormai era alla frutta, se non ci fosse stato il centro a salvarlo…….



Il partito è stato salvato ed ha mantenuto fortemente  la propria identità di centrodestra, a dispetto di quanti, raffigurandolo come un’azienda fallita, ne vedevano la fine. Berlusconi è Berlusconi, fa la differenza: ha ottenuto tre vittorie nette nel 1994, nel 2001 e nel 2008; per ben tre volte (1996, 2006 e 2013) ha azzoppato alla grande le sicure vittorie della sinistra. Quando va in televisione c’è sempre il record di ascolti, suscita simpatia: ride, scherza, fa la battuta, pulisce la sedia di Travaglio; gli altri candidati invece sono sempre tesi, tetri, cupi, arrabbiati. La gente che stima, apprezza e vuol bene a Silvio Berlusconi è silenziosa; magari nelle discussioni nei caffè, nelle strade, nei luoghi di lavoro non ha il coraggio di difenderlo quando  parlano male di brutto di lui e accodandosi dice (senza pensarlo ovviamente): si, avete proprio ragione! Poi in cabina elettorale è tutta un’altra storia. Beh il risultato del Popolo delle Libertà è lontano anni luce da quello del 2008, ma è ugualmente sorprendente considerando quell’incubo del 14% nei sondaggi di novembre. Il Fratelli d’Italia, che non  ha ottenuto neanche un 2%, farebbe meglio a tacere: ha lasciato il Pdl perché non ha svolto le inutili e dannose primarie, attacca il Pdl, però fa comodo e si allea per ottenere una manciata di deputati: che incoerenza! Persino Fini stato più coerente. La Lega Nord dimezza i propri consensi ma raggiunge l’obbiettivo che si era prefissata: la conquista della Regione Lombardia con Maroni. Il terremoto Grillo ha travolto anche Vendola e Di Pietro: proprio loro che ebbero i loro momenti di gloria e di splendore; il Sel si salva grazie all’alleanza col Pd, l’Idv viene travolta all’interno del Movimento Arancione di Ingroia. L’alleanza di Bersani ha ottenuto un numero spropositato di seggi alla Camera con un misero 30%: è una delle tante anomalie di questa legge elettorale, sicuramente la riforma rientrerà tra le priorità del governo che si insedierà. La matassa non sarà facile da sbrogliare, alla fine qualcosa si inventeranno che consentirà di non tornare immediatamente alle urne.