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giovedì 25 luglio 2013

193) IL 25 LUGLIO 1943

Il 25 luglio del 1943

Lo sbarco in Sicilia del 10 luglio esauriva le scarse possibilità che restavano all'Italia di vincere la guerra, anche se in realtà la situazione era per l'Asse già gravemente compromessa da diverso tempo: la sconfitta di El Alamein nel novembre del 1942, contemporanea allo sbarco delle forze americane in Marocco e Algeria, aveva portato alla definitiva sconfitta in Africa, e con la perdita dell'Africa, si apriva la concreta possibilità, per le forze alleate, di aprire un fronte diretto contro l'Italia, l'alleato debole della Germania.
Una situazione militare ormai allo sfascio, unita alle posizioni ormai contrarie al Duce del Fascismo della Casa Savoia, trovò uno sbocco naturale nel Gran consiglio fascista del 24 luglio, in cui - alle 3 del mattino del 25 luglio - venne approvato l'ordine del giorno Grandi (con 19 voti su 28). Il nocciolo della proposta Grandi era la richiesta per "l'immediato ripristino di tutte le funzioni statali" e l'invito al Duce di pregare il re "affinché egli voglia, per l'onore e la salvezza della patria, assumere con l'effettivo comando delle forze armate di terra, di mare e dell'aria, secondo l'articolo 5 dello Statuto del Regno, quelle supreme iniziative di decisione che le nostre istituzioni a lui attribuiscono": al di là del contorto linguaggio politico, appariva evidente che fra le supreme iniziative del re, se c'era stata quella della guerra, poteva esserci anche quella della pace.
Fu proprio il re, che aveva un ventennio prima voluto accettare il Duce come primo ministro, a decidere che era il momento, per salvare la monarchia, di sacrificarlo: dal gennaio 1943 iniziano così le "grandi manovre" del sovrano, di cui fu messa al corrente solo una piccola cerchia di fedelissimi (anzitutto il ministro della Real Casa duca Acquarone, il capo di Stato maggiore generale Ambrosio, e poi il generale Castellano, futuro plenipotenziario italiano nelle trattative con gli alleati), che trovarono in Grandi e in Ciano (il genero del Duce) gli alleati nel Partito di cui avevano bisogno, utilizzandoli per i propri fini e probabilmente senza che questi si accorgessero del vero scopo cui servivano.
La mattina del 25 luglio il Duce accettò di recarsi dal re. Fece il suo ingresso a Villa Savoia alle 17, per il consueto colloquio settimanale; non sapeva che già in quel momento la sua scorta era sotto controllo, e duecento carabinieri circondavano l'edificio, mentre un'ambulanza della Croce Rossa era in attesa di portarlo via prigioniero. Fu il capitano dei carabinieri Giovanni Frignani ad arrestarlo.
Mussolini fu prima relegato a Ponza nella casa già occupata dal prigioniero abissino ras Immiru, e poi all'Isola della Maddalena.
Le notizie dell'arresto di Mussolini e della formazione del Governo Badoglio furono accolte in tutt'Italia con manifestazioni di giubilo; gli antifascisti e molta gente comune scese in piazza e divelse i simboli del vecchio regime, inneggiando alla democrazia e alla pace.



 

Il 25 luglio è vivo e lotta assieme a noi

Da settant'anni è il tormentone della storia d'Italia, il paradigma di tutte le cadute dei capi, di tutti i conflitti tra poteri e di tutti i voltafaccia e i tradimenti

Da settant'anni il 25 luglio è il tormentone della storia d'Italia, il paradigma di tutte le cadute dei capi, di tutti i conflitti tra poteri e di tutti i voltafaccia e i tradimenti.
Ogni leader deposto nella nostra repubblica ha subito la sindrome del 25 luglio: da Craxi a D'Alema, da Berlusconi a Bossi, solo per dire dei più recenti.
Per i missini, la replica del 25 luglio fu la scissione di Democrazia Nazionale dal Msi (poi venne il caso Fini). Almirante ripeteva che fu coniato un verbo in inglese, To Badogliate, per indicare il tradimento col nome del Maresciallo Badoglio.
Il 25 luglio è anche un evento paradossale: un dittatore che va al Gran Consiglio consapevole del destino che lo attende, cade democraticamente, con voto di larga maggioranza e rimette il suo mandato nelle mani del Re e poi si fa arrestare.
Chi lo abbatte sono i suoi quadrumviri della Marcia su Roma (Balbo era morto), le migliori intelligenze del regime, da Grandi a Bottai, personalità di valore come De Stefani, De Marsico, Rossoni, Federzoni; la destra del regime, sotto l'egida del Re. Col Duce al Gran Consiglio restano in pochi e non i migliori. Mussolini è sfiduciato, non ama la prospettiva di andare al rimorchio dei tedeschi, magari voterebbe anche lui per la caduta.
Poi con l'8 settembre verranno le tragedie, da Salò a Verona, gli eccidi rossi, i rastrellamenti tedeschi, la guerra civile. Ma il Paese spaesato e decapitato, con la classe dirigente che si squaglia, comincia là (salvo antichi precedenti). Il 25 luglio non finì più.
LA BADOGLIEIDE

domenica 14 luglio 2013

192) LO SBARCO ANGLOAMERICANO IN SICILIA

70 anni fa lo sbarco degli americani in Sicilia: ma oggi le stragi compiute non sono più tabù



Nel settantesimo anniversario dello sbarco angloamericano in Sicilia (9-10 luglio 1943) si riaprono i dossier sulle stragi compiute dagli americani nei sei giorni di guerra che infiammarono il territorio da Gela a Vittoria e durante i quali i soldati dell’Operazione Husky si macchiarono di crimini di guerra sia contro i civili sia contro
i militari italiani e tedeschi presi prigionieri.


Biscari, Comiso, Vittoria, Passo di Piazza, sono i nomi delle località siciliane dove si sono consumate le stragi ricostruite nei saggi Uccidi gli italiani di Andrea Augello (strage di San Pietro di Caltagirone, località Biscari), Gela 1943 di Fabrizio Carloni (strage dei carabinieri a Passo di Piazza  sulla quale la Procura Militare di Napoli ha aperto un fascicolo ) e nel recente Obiettivo Biscari di Domenico Anfora e Stefano Pepi che documenta, per la prima volta, la strage di Comiso  nella quale vennero fucilati soldati italiani e tedeschi, e ricostruisce l’omicidio di Giuseppe Mangano, podestà di Acate, ucciso nei pressi di Vittoria insieme al figlio Valerio e al fratello Ernesto. Nell’Operazione «Husky», l’assalto alla Fortezza Europa, gli anglo-americani misero in campo 180 mila uomini, 1800 mezzi da sbarco, 600 carri armati, 4 mila aerei. Sulla spiaggia di Gela si trovarono di fronte alla resistenza disperata dei soldati della Livorno, della Goering e di gruppi di civili. La reazione degli americani, caricati dalla parola d’ordine del generale Patton: «Kill, kill and kill some more» fu violenta.

Il senatore del Pdl Andrea Augello, oggi impegnato in un convegno sullo sbarco organizzato dalla Regione Sicilia e dalla Provincia di Catania, ha sottolineato che per la prima volta l’anniversario dello sbarco di Gela viene celebrato dalla stampa nazionale dedicando la dovuta attenzione alle vittime dei crimini di guerra commessi da diverse unità dell’esercito degli Stati uniti in Sicilia. “Mi sembra che lo sforzo di ricerca della verità, al quale ho dato il mio piccolo contributo, abbia aperto una breccia, destinata ad allargarsi per effetto dell’attenzione dei media in questi giorni”.


mercoledì 3 luglio 2013

191) CHE SCANDALI!

SOLIDARIETÀ A BERLUSCONI PER L’ASSALTO GIUDIZIARIO, MA NO ALLA TRASFORMAZIONE DEL “POPOLO DELLA LIBERTÀ” IN “FORZA ITALIA”, SOPRATTUTTO PER RISPETTO PER GLI ORIGINARI DI “ALLEANZA NAZIONALE”. 


La sentenza di Primo Grado del processo Ruby è stata vergognosa: senza prove e con più di trenta testimoni che hanno smontato le accuse rivolte a Silvio Berlusconi, compreso un questore di Polizia, l’imputato ha avuto una condanna a 7 anni di reclusione, oltre ovviamente all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. È stata una vera stangata che neanche gli assassini più incalliti ricevono! Ma in che razza di paese viviamo??? La giustizia italiana (una parte, non tutta) anziché occuparsi dei crimini veri, delle cose serie, perde tempo con queste cretinate: soltanto se riguardano alcuni però. Quando ci sarà per il caso Monte dei Paschi di Siena un simile assalto mediatico – giudiziario???

Una parte politica non riesce a piegare il suo solito avversario con le elezioni, non lo abbatte mai, neanche quando sembra destinato al tramonto, e tenta di farlo in altre maniere: sono dei metodi leninisti – stalinisti e quando si raggiunge lo scopo di intona “Bella Ciao”. Ora coloro che si erigono a puritani, a palatini della moralità, dimenticano quando prendevano in giro il Papa e la Chiesa che parlavano di ferree regole per la sessualità? Tutto sommato il proprio tempo l’ha fatto Berlusconi: ha quasi 77 anni, ha vinto per 3 volte le elezioni, ha governato, sommando i vari periodi, 9 anni e 2 mesi; nessuno nella storia della repubblica ha fatto meglio di lui. Per cui se dovesse essere costretto con forza a lasciare la politica non avrà nulla da recriminare dal punto di vista della carriera, considerando anche l’età avanzata, sarà il metodo vergognoso che non andrà. Gli converrà governare ancora con chi lo sta “uccidendo”? Staccherà la spina all’esecutivo prima che arrivi una condanna definitiva? Penso che non lo farà nell’immediato, soprattutto per timore che si formino altre maggioranze di governo per evitare il voto anticipato. Le nuove elezioni politiche generali non sembrano un miraggio, il clima da campagna elettorale non si è mai arrestato dallo scorso febbraio.




In questo contesto corrono delle voci, sempre più insistenti, della risurrezione di “Forza Italia” e dell’accantonamento del “Popolo della Libertà”. Gli ex forzisti sono entusiasti di quest’idea, gli ex An non lo sono affatto. Non mi sembra una buona iniziativa: significherebbe ammettere un fallimento. Non si può stare a fondare o a resuscitare partiti ogni 3 – 4 anni. Servono idee, proposte, non nomi. Siamo giunti a questo grande partito Pdl, il frutto delle molte anime del centrodestra italiano, ora torniamo indietro e buttiamo tutto all’aria? Dai, non siamo ridicoli. Negli Stati Uniti sono secoli che ci sono gli stessi grandi partiti, in Italia se ne fondano o si rifondano ogni anno. Se il partito si chiamerà Pdl o FI i potenziali elettori saranno sempre gli stessi, non cambierà nulla; i fautori di questo progetto dicono che così facendo si tornerà allo spirito del 1994, magari lanciando in campo la figlia del grande capo e riproponendo il celebre inno, ma visto che i tempi sono cambiati e le esperienze di governo non sono mancate, tutto potrebbe ritorcersi contro, così da puzzare di stantio.

Per questo sarà meglio proseguire con il Popolo della Libertà, non ammettendo recriminazioni per questa fusione, guardando avanti senza più voltarsi, in questo modo si rispetterà l’ex partito Alleanza Nazionale, diverso da Forza Italia, che vi ha aderito. Io, come molti altri, da sempre ci siamo impegnati per portare dentro il Pdl i valori ed i principi di quella che era An, in modo da non far sembrare il partito troppo forzista, troppo di centro. Il mio blog è nato nel 2009, lo stesso anno del Pdl: è una bella coincidenza. Se rifonderanno Forza Italia sarà una grande delusione per me: la fine del sogno di questo grande partito. Il mio entusiasmante impegno di 4 anni e ½ non sarà servito a nulla!

martedì 25 giugno 2013

190) DUE PESI, DUE MISURE

SE UN’ANZIANA VIENE SEQUESTRATA, MALMENATA E DERUBATA IN CASA PROPRIA “CHI SE NE FREGA”; SE APPAIONO DELLE SCRITTE SUI MURI TUTTI A CORRERE, SOLLEVANDOSI E INDIGNANDOSI.



Il grave fatto di cronaca accaduto in località Colle Tenne ha lasciato tutti senza parole: un’anziana donna è stata sequestrata, malmenata e legata nel proprio letto della sua casa, da due persone con accento straniero, per poterla derubare. È stato un episodio gravissimo che è passato nell’indifferenza generale da parte di coloro che detengono le redini di Cori. Ho atteso qualche giorno, prima di formulare conclusioni affrettate mi sono detto: “dai, forse ti sarai sbagliato, vedrai che adesso invieranno ai quotidiani provinciali un comunicato di condanna e di solidarietà all’anziana signora!” Contrariamente alle mie speranze non c’è stato nulla di tutto questo. Forse gli amministratori coresi temevano che non avrebbero apprezzato il loro gesto solidale e sarebbero stati accusati di sfruttare la vicenda per farsi belli, per farsi pubblicità e rimproverati per non aver fatto nulla per garantire l’incolumità dei cittadini, visto che ormai sono anni che durano questi loschi fatti.

Le stesse autorità comunali di Cori non fecero altrettanto lo scorso anno in occasione dell’apparizione di alcune scritte oltraggiose nei confronti dei residenti originari dell’Est Europa: allora c’erano le elezioni comunali ed avevano bisogno della massima notorietà. Tra i due episodi descritti non è stato più grave il primo? Il domicilio di una persona è stato violato con violenza con una vittima che è stata derubata, sequestrata e malmenata, contro delle semplici scritte offensive che non hanno arrecato danni fisici e materiali a nessuno. Da sempre le grandi città sono piene di scritte di tutti i tipi: politiche, sportive, volgari, minacciose, offensive; ora su internet è la stessa cosa. Come giustamente gli amministratori comunali fecero bene a sdegnarsi per dei muri imbrattati, avrebbero dovuto indignarsi ancor di più per un avvenimento molto più grave. Per essi lo straniero è intoccabile: mai guardarlo storto o avere da ridirgli cordialmente qualcosa, perfino se delinque ed uccide. Sono le logiche conseguenze dell’immigrazione selvaggia, incontrollata e priva di filtraggi: molti con la pedina penale sporca vengono in Italia, consapevoli del facile aggiramento delle leggi, delle pene leggere e, non avendo nulla da perdere, se finiranno in carcere andrà bene per loro, così saranno mantenuti dallo stato italiano tramite i contribuenti, mentre nei loro paesi le prigioni sono prigioni vere, dure, nel vero senso della parola.

La giustizia italiana perseguita solamente un uomo per toglierlo di mezzo dalla scena politica, al contrario è molto clemente con i delinquenti veri: con gli italiani e con gli stranieri. I buonisti ed i benpensanti si scandalizzano nel sentire parlare di ronde notturne col compito di segnalare alle forze dell’ordine delle persone sospette che si aggirano nelle strade: non comprendono l’esasperazione e la disperazione di chi subisce continuamente delle irruzioni notturne nelle proprie dimore; poi magari una notte si ritroveranno una pistola puntata, si vedranno portare via tutto e allora sì che capiranno. Inizieranno ad inveire ed a insultare con toni razzisti, o a voce o telematicamente, come ad esempio ha fatto una esponente del Partito Democratico a Prato e senza che “Repubblica” o La Stampa mettessero dei titoloni in prima pagina, come di solito fanno per i militanti della Lega Nord. Quello di sinistra è un sistema che tiene sotto controllo tutto, influenzando e distorcendo il pensare comune delle persone e chi ci rimette è la povera gente. Iniziamo a dire basta, cominciando dal nostro comune che da tempo non fa nulla per tutelare l’incolumità dei cittadini, specialmente delle fasce più deboli esasperate.

giovedì 20 giugno 2013

189) IL CALCIO DEI MIEI CAPOLUOGHI È VINCENTE

QUEST’ANNO IL CALCIO DEI MIEI CAPOLUOGHI È STATO VINCENTE.


Il Cori Calcio, che ha sede nel mio comune, è arrivato terzo nel campionato laziale di Seconda Categoria ed in virtù di essere giunto nella finale di Coppa Lazio sarà ripescato nel prossimo campionato regionale di Prima Categoria.



Il Latina Calcio, in rappresentanza dell’omonima città mio capoluogo di provincia, ha ottenuto per la prima volta nella sua storia la promozione in Serie B e si è aggiudicata la Coppa Italia di Serie C.



Infine la SSLazio 1900, una delle squadre calcistiche rappresentanti di Roma, mio capoluogo di regione, nonché capitale dell’intera mia nazione, ha vinto la sua sesta Coppa Italia, nella storica finale contro la Roma, e sarà ammessa nelle competizioni calcistiche europee della prossima stagione.





Peccato solo che il Cori non ce l’abbia fatta ad aggiudicarsi la Coppa Lazio: se ciò fosse avvenuto tutto sarebbe stato perfetto, anche questo scritto. Il Cori da un paio d’anni si è rinnovato nei vertici: la nuova dirigenza ha progetti ambiziosi, i quali iniziano a dare i primi frutti.

Il Latina sette anni fa retrocesse dalla serie C2, fallì e sparì dalla scena calcistica. Ripartirono due squadre dalla Promozione e dall’Eccellenza, un paio d’anni dopo si fusero, continuarono a risalire la china tra successi sul campo e ripescaggi, sino al raggiungimento del suo massimo storico traguardo: la Serie B e la conquista della Coppa Italia C.

La Lazio ha salvato la sua stagione vincendo contro la Roma la Coppa Italia. Quel trofeo conta ben poco, il suo valore lo ha accresciuto, sia la vittoria contro gli storici rivali e sia la qualificazione nella prossima Europa League, poiché in campionato la compagine laziale non era riuscita a qualificarsi per nessuna coppa europea. La squadra ha fatto un girone d’andata strepitoso, arrivando a pochi punti dalla prima, ma nel ritorno è crollata proprio per colpa dell’avanzamento in Europa League: la rosa dei giocatori era assai ristretta e, tra stanchezza ed infortuni, è arrivata la capitolazione. Lo sconosciuto allenatore laziale Pektovic è stata la maggiore sorpresa positiva tra i tecnici in Serie A.

Una bella scaletta che parte quasi dai bassifondi del pallone dilettantistico per arrivare ai vertici del calcio nazionale italiano professionistico, per tre squadre che mi stanno a cuore e che seguo nei limiti del possibile. Un neo è che spesso chi vive nelle grandi città si sente superiore rispetto ai residenti dei piccoli paesi: si può notare negli sfottò tra le varie tifoserie. Già ne parlai tempo fa, i termini maggiormente usati per sbeffeggiare gli avversari sono: contadini, pecorari, zappaterra. Nel caso di una disputa tra Cori e Giulianello, saranno i coresi a sentirsi superiori; da Latina guardano con atteggiamento di superiorità tutti i “montanari”  dei Lepini; per i romani sono tutti burini, perfino gli abitanti di Latina, la quale non è piccola, ma in confronto a Roma è un villaggio. Se indaghi sul romano che sfotte, "derby burino Lazio – Latina”, scoprirai che egli ha qualche genitore o nonno calabrese, pugliese, siciliano, abruzzese, marchigiano. Quelli del nord si sentono superiori a tutti, napoletani e romani sono loro particolarmente antipatici, per essi sono tutti terroni, è tutta Africa. “Polentoni” si può rispondere loro. Le rivalità ed i sensi di prevalenza non sono mai mancati, per cui uno sarebbe tentato di non tenere per nessuna squadra di pallone, ad eccezione naturalmente per quella molto modesta del proprio paese d’origine; ma no, neanche per quella. Basterà continuare ad  essere tifosi senza farsi coinvolgere troppo.

martedì 11 giugno 2013

188) LE ELEZIONI AMMINISTRATIVE 2013

LE URNE DESERTE HANNO FAVORITO LA SINISTRA ED HANNO FORTEMENTE PENALIZZATO IL POPOLO DELLA LIBERTÀ.




In questa tornata 2013 delle elezioni amministrative ha votato all’incirca la metà degli elettori aventi diritto e nei ballottaggi ancor meno persone si sono recate nei seggi elettorali. La tendenza non nuova è che la gente stremata è stanca, nauseata, ha sfiducia nella politica e nella retorica dei politici; inoltre quest’anno ha pesato fortemente lo scaglionamento tra elezioni politiche ed amministrative. Quando sono in ballo le sorti della propria nazione l’elettore ha qualche ragione in più ed è più motivato per votare. E per di più le elezioni politiche, per molti mesi, quasi monopolizzano le notizie dei media, facendosi più pubblicità rispetto a quelle locali.

Il forte ridimensionamento del Movimento 5 Stelle è stato uno degli aspetti delle ultime votazioni: dopo il grande successo del febbraio scorso gli elettori sono rinvenuti con soli tre mesi di distanza, rendendosi conto della grande buffonata di un movimento atipico che è interessato solo a tenere bloccato tutto.  Penso che essi già lo sapessero: tutti quei voti sono stati solo una protesta contro la politica in generale; piuttosto che votare dei politici che fanno i buffoni, nelle scorse politiche moltissimi hanno preferito votare direttamente un buffone di professione. Se insieme alle politiche si fosse votato pure per il sindaco di Roma, il Movimento 5 Stelle avrebbe rischiato di vincere: infatti nella capitale arrivò secondo e al ballottaggio avrebbe attirato le preferenze di una grande compagine esclusa.

La mancata partecipazione dell’elettorato di destra in queste votazioni è da attribuire alla delusione suscitata dai vari amministratori locali che quando sono al potere non parlano più da esponenti di destra, ma sotto, sotto, per paura di essere linciati da un sistema radicalizzato dappertutto, si adattano alle mentalità della sinistra: è il caso di Gianni Alemanno. In questi cinque anni a Roma la criminalità è fortemente scesa a ma non è del tutto scomparsa e a parte i mirati e delimitati episodi di criminlità organizzata, è stato fatto molto per garantire l'incolumità di tutti. Il guaio è che nessun governo nazionale di destra ha mai avuto coraggio di sospendere il Trattato di Schengen, che permette la libera circolazione dei cittadini dell’Unione Europea: se un esecutivo avesse ripristinato i controlli alle frontiere, consentendo l’ingresso nel suolo italiano solo a chi ha mezzi certi di sostentamento, la criminalità dilagante sarebbe fortemente calata, rimanendo circoscritta solo a quella locale. Se tutto quello fosse stato fatto, ribellandosi a quei burocrati che ci distruggono in tutti i sensi, il centrodestra vincerebbe tutte le elezioni con ampio margine, vale pure per la Lega Nord in caduta libera che fa tante parole e pochi fatti per la sicurezza.



Cittadino romano che non hai votato, ora ti ritrovi Ignazio Marino. Ti ritrovi Ignazio Marino! Te ne accorgerai e presto rimpiangerai il caro e vecchio Alemanno. La città tradizionalmente tende più a sinistra che a destra: la maggioranza dei suoi cittadini non sente per niente l’orgoglio di città imperiale, preferendo la sinistra con la sua visione da “signorine”.

Si pensava che la finale di Coppa Italia Roma – Lazio avesse distratto gli elettori nel primo turno e si prevedeva un recupero al secondo turno, che è stato pure peggiore per affluenza. Se avessi potuto scegliere tra la vittoria della Lazio e quella di Alemanno avrei optato per il sindaco uscente; magari per una competizione calcistica più importante come Serie A e coppe europee avrei scelto la Lazio di corsa.

A sinistra dal punto di vista delle opinioni sono divisi in due: c’è chi esulta fortemente e chi rimane con i piedi per terra perché si rende conto della bassissima partecipazione popolare.

In fondo chi se ne frega, l’importante è aver impedito, lo scorso febbraio, a Bersani e a Vendola di rovinare l’Italia (e Grillo ha dato una mano): nelle previsioni avrebbero dovuto fare capotto come oggi. Nonostante questa batosta il Pdl ed alleati rimangono in testa in quasi tutti i sondaggi; occorre però riservare attenzione anche alle amministrazioni locai, cercando in futuro di individuare degli uomini giusti radicalizzati nel territorio.

domenica 2 giugno 2013

187) DUE INNI

LA MARCIA DELLE LEGIONI” E “L’INNO DEL POPOLO DELLA LIBERTA’” PER ESSERE PIU’ FORTI NEL CARATTERE (RICORDANDO I FASTI DI UN TEMPO) E PER SUPERARE LE INVIDIE ED I RANCORI.

LA MARCIA DELLE LEGIONI



Roma rivendica l'impero/l'ora dell'aquile sonò./Squilli di tromba salutano il vol/dal Campidoglio al Quirinal!

Terra ti vogliamo dominar./Mare ti vogliamo navigar./Il Littorio ritorna segnal/di forza, di civiltà!

Sette colli nel ciel,/sette glorie nel sol!/Dei Cesari il genio e il fato/rivivono nel Duce/liberator!

Sotto fasci d'allor,/nella luce del dì,/con mille bandiere passa/il popolo d'Italia/trionfator!

Di Roma, o sol,/mai possa tu/rimirar/più fulgida città.

O sol, o sol,/possa tu sempre baciar/sulla fronte invitta/i figli dell'Urbe immortal!
 




Oggi 2 giugno c’è stata la parata delle forze armate lungo Via dei Fori Imperiali a Roma. Proprio tra i resti di quella che fu la grande Roma, sfilano le legioni di oggi: orgoglio e vanto della nostra piccola patria di oggi, ricostituita grazie al genio ed alle imprese dei vari Cavour, Garibaldi, Mazzini e Vittorio Emanuele II. Le imprese romane ormai sono lontane nei millenni, quando le guerre erano la prassi: il popolo più forte sottometteva quelli più deboli e fu così che anche per Roma arrivò l’epilogo; ma se si pensa alla grandezza e alla potenza dell’Impero Romano si prova un pizzico di orgoglio e tutti ci sentiamo più forti per vincere le debolezze dei caratteri. Oggi siamo pacifisti, non siamo più guerrafondai (almeno nella stragrande maggioranza dei casi): il servizio militare che la maggior parte di noi ha svolto, sia obbligatorio e sia volontario, è servito solo per scopi difensivi. I militi italiani che operano nelle varie missioni per il mondo, a costo della loro vita, agiscono per garantire la sicurezza per l’Italia. Ad esempio in Afghanistan se non ci fossero stati i soldati della Nato (italiani compresi) i talebani avrebbero mantenuto il potere, proteggendo Al Qaeda ed aumentando i rischi di azioni terroristiche in occidente. I due marò italiani trattenuti in India proteggevano delle navi da incursioni piratesche: così c’è stato quell’incidente in cui due pescatori sono stati scambiati per pirati ed uccisi per errore. L’episodio è accaduto in acque internazionali, la giurisdizione non era indiana, perciò i due marò dovrebbero essere giudicati da una corte internazionale. Quasi tutti hanno espresso solidarietà ai due militari italiani; qualcuno non lo ha fatto. Questi pochi appartengono ad una cultura politica antipatriottica, che non riconoscono la sacralità di coloro che lavorano per la sicurezza e l’incolumità di tutti noi, le cui radici affondano nella gloria delle legioni romane e negli eserciti che combatterono per un’Italia unita ed indipendente, redimendola dalle grinfie degli stranieri e dai privilegi dei pochi privilegiati compiacenti.

 


gente che ama la gente, che non prova invidia, che odiare non sa…..”




Sono le parole dell’Inno del "Popolo della Libertà": non mi stancherò mai di ascoltare questo brano e di pubblicarlo qui sopra. Con quelle parole arriva una sensazione di serenità e si tenta di vincere tutte le invidie ed i rancori. Personalmente avrò molti difetti, ma l’invidia non fa parte di me (o almeno lo spero). In passato ho sofferto nel notare più di qualcuno che godeva se le tue cose andavano male e si preoccupava se veniva a sapere che erano giunte delle occasioni o delle opportunità per te. Cercavo sempre di rimanere calmo e di non farmi condizionare, reagendo in alti modi: non soffrendo per il bene degli altri e ideando delle soluzioni per un riscatto personale. Mi venne così l’idea di realizzare una pubblicazione, o cartacea o in rete, dei miei versi personali (vedere qui). Era l’inizio del 2010: pensavo che anche quell’anno sarebbe trascorso senza novità per me, però delle lievi speranze ancora le mantenevo. Oggi non sento più necessità ed urgenza di creare una raccolta di poesie, poiché mi sono preso delle rivincite e mi sono sentito realizzato (e soddisfatto) in altri modi; e poi diciamolo francamente: a cosa serve scrivere poesie? A niente: è soltanto uno sfizio ed uno svago. Se mi giunge notizia che qualcuno ha realizzato un libro poetico non sono assolutamente invidioso. Qualche mese fa ho letto che i giovani gestori del periodico corese “L’Acropoli”  hanno presentato una raccolta di poesie. Probabilmente essi saranno lontani da me politicamente, ma nonostante ciò faccio loro i complimenti più sinceri.

domenica 19 maggio 2013

186) LA MANCATA GRANDE COALIZIONE A CORI

IN CAMPO NAZIONALE SI E’ CONCRETIZZATO L’ASSURDO: IL GOVERNISSIMO PD – PDL. A CORI NEL 2006 CIO’ SEMBRAVA UNA GRANDE BESTEMMIA.



Nelle ultime settimane con la nascita del governo Letta abbiamo assistito all’incredibile: per non tornare immediatamente alle urne il Partito Democratico, su ordine del Presidente Napolitano, è stato costretto a venire a patti con l’odiato nemico.

A Cori nell’autunno 2006 si andò vicino ad una giunta istituzionale destra – sinistra, successivamente l’idea naufragò per la rinuncia della sinistra ad accettare un evento tanto anomalo ed ai limiti dell’assurdo. Il sindaco Tommaso Bianchi del centrodestra venne riconfermato a furor di popolo, ma quasi tutti i tredici consiglieri della sua maggioranza volevano a tutti i costi degli incarichi retribuiti e si creò instabilità. Ogni due o tre mesi egli era costretto a rimescolare le carte in giunta municipale per non scontentare nessuno e gli esclusi di volta in volta davano vita ad una dura opposizione al primo cittadino stesso: un opposizione a volte più incisiva di quella legittima di sinistra. Dopo più di due anni le combinazioni per formare il governo del paese tra gli uomini di maggioranza erano esaurite, principalmente per un motivo: il partito Udc era divenuto maggioranza nella maggioranza, aveva attratto come una calamita dei consiglieri eletti in altri partiti ed a tutti loro era stato conferito un incarico. Ben presto emersero i contrasti tra il sindaco Bianchi e il partito Udc: si fronteggiarono in un interminabile braccio di ferro. Il sindaco di allora si rese conto che non avrebbe fatto molta strada e probabilmente lo avrebbero mandato a casa una volta superata la metà di quella consiliatura, così nelle nuove elezioni non sarebbe stato più ricandidabile.



Gli venne l’idea di scaricare l’Udc e proporre alle forze di opposizione di centrosinistra di formare una giunta istituzionale dalla durata di un anno e mezzo per affrontare i problemi più gravi del paese. Quella proposta suscito molto scalpore, destando quasi scandalo: “cos’è questa grande sciocchezza di forze politiche inconciliabili, diverse come il giorno e la notte, che si mettono insieme?”  I partiti Ds e Dl, genitori dell’odierno Partito Democratico, non rifiutarono immediatamente, prima, sedendosi in un tavolo, sentirono le proposte illustrate e valutarono. I consiglieri di opposizione del centrosinistra discussero tra loro e decisero di declinare l’invito: principalmente perché temevano di perdere considerazione e fiducia tra i loro elettori, i quali difficilmente avrebbero compreso quello strano inciucio e già cominciavano ad esternare i loro malumori e dissensi.

Tommaso Bianchi, una volta caduto, si consolava col fatto che avrebbe potuto candidarsi nuovamente e non erano riusciti a liberarsi di lui, mentre la sinistra si preparava a riprendersi la sua roccaforte che era stata espugnata e, memore delle cocenti delusioni ed illusioni delle volte precedenti, attese sino allo spoglio dell’ultima scheda prima di esultare. Magari oggi coloro che erano contrari al governissimo corese accettano, seppur malvolentieri, il governo Letta e qualcuno che allora era favorevole all’inciucio oggi è contrario. La nazione Italia non può permettersi delle nuove elezioni imminenti, mentre un consiglio comunale di un piccolo comune sciolto in anticipo non è nulla di grave. E nulla di grave sarebbe stata una giunta municipale corese dalla larghe intese, visto che questo “grande scandalo”  è riuscito in ambito nazionale italiano.

venerdì 10 maggio 2013

185) GIULIO ANDREOTTI

Da costituente a senatore a vita

Ha attraversato tutta la storia della nostra repubblica 

Giulio Andreotti, politico, scrittore e giornalista. Nato a Roma da genitori originari di Segni, è stato uno dei principali esponenti della Democrazia Cristiana, protagonista della vita politica italiana per tutta la seconda metà del XX secolo. Ha ricoperto più volte numerosi incarichi di governo: sette volte Presidente del Consiglio (tra cui il governo di «solidarietà nazionale» durante il rapimento di Aldo Moro (1978-1979), con l'astensione del Partito Comunista Italiano, e il governo della «non-sfiducia» (1976-1977), con la prima donna-ministro, Tina Anselmi, al dicastero del Lavoro); otto volte ministro della Difesa; cinque volte ministro degli Esteri; tre volte ministro delle Partecipazioni Statali; due volte ministro delle Finanze, ministro del Bilancio e ministro dell'Industria; una volta ministro del Tesoro, ministro dell'Interno (il più giovane della storia repubblicana, a soli trentaquattro anni), ministro dei beni culturali (ad interim) e ministro delle Politiche Comunitarie. È sempre stato presente dal 1945 in avanti nelle assemblee legislative italiane: dalla Consulta Nazionale all'Assemblea costituente, e poi nel Parlamento italiano dal 1948, come deputato fino al 1991 e successivamente come senatore a vita. È stato Presidente della Casa di Dante in Roma. Il 2 maggio 2003 è stato giudicato dalla Corte d'Appello di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Assolto in primo grado, il 23 ottobre 1999, fu condannato con sentenza d'Appello. Nell'ultimo grado di giudizio, la II sezione penale della Corte di Cassazione ha citato il concetto di «concreta collaborazione» con esponenti di spicco di Cosa Nostra fino alla primavera del 1980, presente nel Dispositivo di Appello. Il reato commesso è stato considerato estinto per sopravvenuta prescrizione e quindi si è dichiarato il «non doversi procedere» nei confronti di Andreotti.

Il Tempo Redazione online



SCALFARI VS ANDREOTTI 




Giulio Andreotti era uno dei nomi politici più noti e ricorrenti, assieme a Spadolini e Craxi, sentiti al telegiornale negli anni della mia infanzia ed adolescenza: il Ministro degli Esteri Andreotti (del Governo Craxi), il Presidente del Consiglio Andreotti (1989 – 1992). Fu allievo di De Gasperi, il quale lo volle sottosegretario sin da giovanissimo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, fu uno stratega di politica internazionale, troppo filoarabo, nella Democrazia Cristiana era a capo di una nota corrente di cui gli esponenti maggiori erano: Evangelisti, Cirino Pomicino, Ciarrapico, Sbardella, il Cardinal Fiorenzo Angelini, Lima. Figura controversa: era la causa di tutti i problemi in Italia, come oggi lo è Berlusconi. “Guerre puniche a parte, mi hanno accusato di tutti i guai e problemi di questo paese!”  Per Montanelli o era il più grande scaltro criminale o era il più grande perseguitato della storia. Belzebù, il Gobbo e il Divo Giulio erano i suoi soprannomi più frequenti, il vignettista Forattini lo massacrava, ma egli non sporse mai querela perché possedeva il senso dell’umorismo; quando doveva far tacere qualcuno tirava fuori dal suo immenso archivio personale del materiale e chi di dovere come per incanto taceva. Durante la visita di leva un ufficiale medico lo riformò, diagnosticandogli sei mesi di vita: anni dopo Andreotti divenne Ministro della Difesa, andò a cercare quel medico per farglielo sapere ma era morto lui. Tanti aforismi come questo di Andreotti si possono sentire nel film di Paolo Sorrentino il Divo: Andreotti all’inizio criticò quel film, definendolo una mascalzonata, perché, a suo parere, lo avevano descritto eccessivamente cinico, successivamente fece i complimenti a Sorrentino. Le scene degli incontri con i mafiosi e il famoso bacio a Totò Riina rientrano nell’immaginario dei testimoni mafiosi pentiti, non sono convinzioni del regista; anzi in un'altra scena c’è Andreotti che confessandosi dichiara al sacerdote di non avere nulla a che fare con la mafia. Salvo Lima, espressione della corrente andreottiana della Dc in Sicilia, fu ucciso perché il Governo Andreotti non mosse un dito per ammorbidire le condanne in Cassazione degli esponenti di Cosa Nostra.  Le parole di Aldo Moro, con il suo fantasma, scritte ad Andreotti Presidente del Consiglio durante la prigionia, rimbombano sempre nel film, pesando come un macigno durante gli anni della sua persecuzione giudiziaria, provando rimorso per non aver fatto nulla per salvarlo e per aver rifiutato, da Presidente del Consiglio, qualsiasi trattativa con le BR.


La scena madre è quella dell’autoconfessione in cui Giulio Andreotti ammette quanto sia sporca la politica e le malefatte che il politico deve compiere per il raggiungimento del bene comune ed è tutto giustificato dalla sua grande fede in Dio.




Le opere di beneficenza verso i bisognosi hanno caratterizzato la sua vita. Anche per Roccamassima, posta vicina al suo paese d’origine, Segni, fece tanto. Dalla vita e dalla politica ebbe tutto: successo, età; gli mancò solo la Presidenza della Repubblica, quel vuoto fu compensato dalla nomina a senatore a vita che gli consentì di continuare a fare politica da pensionato. Secondo me certamente non sarà stato un santo, un po’ come tutti i politici, ma non era neanche quel criminale del secolo, come intendevano ritrarlo alcuni. È stato il maggiore protagonista della storia repubblicana italiana, contribuendo a trasformare il paese da agricolo e distrutto dalla guerra, a uno delle maggiori potenze economiche del globo: così almeno ci fecero credere in quegli anni della grande abbondanza oltre i nostri limiti; oggi tutti i nodi vengono al pettine e ne paghiamo le conseguenze.

domenica 28 aprile 2013

184) FINALMENTE CI SIAMO

A PIU’ DI DUE MESI DALLE ELEZIONI FINALMENTE SI E’ INSEDIATO IL NUOVO GOVERNO PRESIEDUTO DAL DEMOCRATICO ENRICO LETTA. E’ UN GOVERNISIMO FORMATO DA PD, PDL, SC (UNA SORTA DI GRANDISSIMA DC), IL QUALE SI OCCUPERA’ DEI PROVVEDIMENTI PIU’ URGENTI PER L’ITALIA E POI SI TORNERA’ AL VOTO.
 

In questo anno dagli eventi anomali e insoliti (il nuovo Papa col vecchio in vita, la rielezione del Presidente della Repubblica) è giunta l’ora anche per il governissimo Pd – Pdl che è stato da poco varato: la rielezione di Napolitano ha contribuito enormemente a questa circostanza curiosa. Il “grande vecchio” ha bacchettato tutti affermando: “mi avete rivoluto? Bene, ma ora vi adatterete alle mie condizioni!” Tutto sommato era l’unica soluzione possibile; Bersani per qualche settimana aveva provato ad inseguire Beppe Grillo e rifiutava a priori l’alleanza col Pdl. Grillo non voleva Bersani: l’unica soluzione rimasta era il ritorno al voto entro 50 giorni. Ciò sarebbe stato incredibilmente ridicolo. Tutti ancora non si riprendono dalla combattutissima contesa elettorale del febbraio scorso e non hanno più energie, quindi hanno sotterrato le asce di guerra, preferendo unirsi per affrontare i provvedimenti più urgenti per la nostra nazione: crescita economica, occupazione, riduzione delle misure di austerità e delle tasse per i cittadini, ridimensionamento dei costi della politica e dei parlamentari, nuova legge elettorale. Il nuovo governo guidato dal democratico Enrico Letta farà tesoro dell’esperienza fallimentare del governo dei tecnici, troppo germanocentrico, incentrato sulle misure austere che bloccano la crescita, e cambierà direzione. È stato un bene per l’Italia che Monti avesse deciso di schierarsi e scendere in campagna elettorale, così, dopo la bocciatura elettorale, tutti si sono resi conto dei suoi fallimenti, il Capo dello Stato compreso, che era stato il suo principale sponsor e protettore. Se il Capo del Governo uscente avesse deciso di rimanere fuori dalla contesa elettorale, probabilmente ce lo saremmo ritrovato ancora tra i piedi.



Quello di Enrico Letta è un nome azzeccato: vuoi perché è uno dei meno estremisti del Pd, vuoi perché è nipote di Gianni, stretto collaboratore di Berlusconi, e vuoi perché è un giovane promettente, senza grilli per la testa, ragionevole, non parla a vanvera e non dice parole vuote; ogni riferimento a Matteo Renzi (che farebbe meglio ad occuparsi a tempo pieno della città di cui è sindaco) è puramente casuale. Le frange più estreme del Pd e del Pdl sono ai margini di questo esecutivo e lo appoggiano malvolentieri; le fazioni più moderate, più centriste, dei due grandi partiti sono dentro insieme alla Scelta Civica di Monti: è tornata una grande ed improvvisata Democrazia Cristiana. Staremo in finestra e vedremo cosà accadrà: se si tratterà di un governo a temine, della durata di un anno, al massimo due, per affrontare i problemi più urgenti, nulla in contrario; se poi il Partito Democratico insisterà con le “sue priorità” allora sarà meglio far saltare tutto. Le vere urgenze, promesse dal Pdl in campagna elettorale sono: l’abolizione dell’Imu sulla prima casa e la restituzione di quelle pagata lo scorso anno; se gli altri faranno le orecchie da mercante la stabilità di questo strano esecutivo sarà messa a rischio. Tutto sommato è sempre meglio il governissimo col Pdl dentro, piuttosto che un governo PdSel o PdM5s. Alfano (Ministro dell’Interno e Vicepresidente del Consiglio), Quagliarello (Ministro delle Riforme Istituzionali), Lupi (Ministro delle infrastrutture e dei trasporti), Lorenzin (Ministro della Salute), De Girolamo (Ministro Agricoltura) sono i cinque esponenti del Partito del Popolo delle Libertà dentro l’esecutivo Letta: i loro elettori hanno la massima fiducia in loro e sperano che non li deluderanno. Per il resto il Partito Democratico ha 10 esponenti nel nuovo governo, Scelta Civica ne ha 2, Radicali e Udc hanno un rappresentante ciascuno e gli indipendenti sono 4. Buon lavoro a tutti ed attenzione a non fallire ancora, sennò la prossima volta il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo prenderà il 50% delle preferenze: allora si che saremo tutti rovinati; le sceneggiate di quel movimento e del suo buffo capo di ora, assieme alla paralisi che ha causato in queste settimane, è soltanto l’antipasto rispetto a ciò che ci attenderà. Gli altri grandi – medi partiti che faranno opposizione insieme al M5s saranno il Sel di Vendola, che ha rotto col Pd, e forse la Lega Nord, la quale ha detto ni al governo. Questa operazione della “grande coalizione” è un’ennesima vittoria del Popolo della Libertà e del suo “padre nobile”: speriamo che in futuro continueranno a darli entrambi per spacciati, per finiti.

domenica 21 aprile 2013

183) RICONFERMATO PRESIDENTE GIORGIO NAPOLITANO

GIORGIO NAPOLITANO, IL COMUNISTA AMATO E STIMATO DA TUTTI, E' STATO RICHIAMATO IN FRETTA E FURIA DAI PARTITI PER L’IMPOSSIBILITA’ DI ELEGGERE UN DEGNO SUCCESSORE. IN SETTE ANNI HA GUADAGNATO LA FIDUCIA  DEI VECCHI AVVERSARI: NON ERA MAI ACCADUTO A NESSUN SUO PREDECESSORE.



A quasi 88 anni Giorgio Napolitano ha accettato, vista l’insistenza dei partiti politici, ad essere rieletto Presidente della Repubblica: nessun suo predecessore era mai stato riconfermato dopo un settennato. Sono felice di questa decisione: l’unico neo è che per l’età avanzatissima difficilmente potrà resistere altri sette anni. L’elezione alla Presidenza della Repubblica è paragonabile al conclave per le elezioni dei pontefici, con una sola differenza: avviene tutto alla luce del sole. In entrambi i casi c’è bisogno di trovare delle personalità secondarie in grado di far convergere i voti delle fazioni rivali ed in lotta tra loro. Gli uomini dotati di carisma, capi e trascinatori, mai e poi mai potranno mettere d’accordo tutti. Ad esempio la proposta di far eleggere Prodi scatena grandi rivolte da parte degli avversari, lo stesso potrebbe avvenire per Berlusconi. Se poi a maggioranza si volesse insistere dal 4° scrutinio su un candidato politico forte del proprio schieramento c’è libertà di farlo, ma la cosa dividerà e non unirà: il Capo dello Stato dovrebbe essere il Presidente di tutti. Nel 1992 gli uomini forti della Dc per la più alta carica dello stato furono Forlani e Andreotti: il primo non passò per pochi voti, il secondo non fu più proponibile dopo gli attentati mortali mafiosi al giudice Falcone; gli strataggemmi cambiarono e si cercò un candidato democristiano istituzionale in grado di unire e dialogare con le opposizioni. In questi casi è la maggioranza a negoziare con l’opposizione, quest’ultima è costretta ad accettare un candidato “meno peggio” dell’altra parte.


È sempre la sinistra ad avere il coltello dalla parte del manico quando c’è l’elezione del Presidente della Repubblica. Nel 1999 il nome del tecnico indipendente Carlo Azeglio Ciampi raccolse grandi consensi, tanto che fece subito centro. Quest’anno al 1° scrutinio era stato scelto Franco Marini del Pd: un nome che avrebbe dovuto unire, ma è stato boicottato dalle ali più estreme della sinistra. Per la sinistra clamorosa è stata la bocciatura di Prodi, che avrebbe dovuto essere eletto a colpi di maggioranza: ci sono stati ben 100 parlamentari di sinistra franchi tiratori, o perché guardavano a Beppe Grillo (che vuole solo sfasciare e non li vuole) o perché qualche cattolico voleva vendicare Marini. La vicenda ha suscitato un terremoto politico all’interno del Partito Democratico con dimissioni di massa dei propri dirigenti. Anche le diverse anime, di diversa provenienza, nel Pd sono implose: sembrava che tutto filasse liscio e soltanto nel Popolo delle Libertà ci fossero dei conflitti tra ex An e ex FI. Così il Pdl torna in carreggiata, con i problemi dall’altra parte e anche con la riconferma di Napolitano. Sette anni fa Napolitano, il più a destra della sinistra, preoccupava gli avversari: si aspettava che fosse peggiore e più fazioso di Scalfaro e Ciampi. Così non è stato, perché egli è stato il migliore e il più imparziale dei tre, tanto da guadagnarsi la fiducia e la stima della destra, nonostante la forzatura per l’imposizione del Governo Monti. A larghe intese e a maggioranza non si è riusciti a trovare un successore, allora tutti sono stati costretti a supplicarlo di fare gli “straordinari”, ma alle sue condizioni. Mai nelle storia della Repubblica un presidente era mai stato rieletto: la rielezione in casi normali è impensabile ed irreale, se lui è riuscito nell’impresa ha dimostrato di avere delle doti superlative e straordinarie. E' divenuto un punto di riferimento, non solo per i politici anche per la gente comune. Per popolarità ha superato perfino Pertini, che fu il Presidente più amato. Re Giorgio (chiamato così per la somiglianza all’ultimo Re d’Italia: Umberto II di Savoia) continuerà a regnare sull’Italia.


ELENCO DEI PRESIDENTI E NUMERI DI SCRUTINI PER LA LORO ELEZIONE

ENRICO DE NICOLA (1946 1° scrutinio)
LUIGI EINAUDI (1948 4° scrutinio)
GIOVANNI GRONCHI (1955 4° scrutinio)
ANTONIO SEGNI (1962 9° scrutinio)
GIUSEPPE SARAGAT (1964 21° scrutinio )
GIOVANNI LEONE (1971 23° scrutinio)
SANDRO PERTINI (1978 16° scrutinio)
FRANCESCO COSSIGA (1985 1° scrutinio )
OSCAR L. SCALFARO (1992 16° scrutinio)
CARLO A. CIAMPI (1999 1° scrutinio)
GIORGIO NAPOLITANO (2006 4° scrutinio, 2013 6° scrutinio)

martedì 16 aprile 2013

182) IL ROGO DI PRIMAVALLE DI 40 ANNI FA

Primavalle: dopo 40 anni il rogo brucia ancora

Per la morte dei fratelli Stefano e Virgilio Mattei nessuno ha mai pagato

Le parole di Giampaolo, il più piccolo della famiglia: "c'è rimasta solo la rabbia. Quella non ce la possono togliere"
La notte del 16 aprile del '73 un commando di Potere Operaio composto da Martino Clavo, Manlio Grillo, e Achille Lollo versa cinque litri di benzina sotto la porta della casa popolare dove vive il segretario (operaio) del MSI di quartiere con i suoi sei figli. Due di loro muoiono arsi vivi

“Le sedi dell’Msi si chiudono con il fuoco con dentro i fascisti, sennò è troppo poco”
Questo era lo slogan della sinistra extraparlamentare, slogan sicuramente pronunciato anche quella maledetta notte del 16 aprile del 1973.
Quartiere popolare di Primavalle, periferia romana. Lì vive la famiglia Mattei, in via Bibbiena 6, per la precisione. Mario Mattei, il capofamiglia, ex combattente della Rsi, adesso operaio imbianchino, è il segretario della sezione dell’Msi del suo quartiere, la “Giarabub”.
È nato a Roma il primo gennaio del 1926, figlio di un operaio. Nel 1951 si sposa con Annamaria Mecconi, una ragazza semplice, di Primavalle, che per “arrotondare” fa la donna di servizio. Lo dice con orgoglio: “di quel lavoro andavo fiera”. Sono queste le parole della donna, ancora oggi. I due hanno sei figli. Mario, per tutti, è un uomo buono che “non farebbe mai male a nessuno”. E anche i camerati, secondo la testimonianza di Anna Schiaoncin, moglie di Marcello, attivista del Msi di Primavalle, “dicevano che era troppo buono e troppo democratico e di essere contrario alla violenza”. Perché lui, Mario, diceva sempre ‘no’ quando lo volevano coinvolgere in qualche azione contro i “rossi”, che pure prendevano spesso di mira quelli della “Giarabub”.
È la notte tra il 15 e il 16 aprile 1973. Sono le due e un quarto del mattino, ma le luci nell’appartamento di Via Bibbiena 6, sono ancora accese. Così Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo, i tre esponenti di Potere Operaio, Brigata Tanas per la precisione, decidono di fare un altro giro in macchina. Stanno per mettere in atto uno degli attentati più infami di tutti gli anni di piombo. 
La Brigata Tanas è un piccolo gruppo semiclandestino, interno a PotOp, a comporla, sembra siano soltanto Lollo, Clavo, Grillo e qualcun altro. Si tratta di una squadra di azione militare e illegale, definita da molti “violenta, oltranzista e assai influenzata da una sostanziale simpatia per le BR”. Un odio cieco e feroce verso i fascisti anima i componenti del gruppetto. Un odio già rivendicato, pochi mesi prima del rogo, con una bomba nella sezione “Giarabub”. 
Alle tre meno un quarto, Lollo e Clavo entrano nella palazzina. “Protetti” dal buio della notte arrivano dietro la porta di casa dei Mattei. È li che si sta per consumare l’atto più vile, mentre la famiglia si era messa a dormire. Uno di loro versa circa cinque litri di benzina sotto la porta della casa, un altro tiene inclinato un ripiano in modo che il combustibile filtri all’interno dell’alloggio. Infine, i due accendono una miccia e scappano. Ad aspettarli, in macchina,  c’è Grillo. È il “palo”. Una vampata, un’esplosione, e quando i familiari che occupano l’appartamento si svegliano e aprono la porta, il disastro è ormai compiuto. La cubatura del casermone popolare crea un effetto di aspirazione, la tromba delle scale si trasforma in una cappa tirante e l’appartamento in un camino di combustione. Quando i Mattei si svegliano e aprono la porta sono avvolti dal fumo e dalle fiamme. È l’inferno più totale. Mario Mattei, si salva gettandosi da una finestra, mamma Annamaria, miracolosamente fugge attraverso la porta di casa portando con sé il figlio più piccolo, Giampaolo, di soli tre anni e Antonella di 9. E gli  altri? Lucia, 15 anni, si getta dal balconcino del secondo piano, presa al volo dal padre; Silvia, 19 , si butta invece dalla veranda della cucina. Si romperà due costole e tre vertebre, ma si salva. Per gli altri due fratelli Virgilio, 22 anni e Stefano, di soli 8, non c’è scampo. Restano intrappolati tra le fiamme, morendo carbonizzati. 
“Buttati, Virgilio, buttati!”. Il primo grido, quando tutto inizia a precipitare verso la fine, è quello del padre Mario. Le fiamme stanno ormai divorando tutto l’appartamento. Il grido diventa una successione di appelli scomposti, invocazioni, cori disperati. Virgilio non ce la fa più, è stremato. Abbraccia il fratellino Stefano, cerca di proteggerlo. Ma alla fine non può più resistere, e si arrende (tratta da “Cuori Neri” di Luca Telese).
Un fotografo, Antonio Monteforte, immortala Virgilio appoggiato al davanzale della finestra, agonizzante. Quella macabra immagine diventerà il simbolo della tragedia. Stefano e  Virgilio. Due fratelli,  uno con il braccio sulle spalle dell’altro quasi a proteggersi a vicenda, aspettando  una morte atroce, quanto inevitabile.
In strada, tutto il quartiere assiste attonito a quella tragedia. Alla morte dei due fratelli. Arrivano polizia e vigili del fuoco. Nell’aria si sente  l’odore acre del fumo e della carne bruciata. Un capannello di persone, assiepato nel cortile di un palazzo, rivolge lo sguardo verso l’alto in direzione di una finestra aperta. Il muro tutto intorno annerito dalle fiamme che fino a pochi minuti prima ardevano alte. Nel cortile, intanto, mentre ancora i pompieri lottano per spegnere le fiamme, viene trovato il messaggio di rivendicazione: è composto da diversi fogli di carta a quadretti, sigillati uno all’altro con il nastro adesivo. “Brigata Tanas Guerra di classe- morte ai fascisti- la sede del Msi, Mattei e Schiavoncino (i dirigenti della locale sezione missina) colpiti  dalla giustizia proletaria”. Un messaggio agghiacciante.
Secondo le testimonianze di tal Aldo Speranza, considerato dagli inquirenti un “doppiogiochista”, spesso ricattato per debolezza, Lollo andò da lui più di una volta per chiedergli l’indirizzo, il piano e l’abitazione della famiglia Mattei. E si recò da lui, insieme a Clavo e Grillo, anche la sera dell’eccidio, verso le 22. I motivi di quella visita ancora oggi non sono chiari. “’Ti siamo venuti a trovare’, mi dissero , presero il caffè e andarono via”.
Poi, in una perquisizione  a casa di Lollo gli inquirenti trovano un foglio con i nomi dei Mattei e di altri militanti Msi. “Non l’ho scritto io”. Si difenderà il giovane. “Bisogna impedire ai fascisti qualsiasi movimento (…)Dobbiamo realizzare non una, ma dieci, cento Piazzale Loreto”,  si legge in un altro pezzo di carta, ritrovato sempre a casa di Lollo. 
Pochi giorni dopo la strage (il 18 aprile) Achille Lollo, a fronte degli indizi e riscontri raccolti sulla sua colpevolezza, viene arrestato. Gli  altri due componenti della Brigata Tanas, si danno alla latitanza in Svizzera. Ma negli ambienti di Potere Operaio, i  dirigenti condannano l’episodio e si dicono all’oscuro di quanto avvenuto. Da qui scatta la farneticante ipotesi della “faida interna”, secondo la quale l’incendio sarebbe opera di “un regolamento di conti tra fascisti”. Una  tesi che verrà sostenuta anche dalla difesa degli indagati in sede di dibattimento. Siamo davvero all’inverosimile. 
Delirante Il titolo del “Manifesto”, che quattro giorni dopo titola “per una montatura fallita, un delitto orrendo, Primavalle”, avanzando l'ipotesi di una messinscena pensata per incolpare la sinistra, poi tragicamente degenerata.
Nel libro “Primavalle, incendio a porte chiuse”, si cerca addirittura di infangare la figura di Virgilio Mattei, dipinto come “un feroce anticomunista, disposto a tutto per contestare l’avanzata del comunismo”. 
I compagni dovevano coprire l’infame attacco. Le vittime diventate i loro stessi carnefici. Ma non si ricorda mai che, Virgilio, aveva appena 22 anni. Un diploma da ragioniere ed il sogno di trovare un lavoro sicuro, magari alla Sip, dove aveva fatto domanda per essere assunto. Per il concorso studiava giorno e notte. Era un ragazzo tranquillo, Virgilio, uno con la testa sulle spalle e senza alcuna attitudine per la violenza. In sezione, al Msi, ci andava insieme ai genitori, quasi fosse un rituale di famiglia, non certo perché nutriva un feroce odio contro i “compagni”. Ma la verità, come sempre, interessa poco quando si tratta di giustificare un atto criminale come il Rogo di Primavalle.
In quegli anni l’impunità per i rossi era garantita, la latitanza dei colpevoli quasi giustificata, e ricordate? “uccidere un fascista non è reato”.
Ma almeno sul piccolo Stefano, nessuno, ovviamente può inventarsi storie. 8 anni, “un ragazzo allegro”, dice il suo maestro. Sul suo banco vuoto, il giorno dopo la sua morte, i suoi compagni di classe avevano deposto un mazzo di fiori ed acceso un cero. Di lui, certo, non si può dire che fosse un “feroce anticomunista”.
Giampaolo Mattei ancora oggi ricorda: “Noi con la destra extraparlamentare non c’entravamo nulla. Non eravamo né di Avanguardia Nazionale, né di Ordine Nuovo. Né tantomeno rautiani. La mia famiglia era missina ed eravamo legati ad Almirante. Tutto qui”.
“Ai funerali l’emozione è enorme. Una folla spontanea, un mare di gente silenziosa. Ammassati sui muri, sulle gibbosità del terreno, sui balconi, persino sui rifiuti. Erano quasi in cinquemila, venuti dal Tiburtino, dal Tuscolano, da Trastevere, da ogni angolo di Roma. Un funerale ‘povero, spontaneo e popolare’. (tratto dal Il Messaggero, aprile 1973).
Tra tutti i morti ammazzati negli anni di piombo, l'omicidio dei fratelli Mattei ha un suo primato per i tanti silenzi, le doppie verità e le scelleratezze della stampa “indipendente”; forse perché l'ideologia dominante del tempo trovò difficile digerire il paradosso del rovesciamento delle parti tra vittime proletarie e carnefici borghesi.
Lo sintetizza Luca Telese nel suo libro "Cuori Neri" . “Tutti i cliché correnti nell'immaginario della sinistra vengono d'un tratto ribaltati (...) le vittime sono di destra, poveri sottoproletari di borgata (...), gli indiziati sono giovani benestanti o addirittura ricchi. E  Il loro ritrovo abituale è la fastosa piazza di Campo de' fiori nel cuore di Roma”.
“I proletari son pronti alla lotta, fame o lavoro non vogliono più, non c’è da perdere che le catene e c’è un intero mondo da guadagnare. Via dalle linee, prendiamo il fucile, forza compagni, alla guerra civile!”. Questo l’inno di Potere operaio, di cui facevano parte Lollo, Grillo e Clavo. Non di certo gente del popolo. Tutti figli della Roma bene e della buona borghesia che, autoproclamatisi difensori del popolo, hanno deciso di rendersi carnefici di chi proletario era davvero.
“Le sedi dell’Msi si chiudono con il fuoco con dentro i fascisti, sennò è troppo poco”

Questo era lo slogan della sinistra extraparlamentare, slogan sicuramente pronunciato anche quella maledetta notte del 16 aprile del 1973.
Quartiere popolare di Primavalle, periferia romana. Lì vive la famiglia Mattei, in via Bibbiena 6, per la precisione. Mario Mattei, il capofamiglia, ex combattente della Rsi, adesso operaio imbianchino, è il segretario della sezione dell’Msi del suo quartiere, la “Giarabub”.È nato a Roma il primo gennaio del 1926, figlio di un operaio. Nel 1951 si sposa con Annamaria Mecconi, una ragazza semplice, di Primavalle, che per “arrotondare” fa la donna di servizio. Lo dice con orgoglio: “di quel lavoro andavo fiera”. Sono queste le parole della donna, ancora oggi. I due hanno sei figli. Mario, per tutti, è un uomo buono che “non farebbe mai male a nessuno”. E anche i camerati, secondo la testimonianza di Anna Schiaoncin, moglie di Marcello, attivista del Msi di Primavalle, “dicevano che era troppo buono e troppo democratico e di essere contrario alla violenza”. Perché lui, Mario, diceva sempre ‘no’ quando lo volevano coinvolgere in qualche azione contro i “rossi”, che pure prendevano spesso di mira quelli della “Giarabub”.È la notte tra il 15 e il 16 aprile 1973. Sono le due e un quarto del mattino, ma le luci nell’appartamento di Via Bibbiena 6, sono ancora accese. Così Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo, i tre esponenti di Potere Operaio, Brigata Tanas per la precisione, decidono di fare un altro giro in macchina. Stanno per mettere in atto uno degli attentati più infami di tutti gli anni di piombo. La Brigata Tanas è un piccolo gruppo semiclandestino, interno a PotOp, a comporla, sembra siano soltanto Lollo, Clavo, Grillo e qualcun altro. Si tratta di una squadra di azione militare e illegale, definita da molti “violenta, oltranzista e assai influenzata da una sostanziale simpatia per le BR”. Un odio cieco e feroce verso i fascisti anima i componenti del gruppetto. Un odio già rivendicato, pochi mesi prima del rogo, con una bomba nella sezione “Giarabub”. Alle tre meno un quarto, Lollo e Clavo entrano nella palazzina. “Protetti” dal buio della notte arrivano dietro la porta di casa dei Mattei. È li che si sta per consumare l’atto più vile, mentre la famiglia si era messa a dormire. Uno di loro versa circa cinque litri di benzina sotto la porta della casa, un altro tiene inclinato un ripiano in modo che il combustibile filtri all’interno dell’alloggio. Infine, i due accendono una miccia e scappano. Ad aspettarli, in macchina,  c’è Grillo. È il “palo”. Una vampata, un’esplosione, e quando i familiari che occupano l’appartamento si svegliano e aprono la porta, il disastro è ormai compiuto. La cubatura del casermone popolare crea un effetto di aspirazione, la tromba delle scale si trasforma in una cappa tirante e l’appartamento in un camino di combustione. Quando i Mattei si svegliano e aprono la porta sono avvolti dal fumo e dalle fiamme. È l’inferno più totale. Mario Mattei, si salva gettandosi da una finestra, mamma Annamaria, miracolosamente fugge attraverso la porta di casa portando con sé il figlio più piccolo, Giampaolo, di soli tre anni e Antonella di 9. E gli  altri? Lucia, 15 anni, si getta dal balconcino del secondo piano, presa al volo dal padre; Silvia, 19 , si butta invece dalla veranda della cucina. Si romperà due costole e tre vertebre, ma si salva. Per gli altri due fratelli Virgilio, 22 anni e Stefano, di soli 8, non c’è scampo. Restano intrappolati tra le fiamme, morendo carbonizzati. “Buttati, Virgilio, buttati!”. Il primo grido, quando tutto inizia a precipitare verso la fine, è quello del padre Mario. Le fiamme stanno ormai divorando tutto l’appartamento. Il grido diventa una successione di appelli scomposti, invocazioni, cori disperati. Virgilio non ce la fa più, è stremato. Abbraccia il fratellino Stefano, cerca di proteggerlo. Ma alla fine non può più resistere, e si arrende (tratta da “Cuori Neri” di Luca Telese).Un fotografo, Antonio Monteforte, immortala Virgilio appoggiato al davanzale della finestra, agonizzante. Quella macabra immagine diventerà il simbolo della tragedia. Stefano e  Virgilio. Due fratelli,  uno con il braccio sulle spalle dell’altro quasi a proteggersi a vicenda, aspettando  una morte atroce, quanto inevitabile.In strada, tutto il quartiere assiste attonito a quella tragedia. Alla morte dei due fratelli. Arrivano polizia e vigili del fuoco. Nell’aria si sente  l’odore acre del fumo e della carne bruciata. Un capannello di persone, assiepato nel cortile di un palazzo, rivolge lo sguardo verso l’alto in direzione di una finestra aperta. Il muro tutto intorno annerito dalle fiamme che fino a pochi minuti prima ardevano alte. Nel cortile, intanto, mentre ancora i pompieri lottano per spegnere le fiamme, viene trovato il messaggio di rivendicazione: è composto da diversi fogli di carta a quadretti, sigillati uno all’altro con il nastro adesivo. “Brigata Tanas Guerra di classe- morte ai fascisti- la sede del Msi, Mattei e Schiavoncino (i dirigenti della locale sezione missina) colpiti  dalla giustizia proletaria”. Un messaggio agghiacciante.Secondo le testimonianze di tal Aldo Speranza, considerato dagli inquirenti un “doppiogiochista”, spesso ricattato per debolezza, Lollo andò da lui più di una volta per chiedergli l’indirizzo, il piano e l’abitazione della famiglia Mattei. E si recò da lui, insieme a Clavo e Grillo, anche la sera dell’eccidio, verso le 22. I motivi di quella visita ancora oggi non sono chiari. “’Ti siamo venuti a trovare’, mi dissero , presero il caffè e andarono via”.Poi, in una perquisizione  a casa di Lollo gli inquirenti trovano un foglio con i nomi dei Mattei e di altri militanti Msi. “Non l’ho scritto io”. Si difenderà il giovane. “Bisogna impedire ai fascisti qualsiasi movimento (…)Dobbiamo realizzare non una, ma dieci, cento Piazzale Loreto”,  si legge in un altro pezzo di carta, ritrovato sempre a casa di Lollo. Pochi giorni dopo la strage (il 18 aprile) Achille Lollo, a fronte degli indizi e riscontri raccolti sulla sua colpevolezza, viene arrestato. Gli  altri due componenti della Brigata Tanas, si danno alla latitanza in Svizzera. Ma negli ambienti di Potere Operaio, i  dirigenti condannano l’episodio e si dicono all’oscuro di quanto avvenuto. Da qui scatta la farneticante ipotesi della “faida interna”, secondo la quale l’incendio sarebbe opera di “un regolamento di conti tra fascisti”. Una  tesi che verrà sostenuta anche dalla difesa degli indagati in sede di dibattimento. Siamo davvero all’inverosimile. Delirante Il titolo del “Manifesto”, che quattro giorni dopo titola “per una montatura fallita, un delitto orrendo, Primavalle”, avanzando l'ipotesi di una messinscena pensata per incolpare la sinistra, poi tragicamente degenerata.Nel libro “Primavalle, incendio a porte chiuse”, si cerca addirittura di infangare la figura di Virgilio Mattei, dipinto come “un feroce anticomunista, disposto a tutto per contestare l’avanzata del comunismo”. I compagni dovevano coprire l’infame attacco. Le vittime diventate i loro stessi carnefici. Ma non si ricorda mai che, Virgilio, aveva appena 22 anni. Un diploma da ragioniere ed il sogno di trovare un lavoro sicuro, magari alla Sip, dove aveva fatto domanda per essere assunto. Per il concorso studiava giorno e notte. Era un ragazzo tranquillo, Virgilio, uno con la testa sulle spalle e senza alcuna attitudine per la violenza. In sezione, al Msi, ci andava insieme ai genitori, quasi fosse un rituale di famiglia, non certo perché nutriva un feroce odio contro i “compagni”. Ma la verità, come sempre, interessa poco quando si tratta di giustificare un atto criminale come il Rogo di Primavalle.In quegli anni l’impunità per i rossi era garantita, la latitanza dei colpevoli quasi giustificata, e ricordate? “uccidere un fascista non è reato”.Ma almeno sul piccolo Stefano, nessuno, ovviamente può inventarsi storie. 8 anni, “un ragazzo allegro”, dice il suo maestro. Sul suo banco vuoto, il giorno dopo la sua morte, i suoi compagni di classe avevano deposto un mazzo di fiori ed acceso un cero. Di lui, certo, non si può dire che fosse un “feroce anticomunista”.Giampaolo Mattei ancora oggi ricorda: “Noi con la destra extraparlamentare non c’entravamo nulla. Non eravamo né di Avanguardia Nazionale, né di Ordine Nuovo. Né tantomeno rautiani. La mia famiglia era missina ed eravamo legati ad Almirante. Tutto qui”.“Ai funerali l’emozione è enorme. Una folla spontanea, un mare di gente silenziosa. Ammassati sui muri, sulle gibbosità del terreno, sui balconi, persino sui rifiuti. Erano quasi in cinquemila, venuti dal Tiburtino, dal Tuscolano, da Trastevere, da ogni angolo di Roma. Un funerale ‘povero, spontaneo e popolare’. (tratto dal Il Messaggero, aprile 1973).Tra tutti i morti ammazzati negli anni di piombo, l'omicidio dei fratelli Mattei ha un suo primato per i tanti silenzi, le doppie verità e le scelleratezze della stampa “indipendente”; forse perché l'ideologia dominante del tempo trovò difficile digerire il paradosso del rovesciamento delle parti tra vittime proletarie e carnefici borghesi.Lo sintetizza Luca Telese nel suo libro "Cuori Neri" . “Tutti i cliché correnti nell'immaginario della sinistra vengono d'un tratto ribaltati (...) le vittime sono di destra, poveri sottoproletari di borgata (...), gli indiziati sono giovani benestanti o addirittura ricchi. E  Il loro ritrovo abituale è la fastosa piazza di Campo de' fiori nel cuore di Roma”.“I proletari son pronti alla lotta, fame o lavoro non vogliono più, non c’è da perdere che le catene e c’è un intero mondo da guadagnare. Via dalle linee, prendiamo il fucile, forza compagni, alla guerra civile!”. Questo l’inno di Potere operaio, di cui facevano parte Lollo, Grillo e Clavo. Non di certo gente del popolo. Tutti figli della Roma bene e della buona borghesia che, autoproclamatisi difensori del popolo, hanno deciso di rendersi carnefici di chi proletario era davvero.

“Sono quarant’anni senza verità. Senza Giustizia”. Di quel 16 aprile del 1973, Giampaolo Mattei, il più piccolo della famiglia, non parla e non vuole parlare. Quello che rimane, quattro decenni dopo il “Rogo di Primavalle”, è solo il dolore misto alla rabbia. Tanta rabbia. “Quella è l’unica cosa che non ci possono togliere, la rabbia”. Rabbia nei confronti delle istituzioni che, negli anni, si sono dimenticate di lui, dei suoi fratelli e dei suoi genitori. Rabbia perché, per la morte di Virgilio e Stefano, nessuno ha mai pagato. 
Ma cominciamo dal principio.
Roma. 17 aprile 1973. Fin dal giorno successivo al rogo di via Bibbiena n.6 iniziano a girare voci strane, assurde, vergognose.  Le indagini degli inquirenti si rivolgono immediatamente verso gli esponenti di uno dei gruppi più attivi della sinistra extraparlamentare: Potere Operaio. PotOp per gli addetti ai lavori. Ma, perfino a sinistra, un atto così vile come dare fuoco alla casa di un proletario, un vero proletario, sembra troppo. L’attentato contro la famiglia Mattei, le morti di Virgilio e Stefano, arsi vivi sotto gli occhi dei genitori e dei quattro fratelli sopravvissuti, non può essere rivendicato. E, allora, la migliore delle soluzioni possibili è quella di insinuare l’assurda ipotesi “dell’autostrage”. Il meccanismo perfettamente innescato, comincia a girare. Il Manifesto del 17 aprile titola così: “Assassinati due figli del segretario del Msi di Primavalle in un incendio doloso. È un delitto nazista. Fermato un fascista”.  E ancora, sempre lo stesso giorno, non lontano da via Bibbiena, al Liceo Castelnuovo, viene pubblicato un volantino a firma congiunta di studenti e professori: “L’antifascismo non è mai stato e non è terrorismo. Solo una mente fascista poteva pensare di appiccare il fuoco ad un appartamento di un lotto proletario, in una casa in cui dormono dei bambini”. Il fatto che il volantino venga proprio dal Castelnuovo, non è un caso. Sì, perché quel liceo scientifico è lo stesso in cui si è diplomato uno dei membri più conosciuti di PotOp, Achille Lollo. Che viene arrestato appena due giorni dopo il rogo, il 18 aprile.
È proprio lui che si sta cercando di difendere. È Lollo che, insieme a Malio Grillo e Marino Clavo, quella notte, in via Bibbiena, nel cuore della Roma più proletaria, ha versato cinque litri di benzina sotto la porta dei Mattei, appiccando poi il fuoco. Eppure, è più comodo pensare che siano stati i fascisti. Sì, perché quella di Primavalle poteva essere una vera e propria strage. E le stragi, si sa, non uccidono gli avversari politici, ma solo gli innocenti. E, si sa altrettanto bene, le stragi le fanno solo “i fascisti”.
Le indagini vanno avanti per due anni. Lollo rimane in carcere. Grillo e Clavo si danno alla latitanza. Non verranno mai arrestati. Nel frattempo, la macchina costruita appositamente per discolpare il militante di Potere Operaio, va avanti imperterrita. Ad un anno dal rogo, nel 1974, viene redatto e pubblicato dalla Savelli nella sua collana “la nuova sinistra”, un opuscolo destinato a passare alla storia. Gli autori fanno parte tutti del “Collettivo Potere Operaio”, e l’agghiacciante titolo è “Primavalle: Incendio a porte chiuse”. È sufficiente leggere la delirante nota dell'editore, nella prima pagina dell’opuscolo, per rendersi conto di che razza di ipotesi si cerchi di tenere in piedi.
“La montatura sull'incendio di Primavalle non si presenta come il risultato di un meccanismo di provocazione premeditato a lungo e ad alto livello, tipo ‘strage di stato’, ‘Primavalle’ è piuttosto una trama costruita affannosamente, a ‘caldo’ da polizia e magistratura, un modo di sfruttare un'occasione per trasformare un ‘banale incidente’ o un oscuro episodio - nato e sviluppatosi nel vermiciaio della sezione fascista del quartiere - in un'occasione di rilancio degli opposti estremismi in un momento in cui la strage del giovedì nero con l'uccisione dell'agente Marino  (avvenuta a Milano 3 giorni prima) ne aveva vanificato la credibilità”. (Corsivo del redattore).
Un complotto costruito ad arte dalla polizia, così come dai giudici e magari con l’aiuto di qualche missino del quartiere, per incastrare i compagni innocenti. Questa la linea prescelta. Ma, se possibile, c’è di peggio. Sì, perché a scrivere la prefazione di “Primavalle: un incendio a porte chiuse” è proprio un giudice. Il pubblico ministero Marrone. Tra i fondatori di “Magistratura Democratica” (sic!).
E ancora non basta, perché a difendere Achille Lollo ed i suoi “compagni”-complici-latitanti, scendono in campo anche nomi importanti del panorama politico e culturale italiano.
Tantissimi gli intellettuali ed i giornali che si espongono per difendere gli imputati. Uno dei nomi più noti è quello di Franca Rame. Anche la moglie del futuro Premio Nobel, Dario Fo, si schiera fra le file degli innocentisti. Scrive addirittura una lettera a Lollo dicendogli: “Ti ho inserito nel Soccorso Rosso Militante. Riceverai denaro dai compagni, e lettere, così ti sentirai meno solo”. Dalla parte degli assassini, si schiera anche lo scrittore Alberto Moravia.
E ancora. L’editore e direttore de Il Messaggero, il più autorevole quotidiano romano, Alessandro Perrone si schiera apertamente dalla parte di Potere Operaio e dei suoi militanti. Non può fare altrimenti, d’altra parte, sua nipote, Diana (figlia di suo fratello Nando, coeditore del giornale romano) fa parte di PotOp e verrà in prima persona coinvolta nelle indagini sul Rogo di Primavalle.
Non basta. A favore di Lollo, Grillo e Clavo si schierano anche due “padri costituenti”: il senatore comunista  Umberto Terracini (già presidente dell'Assemblea Costituente) e il deputato socialista Riccardo Lombardi (anche lui membro della Costituente e capo storico della corrente di sinistra del PSI).
Stesso trattamento solidale, la stampa e l’intellighenzia faziosa di sinistra, non la riserva ai Mattei.
È in questo clima che, il 24 febbraio del 1975, si apre il processo contro i tre “compagni” di PotOp. In aula è presente solamente Lollo. Clavo e Grillo sono latitanti dal giorno del Rogo. La Pubblica Accusa, che ha rinviato a giudizio tutti e tre gli imputati, ha chiesto la condanna all’ergastolo. Il capo d’imputazione è uno solo, uguale per tutti: strage. 
Il 28 febbraio, in aula si sta tenendo la IV udienza per il Processo contro Lollo e i suoi. Una folla di compagni invasati si è radunata fuori dal Tribunale, a Piazzale Clodio. L’odio cieco nei confronti dei “fascisti” esplode in una feroce caccia al missino. A pagare, con la sua vita, sarà Mikis Mantakas. Lo studente greco ucciso senza pietà da Alvaro Lojacono a via Ottaviano e lasciato agonizzante sul marciapiede. 
Alla fine dell’istruttoria del processo di primo grado, il capo d’imputazione è derubricato e non di poco. Lollo e gli altri sono accusati solo di omicidio colposo ed incendio doloso. Vengono addirittura assolti tutti e tre per “insufficienza di prove”. Achille Lollo viene rimesso in libertà. Ha scontato due anni di carcere preventivo. Saranno anche gli unici che farà nella sua vita. Dopo l’assoluzione in primo grado si dà alla latitanza, prima in Svizzera, poi in Angola (dove conosce la sua futura moglie), infine in Brasile.
All’apertura del Processo d’Appello, nessuno dei tre imputati è presente. Vengono tutti condannati a 18 anni per omicidio preterintenzionale. Che, per chi non conosce il complesso linguaggio del diritto, vuole dire “oltre l’intenzione”. Non volevano uccidere, quindi, Lollo e i suoi. Hanno cosparso di benzina l’entrata della casa dei Mattei, con 8 persone dentro, che dormivano, (questa è una delle poche verità processuali), ma, nonostante questo, per i giudici, non volevano uccidere. La sentenza di secondo grado, è quella definitiva. Grillo apprende la notizia della condanna dal Nicaragua. Lollo è già a Rio De Janeiro. Per nessuno dei due è possibile l’estradizione. Clavo, non è mai stato rintracciato. 
Nel gennaio del 2005 arriva la decisione definitiva della Corte d’Appello di Roma. La pena, per i tre responsabili del rogo di Primavalle, è prescritta. Immediatamente dopo la decisione dei giudici, Achille Lollo decide di tornare in Italia e di dare la sua versione dei fatti. Per la prima volta, a modo suo, ammette le responsabilità nel Rogo. Coinvolgendo, trent’anni dopo, anche altri tre “compagni”: Elisabetta Lecco, Paolo Gaeta e proprio Diana Perrone. “L’attentato alla casa dei Mattei venne organizzato da sei persone. Gli altri tre sono liberi e tranquilli da 32 anni”. Queste le parole di Lollo al Corriere della Sera, nel febbraio del 2005. “Il 17 o il 18 aprile, due giorni dopo il Rogo, noi sei ci chiudemmo in una stanza appartata della sezione di Potere Operaio in via del Boschetto e facemmo un giuramento, lo chiamai ‘silenzio ideologico’, era il linguaggio di quei tempi. Nessuno di noi avrebbe aperto bocca per trent’anni. Né sui fatti, nè sui compagni coinvolti”. Alle accuse, arrivate dopo decenni di omertà, nessuno ha dato seguito, tantomeno la Procura della Repubblica di Roma. Eppure, siccome “le parole sono pietre”, come ricordava Primo Levi, è bene riportare il passaggio finale di quell’intervista ad uno dei responsabili –accertati- del Rogo di Primavalle. “Noi non abbiamo incendiato la casa dei Mattei. Ci sono troppe cose strane successe quella notte. Nessuno fece scivolare la benzina sotto la porta. L’innesco non si accese. E poi loro non vennero colti nel sonno, ci stavano aspettando”. Allora, non si capisce perché i Mattei avrebbero permesso che due dei loro figli venissero arsi vivi davanti ai loro occhi. “Non so cosa pensare. Ma non mi sto dichiarando innocente. (…) E se mi avessero dato otto anni invece che sedici, li avrei scontati senza scappare. Avevo fiducia che le indagini ricostruissero i fatti. Invece ho dovuto farlo io, dopo 32 anni”. Non chiede scusa alla famiglia Mattei, Achille Lollo. Non ammette nessuna colpa. E, ancora oggi, a distanza di quarant’anni, per la morte di Virgilio e Stefano, brutalmente uccisi a 22 e 8 anni, nessuno ha mai pagato. Anche se si sa chi sono stati i colpevoli.
“Io non perdono. Io non posso perdonare”, ha detto Annamaria Mattei, la mamma dei due fratelli morti il 16 Aprile del ‘73 a Primavalle. Sì, perché non può esserci perdono, quando non è stata fatta giustizia.

Paolo Signorelli e Micol Paglia (il Giornale d'Italia)


RICORDO DI TUTTI I MILITANTI MSI VITTIME DEL TERRORISMO

Han ballato sui loro corpi, han sputato sul loro nome, hanno scosso le loro tombe ma non li possono cancellare
E' una piazza piena di sogni, un'armata di cari amici, mille anime di caduti ma nel ricordo non li hanno uccisi
sono i giovani di Acca Larentia ed i ragazzi in camicia nera, i fratelli di Primavalle ed i martiri dell'Emilia