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lunedì 27 giugno 2016

318) G.B.: QUEL CHE È DECISO È DECISO



IL POPOLO DELLA GRAN BRETAGNA, SENZA FARSI INFLUENZARE DA MINACCE E PRESSIONI INTERNAZIONALI, DEMOCRATICAMENTE HA SCELTO DI STACCARSI DALL’UNIONE EUROPEA DELL’ALTA FINANZA, CHE IMPONE A TUTTI. NIENTE DRAMMI E ALLARMISMI.



Cosa c’è di più democratico che chiamare un popolo a decidere sui propri destini? È quel che ha fatto il Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord pochi giorni orsono, allorquando ha deciso tramite un referendum popolare di uscire dall’Unione Europea. Alcuni esponenti politici italiani, che vollero fortemente portare l’Italia verso la moneta unica e verso la libera circolazioni, tra stati comunitari, delle persone e delle merci, tra cui Napolitano, Prodi e Monti, hanno fortemente contestato la concessione del referendum in Gran Bretagna (allora siamo in dittatura?). Si, perché ogni qualvolta un popolo è chiamato a decidere sull’Unione Europea quasi sempre boccia le sue politiche, mentre quando tocca ad un parlamento nazionale difficilmente rifiuta una proposta europea. Adesso si parla di un nuovo referendum con lo stesso quesito (tra l'altro molte firme raccolte per lo scopo sono ripetute svariate volte): perché non si vuole accettare democraticamente il responso uscito? Se i britannici diranno nuovamente di no insisteranno con un ennesimo referendum?

Tra G.B. ed U.E. no c’è mai stato un grande amore: infatti nessun governo di Sua Maestà Elisabetta II ha firmato il Trattato di Schengen sulla libera circolazione e ha aderito all’Euro, la moneta unica europea. Così il distacco sarà meno complicato. Gli inglesi sapevano bene quel che facevano: senza sentir ragioni sono andati avanti per la loro strada. Se ci fossimo stati noi italiani al loro posto, ci saremmo impauriti dalle solite pressioni e minacce ed avremmo ribaltate le tendenze: da negative all’Europa a strapositive. Hanno perfino tentato di strumentalizzare il gesto folle di un pazzo (ovviamente condannato da tutti noi) in modo che potesse ribaltare i sondaggi del quesito popolare: in Gran Bretagna si parlava solo di un uomo con seri problemi mentali e nient’altro, il quale ha ucciso una deputata laburista europeista. 





Sempre più popoli sono scettici verso le politiche europee, particolarmente tedesche, dai banchieri, dell’alta finanza, che impongono a tutta Europa le loro regole, facendo ingrassare la Germania e impoverendo le nazioni mediterranee, come Grecia, Italia e Spagna. Hanno rovinato la Grecia, ora ci provano con noi e con la Spagna. Queste situazioni non erano sentite particolarmente dai britannici: essi erano maggiormente preoccupati dal’immigrazione di massa ed incontrollata (fra poco apriranno le porte a circa 100 milioni di turchi). Alcuni sono allarmati da un eventuale sfascio dell’Europa Unita, il che potrebbe, secondo costoro, far tornare le guerre interne continentali: dimenticano la Nato, l’Alleanza Atlantica, di cui molti stati europei fanno parte? Se l’Unione Europea non cambia avrà una vita breve: si ad un’associazione di stati per favorire gli scambi commerciali, anche i movimenti delle genti, ma limitate e a determinate condizioni; no al superstato europeo oligarchico che arricchisce pochi, impoverisce tutti gli altri, permette alla delinquenza comune di circolare incontrastata. Il pensiero del Primo Ministro Britannico Cameroon era il medesimo, avendo a suo tempo dichiarato che egli era per l’Europa ma a determinate condizioni: la capitale del suo stato era Londra e non Bruxelles, il suo capo di stato era la Regina e non il Presidente della Commissione Europea, la sua valuta era la sterlina e non l'euro, decideva il suo popolo chi far entrare nel proprio paese e chi no. Tutte queste catastrofi che annunciano sul Regno Unito non credo che si avvereranno: hanno risorse a cui attingere dalle ex colonie, tramite il Commonwealth. Vale anche per la Scozia, la quale non dovrà farsi sopraffare dal forte clamore. Gli allarmismi per gli affari italiani e per le imprese italiane operanti in Gran Bretagna sono ingiustificati: difatti le aziende nostrane che operano all’estero lo fanno tranquillamente in molti stati extra Ue. E a quanto sembra nulla cambierà in G.B., tutto rimarrà tale e quale a prima del quesito referendario, cioè gli italiani e le loro imprese non avranno restrizioni.

martedì 21 giugno 2016

317) LE AMMINISTRATIVE 2016



VITTORIE COMUNI CAPOLUOGHI DI REGIONE:
  • M5S: ROMA, TORINO
  • CENTROSINISTRA: CAGLIARI, MILANO, BOLOGNA
  • LISTA CIVICA: NAPOLI
  • CENTRODESTRA: TRIESTE

VITTORIE COMUNI CAPOLUOGHI DI PROVINCIA:
  • M5S: CARBONIA
  • CENTROSINISTRA/SINISTRA: VARESE, RAVENNA, RIMINI, CASERTA, SALERNO
  • LISTE CIVICHE: LATINA, VILLACIDRO, BRINDISI, CROTONE
  • CENTRODESTRA/DESTRA:  SAVONA, NOVARA, PORDENONE, GROSSETO, OLBIA, ISERNIA, BENEVENTO, COSENZA


Tutti dicono che la vera forza politica vincitrice di queste amministrative è stato il Movimento 5 Stelle, poiché ha strappato due delle maggiori città italiane al centrosinistra: Roma e Torino. Se a Roma l'evento era prevedibile, considerando il malgoverno, il degrado e il malaffare emersi nei mesi scorsi, a Torino nessuno se lo aspettava. E' stata una brutta botta per Renzi, ma il suo centrosinistra salva parzialmente la faccia mantenendo Milano e Bologna. Peccato per il centrodestra, che per poco non ha riconquistato Milano: personalmente ho atteso sino a notte fonda con la speranza che quel minimo scarto di vantaggio di Sala su Parisi si rovesciasse in favore dell’ultimo. Quando ormai pensavo che le destre sarebbero uscite a bocca asciutta da questa tornata elettorale è arrivata la notizia della vittoria di Trieste. Poi ho avuto notizia dei risultati che arrivavano dai capoluoghi di provincia e un po’ mi sono consolato, notando che altre roccaforti di sinistra passavano a destra, anche a Bologna si è sfiorato il miracolo. Bisogna considerare che tutte in tutte le tornate amministrative c’è scarsa affluenza alle urne: pure se qualche indicazione la danno, quando si vota per le politiche è tutta un’altra musica, poiché la percentuale dei votanti sale vertiginosamente.

Con questo sistema elettorale che è stato approvato per le elezioni della Camera dei Deputati, ci sarà il rischio che il M5S vinca al ballottaggio, se ci andrà: i voti della destra o della sinistra escluse potrebbero convergervi. Questo movimento vuole boicottare molte opere pubbliche di vitale importanza, come le nuove arterie di comunicazione: per loro la persone devono continuare a perire su vie vecchie e pericolose. Fortunatamente i lavori per la nuova Strada Pontina e l’annessa bretella di collegamento con l’A1, già sono stati appaltati e non si potrà fare nulla per fermarli. La Linea C della metropolitana romana quasi sicuramente rimarrà un’opera monca: avrebbe dovuto raggiungere San Pietro e lo Stadio Olimpico. I neosindaci giovani di Grillo li selezionano preparati: non sbagliano una battuta quando sono in televisione e pensano di essere all’avanguardia immettendo una media di tre anglicismi, ogni dieci parole, i quali sono incomprensibili per il ceto culturalmente medio/basso  e allo stesso tempo attraenti (si pensa: ma da quale pianeta viene?). Coloro che vorrebbero introdurre il reddito di cittadinanza, dove prenderanno i soldi? In tale modo nessuno vorrà lavorare più, tutti diventeranno pigri, grassi, riposati, i posti lavorativi vacanti verranno rimpiazzati da altre orde di stranieri, che così detteranno legge. Con il Cinque Stelle e con la sinistra col tempo verremo travolti e spazzati via da un’immigrazione illegale e incontrollata. La maggioranza dei penta stellati provengono da sinistra; quei pochi che vengono da destra sono alla ricerca dell’esotico: se nel 1994 la novità era per costoro rappresentata da Berlusconi ed erano attratti da Forza Italia, oggi vedono il Cavaliere come una figura decrepita, superata e stantia. Se le destre si fossero presentate unite il M5S difficilmente sarebbe arrivato ai ballottaggi, ad eccezione di Roma che è un caso a sé; serva da lezione per le future elezioni politiche. A Roma hanno combinato un pasticcio: all’inizio tutti erano concordi nel candidare Bertolaso, successivamente Salvini e Meloni hanno fatto i “capricci”; con un unico candidato si sarebbe perso sul filo di lana, in modo più dignitoso.  


A Latina si parla di svolta storica, ma anche lì se il centrodestra fosse stato unito avrebbe vinto al primo turno: è successo che tutti gli elettori delle liste perdenti al primo turno hanno riversato i loro voti sul candidato civico Coletta, compresa Forza Italia, la responsabile delle premature cadute delle ultime due amministrazioni di destra e che non intendeva darla vinta al nuovo corso di Calandrini, proveniente da An, come gli ultimi due sindaci sfiduciati. C’è da notare una cosa sui tre maggiori centri della Pianura Pontina (Latina, Aprilia, Cisterna), fino a poco tempo fa roccaforti delle destre: quando ne sono stufi non svoltano mai a sinistra, preferendo scegliere delle liste civiche.

martedì 14 giugno 2016

316) ANTICIPO DI CALCIOPOLI NEL 2000


NEL 2006 (DIECI ANNI FA)  CI FU LO SCANDALO “CALCIOPOLI” O “MOGGIOPOLI”, MA GIÀ NEL 2000 SI VERIFICARONO I PRODROMI. SE NON FOSSE STATO PER LA RIVOLTA DEI TIFOSI LAZIALI E DELLA STAMPA ROMANA, IN UNA SETTIMANA DI FUOCO DEL MAGGIO 2000, IL SISTEMA DI MOGGI SAREBBE ANDATO A SEGNO ANCHE ALLORA. 


Dieci anni fa un vero terremoto scosse il calcio italiano professionistico: infatti furono rese pubbliche delle intercettazioni telefoniche del direttore sportivo della Juventus Luciano Moggi, in cui si scoprì che gli arbitri e alcuni vertici della Federcalcio erano ai suoi ordini. Oltre alla Juventus, ruotavano nel sistema Moggi il Milan, la Fiorentina e la Lazio. La Juventus, a seguito dei processi sportivi, pagò il dazio maggiore, essendo anche la maggiore beneficiaria di quegli sgarbi: le furono tolti due scudetti e fu retrocessa in Serie B (per la prima volta nella sua storia). Le altre tre società in un primo momento vennero retrocesse nella serie inferiore anch’esse, poi in seguito ai verdetti d’appello furono riammesse nella massima serie calcistica italiana con delle penalizzazioni, delle squalifiche per i loro dirigenti e delle salate multe. Quell’inchiesta venne chiamata “calciopoli o “moggiopoli”: le parole derivavano dal termine “tangentopoli”, l’inchiesta che anni prima spazzò via un’intera classe politica e chi conduceva le indagini era lo stesso magistrato, Francesco Saverio Borrelli (se la parola tangentopoli aveva un significato sensato, “la città delle tangenti”, nel termine calciopoli, la città del calcio, non c’era nessuna allusione concreta allo scandalo degli arbitraggi sleali). Le prove schiaccianti contro i dirigenti juventini erano evidenti: il solo fatto di decidere le designazioni arbitrali, quando gli arbitri dovrebbero essere indipendenti e non avere contatti con nessuna società, costituiva un gravissimo illecito severamente punibile, inoltre erano evidenti la sudditanza ed il timore degli arbitri nei confronti della Juventus. Anche se la Juventus tecnicamente era la squadra più forte in quegli anni e avrebbe vinto gli incontri, i campionati, con qualsiasi arbitro e senza interferenze, il gravissimo sgarro ci fu senz’altro: quella magistrale punizione era il minimo che le potesse accadere. La Federazione Calcistica Italiana venne commissariata, i suoi massimi dirigenti squalificati, molti arbitri vennero radiati, tra cui Massimo De Santis, che avrebbe dovuto rappresentare l’Italia nel mondiale di Germania 2006, poi conclusosi positivamente per gli azzurri. 

L’arbitro De Santis aveva suscitato clamore già nel maggio 2000, in un incontro Juventus – Parma, in cui annullò una rete regolare agli emiliani, che avrebbe consentito alla Lazio di agganciare la Juventus al primo posto in classifica ad una giornata dal termine. Dopo la partita, si disse allora, che aveva ricevuto misteriose telefonate e a sua volte ne aveva effettuate altrettante. Si contraddisse anche, dicendo che aveva annullato la rete al Parma prima che la palla varcasse la porta; le immagini televisive dimostrarono che fischiò dopo il vincente colpo di testa del parmense Cannavaro. Perciò si suppone che quella struttura di Moggi” era già operativa sei anni prima della scoperta della verità. Ci fu una settimana di fuoco in quel maggio 2000, tra la penultima e l’ultima giornata della Serie A 1999 – 2000: i giornali sportivi e non di Roma condussero una campagna di fuoco contro la Juventus, contro i torti subìti dai biancocelesti per il secondo anno consecutivo, i tifosi laziali misero a ferro e fuoco Roma per giorni, addirittura volevano bloccare la partenza del Giro d’Italia di ciclismo. A Tivoli, il paese di Massimo De Santis, arrivarono molte telefonate di insulti e minacce a parecchi De Santis. Essi auspicavano che si arrivasse allo spareggio, in caso contrario erano pronti alla guerra (come era scritto su uno striscione di allora). 
 

Quell’alzare la voce in modo sconsiderato servì: infatti la domenica dopo la Lazio vinse contro la Reggina e la Juventus inaspettatamente perse a Perugia nel mezzo di una tempesta primaverile; in tutta Italia c’era il sole, il nubifragio si abbatté solo su Perugia. L’arbitro Collina, a causa delle ferocissime polemiche di quella settimana, saggiamente non se la sentì di rinviare la partita al giorno dopo (con una Juventus senza ansie, tranquilla e riposata), anche perché per regolamento tutte le gare dell’ultima giornata di un qualsiasi campionato sportivo devono essere giocate in contemporanea, oggi come allora, attese che la pioggia cessò e il pallone rimbalzasse. Ormai tutti, al termine della penultima giornata di quella Serie A, credevano che la Juventus avrebbe tranquillamente vinto il titolo; i pochi ottimisti tifosi laziali speravano di andare allo spareggio scudetto: ci sarebbe stato con una vittoria laziale contro la Reggina e con un pareggio juventino a Perugia. Morale della favola: la ribellione dei tifosi e della stampa romana servì ad evitare che quel sistema favorevole alle squadre del nord andasse a segno anche allora. La vittoria del campionato a Lazio l’avrebbe meritata di più l’anno prima, nel 1999, ma naturalmente fu beffata al taglio del traguardo da un’altra società padrona del calcio italiano, il Milan, che si scoprirà essere in combutta con i dirigenti della Juventus (probabilmente anche l'Inter nel 1998 fu scippata). Voi direte che anche la Lazio era collusa con Moggi nel 2006. Certo, ma tra il 2000 e il 2006 la proprietà era cambiata. 

1:34:00

domenica 5 giugno 2016

315) QUALE FESTA REPUBBLICANA?


UNA VOLTA IN OCCASIONE DELLA PARATA MILITARE DEL 2 GIUGNO SI SENTIVA L’ORGOGLIO DI UN’APPARTENENZA PATRIOTTICA CHE OGGI NON SI PROVA PIÙ. 


In questo giugno 2016 la Repubblica Italiana sta festeggiando il suo 70° anniversario. Possibili brogli al referendum monarchia/repubblica portarono settant’anni fa alla nascita di questa forma istituzionale (c’erano gli americani che volevano la repubblica ad ogni costo). Non so se effettivamente quelle scorrettezze ci furono o no, in ogni caso non credo che la storia italiana degli ultimi settant’anni sarebbe cambiata molto con i re al posto dei presidenti della repubblica: i monarchi avrebbero svolto le stesse funzioni di arbitri imparziali, dando gli incarichi di governo ai rappresentanti dei partiti più votati e la Nato non avrebbe mai permesso delle svolte autoritarie antidemocratiche. I pochi movimenti monarchici che ci sono oggi in Italia puntano di più sul ramo Savoia Aosta, che sui discendenti diretti dei Savoia ultimi Re d’Italia: probabilmente perché Umberto II, il Re di maggio, preferì far interrare con la sua salma, sotto le sue ascelle, i sigilli reali, anziché consegnarli al figlio Vittorio Emanuele; dopo che quest’ultimo sposò una borghese i rapporti tra i due si incrinarono. 



Ricominciando a parlare delle  commemorazioni per il sette decenni della Repubblica d’Italia, con le solite parate militari che ci sono ogni 2 giugno, constato che ormai non provo più quell’orgoglio patriottico vedendo i vari reparti militari che sfilano e le istituzioni che assistono. Le forze armate italiane, capeggiate da quei governanti, dovrebbero difendere la patria, i suoi sacri confini, non essere le fautrici di un’infinita invasione che alla lunga distruggerà la nostra civiltà e tutto quello che con sacrificio abbiamo conquistato. Le stragi in mare continuano nonostante l’impegno delle molte marine europee per scongiurarle. Ogni tanto Renzi e Mattarella si fanno i loro giri in Africa: anziché dire che in Europa, in Italia specialmente, c’è crisi, la povertà e la disoccupazione aumentano, invece di spronare gli africani più colti, più benestanti, ad impegnarsi per lo sviluppo del loro continente con l’aiuto europeo ed invitarli a non consegnare i loro risparmi ai criminali che li porteranno alla morte, dicono, che non serve costruire muri, che loro vanno a prendere tutti e i molti media della loro parte danno manforte. Il messaggio che viene recepito è il seguente: è cosa buona e giusta affidarsi ai trafficanti di uomini ed ammucchiarsi al’inverosimile in delle piccole imbarcazioni fatiscenti. All’inizio dicevano che accoglievano solamente chi fuggiva dalle guerre (una piccola percentuale tra coloro che arrivano): a tutti sembra che nessuno viene identificato ed ognuno è libero di scorazzare senza né arte, né parte, per tutta Italia, in tutta Europa, finendo tra le grinfie della delinquenza e del terrorismo islamico. Anche lo status di rifugiato viene concesso con superficialità: alcuni basta che si dichiarano omosessuali (già, perché in molti stati africani l’omosessualità è un reato) ed è fatta. Tutta Europa si sta blindando, solo noi no. Recentemente il Dalai Lama, il capo della religione Buddista (il Buddismo è una religione tanto in voga tra gli intelletti di sinistra), ha dichiarato che l’Europa non può perdere la sua anima, il suo sangue, divenendo araba e musulmana; aggiungendo a quanto detto, che è meglio che gli immigrati si impegnino nei loro paesi. Quel poco di autorità che c’è in Libia si è detto disponibile a tornare agli accordi stipulati con Gheddafi (chissà i libici quanti soldi vorranno però), atti ad impedire le partenze illegali verso la Sicilia e così salvare veramente le vite: perché aspettare ancora e non approfittare di quella proposta? Un governo non di sinistra avrebbe colto al volo l’occasione, per cui dovrà insediarsi il prima possibile: il referendum di ottobre per provare a mandare a casa questo esecutivo è troppo lontano. Si stanno raccogliendo le firme per un altro quesito referendario, il quale tenterà di abrogare alcune norme della legge sulle unioni civili, così almeno, in caso di successo, si salverà la sacralità della famiglia, considerando che quelle patriottiche e religiose sono andate perdute. 


Concludo gioendo alla conclusione (si spera definitiva) della vicenda dei due marò tenuti prigionieri in India per alcuni anni: la loro mancata partecipazione alla parata militare del 2 giugno, anniversario della Repubblica, sono stati degli ennesimi motivi di non piacimento di quella sfilata e della perdita dell’orgoglio dell’appartenenza alla patria italiana.

lunedì 30 maggio 2016

314) LA PRIMA DA VESCOVO A CORI DI FELICE ACCROCCA

GALLERIA FOTOGRAFICA SULLA PRIMA VISITA NELLA NATIA CORI DEL NEOVESCOVO FELICE ACCROCCA, ASSEGNATO ALLA DIOCESI DI BENEVENTO. 

Monsignor Felice Accrocca, da pochi giorni ordinato vescovo a San Marco a Latina, ha visitato per la prima volta il suo paese natale nel suo nuovo ruolo, dove è stato accolto dalle autorità, dai fedeli, dai suoi amici e dai suoi parenti. Ha celebrato la santa messa nella Parrocchia di Santa Maria della Pietà di Cori Valle, che lo vide crescere nelle file dei giovani esploratori (o scout) e dove fu ordinato sacerdote trent'anni fa. Tra poco tempo inizierà la sua nuova missione di vescovo presso l'arcidiocesi di Benevento.

 



lunedì 23 maggio 2016

313) SALVEZZE SUDATE PER IL LATINA CALCIO E PER IL CORI CALCIO

QUANTE FATICHE PER LE SALVEZZE DEL LATINA CALCIO (CAMPIONATO NAZIONALE DI SERIE B) E DEL CORI CALCIO (CAMPIONATO REGIONALE DI PROMOZIONE).

In questa stagione calcistica 2015 – 16 ho seguito con trepidazione le vicende sportive che riguardano le squadre rappresentanti del nostro comune, della nostra provincia e della nostra regione (Cori, Latina, Lazio), ovvero la nostra filiera amministrativa. Ho anche assistito dal vivo a qualche incontro calcistico a Cori, a Latina, a Roma. SSLazio 1900, Latina Calcio e Cori Calcio sono riuscite tutte a mantenere le loro categorie (Serie A, Serie B, Promozione laziale). Un discorso a parte, rispetto al Latina e al Cori, va fatto per la Lazio: infatti le ambizioni della società erano ben altre che il mantenimento della propria categoria ed ha concluso all’8° posto, perdendo cinque posizioni rispetto all’annata precedente. Invece il mantenimento delle loro categorie per Cori e Latina, è stato come vincere i loro campionati, anche perché ad un certo punto delle loro stagioni sembravano essere entrambe spacciate. 



Il Latina Calcio, secondo me, avrebbe potuto salvarsi con più facilità se non avesse effettuato un infinito valzer di allenatori. Iuliano, l’artefice della miracolosa salvezza dello scorso anno, è stato allontanato troppo presto e quando la situazione di classifica non era disperata. La polemiche per lo stadio (hanno bloccato i lavori di ampliamento a causa del piano regolatore che lo destinava ad altri scopi) e per la scelta di Leonardi come direttore sportivo hanno influito negativamente. Ma non si può pretendere tanto dal Latina Calcio: la Serie B è tantissimo, è un bel patrimonio per il decollo della nostra provincia; bastano quei pochi milioni di euro dei diritti televisivi, più qaalche altro che arriva dagli sponsor, per allestire una squadra capace di mantenere la categoria, augurandosi che sia la di sopra delle aspettative e sperare in qualche miracolo. Poi se ci si mettessero pure le istituzioni e la politica per far sì che le infrastrutture e i servizi vengano potenziati tutto filerebbe ancor più liscio.

Il Cori Calcio, nel suo piccolo, sembrava essere ancor più spacciato del Latina Calcio, anche perché era inserito in un girone con molte squadre di Roma città, che tradizionalmente godono di privilegi. Il campionato regionale di Promozione (la Serie B della Regione Lazio) è un ottima vetrina pubblicitaria per il paese di Cori. Attraverso il calcio, i molti appassionati del pallone dilettantistico hanno curiosità di conoscere la storia, le tradizioni, la cultura, i prodotti, dei molti paesi laziali, spesso uscendo da Roma, che credono essere l’unica attrattiva, il centro dell’universo (a tal proposito invito a cliccare sopra il seguente indirizzo: http://www.sportpeople.net/storia-e-calcio-due-mondi-vicini-cori-vjs-velletri-promozione-laziale/). In questa stagione per il Cori c’è stata una sostanziale differenza tra andata e ritorno: un’andata disastrosa e un ritorno favoloso. La svolta l’ha data sicuramente il cambio di allenatore, l’esplosione in attacco di Tornesi, il perfezionamento dell’assetto difensivo con l’arrivo del portiere Tarricone, che ha fatto guadagnare qualche punto in più. Quest’ennesima impresa del Cori è passata tra l’indifferenza del paese e l’abbandono degli ultrà storici: alcune volte i tifosi avversari allo Stadio di Stozza erano più numerosi dei locali. Ragion per cui eventuali imprenditori o società cooperative, che a Cori non mancano, si sentiranno poco motivati ad investire nella locale squadra calcistica se le sue vicende interessano a pochissimi.


Ma bisogna considerare una cosa: sia il Cori Calcio, sia il Latina Calcio non erano mai arrivati così in alto nelle loro rispettive categorie prima dell'avvento delle attuali dirigenze. Lo stesso discorso vale per la SSLazio: i trionfi degli anni d'oro hanno comportato milioni e milioni di debiti che si stanno saldando ancora oggi e nonostante ciò negli ultimi anni qualche stagione ai vertici la squadra l'ha vissuta, vincendo anche qualche Coppa Italia. I tifosi spesso mostrano ingratitudine e memoria corta, poiché vogliono vincere a tutti i costi. La Serie A, anche se investi milioni, non te la faranno vincere mai, perché lo strapotere delle squadre del nord è immenso ed anche la  sudditanza dei vertici del Federcalcio e delle istituzioni nei loro confronti. 

lunedì 9 maggio 2016

312) OTTANT’ANNI FA NASCEVA L’IMPERO


IL 9 MAGGIO 1936 MUSOLINI PROCLAMÒ LA CONQUISTA DELL’ETIOPIA E LA NASCITA DELL’IMPERO ITALIANO.


Il 9 maggio 1936 dopo sette mesi di guerra il Regno d’Italia annesse l’Etiopia, che si unì alle due vecchie colonie italiane della Somalia e dell’Eritrea, formando l’Africa Orientale Italiana, o Impero d’Etiopia. La carica di imperatore fu assunta da Vittorio Emanuele III, già Re d’Italia. La guerra fu provocata dall’Etiopia, la quale attaccò il forte italiano presso Ual – Ual in Eritrea, causando numerose vittime tra italiani ed ascari. Già alla fine dell’800 l’Italia aveva tentato di penetrare in terra etiopica, ma fu sonoramente sconfitta e si accontentò del possesso delle colonie della Somalia e dell’Eritrea. L’Italia nella guerra del 1935 – 36 perse quasi 500.000 militari, tra italiani ed indigeni, mentre l’Etiopia ne perse all’incirca 300.000. La propaganda fascista esaltò la Campagna d’Etiopia: oltre al nuovo impero “proclamato sui colli fatali di Roma”, vi era la civiltà da esportare, la modernizzazione, attraverso le opere pubbliche, e l’eliminazione delle barbarie, come la schiavitù che era ancora ammessa laggiù. Gli abissini erano accusati di combattere con i proiettili dun dun, che esplodevano al momento dell’impatto, mentre gli italiani usarono i gas asfissianti, che molti eserciti impiegarono nella Grande Guerra. I generali italiani che diressero le operazioni militari furono: De Bono prima e Badoglio poi dal fronte eritreo e Graziani dal fronte somalo. 


Possedimenti italiani alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale: Libia, Albania, Isole dell’Egeo ed Africa Orientale Italiana.


Le maggiori potenze del mondo di allora, collocate in Europa, non vedevano di buon occhio l’espansione coloniale italiana, infatti dopo la Prima Guerra Mondiale mancarono le promesse territoriali (e coloniali) fatte all’Italia alla vigilia, come ricompensa per l’intervento: tramite la Società delle Nazioni imposero le sanzioni economiche contro la nostra nazione per la conquista dell'Etiopia. Come risposta il Regime Fascista organizzò la raccolta dei metalli, oro compreso: moltissimi donarono le fedi nuziali e in sostituzione ricevettero quelle d’acciaio. Il Negus (imperatore) Selassié fuggì dalla capitale Abis Abeba e riparò a Londra, mentre nel 1937 si insediò Amedeo Duca d’Aosta come viceré d’Etiopia. Nei cinque anni di occupazione italiana in Abissinia (o Etiopia) vennero realizzate opere pubbliche, venne abolita la schiavitù, alcuni coloni italiani si insediarono, venne tutelato l’ambiente, regolarizzata la caccia con la tutela di alcune specie protette, fu coniata una lira esclusiva etiope e le ribellioni vennero duramente represse. Nel 1941 l’Africa Orientale Italiana fu accerchiata e conquistata dai britannici nel corso della Seconda Guerra Mondiale, i quali restituirono il trono ad Hailé Selassié, ponendo fine al dominio italiano. 

Furono composte moltissime canzoni relative alla Seconda Guerra Italo – Etiope: parlano principalmente della liberazione della schiavitù etiope e della creazione dell’impero. La canzone più famosa di tutte è senz’altro “Faccetta Nera”: fu scritta in romanesco da Renato Micheli e fu musicata da Mario Ruccione nell’aprile 1935, ancor prima dell’inizio della guerra. Parlava dei liberatori italiani che avrebbero liberato gli schiavi, cancellando così l’arretratezza dell’Abissinia. Successivamente il Regime, visto il successo, sfruttò quella canzone, modificando alcune parti in chiave politica ed eliminò il dialetto romano, adottando l’italiano nazionale.  A me piace di più “Le Carovane del Tigrai”, che posto a conclusione di questa pagina di storia, unitamente al discorso di Mussolini del 9 maggio 1936.


Mentre in ciel lassù, nella notte blu/tremano le stelle tutte d’or,/s’ode da lontan, lieve un canto stran,/pieno di nostalgico dolor…/E cantando va, nell’oscurità/chi giammai conobbe libertà!

Vanno.../le carovane del Tigrai,/verso una stella che oramai/brillerà e più splenderà d'amor.

Mentre,/nell'ombra triste della sera,/s'innalza un umile preghiera/che dà un brivido in ogni cuor:
"Signore, Tu,/che vedi tutto di lassù,/fa che doman/finisca questa schiavitù!"

Vanno.../le carovane del Tigrai,/verso una stella che oramai/brillerà e più splenderà d'amor! …

Quando giunse il dì/che lontan s’udì/echeggiare il rombo del cannon,/ogni schiavo allor ascoltò il fragor,/con il cuore pieno di emozion!

Ora incontro va/alla civiltà/che le sue catene spezzerà!/Sotto sole d’or/verso il tricolor,/vanno... le carovane del Tigrai ecc.



Ufficiali! sottufficiali! Gregari di tutte le forze armate dello stato, in Africa e in Italia! Camicie nere della rivoluzione!Italiani e italiane in patria e nel mondo! ascoltate!
Con le decisioni che fra pochi istanti conoscerete e che furono acclamate dal Gran Consiglio del Fascismo, un grande evento si compie: viene suggellato il destino dell’Etiopia, oggi, 9 maggio, XIV anno dell’era fascista.
Tutti i nodi furono tagliati dalla nostra spada lucente e la vittoria africana resta nella storia della patria, integra e pura, come i legionari caduti e superstiti la sognavano e la volevano. L’Italia ha finalmente il suo impero, impero fascista, perché porta i segni indistruttibili della volontà e della potenza del littorio romano, perché questa è la meta verso la quale durante quattordici anni furono sollecitate le energie prorompenti e disciplinate delle giovani, gagliarde generazioni italiane Impero di pace perché l’Italia vuole la pace per sé e per tutti e si decide alla guerra soltanto quando vi è forzata da imperiose, incoercibili necessità di vita. Impero di civiltà e di umanità per tutte le popolazioni dell’Etiopia.
Questo è nella tradizione di Roma, che, dopo aver vinto, associava i popoli al suo destino. Ecco la legge, o italiani, che chiude un periodo della nostra storia e ne apre un altro come un immenso varco aperto su tutte le possibilità del futuro:
1°) i territori e le genti che appartenevano all’impero di Etiopia sono posti sotto la sovranità piena e intera del Regno d’Italia.
2°) il titolo di imperatore d’Etiopia viene assunto per sé e per i suoi successori dal Re d’Italia.
Ufficiali! sottufficiali! gregari di tutte le forze armate dello stato, in Africa e in Italia! Camicie nere! Italiani e italiane!
Il popolo italiano ha creato col suo sangue l’impero. lo feconderà col suo lavoro e lo difenderà contro chiunque con le sue armi.
In questa certezza suprema, levate in alto o legionari, le insegne, il ferro e i cuori a salutare, dopo quindici secoli, la riapparizione dell’impero sui colli fatali di Roma.
Ne sarete voi degni? (la folla prorompe in un formidabile: «sì!»)
Questo grido è come un giuramento sacro, che vi impegna dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini, per la vita e per la morte!
Camicie nere, legionari, saluto al re!

Benito Mussolini 

sabato 30 aprile 2016

311) TRASTEVERE (FILME DEL 1971)


TRASTEVERE È UNA PELLICOLA DEL 1971 DIRETTA DA FAUSTO TOZZI CHE, ATTRAVERSO UNA CAGNETTA SMARRITA, CI PARLA DELLE MILLE SFUMATURE DELL’OMONIMO QUARTIERE ROMANO, DALLE CARATTERISTICHE DI UN PAESE, IN CUI FIGURANO ANCHE LE “MADONNARE”, DEVOTE ALLA MADONNA DEL DIVINO AMORE.



Nel lungometraggio “Trastevere”  del 1971, diretto da Fausto Tozzi, una cagnetta di nome Mao, della razza bulldog francese, appartenente ad un noto baritono del luogo, si smarrisce, finendo in mano ad alcuni personaggi caratteristici trasteverini: inizia il giro in una famiglia di contrabbandieri, passando per un droga party, arriva ad un poliziotto tossicodipendente, poi la trova uno statunitense, che si suicida dal Gianicolo dopo essere caduto nelle grinfie di un conte omosessuale. Successivamente l’animale è accudito da un vedovo di una prostituta, con un figlio adolescente, che aiuta le donne di strada, dopo Mao è travata da un garzone di un macellaio, seduttore della moglie di un professore, il quale, per la delusione d’amore subìta, la porta dalla Sora Regina: strozzina, venditrice di sigarette di contrabbando e “regina” delle Madonnare, devote alla Madonna del Divino Amore (il loro canto è: "viva, viva sempre viva, la Madonna del Divino Amore, fa le grazie a tutte l'ore, noi l'annamo a visitar!"). Regina è la protagonista assoluta della pellicola: molte scene la riguardano ancor prima che le venga portata la cagna. Il giorno del pellegrinaggio al “Divino Amore”, si guasta l’autobus lungo la strada, le Madonnare, sotto pressione di Regina, cercano di completare il percorso a piedi, ma ad un passo dalla meta sono sfinite e preferiscono fermarsi in un’osteria, finendo con l’ubriacarsi, per poi cantare e ballare. Regina si sente male, la riportano a casa e muore. La bara, a causa della grandezza, viene calata con le funi dalla finestra, mentre parte il corteo funebre, tra lo strazio delle conoscenti di Regina, consce che la Trastevere che fu se ne va con la sua “regina”, il proprietario di Mao esulta per aver ritrovato la sua cagna. Il film termina con una veduta di Trastevere, in cui si sentono le chiacchiere cattive, tipiche di un piccolo paese, su Regina e la vita continua. Alcune scene furono a suo tempo censurate, riducendo così la durata dell’opera. Un cittadino di Grosseto provò ad intentare una causa contro il film per vilipendio alla religione: vi è una scena in cui una madonnara, in toni coloriti e volgari, spiega secondo lei il motivo per cui la Madonna non vuole le pellegrine. Il giudice istruttore, tuttavia, decise il non luogo a procedere poiché "la frase stessa non era altro che l'espressione volgare, e certamente irriverente, per dire che la Madonna poteva pur esser risentita, che ben si inquadrava nella volgarità del linguaggio che distinse il film in questione; che pertanto nella frase non v'era né invettiva, né vi erano parole oltraggiose dirette alla Madonna".


mercoledì 20 aprile 2016

310) ANTONIO SOCCI SULLA VISITA DEL PAPA A LESBO


Socci: "Il Papa non parla di quell'eccidio. Perché scorda cinque milioni di morti?"



I migranti morti nel Mediterraneo dal 2000 ad oggi, secondo calcoli approssimativi, sono stati circa 27 mila.
È un’orribile tragedia e va fermata. Ma da qui a definirla - come ha fatto ieri papa Bergoglio a Lesbo - «la catastrofe umanitaria più grande dopo la Seconda guerra mondiale» ce ne corre.
Debole in teologia l’attuale vescovo di Roma appare debolissimo in storia contemporanea. Basta ricordare una tragedia che Bergoglio dovrebbe conoscere bene: la dittatura militare argentina dal 1976 al 1983 ha fatto circa 40 mila vittime.
Parlando di catastrofi umanitarie dal 1945 ad oggi (ma morti ammazzati, mentre così non è per i migranti), va ricordato il genocidio del Sudan dove, nel 1983, fu imposta la sharia anche a cristiani e animisti: alla fine del 2000, su 30 milioni di abitanti, si contavano quasi 2 milioni di vittime, 4,5 milioni di sfollati, 500 mila profughi all’estero e centinaia di donne e bambini ridotti in schiavitù.
C’è poi l’orrendo genocidio del Ruanda che, nel 1994, fece quasi 1 milioni di vittime su circa 5 milioni di abitanti.
Infine c’è il capitolo comunista su cui Bergoglio glissa sempre. A parte l’Urss (che dal 1917 - secondo le stime minimali - fece 20 milioni di vittime) c’è la Corea del Nord (inferno comunista tuttora funzionante): dal 1950 circa 3 milioni di vittime. E la Cambogia: dal 1975 al 1979 i Khmer rossi hanno fatto 2 milioni di vittime su 6 milioni di abitanti.
Accanto ad altri macelli comunisti dal 1945 in avanti (Africa, Vietnam, Afghanistan, Europa dell’est, Cuba), che hanno fatto anch’essi qualche milione di vittime, c’è il caso più tragico: la Cina.
Dal 1949, quando il comunismo di Mao ha preso il potere, ha fatto più di 70 milioni di vittime. A cui vanno aggiunti gli aborti forzati imposti dal 1979 per la legge sul figlio unico: 300 milioni di “nascite in meno” in 21 anni.
A questo regime comunista - tuttora imperante - Bergoglio tre mesi fa ha lanciato un amorevole messaggio (sotto forma di intervista) che - come scrive Sandro Magister - brilla «per il suo totale silenzio sulle questioni religiose e di libertà» e «per le sue parole sfrenatamente assolutrici di passato, presente e futuro della Cina, esortata a farsi “misericordiosa verso se stessa” e ad “accettare il proprio cammino per quel che è stato”, come “acqua che scorre” e tutto purifica, anche quei milioni di vittime che il papa mai nomina, neppure velatamente».
Avendo taciuto così pure sulle migliaia di persone tuttora nei lager (compresi vescovi e sacerdoti) come può oggi Bergoglio fare la morale agli altri sui migranti?
Peraltro - a proposito di aborto - i predecessori di Bergoglio ritenevano una “catastrofe umanitaria” anche l’aborto libero (non forzato come in Cina) introdotto dalle legislazioni dei paesi democratici dagli anni Settanta (sull’esempio dei paesi totalitari).
I dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità dicono infatti che ogni anno, in tutto il pianeta, si fanno circa 50 milioni di aborti (la Seconda guerra mondiale in sei anni fece 50 milioni di vittime).
In 40 anni dunque siamo ben sopra al miliardo di aborti. Ma questa tragedia non è in cima ai pensieri di Bergoglio come l’emigrazione.
Per la quale ama fare esibizioni di bontà “politically correct” (e in favore di telecamera) come quella di Lesbo e (prima) di Lampedusa.
Naturalmente il problema c’è e va risolto. I trattati internazionali stabiliscono che i profughi (che scappano da guerre e persecuzioni) devono essere accolti ed è quello che l’Europa fa.
Ma i profughi sono una minoranza e - come hanno ripetuto molte volte i patriarchi delle chiese martiri orientali - desiderano anzitutto tornare nelle loro case.
Sogno impossibile se non si spazza via totalmente l’Isis. Ma come fare? Bergoglio, che si è sempre rifiutato di chiamare per nome - cioè “Stato islamico” - l’autore di quei crimini, è contro interventi di polizia internazionale. Altre soluzioni?
Il Papa potrebbe chiedere all’Arabia Saudita di farsi carico dei profughi provenienti da Siria e Iraq: è un Paese con tantissimo territorio libero, uno Stato con immense ricchezze derivanti dal petrolio ed è anche il centro propulsore dell’Islam, quindi sarebbe tenuto a soccorrere i musulmani. Oltretutto l’Arabia è vicinissima a quelle aree, quindi i profughi potrebbero trovare asilo lì, evitando migrazioni terribili e pericolose.
Lo stesso discorso si potrebbe fare all’Iran che è l’altro Paese confinante, anch’esso super-islamico (sia pure sciita). Ma sia Arabia Saudita che Iran in quella regione sono tra i fomentatori dei conflitti e non tra gli operatori di pace. Perché il Papa non lancia messaggi morali a quei due regimi?
Ci sono poi - accanto ai profughi - i migranti economici. In questo caso il primo diritto da proclamare - come fecero Giovanni Paolo II e Benedetto XVI - è il “diritto di non emigrare”, cioè di non doversi sradicare.
Pure i vescovi africani, l’anno scorso, hanno lanciato un appello alle giovani generazioni scolarizzate perché restino nei propri Paesi aiutandone lo sviluppo (oggi l’Africa è un continente in crescita che ha prospettive economiche molto buone).
Il fenomeno dell’emigrazione sconvolge sia Paesi di partenza, sia quelli di arrivo che non sono in grado di sopportare una simile invasione.
Oltretutto il traffico di esseri umani è spesso gestito da organizzazioni criminali che si arricchiscono sulla pelle dei migranti e talora portano quei poveretti alla morte.
Perché dunque il Papa non invita anzitutto a scongiurare il fenomeno migratorio invece di pretendere l’abbattimento delle frontiere d’Europa? Non si rischia così di alimentarlo?
Secondo certi osservatori, per esempio, il suo tour buonista a Lampedusa nel 2013 probabilmente contribuì a illudere migliaia di persone inducendoli a intraprendere viaggi terribili e a volte mortali.
Il Papa dimostra altrettanta superficialità riguardo all’impatto sull’Europa della marea migratoria. Sottovaluta l’evidenza storica di una difficilissima integrazione (vedi il caso del Belgio). E non considera che certi Paesi come l’Italia hanno già fatto il massimo. Del resto la nostra opinione pubblica - che avverte la crisi economica (l’Italia ha il record europeo della povertà) - trova sconcertanti certi episodi di cronaca che mostrano un eccesso di pretese da parte dei migranti che ospitiamo.
Il problema è soprattutto l’enormità dell’ “invasione”.
In una recente intervista Bergoglio è arrivato a dire: «Si può parlare oggi di invasione araba» dell’Europa, «è un fatto sociale». Ma - ha minimizzato - «quante invasioni l’Europa ha conosciuto nel corso della sua storia! Ha sempre saputo sorpassarsi, andare avanti per trovarsi poi come ingrandita dallo scambio di culture».
Colpisce la spensierata superficialità di queste parole. Ancora una volta papa Bergoglio mostra di essere a digiuno di storia.
Se parliamo delle invasioni barbariche sono state per l’Europa una vera devastazione: fu spazzato via il millenario Impero romano e il continente sprofondò nel caos, regredendo a uno stato pressoché selvatico.
Ci vollero secoli - e la vigorosa Chiesa dei monaci (non certo quella di Bergoglio) - per risollevarsi e dar forma al luminoso Medioevo.
Se poi parliamo - come Bergoglio - di “invasione araba” va detto che nella storia d’Europa proprio le invasioni musulmane (arabe e turche) sono state il più tragico dei flagelli.
Perché a Oriente hanno spazzato via la grande civiltà bizantina e per tre volte hanno tentato l’occupazione militare dell’Europa (miracolosamente scongiurata anche grazie a veri papi davvero illuminati).
I saraceni hanno poi sottoposto per secoli l’Italia a scorribande sanguinarie. Bergoglio continua a voler ignorare la natura dell’Islam e sottovalutarne il pericolo.
Si dedica con tanta passione ai migranti musulmani, che non ha tempo di ricordarsi dei molti cristiani perseguitati (come Asia Bibi), schiavizzati e uccisi sotto regimi islamici e comunisti.
di Antonio Socci 

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domenica 10 aprile 2016

309) ANALISI SULLE POSIZIONI DEL PAPA



Francesco è cattolico Le sue encicliche no...

Il filosofo Cuniberto analizza le posizioni del Papa: suonano molto più cattocomuniste e ambientaliste che cristiane

Camillo Langone Gio, 07/04/2016 - 06:00
(http://www.ilgiornale.it/autore/camillo-langone.html)

Papa Francesco è cattolico? È una domanda che fra i cattolici, non necessariamente ipertradizionalisti, circola. Quando per mettermi in difficoltà o per ansia sincera la pongono a me, io me la cavo dicendo che Bergoglio lo ha messo lì lo Spirito Santo (se i conclavi venissero davvero decisi dai cardinali la Chiesa si sarebbe estinta da molti secoli) e che da lì deve toglierlo lo Spirito Santo. So che la risposta può suonare fideistica ma da credente nel Vangelo (e quindi in Matteo 16,18: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa») non ho molto altro da dire.

Ciò non mi impedisce di essere intellettualmente interessato alle analisi circa la situazione dell'edificio di Dio. Purché siano appunto analisi e non propaganda. Cerco di leggere il meno possibile i plauditores così come gli apocalittici, perché spero che abbiano tutti torto. È ininfluente che la ragione sia di Alberto Melloni o di Antonio Socci (per dire due campioni dei due schieramenti): in entrambi i casi la Chiesa cattolica come da quasi duemila anni viene intesa starebbe per dissolversi, dunque la fine del mondo sarebbe vicina. Siccome la notte voglio dormire bene, senza incubi, preferisco leggere un esegeta non programmaticamente ansiogeno e non partigiano, capace di esaminare i documenti papali sine ira et studio. Sto parlando di Flavio Cuniberto, filosofo torinese che insegna Estetica all'Università di Perugia e che non si palesa né papista né ateista, né di destra né di sinistra, né progressista né tradizionalista, né ciellino né ex ciellino: che sollievo! Leggendo Madonna Povertà. Papa Francesco e la rifondazione del cristianesimo (Neri Pozza, pagg. 96, euro 12) non si capisce nemmeno se l'autore è cattolico e pure questo contribuisce alla sensazione di obiettività. Trovo inoltre positivo che il suo curriculum sia vastamente filosofico anziché strettamente teologico, e quindi pieno di Platone, Schlegel, Nietzsche e non di quei teologi da seminario dai quali è sortito Vito Mancuso. Con bella prosa più letteraria che universitaria Cuniberto non affronta l'esortazione Amoris laetitia, non ha fatto in tempo, ma la Evangelii gaudium e la successiva enciclica Laudato si', insomma i documenti sulla povertà e sull'ambiente. «Un dittico che trasforma la Chiesa cattolica alle radici», leggo nelle prime righe con qualche preoccupazione. L'analisi si basa essenzialmente sulla logica ed è proprio sulla logica che cadono i due testi. Si prenda la questione della povertà: «È una categoria sociologica o teologico-spirituale? Male da combattere o tesoro da custodire?». Se il pauperismo bergogliano non fosse così aggrovigliato sarebbe accusabile di eterodossia ma poiché le accezioni positive e negative, mistiche ed economiche, nell'esortazione apostolica si mischiano di continuo, Cuniberto può parlare di «drammatica incertezza dottrinale». È un giudizio forte? Io temevo di peggio: meglio il dramma della confusione che la tragedia dell'eresia. L'autore, che Dio ce lo conservi, ricorda ciò che noi cattolici lussuosisti continuiamo sempre più vanamente a ripetere: «Non c'è nei Vangeli nessuna enfasi particolare sulla povertà in quanto condizione materiale. Gesù suscita scandalo perché frequenta pubblicani e peccatori (gente ricca), né sono poveri i suoi amici e discepoli stretti (da Lazzaro a Maria di Magdala a Nicodemo)». E rimarca come la Evangelii gaudium torca il Vangelo e San Paolo per far dire al Vangelo e a San Paolo ciò che si vuole dicano: beati i poveri nel senso sociopolitico del termine, e maledette le disuguaglianze provocate dai ricchi. Una volta tutto questo si sarebbe chiamato cattocomunismo.

Analogamente, il pensiero che innerva la Laudato si' è possibile chiamarlo cattoambientalismo? Secondo Cuniberto, sempre pacato ma pure sempre affilato nel ragionamento, no, il prefisso stavolta è di troppo, il pensiero è ambientalista e basta, l'enciclica si allontana dalla Bibbia ancor più dell'esortazione e «spazza via l'antica dottrina del peccato originale attribuendo alla natura una fisionomia edenica». E io che volevo dormire sonni tranquilli... Stavolta ad aleggiare non è l'ambigua teologia della liberazione ma addirittura Rousseau: «La natura assume tratti spiccatamente romantici: diventa la sfera dell'innocenza originaria, il luogo intrinsecamente buono che l'intervento umano altera e corrompe». Un simile documento è stato scritto in Vaticano o nella sede di Greenpeace? Cuniberto ci sente soprattutto la mano del confratello (gesuita come Bergoglio) Antonio Spadaro, direttore della rivista La civiltà cattolica e avventuroso cyberteologo. Che Papa Francesco abbia firmato la Laudato si' senza nemmeno leggerla? Lui che nelle omelie di Santa Marta tante volte ha parlato del diavolo, davvero condivide la trasformazione del Male da entità metafisica a problema antropologico risolvibile per mezzo di riforme sociali e di una migliore raccolta differenziata? «La riconversione eco-teologica proposta dall'enciclica delinea un cristianesimo senza Croce e senza Incarnazione, dove la figura storica di Gesù non è più fondante. Quel che rimane è una sorta di deismo neo-illuministico». Non mi concedo di aderire appieno al virgolettato di Cuniberto ma, dopo Madonna Povertà, sebbene continui a credere che Papa Francesco sia cattolico non sono più tanto sicuro che lo siano le sue encicliche.